Archivi tag: Si vuo’ ‘o ciardino

Annamaria De Pietro DIECI POESIE EDITE E INEDITE “Poesie affogate al caffè” “Poesie da camera” con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

pittura Bauhaus.
Annamaria De Pietro è nata a Napoli, dove ha vissuto fino all’adolescenza, da padre napoletano e madre lombarda. Vive da tempo a Milano. Ha cominciato a scrivere non occasionalmente, ma sempre, in età matura. La sua prima pubblicazione in versi risale al 1997: Il nodo nell’inventario (Dominioni Editore, Como 1997). Sono seguiti Dubbi a Flora (Edizioni La Copia, Siena 2000), La madrevite (Manni, Lecce 2000), Venti fusioni a cera persa (Manni, Lecce 2002). Nel 2005 pubblica un libro in napoletano, Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, 2005), col quale  paga il suo tributo alla città d’origine, poco amata, mai più visitata. Nell’ottobre del 2012 esce Magdeburgo in Ratisbona (Milanocosa Edizioni, Milano, 2012). Ultima pubblicazione, Rettangoli in cerca di un pi greco Il Primo Libro delle Quartine (Marco Saya Edizioni, Milano 2015).
.
.
città Tomas Saraceno

città Tomas Saraceno

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa
.
Come ha osservato Adorno, la «musica da camera», con il salotto decorato con mobilio d’epoca grande sufficientemente da ospitare invitati scelti, è un genere che appartiene al passato. Analogamente, la poesia, la quale presuppone il classico letterato occidentale che si dedica alla lettura nella sua stanza ben rifornita di libri. Entrambe queste precondizioni (un salotto, l’esibizione di aristocraticismo e il tempo libero) sembrano più essere una caratteristica del passato che non del presente e del prossimo futuro. È molto probabile che le condizioni della lettura di un libro di alta letteratura siano oggi precarie forse ancor di più che nel recente passato, per via delle intervenute modificazioni della identità dell’uditorio mediatizzato. Già il rotocalco e il paperback sembrano regesti del passato trascorso a confronto con i diletti del monitor che già un’ombra di nostalgia vela quegli oggetti ricoperti di polvere sottile. Una «poesia da camera» sofisticata, algida e distaccata come questa di Annamaria De Pietro fa l’effetto di un elettroshock, è smaccatamente anacronistica, perché presuppone un pubblico colto dotato di sofisticati congegni di decrittazione delle opere poetiche che oggi non c’è più. Tuttavia, benché anacronistica ed elitaria, questa poesia si pone nella sua indecrittabile avvenenza come una bellezza indesiderata tra le nostre braccia. Non sappiamo più come comportarci dinanzi ad un tale rigoglio di stile e di stilizzazione. La poesia veramente emancipata si pone a noi come un punto interrogativo, richiede la nostra esclamazione, risveglia i nostri dubbi, non convince, non vuole convincerci né persuadere; non c’è alcuna tesi, tantomeno alcun messaggio, né in bottiglia né per via postale. L’«inquadratura» di questa poesia è descritta con severo ordine geometrico e matematico, sintattico e paratattico; anche le rime sono artatamente poste e intermesse non per stordire il lettore con la loro dolce eufonia quanto per ricreare le condizioni musicali di una atmosfera, che altro non è che un effetto di lontananza che appare, miracolisticamente, vicina; magia da baraccone dell’arte poetica divenuta merce e ridotta a intrattenimento. La poesia di Annamaria De Pietro pronuncia, con lo strascico delle sue vesti raffinate e ridondanti, un verdetto di condanna, o forse di estraneità rispetto al mondo, dubitosa sulla emancipazione dell’arte dal mondo delle merci linguistiche, poiché essa è sempre in procinto di ricadere nella volgarità kitsch che ha sede nell’emporio e nei telemarket. Ribellione alla prostituzione dell’arte poetica con un di più di solipsismo e di elitarismo, un sussiegoso distacco dal banale.
.
Ecco, annoto che dietro la restaurazione di questa tecnologia stilistica la De Pietro intenda la conservazione di quell’eredità culturale che è svanita da un pezzo; ma non vedo come si possa conservare ciò che è svanito se non istituendo la sovranità di uno stile che tutto occupa, che occupa un territorio che è stato abbandonato in maniera precipitosa e affrettata. Questo, credo, sia il nocciolo dell’operazione stilistica della poetessa napoletana, autrice del libro in dialetto napoletano (Si vuo’ ‘o ciardino) del 2005, più bello che abbia mai letto.

.

annamaria de pietro 2010 febb

annamaria de pietro 2010 febb

Annamaria De Pietro

Poesie affogate al caffè

.

Inquadratura

.

Nel quadro largo non da finestre o persiane
luce fa mutazione come in un vero giorno,
né troverebbe intarsiature, né spigoli,
per mutazioni da caso a forma – intorno
un’aria uguale solo consiste nel limite
tracciato a china o a pennino da musica
tanto ne è netto il tratto, righe fra angoli.
Su uno sgabello lei – non si vede schienale –
volta la testa a sinistra, nella tastiera
di uno strumento da grembo – se ne vede l’estremo corno –
cercando le sue medesime dita come in stipite
il calare e il montare di un ragno che carica
filo alla rete dentro un congegno atonale.
Al lato sinistro, a filo esatto della sedia,
in forma di soffietto aperto un cane di taglia media
– i manici il muso e le zampe –, triangolare il contorno,
a lei guarda convergendo lo sguardo alla filiera –
se ne incordano uguali gli sguardi nella statica
forcella di aspettazione tacitamente uguale.
Perché io non sento suonare in questo quadro d’inedia
che le aste azzurre che segnano ora quel quadro nitide,
e solo questo so io, fuori da sensi e simboli,
che lei suona di schiena, e che l’assolve un cane.
.
(inedito)
.
Scatti ovvero sbagli tattici

.

