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HAIKU di Luigi Celi CON UNA MISSIVA a Giorgio Linguaglossa: “Osservazioni sull’haiku”, “Sospensione della temporalità”, “La mia scelta iconica della danzatrice”, “Essere contemporanei”, “Sul concetto di ‘impermanenza’”, “Essere contemporanei, scegliere il proprio tempo”

Toshinobu Yamazaki (1866 - 1903) La festa di fiori di ciliegio di Hideyoshi, a Daigo

Toshinobu Yamazaki (1866 – 1903) La festa di fiori di ciliegio di Hideyoshi, a Daigo

Caro Giorgio,

ho letto, sul tuo blog, interessanti commenti ai miei haiku. Ringrazio tutti, a prescindere. Un grazie particolare a Gino Rago, lo stimo molto anche come poeta!, e  complimenti a chi si ispira ai miei haiku per comporre un suo testo; si fa ermeneutica in tanti modi, anche con le risonanze. Poi ci sono la tue preziose Note. Che dire? La poesia dovrebbe poter esistere per sé, come tu scrivi, non comunicare altro “messaggio” che se stessa, il mezzo nelle società mediatiche diventa il fine, e dovrebbe valere sia che rispetti i canoni sia che li insidi e destabilizzi. Nel caso, è proprio del Satori Zen – come scrive Barthes, l’intento “di prosciugare il chiacchiericcio irrefrenabile dell’anima” e produrre anche una sorta di “sospensione panica del linguaggio”, quel “bianco che cancella in noi il regno dei Codici”. Se dopo aver studiato l’haiku non ho rispettato del tutto certi criteri tradizionali è perché sono convinto della natura in certo modo eversiva della poesia. Anche se so che chi non può sopportare gli eretici, li manderà al rogo. Zanzotto e Giuliano Manacorda scrivevano, a proposito dell’haiku in occidente, che “bisogna stare in guardia” da ogni “iperortodossia, che potrebbe rischiare i pericoli dell’isterilimento”. Ma quelli erano poeti e critici fatti di una pasta del tutto particolare.

Quello che tu chiami “sospensione della temporalità” nel suo nesso con il Satori (citando Barthes) si verifica nell’ “istante” in cui l’haiku stesso icasticamente si produce quasi a voler fissare il “divenire”; e come se l’haiku dicesse all’ “attimo” – con Goethe – “fermati sei bello!”. Tuttavia la prospettiva di fondo dell’haiku, e dei miei haiku occidentali o orientali che siano (io vorrei proporre di considerare la poesia territorio di dialogo) resta quella del “Mondo fluttuante” (Ukiyo-e), della “impermanenza” di tutte le cose, come ci ricorda un’esperta di letterature comparate, Rosalma Salina Borello. La studiosa cita tra l’altro un libro di Carlo Calza “Stile Giappone” (Einaudi Torino 2002) per sostenere una tesi che mi corrisponde. Scrive che è proprio il “femminile” ad attrarre e significare quanto vi sia di “illusorio e lieve e impermanente” nel vivere: “l’iki di cui sarebbe custode e depositaria, al massimo grado, l’oiran, la cortigiana d’alto rango (l’unica figura femminile (…) cui fosse consentito possedere caratteri di visibilità e un qualche margine di ben contenuta e ritualizzata autonomia)”.

giapponese 5La mia scelta iconica della danzatrice, può essere compresa meglio se collocata al posto dell’oiran: ne vuol essere il corrispettivo moderno occidentale. Solo in questo senso accetto che ci possa essere una qualche nascosta valenza simbolica nei miei haiku, ma l’haiku rimane ancorato alla semplicità realistica dell’esperienza. A questo proposito vorrei usare una citazione del prof. Emerico Giachery tratta da una sua preziosa disamina del canto V dell’Inferno, in cui discute della speranza di un critico di poter leggere Dante, “senza commenti, solo ascoltando l’ebbrezza del suo linguaggio, il suono delle sue rime…”. Giachery dopo avere obiettato che non è detto “che quella sognata freschezza e immediatezza debba rimanere guastata senza rimedio dal lavoro paziente e fedele di filologi e interpreti…”, fa una concessione a quella che rimane un’ingenua aspirazione; “Dovrebbe poter accadere ciò di cui parla un aforisma taoista. Prima che cominci il cammino del Tao, i monti sono  monti, i fiumi sono fiumi; durante il cammino tutto appare problematico, e i monti non sembrano più monti né i fiumi sembrano fiumi. Ma alla fine, raggiunta la meta, ecco che i monti diventano ancora monti, i fiumi ancora più fiumi”.

