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L’aporia del presente nella poesia di Mauro Pierno e di Donatella Costantina Giancaspero. L’ingresso del fattore T nella poesia della nuova ontologia estetica, Il tempo viene messo in scatola – Le parole oscurate di papa Francesco – Riflessione sulla nuova poesia di Gino Rago, Poesie di Mauro Pierno, Lucio Mayoor Tosi, Mario Gabriele, Giorgio Linguaglossa, Salvatore Martino,

Foto uomini che scendono le scale

Il tempo viene messo in scatola, ecco il fattore T.

 La redazione dell’Ombra auspica per tutti i lettori e commentatori della rivista serene festività e un Anno nuovo ricco e fertile di «cose».

Giorgio Linguaglossa
22 dicembre 2017 alle 11:02

Nell’edizione serale del TG1 di ieri, la frase di Papa Francesco indirizzata contro i «complotti» è sparita: «Riformare la Curia è come voler spolverare la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti» diceva monsignor De Mérode; e Francesco ieri ha ripetuto quella frase. Giunto al suo quinto anno di lavoro sulle riforme e al suo quinto discorso per gli auguri natalizi ai collaboratori romani, il papa spiega che «una Curia chiusa in sé stessa sarebbe condannata all’autodistruzione»; «è come voler togliere la polvere dalla Sfinge con uno spazzolino da denti”. Ebbene, questa frase è stata “oscurata”.

È incredibile, adesso siamo arrivati addirittura a CENSURARE le frasi del papa che non riescono gradite alle orecchie dei mercanti di schiavi dei Padroni e del conformismo mediatico più spregiudicato. Voglio proprio vedere se di questa frase c’è traccia nei quotidiani.

Parafrasando la frase che il Papa Francesco ha pronunciato ieri in Vaticano:

Voler fare pulizia nella poesia italiana è come voler togliere la polvere dalla Sfinge con uno spazzolino da denti.

Foto giallo sfondo con femme and hat

Voler fare pulizia nella poesia italiana è come voler togliere la polvere dalla Sfinge con uno spazzolino da denti

Lucio Mayoor Tosi

Lungo il viale del tempo

– oh, grazie! Che immagine romantica.
… dove nascono ad aprile le cavallette
e a giugno le prime aragoste

dentro la scatola bianca dei souvenir,
per un soffio, il forte vento fa tremare
le statue sui basamenti.

Sì, è scritto nell’articolo di una rivista letteraria:

“Nella realtà inquieta dei poeti, tutte le cose
sono immense, o infinitamente piccole”
e “L’anello grigio del secolo scorso
potrebbe ustionare chi lo porta al dito. Farlo piangere”.

– Oh, Il canto silenzioso delle lumache!

L’oasi K2 quando arrivano rifornimenti e libagioni!
Le prime Candies Blue alla frutta danese!
Il bel tramonto su Baudelaire!

A pagina chiusa, il libro narra di noi
nel Mausoleo del Parlamento.

Non un granello di polvere tra i corpi
refrigerati.

Ho lasciato il mio guardaroba
tra mille anni.

Onto Gino Rago_2

Salvatore Martino: Al mio paese ci sono notti che le barche corrono lungo il soffio dei pesci e l’albero appassito della prua

   

Gino Rago
21 dicembre 2017 alle 18:34

Salvatore Martino

ovvero, “la poesia di Eros nel gesto controllato che riesce a farsi segno…”

“Al mio paese ci sono notti che le barche corrono lungo il soffio dei pesci e l’albero appassito della prua notti nel sonno di maree umide e gialle Tutto il giorno ho sperato di te con la testa all’angolo del braccio Umide e gialle di scogli appuntiti Nel chiuso della stanza le pareti si gonfiano lo specchio quadrato il tavolo le sedie il gioco alterno dei marosi rossi e bianchi e bianchi l’assurda figura dei vestiti la porta che non s’apre Sei intero come il tutto che ci divide nel tuo corpo di vetro E notti ci sono allungate dal buio di correnti che lampeggia il tossire dell’aria e distendi alla luce del ventre l’inutile sorriso…”.