La regina muove il cavallo in alto
alla sella d’avorio in angolare
tratto doppiato, piú lungo, piú breve,
o piú breve, piú lungo, e dello scatto
scattano i festoni cambiando vento
secchi e lei volta lo sguardo di scatto
senza voltare il volto di ossa e neve,
e di novanta gradi la circolare
corona sposta le piastre di smalto.
A due colture sta il campo, di lieve
salvia e di caffè d’oltremare,
e ognuna alle cinte ferma di scatto
il reclinare iniziale che seguí il salto
del cavallo stretto a briglie e a frontale.
La regina asseconda il cambio lento
di un minimo moto dell’anca, e greve
poi segue il passo di scatto in scatto
minimo al luogo di massimo risalto.
Lei guarda in sola forma sagittale,
lei non accorda un’altra via di evento
alla sua caccia d’angolo che deve –
lei guarda in forma cinta lo scatto
minimo a forma cinta da spalto
d’ebano del re d’ebano immortale
nella sua casa aperta di spavento.
.
(inedito)
.
Cilecca

.

Imbracciato il fucile, l’alta obliqua
amazzone mirò nel cervo all’acqua,
zoccoli chiusi nell’erba, e dall’occhio
chiuso fuori di mira un raggio a specchio
all’occhio aperto che sfondava il cerchio
a imbuto della mira una risacca
obliqua come suono dall’orecchio
sventò cadendo di lato dal tacco
della distanza l’alto al basso, pecca
di precisione da olio liscio a morchia,
e il piombo spaccò a mezzo una siliqua
che a un ramo verde inclinava la stecca,
fuggendo il cervo alla selvosa cerchia
a esedra aperta per zoccoli e tocco
nel suono d’eco lunga di cilecca.
.
(inedito)
.
Notturno con tè e civetta

.

Nelle foglie del tè per sguardo acuto
la civetta notturna alla finestra
larga all’aria d’estate spia le sorti
non vista, grigia matassa nel nero
confine al davanzale, e dentro tocca
il secco delle tazze cui il tributo
d’amicizia a ora incongrua un tè leggero
vanno versando al fresco della bocca
lei e lei – alto silenzio. Aromi forti
eludono la paglia fine, a fiuto.
.
(inedito)
.
Una pianificazione perfetta
.
Di tutto il tempo perso, mentre l’anima mundi
prosegue ipnotica la sua selvatica
carriera di coerenze, e mentre il merlo
fischia di becco la musica al ramo
– lei non sa dire, ché a lei la nube oscura
questo schermo perfetto. Poi vederlo
sarà mossa del poi dalla grammatica
spaziata d’archi e orologi a richiamo
silenzioso, per ora, sprezzatura
di martelli sommersi nell’incudine.
.
(inedito)
.
foto le maschereCombattimento al campo del vento e della luce
.
Questo è un tempo ventoso – io non ho armi
contro il suo grande andare – e intese falci
di ferro freddo radono e rasoi
tutto il fogliame della luce, i tralci
che tardano a mollezza il chiaro – marmi,
e acciai feroci scoprono a grand’aria,
delle folte pellicce abrasi i cuoi,
le gelate cotenne – e senza intralci
splende in clangore l’alta luminaria.
Io non ho armi, vana sagittaria,
non ha centro il bersaglio – per disarmi
in sé si elidono i cerchi scorsoi.
.
(pubblicato in “Il monte analogo”, I, 2, novembre 2004)
.
Maddalena e l’uomo strano.
Detto e contraddetto
.
Io presi amore dentro un uomo strano.
Lui portò via con sé la mia bellezza
per vie di palme che davano frutta,
e dava frutta al muro il melograno
a noi, a quegli altri – non ricordo i nomi.
Ai miei capelli spargevano aromi
le scie leggere della bianca brezza
di sera, ma non sciolse mai la treccia
lui, solo il vento, tendendo la mano.
Non mi toccò, finché toccata tutta
fu la sua strada forte di amarezza
e toccò il tronco secco e senza pomi.
– Non mi toccare – disse. Io tesi invano
la mano ripiegando la carezza
come dopo le falci arpa di grano,
come dopo le piogge foglia asciutta.
Ora in deserti di selvatichezza
io spiego a me la perfezione brutta
e lui la toccherà, stando lontano.
.
A volte li ricordo, i sontuosi
capelli troppo accarezzati, troppo
torti nei ganci. Io non sapevo come
fare a disfare il troppo denso groppo
dai campanelli e i pettini d’argento,
l’amo degli occhi che serrava il becco,
le mani strette ai nervi faticosi.
E quelli mi guardavano a commento –
– di uno soltanto mi ricordo il nome.
Non la toccai. Mi contentai del vento
mano di foglie di un albero secco
e saltai l’aria dal mio fianco zoppo.
A volte la ricordo, ma non sento
altro oltre i ganci del vento, corrosi
sui polsi trapassati da uno stecco.
.
(pubblicato in “l’immaginazione”, 233, settembre 2007)
.
Belinda e il mostro.
Detto e contraddetto