Ho composto i miei haiku di getto durante uno spettacolo all’Accademia Nazionale di Danza di Roma, spettacolo di danza e poesia o di haiku tradotti in danza e posizioni mimiche; spettacolo poi replicato nello spazio gestito da me e da Giulia Perroni, nell’Ass. culturale Aleph in Trastevere il 04-03-2011, sotto la regia di Sandra Fuciarelli e per iniziativa e su testi letti e tradotti da Yasuko Matsumoto. Questa mia scelta di mettere al centro dei miei haiku le danzatrici ebbe in apparenza un’origine occasionale, ma fu come se una forza inconscia mi guidasse. Nel suo possibile accostamento a un femminile che emerge sulla scena e fissa la propria visibilità in movimenti, forme e posizioni di bellezza, la ballerina, in armonia con la Natura, nella sua valenza epifanica, fa della scena un campo non solo di rappresentazione ma di vita. Direi pure che la fascinazione del bello, nelle sue implicazioni anche erotiche, nel turbamento che si collega al sesso e alla vita, fa tuttuno con l’arte, la musica, la poesia; questa esperienza ha forse qualcosa a che fare anche con il Tantra. Non intendo approfondire. Non tocca all’autore farlo. Su questo punto non dirò più nulla. L’irrompere del corpo femminile con i suoi umori, la morbidezza flessuosa e omnipervasiva del suo proporsi e imporsi fa dell’occhio che guarda e della mano che traduce in parole e in versi un evento (Erlebnis). Voglio evitare che questo mio intervento possa essere equivocato come interpretazione dell’haiku. L’haiku non vuole essere interpretato ma colto nella sua immediatezza sensibile. Fare entrare con l’effrazione l’interpretazione (il senso) – scriveva Lacan – non può che sciuparlo.

giapponese 2Tuttavia dirò che lo stesso concetto di “impermanenza”, con cui si misura la luce oscura, mi si perdoni l’ossimoro, dell’haiku, ha subito nella storia, nell’etica e nel gusto delle radicali modificazioni: si è andati infatti dal significare “l’impermanenza buddhista di derivazione induista a ciò che l’impermanenza diviene in una dimensione più laica, alta o degradata… Penso a come poi lo intese Asai Ryöi, nei suoi “Racconti del mondo fluttuante (Ukiyo monogatari) del 1661: ‘Vivere momento per momento, volgersi interamente alla luna, alla neve, ai fiori di ciliegio e alle foglie rosse degli aceri, cantare canzoni, bere sake, consolarsi dimenticando la realtà, non preoccuparsi della miseria che ci sta di fronte, non farsi scoraggiare, essere come una zucca vuota che galleggia sulla corrente dell’acqua, questo io chiamo ukiyo’.

L’illuminante testo, che ho appena citato si trova in Se una notte una farfalla sogna di essere Zhuang-zi (nota 111, di p. 91) di Rosalma Salina Borello; esso è tratto e collegato al libro di Gian Carlo Calza citato, dove si precisa che anche la società nipponica ha modificato, direi in senso laico, il concetto di “impermanenza”, quando si andava elaborando l’estetica dell’ukiyo: “Era in questa società che si riflettevano i nuovi gusti e comportamenti e le nuove aspirazioni sviluppati intorno ai teatri del kabuki e alle città senza notte dove le grandi cortigiane creavano nuovi gesti e comportamenti… Dove le case di piacere si trasformavano in veri e propri salotti, in cui, oltre ai grandi mercanti, si incontravano attori, letterati, artisti, editori, ma anche aristocratici in incognito”. Secondo Salina Borello la cultura occidentale contemporanea non può non sentirsi attratta da quest’immagine del mondo fluttuante, proprio per l’ideologia del postmoderno come “apologia della deriva, sulla scorta dell’esaltato dérèglement delle avanguardie storiche, ma anche, non dimentichiamolo, dell’immaginario metamorfico della grande stagione barocca europea”. Seppure è così, l’haiku storicamente e filosoficamente è connotato da antinomie; esso continua a nascondere complesse valenze etico-religiose, naturalistiche, esistenziali, filosofiche.