Si assiste all’affiorare dei temi centrali della tradizione lirica italiana e della poesia fatta dagli insulari, dal nostos omerico alla trasfigurazione epica della pesca, dalla presenza della morte a quella dei delfini e delle sirene, ma almeno in questo brano di cristallina prosa d’arte ci imbattiamo in un Salvatore Martino alle prese con i segni di quell’immenso lavoro sul linguaggio in atto che troverà nell’opera futura in via di preparazione una sua realizzazione più compiuta.

La selezione da me effettuata risponde a una lettura possibile, senz’altro parziale. Aggiungo che ho preferito esporre, bruscamente e talvolta estraendoli a forza dal corpo dei versi postati su l’Ombra, un passaggio nel quale si trovano inseriti quei segni che sembrano garantire un’illuminazione immediata, la cui matrice affettiva e nostalgica assume un rilievo specifico ma tuttavia mai incline all’arreso ripiegamento intimista.

Dalla nostalgia per i tempi a quella per gli spazi e fino al ricordo di ” amici” o compagni che fanno la guardia in sembianza di animali fedeli, Martino ci sospinge dalla parte di chi parla nei «versi oscuri della divozione», con la voce di un mitico fanciullo che viene dal Sud, un Sud isolano mai consegnato all’oblio, come fu per Ripellino, per Cattafi e soprattutto per Stefano D’Arrigo alle cui frequenze delicate accosto quelle di Salvatore Martino, almeno se mi limito a considerare i versi riportati di seguito, tratti da Pregreca”del D’Arrigo poco prima di Orcynus Orca:

da Pregreca di Stefano D’Arrigo:

“Gli altri migravano: per mari
celesti, supini, su navi solari
migravano nella eternità.
I siciliani emigravano invece (…)”

Due sensibilità poetiche ben precise e senza sforzi riconoscili, dai contorni ben disegnati, Salvatore Martino e Stefano D’Arrigo, ma entrambe mosse, agitate, nutrite da Eros come forza vitale, come forza cosmica primordiale che nei loro versi riesce a farsi trasparenza d’alabastro di contro alla opacità della pietra. Eros, il gesto controllato che riesce a farsi segno nella “insidia della soglia”, come in questi versi di Salvatore Martino:

” I morti sono morti e basta
e freddi
perché la morte è fredda
e dio è volato
sopra i gabbiani che piangono”

onto Lucio Mayoor Tosi

L.M. Tosi – oh, grazie! Che immagine romantica.
… dove nascono ad aprile le cavallette/ e a giugno le prime aragoste

2 –Lucio Mayoor Tosi, ovvero un poeta che gioca con il tempo nello Spazio Espressivo Integrale:

Lucio Mayoor Tosi, “Lungo il viale del tempo”

– oh, grazie! Che immagine romantica.
… dove nascono ad aprile le cavallette
e a giugno le prime aragoste
dentro la scatola bianca dei souvenir,
per un soffio, il forte vento fa tremare
le statue sui basamenti.
Sì, è scritto nell’articolo di una rivista letteraria:
“Nella realtà inquieta dei poeti, tutte le cose
sono immense, o infinitamente piccole”
e “L’anello grigio del secolo scorso
potrebbe ustionare chi lo porta al dito. Farlo piangere”.
– Oh, Il canto silenzioso delle lumache!
L’oasi K2 quando arrivano rifornimenti e libagioni!
Le prime Candies Blue alla frutta danese!
Il bel tramonto su Baudelaire!
A pagina chiusa, il libro narra di noi
nel Mausoleo del Parlamento.
Non un granello di polvere tra i corpi
refrigerati.
Ho lasciato il mio guardaroba
tra mille anni. Continua a leggere