.
Quell’altro amai, quell’attimo soltanto
quando la pelle ocellata d’infame
bestia cambiò dentro il mio sguardo chino
come nell’acqua il vento che si posa.
Fu solo allora, senza schermi e presto,
che conobbi il padrone del giardino,
il creditore della giusta fame,
colui dai cui rosai rubò la rosa
ultima e prima il mercante. Chi è questo
che sta nel quadro dell’onore in posa,
le scarpe a zampa di leone, il cane
danese al fianco come Carlo quinto?
La rottura del patto io qui contesto,
la forma che cambiò da cosa a cosa,
da fronda franca in oro di catene,
stretta la vasta distanza vicino
dove tradendo va chi va chi viene.
Non perdona a costui la triste sposa,
non lo scusa il suo sguardo, e non rimane
del furto e amore rinchiuso in un gesto
che una spina inchiodata dentro il guanto.
.
Io chiedo scusa di averti amata tanto
dal fiore dello sdegno, amara sposa,
tanto da uscire il varco. Era vietato
il varco del giardino, era altra l’aria
che a me urgeva i tuoi passi. Ma la rosa
la confusi col legno, e confinato
fu il fascio dei rosai a stanza contraria
dove non sei. Fu brevissima cosa,
fu brevissima danza che soltanto
un attimo danzammo persi accanto
e poi voltò come si volta e svaria
nell’acqua il vento. E ora senza fiato
al quintuplice vanno di un’esplosa
granata presa in libertà gregaria
a me vanno imitando la speciosa
rosa di mercanzia, soldo rubato,
i cani ai lunghi guinzagli nel guanto.
.
(pubblicato in “l’immaginazione”, 233, settembre 2007)
.
Biglietto d’invito a santa Teresa d’Avila
per condividere una bibita fresca
.
Vorrei che fosse in settembre o in aprile,
quando l’aria di dio abbassa la musica,
dentro un portico d’ombre bianche e nere
– e ocra quanto una noce. Sarei davvero felice,
Teresa Cepeda da Avila, suora carmelitana,
se tu ed io potessimo incontrarci una volta
– gonne fruscianti delicati inchini,
scarpe da strada, borse da viaggiatrice,
in pausa ognuna dal suo calendario.
Ma tu non mi parlare dell’angelo balestriere
né dell’architettura dei giardini –
né io ti parlerò del dizionario
e dell’architettura dei giardini –
cosí la voce nella voce si ascolta.
Ce ne staremo noi fra il giorno e la sera
alle cadute d’angolo di una tovaglia sottile,
i limoni tagliati a metà nella linda fruttiera
e la conca di acqua e rame che bilica
vibrando a pelle freddo fresco divario
una confinaria legge della fisica.
Staremo quasi in silenzio, nell’ora mediana.
.
(pubblicato in “l’immaginazione”, 233, settembre 2007)
.
La vergine di Norimberga
.
Includendo attentamente sé stessa
lungo cerniere ferrate nel legno
con chiodi retroversi si castiga
l’assai perfetta vergine tedesca,
la contegnosa e purissima, e a sdegno
tiene le lance del lanciere, e l’esca
che volta ad arco la ripida riga
del pescatore in agguato. Suo pegno,
suo stemma comitale di contessa
è l’armeria che difende il suo regno
nello specchio di scatole riflessa.
.
(pubblicato in “l’immaginazione”, 233, settembre 2007)
Annunci

17 commenti

Archiviato in critica della poesia, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

POESIE IN DIALETTO NAPOLETANO di Annamaria De Pietro  Si vuo’ ‘o ciardino (Book, 2005 pp. 70 € 9) con una Nota esplicativa dell’autrice e un Commento di Giorgio Linguaglossa

A Rovato, nel castello Quistini, un giardino botanico di diecimila metri quadrati ospita Una collezione con oltre 1.500 varietà di rose

A Rovato, nel castello Quistini, un giardino botanico di diecimila metri quadrati ospita Una collezione con oltre 1.500 varietà di rose

Annamaria De Pietro è nata a Napoli, dove ha vissuto fino all’adolescenza, da padre napoletano e madre lombarda. Vive da tempo a Milano. Ha cominciato a scrivere non occasionalmente, ma sempre, in età matura. La sua prima pubblicazione in versi risale al 1997: Il nodo nell’inventario (Dominioni Editore, Como 1997). Sono seguiti Dubbi a Flora (Edizioni La Copia, Siena 2000), La madrevite (Manni, Lecce 2000), Venti fusioni a cera persa (Manni, Lecce 2002). Nel 2005 pubblica un libro in napoletano, Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, 2005), col quale paga il suo tributo alla città d’origine, poco amata, mai più visitata. Nell’ottobre del 2012 esce Magdeburgo in Ratisbona (Milanocosa Edizioni, Milano, 2012). Ultima pubblicazione Rettangoli in cerca di un pi greco. Il Primo Libro delle Quartine (Marco Saya Edizioni, Milano 2015).

Commento di Giorgio Linguaglossa

Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, 2005)

 È il più bel libro di poesia in dialetto che io abbia mai letto. E lo dico con piena consapevolezza, un autentico gioiello di poesia. Un hortus conclusus. Un luogo magico. Un luogo di endecasillabi sonori. Un «giardino» incantato. Il regno delle «rose». Rose che parlano, che cantano, che mormorano, che si innamorano, che interloquiscono con il «vento», che risponde; che interloquiscono anche con la luna e le stelle, che a loro volta interloquiscono con la rosa, insieme alla strega, che parlano con la pioggia, con l’inverno e con l’estate, con il «vecchio armato di cesoie» e con le melagrane, con i carbonai, con le ragazzine, le colombelle, con i «soldati davanti al generale», con il rosmarino, i lillà, i ciclamini, il sedano, la lavanda, le teste d’aglio, le margherite, i tulipani e le viole, e poi anche con l’insalata, con il prezzemolo, con la ruta e la maggiorana e la mimosa, con le fave, i lupini, i glicini. Un tourbillon di colori e profumi, di emozioni semantiche e iconiche espresso in una lingua delle fate scritta per gli elfi e le ninfe dei boschi, per le sirene del mare, una lingua felice, direi, appena al di qua dell’inautenticità del mondo, meravigliosamente sonora come un pianoforte a coda, dolce e festosa, ariosa e fragile come può esserlo un atto di magia, irripetibile nella sua inimitabile forma eventica.