Gyoshu Hayami ( 1894 – 1935)

Gyoshu Hayami ( 1894 – 1935)

La penetrazione del buddhismo e del taoismo aveva già determinato un mutamento di gusto, una evoluzione del pensiero e delle modalità espressive in arte, in poesia (…in Giappone, perlomeno a partire dal XII – XIII secolo). Quando poi l’haiku nasce, nel XVII sec., dal tanka, con la sottrazione di due versi, si formò la sua struttura di due quinari e un settenario, l’hokku, chiamato haikai o haiku. Questa struttura poetica divenne per così dire a se stante. Rese l’haiku poeticamente dignitoso Jinshiro Munefusa Matsuo, detto Bashō. Siamo nel 1600. Dopo di lui, un secolo dopo, tra i grandi, abbiamo Buson Josa e nel XIX secolo Issa Kobayashi, autore di ventimila haiku. La modernizzazione e l’occidentalizzazione – caro Giorgio – non la fa Luigi Celi, ha inizio con Shiki Masaoka (1867-1902) e Takahama Kyoshi della Scuola Hotoghisu’; costoro subiscono l’influsso del realismo occidentale. Hekigodo diede vita al ‘nuovo haiku’, egli non rispetterà le diciassette sillabe entrate nel canone, né il kigo. L’eretico per eccellenza fu Seisensui, mentre Shuoshi sempre su influsso occidentale liricizza l’haiku. Le scuole di haiku pullulano in Giappone e in Occidente, se ne potrebbero nominare a centinaia. Volendoci richiamare alla tradizione, nell’haiku dei grandi c’è un intrinseco richiamo al modo di vivere e di percepire l’impermanenza e il koan zen. Chi vuole approfondire questi temi può procurarsi il mio recente saggio (mi scuso se mi autopromuovo) di più di settanta pagine in Fior di Loto, sulla poetica di Kikuo Takano; testo sul rapporto musica-poesia, oltre che tra poesia e filosofia (di cui mi occupo). Fior di Loto è opera di Sergio Allegrini, Yasuko Matsumoto e del sottoscritto, per l’Istituto bibliografico italiano di musicologia (Ibimus) – Roma 2014 – saggio per il quale sono invitato a maggio in Giappone. Volendo solo accennare ai rapporti tra l’haiku e il koan, dirò che il poeta cerca di vuotarsi dell’io, come il meditante zen. Dunque coesistono due anime nel Waka, nella poesia nipponica, una ascetica – se è vero che il grande Bashō , per l’haiku, ha fatto una scelta di vita monastica, e l’altra che in qualche modo si riconnette alle sue origini più laiche: così era nei poeti di corte e nella poesia canonizzata per editti imperiali.

Essere contemporanei, scegliere il proprio tempo, riconoscere il luogo esteriore/interiore del proprio operare in un mare di configurazioni e metamorfismi stilistici, concettuali, emotivi, anche nella contraddizione, è sapersi al proprio posto, per quanto nani sulle spalle dei giganti. Dichiarare che i propri haiku sono “occidentali” è una necessità di campo, un atto di verità. Se si volesse continuare a parlare dei massimi sistemi non sarebbero da trascurare le questioni linguistiche, che non affronto in questa sede. Dico solo che senza una consapevolezza della lingua e del come i giapponesi disponevano le loro poesie non si va da nessuna parte. Per altro non basta lo studio dei sincronismi, delle strutture formali, non basta contare le sillabe, occorre indagare la diacronia di ogni struttura. Senso/non-senso dei processi linguistici…, sapere perché si opera anche la deformazione, si produca il degrado della lingua. Se poi senso e non-senso sono uniti, come in un ossimoro, questa è un’altra questione. Senso e non senso, come essere, nulla e divenire, finiscono con il coinnestarsi in un amalgama di mistero. Il silenzio contemplativo della natura, l’osservazione senza giudizio si trasferiscono in poesia, si fanno poesia perché lo sono già in natura (quanta poesia nella natura nipponica!).