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UNA POESIA di Vladimir Majakovskij: A Sergej Esenin Traduzione e Commento di Paolo Statuti con un Appunto di Antonio Sagredo

 majakovskij illustrazione

 Vladimir Majakovskij: A Sergej Esenin

Commento di Paolo Statuti

Vladimir Majakovskij e Sergej Esenin – due grandi poeti in continuo dissidio tra loro, e non poteva essere diversamente: il primo – membro fondatore del LEF (Fronte di Sinistra delle Arti), cantore del proletariato, definito il “gigante fragile”, devoto in amore, modesto e costumato nei rapporti umani, rivoluzionario autentico che si batteva per la libertà totale dell’individuo da ogni oligarchia; il secondo – geniale poeta contadino che non tollerava rivali, “eroe” della bohème moscovita, sfrenato bisessuale con una vita turbolenta e disordinata come pochi…

L’atteggiamento negativo di Esenin verso Majakovskij è stato sottolineato da diversi letterati della cerchia di quest’ultimo. Il critico e storico della letteratura V.B. Šklovskij, ad esempio, afferma che «a Esenin non piaceva Majakovskij e strappava i suoi libri, se li trovava in casa». Il poeta V.S. Roždestvenskij definisce «strani» i rapporti tra i due poeti: «C’era tra loro una ostilità che non si attenuava mai. Per Majakovskij Esenin era un evidente “male lirico”. Polemizzando con quest’ultimo e con il suo entusiastico uditorio, giudicava con ironia gli incontri poetici del rivale. L’irascibile ed estremamente permaloso Esenin non glielo perdonò mai». Ed ecco una testimonianza del poeta proletario N. Poletaev: «Una volta, durante un ricevimento presso la Casa della Stampa, a capodanno, dopo aver abbondantemente bevuto, Esenin importunava Majakovskij, gridandogli quasi piangendo: «La Russia è mia, capisci? – mia, e tu…tu sei americano! La Russia è mia!» Al che Majakovskij rispose tranquillamente: «Prego, prendila pure! Mangiala col pane!».

Majakovskij Rodcenko uno scatto

Majakovskij Rodcenko uno scatto

Non è un segreto per nessuno che Majakovskij si riteneva un genio, e di conseguenza considerava la creazione degli altri poeti, inclusi i classici della letteratura russa, con un certo disprezzo. Alcuni li criticava apertamente, altri li derideva, altri ancora li tacciava di grafomani, in quanto le loro opere non avevano alcun valore per le generazioni future. Nei confronti di Esenin il suo atteggiamento era assai controverso, riconosceva in lui il talento letterario, ma non poteva accettare la mancanza di idee e di principi in questo “rinomato beone artigiano”, ritenendo che Esenin avrebbe dovuto usare il suo ingegno non per descrivere le bellezze della natura russa, ma per il bene della rivoluzione.

Malgrado ciò, dopo la tragica morte di Esenin, Majakovskij riesaminò il suo giudizio sulla vita e la creazione del poeta contadino, tanto che nella primavera del 1926 scrisse la famosa poesia “A Sergej Esenin”, da cui emergono sentimenti diversi: rammarico, costernazione, comprensione…Non intendo fare qui un’analisi di questa poesia, mi limiterò quindi a richiamare l’attenzione sulla strofa finale, che è una polemica parafrasi delle famose parole  dell’ultima poesia di Esenin: «In questa vita morire non è nuovo,/ma più nuovo non è neanche vivere”. Quando Majakovskij scrisse questa poesia la versione ufficiale della scomparsa di Esenin era il suicidio, ed egli non poteva prevedere che un giorno essa sarebbe stata messa in dubbio. Egli era convinto che Esenin si fosse tolto volontariamente la vita, perché non aveva saputo trovare il suo posto nella nuova società. Oggi, dopo la pubblicazione dei documenti della GPU, dove risulta che il poeta sarebbe stato assassinato, anche l’autenticità della celebre lettera scritta da Esenin col proprio sangue, in mancanza dell’inchiostro, prima di morire, viene messa in discussione, e si pensa che sia stata architettata per avvalorare la tesi del suicidio. Esenin con la sua vita sregolata, con le sue critiche al potere sovietico, con la sua rabbia per quanto riguardava la popolazione contadina che si sentiva delusa e tradita dalla rivoluzione – era diventato un personaggio molto scomodo per il regime. Del resto, alcuni particolari relativi al corpo appeso al tubo del riscaldamento, fanno propendere per la tesi dell’omicidio: la mano era in una posizione innaturale, come se avesse cercato di sollevarsi per non essere strozzato, il laccio non era ben stretto, i graffi sul braccio destro e una contusione sotto l’occhio sinistro, farebbero pensare a una disperata colluttazione con i suoi sicari, anche se probabilmente era ubriaco. L’autopsia rivelerà inoltre che la spina dorsale era spezzata, come se qualcuno gli avesse afferrato le gambe e lo avesse tirato giù con forza mentre era appeso.