Nel mezzo delle parole si fermò la parola. / Aveva passato una nottata di febbre, / la rosa, di sete e cenere, e lo diceva / a una bella famiglia di belle viole / che proprio allora dal sonno scendeva. (…) / Non sapevano le viole, non sapeva / la rosa che, né perché, quella nuova / febbre. Tu lo sai, bella figliola? / Se non lo sai te lo dico io: giorno entrava, / ché dal fogliame stava uscendo il sole – / e sarà questa l’ultima parola / fino a che il vetro corto non la trova.

annamaria de pietro copertinaNota di Annamaria De Pietro Il giardino – il mondo – il libro

Il 23 giugno 2004 è arrivato, non so come e perché, ‘O suonno. Mai prima la mia metà napoletana – la nascita, quindici anni di vita, mio padre – era diventata parola e rima. La metà tenuta fuori gioco; la lingua mai parlata, sempre ascoltata da lontano come una lingua d’altri, una lingua straniera, oggetto di curiosità (filologia) da una specola distante. Lingua di decisione, non di deriva; di cultura, non di natura. Fu l’italiano la lingua–filastrocca di metro smagliante, in bocca lombarda – mia madre.

Ma il 23 giugno, in obbedienza alla mal compresa idraulica delle cisterne, è arrivato ‘O suonno, e poi a cascata, in meno di due mesi, tutto il giardino. Detto in quella lingua di decisione, di cultura, povera per scarsezza di parole, mai arricchita da una continuità d’uso. E tale ho voluto che fosse, ho rifiutato il dizionario. Questo era il blocco, intero e stagno fuori della continuità del tempo.

Quella lingua di decisione ha voluto, straniera, essere naturalizzata entro una regolata, non spontanea pratica d’uso, e con testarda oltranza ha voluto voce per voce essere un giardino di rose; io ne ho accettato la volontà e il passo, e passo dopo passo ho voluto, con quella voce non mia che diventava formulandosi mia, ribadire un giardino di rose e cose, un giardino talmente fitto e concluso in se stesso da escludere per volontà sua, mia, ogni altra possibile cosa. E così, scrivendosi per decisione, il giardino si è rivelato il mondo, coltura orizzontale fonda alla sua proiezione verticale verso l’alto: il cielo degli astri, le infaticabili idrometeore, le vie del vento. E mi si è rivelato che non c’è mondo oltre il giardino – oltre al giardino. Che non c’è muro. Cosa potrebbe esserci oltre il muro? Regate sul fiume Oceano? un parcheggio? un luna park? Il muro è giardino, l’aria oltre il muro è giardino, il pensiero dell’aria oltre il muro è giardino.

L’esistenza del giardino è accertata dalle cose che lo abitano, e dai loro nomi. Ogni passo di rilevazione – ogni titolo – è il nome di una cosa (persona–cosa) preceduto dall’articolo: una schedatura; fa eccezione Maccarìa, che è uno stato intero del mondo – non si lascia mettere il sale sulla coda da un articolo.

E – così ho deciso – l’unico criterio onesto di schedatura del giardino–mondo, intricato, radicato, fiorente, discusso da pioggia e vento e luce e buio, indomabile, è l’ordine alfabetico dei titoli–cose–personae. Il giardino–mondo appare, non tenta giustificazioni, non si corregge, non si commenta nel tempo. Ma, luogo di se stesso, vuole – e così io voglio che sia – collocarsi dentro una forma di luogo. E allora il blocco delle comparse in ordine alfabetico si colloca fra due valve, queste sì decise per ordine e giustificate per senso: in apertura il testo triplice L’indiscreto – ‘A mascaturaLa serratura e il testo ‘O suonno; in chiusura il testo ‘A sunagliera e il testo duplice ‘A chiave. Parlamiento d’ ‘o ciardeniereLa chiave. Detto del giardiniere.

La forma del giardino–mondo è la forma di un libro: la serie, contemporanea a sé in un blocco coeso di titoli ordinati secondo le lettere, sta chiusa fra le quattro pagine di copertina, pagine di statuto diverso, pagine funzionali. E a ciascuno dei due limiti esterni, sinistro e destro, sta un testo in italiano, la lingua di natura, quella che garantisce ammaestra e regola. L’astuccio.

annamaria de pietro

annamaria de pietro

Dentro, alle cose–personae del giardino–mondo piace parlare, l’una all’altra. Piace, spiace. Entro il magistero pungente a forza viva della grammatica – il disegno geometrico a grammatura che all’infrascata concerta chi? Non il giardiniere, io credo. Il giardiniere non è un abitante del giardino; non è che un detto. Chi? Forse un rischioso passo d’incrocio fra il vento cui tu non fermi luogo e il furibondo rosso? Tutto sta dentro.

Ma ora dico: se il giardino è il mondo, la vita; e se il giardino è la forma del libro – se ne dovrà concludere che il libro è il mondo, la vita? No, ora dico: come tutte le leggi che regolano il metodo logico della relazione quotata per passi di asseverante intelligenza, anche la proprietà transitiva non vale in questa decisa, non decisa, e speciosa salita all’indietro fluida e intransitiva da libro a vita che è la cerca persa, il furto a perdere della scrittura.

Il giardino e il mondo, ciascuno in sé giardino e mondo, si vanno a trovare talvolta, fra loro parlando. E parlando possono assomigliarsi, di fronte, a fronte, nella foglia dello specchio infedele che si chiama libro. Nelle sue foglie, se nome fedele è il verde?