Bairei Kouno (1844 - 1895)

Bairei Kouno (1844 – 1895)

L’asimmetria tra le parti dell’haiku, l’antinomia tra i due ku, che non si sopporta in un haiku scritto in occidente, nasconde l’antinomia di fondo di ogni esistenza, fino all’esperienza vuota del nulla, alla sua epifania priva di rivelazione. Ciò è certo qualcosa di più che una questione metrica. Siamo nel cuore dell’haiku, della sua possibile assimilazione al koan zen, esperienza di vita meditante. Rimasticare senza possibile via d’uscita un motto, un enigma, un problema posto dal maestro al discepolo, posto e riproposto senza che – scrive R. Barthes – ci sia possibile soluzione… Stiamo sostenendo l’esistenza di una linea di nascosta confluenza tra la consapevolezza meditante zen (zazen), il riposo meditante (Samadhi) e l’icasticità dell’haiku, che concentra in un attimo, in lampi d’immagini, in pochi versi, caratteri inconciliati della realtà, fino a mostrare la prossimità al nulla, al vuoto.

Il problema dell’esistenza, della verità e del senso, per noi occidentali, segue altri percorsi.

La via del Tao non è propriamente la nostra via. Ecco perché si possono scrivere degli haiku occidentali; haiku tali che non possono mai essere totalmente haiku. Ma forse nessun haiku è stato mai veramente perfetto, come nessuna poesia è la Poesia tout court. L’haiku – più di altri generi – nasce come dal “Divenire” eracliteo, o dalla impermanenza, come meglio si dice. “Noi esistiamo grazie all’Assenza”, scriveva Takano. L’haiku fa del Nulla e di ogni kenotico sottrarsi lo sfondo del suo misterioso riproporsi nel tempo.

Un’ultima cosa: i punti di contatto tra occidente e oriente sono molteplici. È auspicabile ricercarli. Può la poesia farsi voce di dialogo e di ciò che la cultura e la filosofia contemporanee, dominate dalla tecnica, dal mercato soprattutto finanziario e dalla mercificazione post-umana sono incapaci perfino di nominare in modo convincente e dignitoso? Il problema che pongo non è solo di linguaggio. Il linguaggio è la “casa dell’essere” o del nulla? Come viene concepito il nulla in Oriente, nella filosofia cinese e nipponica? Come è stato concepito ed è concepito in Occidente? Tutto ciò ha molto a che fare con l’haiku, con la poesia, con la filosofia. Noi, gli haiku – se li apprezziamo – li vogliamo gustare però nella loro offerta di realtà, sperando che qualcuno non cerchi di sostituire questo piccolo dono con la testa dell’autore su un piatto d’argento, convinto dalle sue stesse Salomè danzanti. È il rischio che corro presentando le mie oiran in versi, forse troppo sensuali e apparentemente dissacranti. Tuttavia mi domando, ora un po’ stranito, come si possa sostenere che nei miei haiku non ci sia pensiero e sfondo filosofico, quello (e leggo con ancora maggiore sorpresa) da cui l’haiku dovrebbe essere generato? Vorrei pure rassicurare chi si pone il problema di sapere di quanto debba abbassarsi per rassomigliarmi. Mi auguro che nessuno scriva come me, sarei felice che ognuno ritrovasse la propria cifra linguistica, per essere poeta senza dovere abbassare gli altri per esistere.