sergej esenin nella bara

sergej esenin nella bara

E il “suicidio” di Majakovskij? Sospetti e mistero hanno sempre circondato la sua morte. Secondo la tesi più credibile, egli fu istigato al “suicidio” dalla polizia politica di Stalin, se non si trattò invece di un vero e proprio omicidio. Il regista Aleksandr Dovženko, che era con Majakovskij alla vigilia della morte, ricorda: «Eravamo seduti insieme in giardino, tutti e due abbattuti, lui spossato dalle nullità, dai ruffiani, dai cannibali e dagli speculatori…» Con i suoi attacchi ai burocrati che, a suo avviso, “strangolavano” la rivoluzione, nel 1930 Majakovskij aveva perso del tutto i precedenti favori del regime staliniano. Tra le altre cose resta un mistero la pistola fornita al poeta dalla GPU. Egli ne fu sorpreso e voleva restituirla, ma gli agenti insistettero perché la tenesse, facendogli capire che tali erano le “disposizioni”. In conclusione Majakovskij e Esenin, due poeti rivali così diversi tra loro, per ironia della sorte furono accomunati da una morte simile.

sergej esenin con la pipa

sergej esenin con la pipa

Ma quanti altri poeti russi sono morti tragicamente! È incredibile quanti abbiano risposto al mio lugubre appello:

 Kondratyj Ryleev, decabrista, impiccato nel 1826, 31 anni
Aleksandr Griboedov, trucidato a Teheran nel 1829 da fanatici musulmani, 34 anni
Aleksandr Puškin, morto in un duello-farsa nel 1837, 38 anni
Michail Lermontov, morto in duello nel 1841, 26 anni
Nikolaj Gumiljov, fucilato nel 1921, 35 anni
Sergej Esenin, suicidio-farsa nel 1925, 30 anni
Vladimir Majakovskij, suicidio-farsa nel 1930, 37 anni
Nikolaj Kljuev, fucilato nel 1937, 53 anni
Sergej Klyčkov, fucilato nel 1937, 48 anni
Pavel Vasil’ev, fucilato nel 1937, 27 anni
Nikolaj Olejnikov, fucilato nel 1937, 39 anni
Piotr Orešin, fucilato nel 1938, 51 anni
Boris Kornilov, fucilato nel 1938, 31 anni
Osip Mandel’štam, morto in un gulag nel 1938, 47 anni
Marina Cvetaeva, morta suicida nel 1941, 49 anni
Michail Golodnyj, morto nel 1949 in un incidente automobilistico, 46 anni
Nikolaj Rubcov, ucciso nel 1971 dalla fidanzata, 35 anni
Aleksandr Galich, ufficialmente ucciso nel 1977 da una scarica di corrente elettrica nella sua abitazione di Parigi, ma secondo un’opinione diffusa la sua morte è stata un omicidio o un suicidio, 59 anni