O suonno

Pe ccopp’a sta fenesta vanno ‘e rrose.
Una nun vire. Ma a qqua’ parte è gghiuta?
– straccianno ‘a parte a pparte ‘o velo ‘e sposa
cu ‘e spine stesse d’ ‘a fronna ca saluta.

Maggio fernesce ‘e juorne, e ss’arreposa
a ffianco ê ggrare ca saglieno ‘a sagliuta
pe qquant’è llonga chell’attussecosa
scalinata, longa n’anno, e pperduta.

Spezza cu ‘e riente està ‘e spighe siccate,
spanne chiuvenno vierno ‘e panne ‘nfuse,
‘o mese curto nun ghienche ‘a mesata –

se rorme maggio, e vvuie nunn ‘o scetate,
mise, cu ‘e zuóccule. Forse, porta ‘nchiusa
‘o suonno ‘e maggio ‘a rosa – chella, o n’ata.

IL SONNO [IL SOGNO]. Tutt’attorno a quella finestra vanno le rose. / Una non vedi. Ma da che parte è andata? / – strappando da parte a parte il velo di sposa / con le spine stesse della fronda che saluta.
Maggio esaurisce i giorni, e si riposa / accanto alla scala che sale la salita / per quanto è lunga quella velenosa / scalinata, lunga un anno, e perduta.
Spezza coi denti estate le spighe seccate, / stende piovendo verno i panni bagnati, / il mese corto non completa il mese [non paga tutto il mensile] –
si dorme maggio, e voi non lo svegliate, / mesi, con gli zoccoli. Forse, porta chiusa [in sé] / il sonno [il sogno] di maggio la rosa – quella, o un’altra.

* * *

‘A lastra

Ricette ‘a rosa: – Nun me lassà sola, –
ô viento – pecché assai me fa paura. –
– Te fa paura? Chi, bbella figlióla? –
– ‘A luna, forse, quann’ ‘a notte scura,
ca va taglianno tutta ll’erba nova
e ppo’ ‘a scamazza cunnulianno ‘a sòla,
e a gghiuorno filo d’erba nun se trova.
‘E stelle, forse, ch’ ‘e ffrutte ammature
pognono cu ccient’aghe ‘e fierro e dd’oro
e int’ê scorze vacante fanno ll’ove.
Po’, â matina, me pare, jèsceno afora
nùreche ‘e sierpe – ma nunn è ssicuro.
‘O cielo, forse, ca ‘nzerra ‘a caióla
tutt’attuorn’a ll’aucielle cantature,
sbattenno a ssanghe ‘e scelle ‘nfacc’ê mure,
e scella e scella a vvolo curto vola
ca s’ha perduta ‘a chiave e ‘a mascatura.
‘A notte, forse, ch’è nnera figura.
Senz’ ‘e se fà capì move e nun move
‘e spiecchie ‘e ll’uocchie, e ‘a vocca a ddiente e mmole,
e ‘e mmane ‘e friddo pe ddint’ê llenzóle.
‘O viento, forse, ca mme straccia ‘o core
quanno passanno strilla e nnun se cura,
mariuolo, viento, ‘e m’arrubbà ll’addore
d’ ‘e ffronne meie, e i’ nun tengo ati pparole. –
– Io so’ ‘o viento, e pporto e sperdo ‘a notte nera,
e ‘a luna, e ‘e stelle, e ‘o cielo; io ‘e llumere
primm’appiccio e ppo’ stuto, ‘a legge, ‘a prova
d’ ‘o munno ca se fuje senza rummore.
Io te so’ ffrate e ttu mme si’ ssora,
io te so’ ppate e ttu mme si’ ccrïatura,
io te so’ sposo e ttu mme si’ mmugliera –
mariuole tutt’ ‘e dduie, vetriuolo e ffreva
ca s’arrobba ‘o ciardino, e ‘nchiova e schiova
chesta lastra ‘e bbucìe – ch’ê vvote chiove,
ê vvote pare ca sta ascenno ‘o sole. –

LA LASTRA. Disse la rosa: – Non lasciarmi sola, – / al vento – perché assai mi fa paura. – / – Ti fa paura? Chi, bella figliola? – / – La luna, forse, quando la notte imbruna, / che va tagliando tutta l’erba nuova / e poi la schiaccia dondolando la suola, / e a giorno filo d’erba non si trova. / Le stelle, forse, che la frutta matura / pungono con cento aghi di ferro e d’oro / e nelle bucce vuote fanno le uova. / Poi, alla mattina, mi pare, escono fuori / nodi di serpi – ma non è sicuro. / Il cielo, forse, che serra la gabbia / tutt’attorno agli uccelli canterini, / sbattendo a sangue le ali contro i muri, / e ala e ala a volo corto vola / ché si è perduta la chiave e la serratura. / La notte, forse, che è nera figura. / Senza farsi sorprendere muove e non muove / gli specchi degli occhi, e la bocca a denti e molari, / e le mani di freddo dentro le lenzuola. / Il vento, forse, che mi straccia il cuore / quando passando urla e non si cura, / ladro, vento, di rubarmi il profumo / dei miei petali, e io non ho altre parole. – / – Io sono il vento, e porto e sperdo la notte nera, / e la luna, e le stelle, e il cielo; io le lumiere / prima accendo e poi spengo, la legge, la prova / del mondo che si fugge senza rumore. / Io ti sono fratello e tu mi sei sorella, / io ti sono padre e tu mi sei figlia, / io ti sono sposo e tu mi sei moglie – / ladri tutti e due, vetriolo e febbre / che ruba il giardino, e inchioda e schioda / questa lastra di bugie – ché a volte piove, / a volte pare che stia uscendo il sole. –

* * *

‘A mùseca

Steva rint’ô ciardino na rosa a cciente fronne.
‘O viento a ffronna a ffronna ‘a vulette tuccà,
e ccu ccinquanta vocche ‘a rosa ll’arrisponne:
sient’ ‘o viento sunà, sient’ ‘a rosa cantà.

