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KONSTANTIN SIMONOV (1915-1979), Poesia, da Cinque pagine (1938), poemetto, prima traduzione in italiano a cura di Donata De Bartolomeo e Kamila Gajazova

Marie Laure Colasson, sedia, 2012

Marie Laure Colasson, sedia pitturata, acrilico, 2012

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Simonov, Konstantin (Kirill) Michajlovič. – Narratore, poeta e drammaturgo russo, nato a Pietrogrado il 15 novembre 1915; iscritto al partito comunista dal 1942, deputato al Soviet supremo della repubblica russa, membro del presidium del comitato per la difesa della pace (dal 1949), è uno degli esponenti più rappresentativi della letteratura sovietica. Scrittore d’ispirazione immediata e di vena molto facile, dopo un primo esordio poetico sentimentale (cfr. il poema Pjat stranic “Cinque pagine”, 1938 e il dramma Istorija odnoj ljubvi “Storia di un amore”, 1940) a carattere personale, ha messo il suo ingegno artistico al servizio del partito esaltando il patriottismo sovietico durante la seconda guerra mondiale e attaccando gli occidentali e gli Americani dopo di essa. Ha ricevuto più volte il premio Stalin.
Come poeta oltre alle poesie del tempo di guerra (Ubej ego “Uccidilo”; Ždi menja “Aspettami”, da cui è stato tratto un film; Ty pomniš Alëša “Ricordi Alêša”, dedicato al poeta A. A. Surkov), che lo hanno reso tanto popolare, ha pubblicato alcune raccolte di versi, tra cui il ciclo antiamericano Druzja i vragi (“Amici e nemici”, 1948), in cui si sente l’influenza della poesia di agitazione di V. Majakovskij, e alcuni poemi tra i quali emergono quelli storici dedicati a Suvorov (1939) e alla battaglia di Aleksandr Nevskij contro i cavalieri teutonici (Ledovoe poboišče “La battaglia sul ghiaccio”, 1938). Come prosatore ha pubblicato quattro volumi di schizzi di guerra (Ot Čërnogo do Barencova morja “Dal mar Nero al mare di Barents”) e dei diarî di guerra, frutto gli uni e gli altri del suo lavoro di corrispondente dal fronte, e alcuni romanzi (Dni i noči “I giorni e le notti”, 1943-44; Tovarišči po oružiju “Compagni d’armi”, 1952, sulla guerra del 1939 in Mongolia; Dym otečestva “Il fumo della patria” 1948; Živye i mërtvye, 1959, sui gravi problemi che si presentano ai reduci dalla guerra), dei quali il primo, sulla difesa di Stalingrado, è rimasto il più vivo oltre che famoso. Tuttavia è forse soprattutto come drammaturgo che S. è noto all’estero dove il tono polemico dei suoi drammi a tesi ha destato non poche discussioni nella stampa. I migliori e più noti sono Russkie ljudi (“Gente russa”, 1942), esaltazione del coraggio e dello sprezzo della morte, e gli antiamericani Pod kaštanami Pragi (“Sotto i castagni di Praga”, 1945) e Russkij vopros (“La questione russa”, 1946). Del 1953 è la commedia Dobroe imja (“Il buon nome”).
Bibl.: E. Troščenko, Poezija pokolenija, sozrevšego na vojne. Statja pervaja. K. S., in Novyj Mir, 1943, n. 7-8; V. Aleksandrov, Amerikanskoe sčaste (su Russkij vopros), nel vol. Ljudi i knigi, Mosca 1950; K. Lomunov, Dramaturgija K. Simonova, nel vol. Sovetskaja literatura. Sbornik statej, Mosca 1952; L. Lazarev, Dramaturgija K. Simonova, Mosca 1952; I. Grinberg, K. M. S., in Russkie Sovetskie Pisateli. Očerki žizni i tvorčestva, Mosca 1957. In it. per S. poeta, cfr. Poesia russa del novecento, a cura di A. M. Ripellino, Parma 1954.
di Anjuta MAVER – Enciclopedia Italiana treccani.it – III Appendice (1961)