Come spiegarlo? Perché i poeti – è comprensibile. Essi sono più sognatori, impressionabili, irrazionali delle altre persone. Cioè – più vulnerabili. Ma perché proprio i poeti russi? Non c’è nessun altro paese in cui tanti poeti siano deceduti di morte violenta. A mio avviso si possono individuare tre cause. La prima è politica: la crudeltà dei regimi zarista e sovietico, responsabili direttamente o indirettamente. La seconda è psicologica. Qualcuno ha scritto: «L’anima del poeta è irrazionale. L’anima russa è irrazionale. L’anima del poeta russo è dunque doppiamente irrazionale». La terza causa è fatale, cioè è voluta da un tragico fato che come una maledizione agita le sue nere ali sulla poesia russa.

(Paolo Statuti)

manifesto di Rodcenko

manifesto di Rodcenko

Appunto di Antonio Sagredo

aggiungo qualcosa a ciò che ha scritto l’amico Paolo (da una mia nota -al Corso su Majakovskij di A.M.Ripellino, anno accademico 1971-1972)

Riprendo la nota 145 e i vari motivi e i fortissimi dubbi circa il suicidio di Majakovskij: le riflessioni di Cesare De Michelis nel suo articolo, sul quotidiano “la Repubblica” del 13 aprile 2000 riportano anche quelle ricostruzioni “verosimili“ (elaborate tra il 1989 e il 1994) del giornalista-scrittore Valentin Skorjatin che scrisse nel suo libro: “Il mistero della fine di Majakovskij”, e iniziano 1) l’ultima lettera del poeta fu scritta a matita (cosa mai fatta) perché preferiva la penna; 2) la lettera è datata 12 aprile e non 14 aprile, e fa pensare che il fatto doveva accadere il 12, ma poi accadde il 14; 3) i versi nella lettera riprendono frammenti di due anni prima (1928); 4) il tono della stessa non è il suo e non ha mai scritto nulla di simile, così dichiarò l’amico regista Ejzenštejn in appunto trovato nel 1940 da Valentin Skorjatin; 5) il visto rifiutato al poeta per Parigi (ma non è vero per accuratissime ricerche), ma il poeta decise di non più partire lo stesso; 6) le dichiarazioni piene di enigmi contraddizioni della Veronika Polonskaja (l’ultima sua donna) alla polizia; 7) perché tre agenti dei servizi segreti più la polizia per le prime indagini?; 8) la posizione del cadavere, e la testa rivolta verso la porta o verso la finestra?; 9) quali e quante macchie di sangue si scorgevano dalla camicia?; 10) in che direzione era stato esploso il colpo e quali segni c’erano sul volto?; 11) chi era l’autista che lo riportò a casa dopo una serata passata dal suo biografo Vasilij Kataev?, e chi era il commesso che portò al poeta dei libri il mattino del 14 aprile?; 12) nel verbale della polizia del 14 aprile si legge che ai piedi del morto era stata rinvenuta una mauser col n. 312045 (che il poeta non aveva mai posseduto), ma nei rapporti dei servizi si dice che il poeta s’era sparato con la sua browning n. 268979, poi consegnata agli atti dell’inchiesta; 13) le trame dei due Brik verso il poeta (poi che una vera passione per una donna altra non avrebbe dato loro più la possibilità di controllare il poeta!) passano attraverso due loro donne: Tat’jana Jakovleva presentata al poeta dalla sorella di Lilja, Elsa Triolet (moglie di Aragon); e poi Veronica Polonskaja – presentata da Osip Brik al poeta nel maggio 1929, e che il governo sovietico esclude dalla eredità majakovskiana, perché? Perché sua agente segreto?!; 14) anni prima i due Brik mettono il poeta in contatto con due agenti del OGPU: Jakov Agranov e Lev El’bert (primo e ultimo firmatario del necrologio apparso sulla Pravda del 15 aprile). Majakovskij sembra aver confidato all’amico poeta Michail Arkad’evič Svetlov* il timore di essere arrestato: questo fa capire come i rapporti tra il poeta e il potere sovietico erano tesissimi! Ma la trappola si sta chiudendo: i due Brik se ne vanno all’estero, e sapranno a Berlino del suicidio, ma da chi? Se non dalla polizia segreta!; il giorno 14 aprile: l’agente El’bert gira nella casa di coabitazione coi Brik, mentre il poeta se ne va, o si rifugia?, nel suo studio; c’è una uscita di servizio dalla cucina… la Polonskaja scende le scale verso le 10,15 dopo aver parlato col poeta… la porta dello studio si apre e compare qualcuno con la pistola, una mauser?, in mano… il poeta cade e si rompe il setto nasale (come risulterebbe dalla maschera mortuaria). Questo qualcuno, dopo aver messo la lettera del poeta sulla scrivania e la pistola accanto al corpo fugge dalla porta di servizio; scende in strada e poco dopo incontra due amici del poeta (Michail Kol’cov e Serghej Trat’jakov) già avvertiti, ma da chi?, dal secondo agente Agranov?; il qualcuno ritorna indietro con quei due fino alla stanza dove giace Majakovskij. Questa ricostruzione la ritengo pochissimo fantasiosa: essa per me si avvicina molto a quella io ho sempre pensato come vera o veritiera secondo le informazioni che allora possedevo. Il libro dello Skorjatin riporta anche alcune obiezioni dello studioso svedese Bengt Jangenfeldet, che nel 1985 pubblicò da Mondadori il carteggio tra il poeta e Lilja Brik. — Riferii le mie perplessità a Angelo Maria Ripellino (parecchi mesi prima della sua morte: 21 aprile del 1978), circa il fatto che il poeta si fosse ucciso di mano propria; e se così sarebbe stato costretto; e se non così, ucciso per mano altrui – che per me è più veritiero -. Lo slavista, ricordo, che mi fissò come allibito, era turbato, non so se a lui piacesse di più la morte romantica: il suicidio! Certo è che aveva i suoi forti dubbi se mi rispose più o meno: “si, è possibile, sia andata così, ma è così terribile! E il terribile era una cosa normale, consueta, a quei tempi!”. (*Svetlov: nota seguente 149. Incontro tra Svetlov e Majakovskij).