Tantu chiano sunavano e ccantavano, e ll’està
tantu chiano tremmava ‘a funtana a onna a onna,
c’ ’a rosa e ‘o viento e ll’acqua, senz’ ‘e se nn’addunà,
chiano s’arrevutàjeno rint’ô lietto d’ ‘o suonno.

Senza rummore ‘o sole ascette p’ ‘o canciello
d’ ‘o muro d’ ‘o ciardino, comme sta zitta e vva
p’ ‘e cancielle ‘e campagna na fila ‘e pecurelle.

E ppo’ s’apprisentàjeno ‘a luna e ttutt’ ‘e stelle,
ma cu ‘e llumère vasce, e ccantavano ‘a nonna.
Ll’aucielle s’addurmètteno sunnanno sott’â scella.

LA MUSICA. Stava dentro il giardino una rosa centifolia. / Il vento a petalo a petalo la volle toccare, / e con cinquanta bocche la rosa gli risponde: / senti il vento suonare, senti la rosa cantare.
Tanto piano suonavano e cantavano, e l’estate / tanto piano tremava la fontana a onda a onda, / che la rosa e il vento e l’acqua, senza accorgersene, / piano si rivoltarono dentro il letto del sonno.
Senza rumore il sole uscì per il cancello / del muro del giardino, come sta zitta e va / attraverso i cancelli di campagna una fila di pecorelle.
E poi si presentarono la luna e tutte le stelle, / ma con le luci basse, e cantavano la ninnananna. / Gli uccelli si addormentarono sognando sotto l’ala.
annamaria de pietro 2010 febb

annamaria de pietro 2010 febb

‘A notte

‘O cielo se fujeva a onne e a onne
perdenno nu specchietto a ogne ffuntana,
acqua int’a n’acqua sempe cchiù lluntana.
‘A notte fuie na rosa senza fronne.

LA NOTTE. Il cielo si fuggiva a onde e a onde / perdendo uno specchietto a ogni fontana, / acqua in un’acqua sempre più lontana. / La notte fu una rosa senza petali.

* * *

A strega

Chiove e cchiove e cchiuvenno chiove, e mmanco
‘e na cràstula ‘e specchio ll’aria è asciutta,
chiove pe ttutt’ ‘o ciardino e ppe ttutta
ll’aria scomma nu sciummo friddo e gghianco.

Chiove pe ccoppa e ppe ssotto e ppe ffianco,
pe stuorto e ppe dderitto, chiove bbrutto,
comme si ‘o cielo se chiagnesse a llutto
e nnun sapesse d’addo’ chiove ‘o chianto.

Chiove int’ê ffrasche e ê ffronne ‘o viento, ‘o schianto
‘e na trubbéa c’have stracciato e rrutto
ll’albere ‘e vele ‘e na varca vacante.

Na rosa streppata d’ ‘o viento na chianta
‘e rosa chiagne, e cchiove, e cchiagne, e allucca
comm’a na strega c’ha perduto ‘o guanto.

LA STREGA. Piove e piove e piovendo piove, e neanche / di una scheggia di specchio l’aria è asciutta, / piove per tutto il giardino e per tutta / l’aria schiuma un fiume freddo e bianco.
Piove per sopra e per sotto e per fianco, / per storto e per diritto, piove brutto, / come se il cielo si piangesse a lutto / e non sapesse da dove piova il pianto.
Piove nelle frasche e nelle fronde il vento, lo schianto / di una bufera che ha stracciato e rotto / gli alberi di vele di una barca vuota.
Una rosa strappata dal vento una pianta / di rosa piange, e piove, e piange, e urla / come una strega che ha perduto il guanto.

* * *

‘E ccarte

Fronne ‘e parole screvette ‘a rosa ingrese
rint’ô ciardino pe ll’uocchie d’ ‘e rrose
primmavera e staggione, ‘e tenta ‘e rosa
p’ ‘a tenta ‘e russo d’ ‘e rrose d’ ‘o paese,
e ccheste a cchella – ‘o ciardino è ccurtese.
Ma rint’ê ccarte nun stevano cose,
sulo nu filo ca nun conta e ccóse,
nu cirro ‘e gnostia a rriccio ca nun pesa.
Stracciava ‘o viento ‘e ccarte a mmese a mmese,
‘a filigrana stracciava ‘a mimosa,
scardava ‘a trezza ‘a figura annascosa
‘e nu ciardino zingaro e ffurese.
Venette vierno, ca se pava ‘e spese.
Tutt’ ‘e ccarte pe vvierno so’ pprezziose,
e ttutt’ ‘e mmette int’â canesta ‘nfosa
a una manèra, strelline e tturnese –
e cc’ ‘a stessa valanza tutt’ ‘e ppesa,
e ddint’â stessa cascia tutt’ ‘e pposa.
Stateve zitte, è vvierno, bbelli rrose,
ca zittu zitto ‘e notte scenne ‘a scesa.

LE CARTE. Petali di parole scrisse la rosa inglese / nel giardino per gli occhi delle rose / primavera ed estate, di tinta di rosa / per la tinta di rosso delle rose del paese, / e queste a quella – il giardino è cortese. / Ma nelle carte non stavano cose, / soltanto un filo che non conta e cuce, / un cirro d’inchiostro a riccio che non pesa. / Strappava il vento le carte a mese a mese, / la filigrana strappava la mimosa, / scioglieva la treccia la figura nascosta / di un giardino zingaro e forese. / Venne verno, che recupera le spese. / Tutte le carte per verno sono preziose, / e tutte le mette nella cesta bagnata / allo stesso modo, sterline e tornesi – / e con la stessa bilancia tutte le pesa, / e nella stessa cassa tutte le posa. / State zitte, è verno, belle rose, / che in silenzio di notte scende la discesa.