 Konstantin Simonov

Cinque pagine (1938)

In un albergo di Leningrado, in questo
dove io oggi scrivo
tra un armadio a muro ed un’anonima specchiera,
notai per caso una piccola pila
di foglietti appallottolati che giaceva lì – una lettera dimenticata da qualcuno.
Senza busta e senza indirizzo. Evidentemente la lettera era
del novero di quelle non spedite, di quelle che non vale la pena finire.
Mi misi a leggere. Erano le dieci. Le undici.
Non lessi semplicemente – come un viaggiatore attraversai la lettera.
Si cominciava come al solito con l’anno, la data, un saluto;
si vedeva che chi scriveva, trascinava macchinalmente l’inizio,
chiedeva perdono a qualcuno per un libricino…
Saltate queste righe, io mi immersi oltre nella lettura.

Prima pagina

Tra poco più di un’ora me ne vado con l’espresso polare.
Ci siamo detti addio così fermamente che scrivere addirittura non fa paura.
La spedirò, tu la riceverai con interesse,
la leggerai ai conoscenti e tranquillamente la butterai nel cestino.
Ma cosa ci è successo che non possiamo più stare insieme?
Dove ci dicemmo qualcosa di sbagliato, facemmo un passo falso e ci incamminammo,
a quale ora, in quale posto per tre volte maledetto
ci sbagliammo e non potemmo ormai correggere?
A sapere questo posto, se ci si potesse tornare, magari,
ma non lo troverai e non c’era proprio!
Nel nostro libro delle lamentele non ci saranno scritte lamentele:
per quanto lo sfoglierai, ugualmente non troverai nulla.
Prendere almeno le mie lettere – ne ho sempre avuto mortalmente paura.
Si può non bruciarle, tenerle in mano?
Per quanto le leggi di nuovo, per quanto di nuovo le confronti e le misuri
nei vecchi fogli troverai solo un nuovo dolore.
Poco tempo fa caparbiamente le hai lette tutte di seguito.
Nelle prime lettere c’era scritto che io senza di te non ce la faccio.
Nelle mie prime lettere, dello spessore di un grosso quaderno,
mi sembrava di correre lungo le rotaie, senza reggermi.
Tutto quello che pensavo e sapevo, l’appuntavo subito sulla carta
ma alla terza assenza (in questo mi sorprendo di me stesso)
nelle lettere giorno dopo giorno sempre più spesso e rumorosamente
si ripetei una parola prima appena percettibile “amo”.
Ma un po’ dopo cominciano le seconde lettere –
la posta quotidiana per la nostra amata moglie
senza particolari macchie d’inchiostro e mai umide di lacrime
moderatamente brevi e prosaiche, moderatamente lunghe e tenere.
Non tutto vi era ancora scorrevole e se le guardi alla luce
là era di casa la gomma da cancellare: ma presto mancherà pure questo…
E allora compaiono sulla scena le ultime, le terze,
le terze, le lettere intelligenti – puoi anche né bruciarle né distruggerle.
Se osservi con realismo – cosa sembra che ci sia di strano in ciò?
Nelle lettere tutto bene – io scrivo due volte al giorno,
mi rivolgo a te per un aiuto, un consiglio,
ti voglio bene, ti apprezzo incondizionatamente.
Perché ti credo e ti conosco più profondamente,
perché sei un’amica, perché sei sensibile e intelligente…
Solo una cosa non c’è, una cosa non leggerai tra le righe:
che senza tutti i “perché” tu mi sei semplicemente necessaria come l’aria.
Hai voluto leggere la nostra vita attraverso le mie lettere.
Hai letto fino alla fine e non vedevi l’ora di gridare:
forse bisognava dargli l’anima e il corpo
per ricevere simili lettere il quinto anno?
Tu allora tacesti e, piangendo semplicemente dal dolore,
col viso sul cuscino come un bambino, ti sdraiasti sul vecchio divano
e singhiozzavi senza far rumore e, sentito il mio passo nel corridoio,
in fretta e furia nascondesti le lettere in un cassetto aperto del tavolo.
Leggere queste lettere? Ci saremmo ficcati in un brutto affare
perché ci saremmo accorti di come era cambiato “intime” in “amichevoli”.
Là è l’inizio della fine, quando si leggono le vecchie lettere,
dove le reliquie – per ricordare la vicinanza – ci sono necessarie.