Majakovskij

Majakovskij

*

Ve ne siete andato,
come dicono,
all’altro mondo.
Il vuoto…
Volate,
imprimendovi nelle stelle.
Nemmeno una bettola,
nemmeno un acconto.
Lucidità.
No, Esenin,
no,
non vi sto beffando.
Ho l’amarezza
in bocca –
non l’ilarità.
Vedo –
Il polso reciso piegando,
delle vostre
ossa
il sacco oscillate.
– Smettetela!
Fermatevi!
Avete perso la testa?
Lasciare
che le guance
inondi
il gesso mortale?!
Voi
che in ogni occasione
sapevate cavarvela
come nessun altro
al mondo
sapeva.
Perché allora?
Perché?
Costernazione!
I critici barbugliano:
– Tutta colpa
di questo…
di quello…
e – principale ragione –
lo scarso legame,
e il risultato? –
molta birra e molto vino. –
Dicono,
dovevate lasciare
la bohème
e unirvi alla classe,
con la classe voi
non avreste fatto scenate.
Perché, la classe
la sete
spegne con le aranciate?
Anche la classe beve
e come!
Dicono,
se vi avessero affidato
a qualcuno di “Na postù” –
il vostro contenuto
sarebbe stato
assai più pregevole.
Voi
avreste scritto
cento strofe
al giorno,
lunghe
e stucchevoli,
come Doronin.
Ma io penso,
che giunto
a tale paranoia,
vi sareste tolto
la vita prima.
Assai meglio
è morire di vodka,
che di noia!
Non ci sveleranno
mai
le cause di questa morte
nè il laccio,
né il temperino.
Ebbene,
si fosse trovato
l’inchiostro all’”Angleterre”,
non avreste avuto motivo
di tagliarvi
le vene.
Si sono rallegrati i plagiari:
bis!
Poco è mancato
che litigassero
tra loro.
Perché mai
aumentare
il numero dei suicidi?
Meglio
produrre
più inchiostro!
Per sempre
adesso
la lingua
si chiuderà tra i denti.
Pesa
ed è fuori luogo
risvegliare l’arcano.
Per la gente,
per chi crea il linguaggio,
è morto
un rinomato
beone artigiano.
E portano
rottami funebri di versi
di precedenti
funerali
senza niente cambiare.
Nel tumulo
ottuse rime
conficcano come paletti –
ma è così
che un poeta
si deve onorare?
A voi
un monumento non hanno fuso ancora, –
dov’è,
di bronzo sonante
o di granita fattura? –
e nei recinti della memoria
già
hanno portato
di dediche
e di ricordi la lordura.
Il vostro nome
sbavano nei fazzolettini,
la vostra parola
insaliva Sobinov
e intona
sotto una marcia betulla –
“Non una parola,
o ami-ico mio,
non un sospi-i-i-i-ro”
Ah,
parlare in altro modo
con questo
Leonid Lohengrinyč!
Alzarsi qui
come rombante attaccalite:
– Non permetterò
di balbettare
e storpiare i miei versi! –
Rintronarli
con un fischio
a tre dita
alla nonna
e a Dio all’anima alla madre!
Per spazzar via
l’incapace gentaglia,
gonfiando
loro
le vele delle giacche,
perché
preso dal panico
Kogan scappi via,
i passanti
ferendo
con le picche dei baffi.
La lordura
finora
si è poco diradata.
C’è molto da fare –
occorre sbrigarsi.
La vita