* * *

‘E ffronne

‘O tiempo se sfrunnàie: vierno veneva.
E ppassanno sfrunnava cu ddoie mane
‘e rrose, e sse purtava int’ô lluntano
ll’ogne d’ ‘o rrusso pe ddà sanghe â neve.

LE FRONDE. Il tempo si sfrondò: verno veniva. / E passando sfrondava con due mani / le rose, e si portava nel lontano / le unghie del rosso per dar sangue alla neve.

* * *

‘E guante

– I’ vurrìa veré ‘a neve. Aggio saputo
ch’è ttutto nu ciardino ‘e rose janche
strette strette p’ ‘o friddo e ssenza fronne, –
ricette ‘a rosa – e a ttaglie nun se leva. –

– I’ vurrìa veré ‘a rosa. – s’arrisponne
‘a neve. – È nneve rossa, è nu velluto
russo tagliato a ffronne, e spaso a vvranche,
aggio saputo, e abbrucia comm’â freva. –

A ll’una e a ll’ata autunno steva a ffianco
‘mmiez’a nu viento ‘e fronne ‘e vite a onne,
e ll’uno e ll’atu guanto ‘eva perduto.
Ll’ammore è ‘a rosa, ll’ammore è ‘a neve.

I GUANTI. – Io vorrei vedere la neve. Ho saputo / che è tutto un giardino di rose bianche / strette strette per il freddo e senza petali, – / disse la rosa – e a tagli non si leva. –
– Io vorrei vedere la rosa. – si risponde / la neve. – È neve rossa, è un velluto / rosso tagliato a petali, e sparso a manciate, / ho saputo, e brucia come la febbre. –
All’una e all’altra autunno stava al fianco / in mezzo a un vento di foglie di vite a onde, / e l’uno e l’altro guanto aveva perduto. / L’amore è la rosa, l’amore è la neve.

Annamaria de Pietro CoverO cappiello

Teneva nu cappiello a ppenne ‘e starna
ch’ ‘eva acciso cu ‘e pprete aret’ô muro,
ma nun pe ss’arrustì cu ‘e llegne ‘e ccarne,
sulo pecché teneva ‘o core scuro
e lle piaceva ‘a morte.

‘A starna ll’ ’eva jettata fredda e ccrura
rint’a na cava ‘e prete, ll’ogne a rriccio,
‘o vrito ‘e ll’uocchie na mana ‘e pittura,
‘a cora secca nu muzzone ‘e miccio,
‘e scelle troppo corte.

‘E ppenne ll’ ‘eva mise pe ccrapiccio
attuorn’a nu cappiello ‘e lana vecchia,
ca mo’ lle pare ca vola e ss’appiccia
si ‘a copp’â spalla p’ ‘a smerza se specchia
a gguardature storte.

E ‘a vo’ int’ô specchio p’ ‘a deretta â recchia
na rosa a ccinche fronne c’ ‘a furesta
e mmaggio a ll’ombra ggià smerza e apparecchia
si corre ampress’ampressa e nnun s’arresta
‘mmiez’ê spiecchie d’ ‘e pporte.

Na rosa viva comm’a na tempesta
‘ncopp’a stu mare sicco ‘e fronne ‘e lana
e spìngule, na campanella ‘e festa
rossa comm’a na vocca ‘e melagrana
ca sona a ggrana forte –

e vvo’ c’ ‘o rrusso sona ‘o rrusso e ssana
stu cappelluccio ‘e cennere. Ma ‘a rosa
è ll’ombra ‘e maggio, ‘a furesta è lluntana,
nisciunu specchio ‘a rosa e ‘a morte sposa.
Nun smerza ‘e spiecchie ‘a sciorte.

IL CAPPELLO. Aveva un cappello a penne di starna / che aveva ucciso con le pietre dietro il muro, / ma non per arrostirsi con la legna le carni, / solo perché aveva il cuore scuro / e gli piaceva la morte.
La starna l’aveva gettata fredda e cruda / dentro a una cava di pietre, le unghie a riccio, / il vetro degli occhi una mano di pittura, / la coda secca un mozzicone di stoppa, / le ali troppo corte.
Le penne le aveva messe per capriccio / attorno ad un cappello di lana vecchia, / che ora gli pare che voli e si accenda / se da sopra alla spalla a rovescio si specchia / a sguardi storti.
E la vuole nello specchio per dritto all’orecchia / una rosa a cinque petali che la foresta / e maggio all’ombra già rovescia e apparecchia / se corre in fretta in fretta e non si arresta / in mezzo agli specchi delle porte.
Una rosa viva come una tempesta / sopra quel mare secco di foglie di lana / e spilli, una campanella di festa / rossa come una bocca di melagrana / che suona a grana forte –
e vuole che il rosso suoni il rosso e sani / quel cappelluccio di cenere. Ma la rosa / è l’ombra di maggio, la foresta è lontana, / nessuno specchio la rosa e la morte sposa. / Non rovescia gli specchi la sorte.

* * *

‘O fummo

Vène pe vvierno a strisce d’aria ‘o fummo
rint’ô ciardino ca fuie ‘a casa d’ ‘a rosa –
maggio fujette fin’â casa d’ ‘a morte
pe na via longa fatta ‘e fummo e dd’aria
larga ‘e feneste aperte a ll’aria ‘e vierno,
e pp’ ‘e ffeneste spia ‘o ciardino maggio.