konstantin simonov poesie bari palese

Konstantin Simonov

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Seconda pagina

Io ti amavo per intero ma la tua dolce voce – in particolare
meravigliandomi delle piccole cose non importanti ma a noi care.
Sapevamo essere amici anche per qualcosa estranea al sesso
e, giacendo vicini, parlare per ore con te di notte.
Questa amicizia non è quella dietro la quale nascondono uno screzio.
Questo è il legame più primitivo, più fedele.
Questa amicizia è quando ci si dimentica delle mani e delle braccia
per parlare del più recondito tutta la notte, in fretta.
Un anno fa siamo dovuti andare al nord per lavoro
lungo antiche chiese, antiche e remote città.
Rumoreggiava nei campi l’inebriante, odoroso trifoglio
e la polvere della strada si sollevava lungo le nostre orme.
Il viaggio sembrava ad entrambi straordinariamente felice:
la mia creatura moscovita per la prima volta vedeva campi,
prati e le falciature e le piene dei fiumi del nord.
E per la prima volta sentiva come odora la terra nera.
Soltanto qui hai avvertito nelle stelle tutto il cielo notturno,
i pini rossastri si ergono lungo la strada come una parete…
Perché non sei venuta prima con me al nord,
perché ti sei abituata a guardare alla terra dalla finestra?
Chissà come, qui tu, che sempre mi davi la mano,
tu che con un sorriso eri capace di aiutarmi nel peggiore dei giorni,
tu a cui io obbedivo, mia guida e garanzia,
che nella nostra buona cooperazione eri stata eternamente più forte,
qui, lontano da casa, all’improvviso nel viaggio ti smarristi,
ti meravigliavi di tutto – delle foglie, dei cespugli e dei fiori.
Ridevi e cantavi: mi sembrava continuamente
che, battendo le mani, come nell’infanzia ti saresti messa a saltare.
Ricordo il tramonto, il guado attraverso il fiume tempestoso.
Mi toccò prenderti sulle ginocchia in una barca bagnata,
spediti in una chiesa con severi affreschi di Grec,
noi, non ancora asciugati, cercavamo di esprimere giudizi.
Con ilare esultanza riconoscevamo i secoli dai colori,
distinguevamo i santi dai severi nasi e dai baffi
e con la mano audace raggiungemmo la cupola
e scendemmo indietro lungo ponteggi scivolosi e precari.
Tu desideravi essere una buona compagna di viaggio,
per non rovinare la compagnia bevevi birra amara,
dormivi in ostelli turistici come non avevi mai dormito a Mosca.
Ricordo l’autostrada con la frettolosa burrasca, con le nuvole.
Io volevo riposare, tu arrabbiata mi scrollasti le spalle
e chiassosamente battevi l’asfalto con i tacchi
per dimostrarmi che sopportavi benissimo la stanchezza.
Beh, mio fedele compagno di viaggio, forse era necessario –
sia masticare quello che capitava sia fare amicizia con un duro letto.
Peccato per una cosa sola – che nel viaggio abbiamo vissuto ostentatamente d’accordo,
avendo deciso di rimandare a Mosca i nostri litigi.
E ci riuscimmo. Solo che a volte proprio questo faceva male,
che per la prima volta fummo capaci di rimandare le nostre baruffe.
Là comincia la fine dove, senza superare il dolore del giorno prima,
noi, desiderando la pace, passavamo il giorno amichevolmente. Continua a leggere

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