bisogna
prima rifarla,
e rifatta –
la si può decantare.
Questo tempo –
è difficile per la penna,
ma ditemi
voi,
mostri e storpiati,
dove,
quando,
quale grande ha mai scelto
una strada
più battuta
e più facile?
La parola
comanda
la forza umana.
Avanti!
Che il tempo
dietro di noi
scoppi come cento granate.
Dei vecchi giorni
il vento
ricordi
soltanto
le chiome arruffate.
Per l’allegria
il nostro pianeta
è male attrezzato.
Bisogna
strappare
la gioia
ai giorni che verranno.
In questa vita
morire
non è arduo.
Vivere
è assai più complicato.

(1926 – Versione di Paolo Statuti)
 dal blog Un’anima e tre ali – Il blog di Paolo Statuti

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Nina Berberova QUATTRO POESIE (San Pietroburgo 1901- Philadelphia 1993)

nina berberova Vladislav Chodasevic

nina berberova Vladislav Chodasevic

 

nina berberova hotel jardins d'eiffel

nina berberova hotel jardins d’eiffel

nina berberova adelphitraduzioni di Maurizia Calusio
Nina Berberova Antologia personale 1921-1933 Passigli, 2006

È morta nel 1993 negli Stati Uniti la scrittrice nata a San Pietroburgo nel 1901. Racconta, da raffinata testimone, la cultura e gli eventi di un secolo TITOLO: Nina Berberova, una leggenda del Novecento. L’Ottobre e la tragedia degli artisti. La fuga nella boheme parigina e l’America Visse la Rivoluzione e il dramma che travolse poeti come Esenin e Majakovskij. Tornò in patria solo nell’89. “Che tristezza, che squallore” . La scrittrice russa Nina Berberova è morta domenica a Filadelfia, in Pennsylvania. La Berberova, 92 anni, era in cura da qualche settimana per una caduta che le aveva procurato una commozione cerebrale. “NEW YORK. Io appartengo a quella categoria di persone per le quali la casa in cui sono nate e cresciute non è mai diventata il simbolo della protezione, del fascino e della solidità della vita; anzi la sua distruzione mi ha portato una gioia immensa. Io non ho né “tombe di famiglia”, né i resti di una casa distrutta, nel cui ricordo trovare conforto nei momenti difficili…”. Così Nina Berberova, scrittrice russa nata nel 1901, passata dalla Rivoluzione all’emigrazione di Parigi, all’occupazione nazista, alla fame, a un lavoro oscuro in America, all’insegnamento universitario, alla fama letteraria, fino alla morte dell’ altro ieri. Continuava a vivere da sola, come aveva fatto per anni a Filadelfia. “…Il mio adattarmi al mondo provoca in me la felicità, perché nel mondo ci sono gli elementi dell’ordine interno e dello sviluppo”. Nata in una famiglia “liberale”, prima della Rivoluzione d’Ottobre, la Berberova narra della propria vita in quello che resta il suo più bel libro, “Il corsivo è mio” (Adelphi 1989).