A ll’ata parte ‘e ll’aria guarda maggio
‘o ciardino p’ ‘a cennere d’ ‘o fummo
c’ ‘a nu fuoco ‘e gravune spanne vierno.
Rint’ê ggravune na semmente ‘e rosa
chianu chiano schiuppanno appiccia ll’aria,
fa ‘o viento c’ ‘o ventaglio ‘e penne ‘a morte.

Ma nun s’ ‘e scarfa d’ ‘o ffriddo d’ ‘a morte
ll’osse ‘e lignamme niro e ssicco maggio,
ca passa ‘o viento pe sta casa d’aria,
nu viento apierto chino ‘e fronne e ‘e fummo
c’a ffreva lenta coce ‘e ffronne ‘e rosa
‘nterr’ô ciardino apierto ô viento ‘e vierno.

Guarda ‘o fummo ca vola zitto vierno,
move e nun move ‘o fummo zitta ‘a morte,
aràpe e cchiure ll’uocchie zitta ‘a rosa
‘e vrace, e gguarda ‘o rrusso zitto maggio.
Pe ttutta ll’aria more e nnasce ‘o fummo
e ttrase e gghiesce p’ ‘e ffeneste d’aria.

Sta ‘e casa ‘o fummo int’a stu specchio d’aria
c’a strisce ‘e viento specchia ‘a faccia ‘e vierno
vicin’ô ffuoco guardanno zitto ‘o fummo
comm’a nu viecchio ca se penza ‘a morte,
guardanno rint’ô specchio ‘a faccia ‘e maggio
ca rint’ô specchio ‘e vrace guarda ‘a rosa.

Pe ‘mmiez’â cennere e â vrace guarda ‘a rosa
‘a faccia ‘e vierno ê llastre roppie ‘e ll’aria,
e â lastra smerza vére ‘a faccia ‘e maggio
c’â bbucìa ‘e ll’aria pare ‘o figlio ‘e vierno –
crïatura e vviento int’â casa d’ ‘a morte,
‘a morte ca se fuje persa c’ ‘o fummo.

È ccosa ‘e fummo ‘o nùreco ‘e vierno –
cu ‘e ddete ‘a morte ‘o sbroglia a strisce d’aria –
striscia pe striscia maggio ‘ntrezza ‘a rosa.

IL FUMO. Viene per verno a striscie d’aria il fumo / dentro il giardino che fu la casa della rosa – / maggio fuggì fino alla casa della morte / per una via lunga fatta di fumo e d’aria / larga di finestre aperte all’aria di verno, / e alle finestre spia il giardino maggio.
All’altra parte dell’aria guarda maggio / il giardino attraverso la cenere del fumo / che da un fuoco di carboni sparge verno. / Dentro i carboni una semente di rosa / piano piano sbocciando accende l’aria, / fa il vento col ventaglio di penne la morte.
Ma non se le riscalda dal freddo della morte / le ossa di legno nero e secco maggio, / ché passa il vento per quella casa d’aria, / un vento aperto pieno di foglie e di fumo / che a febbre lenta cuoce i petali di rosa / dentro il giardino aperto al vento di verno.
Guarda il fumo che vola zitto verno, /muove e non muove il fumo zitta la morte, / apre e chiude gli occhi zitta la rosa / di brace, e guarda il rosso zitto maggio. / Per tutta l’aria muore e nasce il fumo / ed entra ed esce per le finestre d’aria.
Abita il fumo in quello specchio d’aria / che a strisce di vento specchia il volto di verno / accanto al fuoco guardando [che guarda] zitto il fumo / come un vecchio che si pensa la morte, / guardando [che guarda] nello specchio il volto di maggio / che nello specchio di brace guarda la rosa.
Fra la cenere e la brace guarda la rosa / il volto di verno ai vetri doppi dell’aria, / e al vetro rovescio vede il volto di maggio / che alla bugia dell’aria sembra il figlio di verno – / bambino e vento nella casa della morte, / la morte che si fugge persa col fumo.
Non è che fumo il nodo di verno – / con le dita la morte lo scioglie a strisce d’aria – / striscia per striscia maggio intreccia la rosa.

* * *

‘A sunagliera

Si vuo’ ‘o ciardino tècchet’ ‘o ciardino,
si nunn ‘o vuo’ i’ nun tengo ati ccose
‘a quanno ll’aria d’ ‘e ssemmente ‘e rosa
sbacantàie tutt’ ‘o cuoppo a vvolo chino.

Criscette senza legge e ssenza fine
pe ttutte parte aro’ ll’uocchio se posa
na villa, na furesta, na scugliosa
onna d’èvera ‘e mare a na marina.

E ppe ttutto stu vverde sta annascosa
na sunagliera ‘e rose e spine fine
ca strilla forte ‘o rrusso, e qquaccheccosa.

I’ mo’ nun saccio ‘mmiez’ê rrose e ê spine
truvà na via ca sbroglia sta ‘ntricosa
felicità. M’ ‘o ‘mpare tu ‘o ciardino?

LA SONAGLIERA. Se vuoi il giardino eccoti il giardino, / se non lo vuoi io non ho altro / da quando l’aria delle sementi di rosa / svuotò tutto il cartoccio a volo pieno.
Crebbe senza legge e senza fine / da ogni parte ove l’occhio si posa / un parco, una foresta, una scogliosa / onda di alghe a una marina.
E per tutto quel verde sta nascosta / una sonagliera di rose e spine fine / che urla forte il rosso, e qualche cosa.
Io ora non so fra le rose e le spine / trovare una via che sbrogli questa indiscreta / felicità. Me lo insegni tu il giardino?
  1. D. P.

20 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Poesie in dialetto, Poesie in dialetto napoletano