anna achmatova, ritratto di Kuzma-Petrov-Vodkin

anna achmatova, ritratto di Kuzma-Petrov-Vodkin

 L’incontro con la poetessa Anna Achmatova e con Aleksandr Blok: “La Achmatova indossava un vestito bianco con il colletto alla Maria Stuarda (come si usava allora), era sottile, bella, elegante, con i capelli neri…ci fu un altro intervallo…scorsi all’improvviso Tatjana Viktorovna a braccetto con la Achmatova: “È la ragazza di cui le avevo parlato. Scrive poesie…”. Quando incontrai la Berberova nella sua casa di Filadelfia, a picco sulla città vecchia, mi raccontò , facendo un po’ la civetta tra le rughe di un viso arguto e stagionato dagli orrori del secolo: “Nel 1989 sono tornata in Russia per la prima volta dal 1922. Che squallore, che tristezza. Casa dei miei a Leningrado grigia, sporca, fumosa. Ho fatto un giro, poi via. Mi stupivano le ragazzine, a Mosca e a Leningrado. Si facevano vicine vicine e mi volevano toccare, come fossi Madonna. Perché secondo lei?”. “Signora”, le dissi, “le ragazzine volevano toccarla perché lei ha toccato la Achmatova, Blok, ha conosciuto Gorkij ed è stata l’amante del poeta Vladislav Chodasevic. Volevano carezzare la vecchia Russia, la Santa Madre, la Storia, il Secolo che ci scivola da sotto i piedi”.

nina berberova giovane

nina berberova giovane

 

 

 

 

 

 

 

Quel giorno ci fu un tramonto così insolitamente prolungato,
nel cielo rosso erano nere le case e il nostro giardino deserto.
Quella notte il cuore non ce la faceva più per le innumerevoli stelle
e spalancammo le finestre sulla vasta notte caldissima.
E al mattino un vento leggero portò il fresco dei mari,
ci furono troppi colori per via dei glicini e delle rose in fiore.
E quella sera me ne andai, pensavo al nostro destino,
pensavo al mio amore, di nuovo – a me e a te.

nina berberova

nina berberova

 

 

 

 

 

 

Non serve questa discrezione,
ma come avrò il coraggio di dirlo?
A me è dato respirare
in una felicità non passeggera,
a me è dato vivere
in una giovinezza non soddisfatta,
e scegliere e amare
in una libertà fuorilegge.

nina berberova copertina passigli

 

P.P.M.

Prima del triste e difficile addio
non dire che non ci sarà un altro incontro.
Ho il dono segreto e strano
di farmi da te ricordare.
In un altro paese, nell’esilio lontano
un tempo, quando verrà il tempo,
ti ripeterò con un’unica allusione,
un verso, un moto della penna.
E tu leggi come il pensiero mio ha ridato
e le tue parole di un tempo e l’ombra,
guarda di lontano come ho trasfigurati
questo giorno o quello appena trascorso.
Quale altro incontro vuoi per noi?
Con un unico verso ti restituisco
i tuoi passi, inchini, sguardi, parole
di più da te non mi è dato. Continua a leggere

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