Ti lascio con questo motto, che mi invento per te e per gli affettuosi amici del tuo blog: – La poesia sia la tua, la nostra Arianna, in questo labirinto; dopo Babele ci sia una Pentecoste! –

(Luigi Celi)

Japanese Priest

Japanese Priest

Luigi Celi
In anfore cave

la spina punge
soltanto il corpo vivo
non disperare
*
uccello morto
volato sulla stella
canta il passato
*
magnolia bianca
l’occhio che la contempla
diventa fiore
*
è noche oscura
pregando nel profondo
la luce affiora
*
è notte scura
la rosa nel giardino
la rende chiara
*
prugna vermiglia
la colgo coi miei occhi
senza sfiorarla
*
ho spalle d’alba
rivolte contro il buio
d’ogni passato
*
Morfeo ha il filo
spalanca labirinti
al mio sognare
*
anfore cave
liquide le parole
canto disperse
*
barca stagliata
sul ciglio d’orizzonte
ferma anche il sole
*
tra i ciclamini
profumano danzando
fanciulle in fiore
*
danzano lievi
nell’aria ricamando
fili di luce
*
più sensuale
la danza nella notte
l’occhio s’accende
*
varcano in danze
i margini più cupi
non è più notte
*
d’edera tirso
vessillo di baccanti
e rosso vino
*
se disamata
divora la sua carne
una baccante
*
è di mirtillo
il nido della sera
sanguina il cuore
*
occhi e lapilli
l’anima è nel vulcano
lava ribolle
*
l’occhio interiore
sanato nella pace
vola più in alto
*
le ballerine
annodano le chiome
foglie nel vento
*
non c’è pienezza
se il tempo non rivela
il suo mistero
*
cade dall’alto
la mela newtoniana
non sa il motivo
*
ha la bellezza
un’anima nascosta
seppure esposta
*
amo del miele
il dolce che rivela
lavoro d’api
*
piccole cose
e grandi risonanze
contrasti e segni
*
danza una bimba
al canto della pioggia
là nell’aiola
*
svuota l’inferno
d’un bimbo il puro pianto
il suo dolore
*
i raggi d’oro
nel grembo degli ulivi
orme del sole
*
sul lago verde
non canta certo il cigno
la quiete canta
*
un re impazzito
ci veste e poi ci sveste
funesto il tempo
*
malanni e cure
innalzano sul corpo
duplice scanno
*
l’ultima storia
un po’ come la prima
Genesi eterna
*

l'opera migliore allievo Kiitsu Suzuki (1796-1858)

l’opera del migliore allievo Kiitsu Suzuki (1796-1858)

corpo d’infante
crescendo nutre il segno
di verde gemma
*
mente sapiente
ama le cose belle
ma sa temerle
*
un giglio puro
t’abbaglia il suo candore
pure di notte
*
è l’informale
il segno d’un passaggio
crepuscolare
*
incubi e sogni
liquidi persistenti
e fluttuanti
*
vecchio gabbiano
franato di celeste
dentro il suo volo
*
piange un bambino
e questo rende chiaro
il suo destino
*
pure nell’alba
lo sguardo si prepara
alla sua sera
*
non c’è mattino
che non nasconda in seno
altro destino
*
segno il dormire
anticipa la sorte
d’ogni mortale
*
si ferma il tempo
se di silenzio nutro
la mia preghiera
*
lume di luna
straluna nella sera
apre la notte
*
un doppio sguardo
radica la visione
nell’occhio interno
*
tra siepi e rovi
brillano tra le spine
succose more
*
fermate il tempo
nel carcere del tempo
senso è non senso
*
cruna di fede
s’oscura la mia stella
estasi cruda
*
Dio del mio niente
non cerco fondamento
d’ogni mio abisso
*
occhi e farfalle
in libertà d’azzurro
ridono d’ali
*
danzano lievi
intorno a un punto fisso
è perno un mimo
*
uomo e caprone
il satiro danzante
salta leggiadro
*
satiro il mimo
si veste sulla scena
del vello d’oro
*
germina il mimo
pluralità di senso
in un sol gesto
*
sul volto il mimo
ha maschera che parla
senza parlare
*
un mimo ombroso
disteso sotto un pino
sogna la luce
*
angelo il mimo
di marmo il suo mantello
di carne il cuore
*
danzano tutte
piantato il mimo è fermo
petroso il gesto
*
le danzatrici
le gambe sollevate
a volo d’ali
*
un capro il mimo
distrugge le viole
crudo in amore
*
satiro il mimo
le corna in controvento
uomo e caprone
*
un mimo orrendo
coperto dal suo manto
titilla un seno
*
bevendo vino
danzano tre baccanti
nude tra i veli
*
olio d’amore
scivola giù dal seno
nel grembo d’oro
*
non dirmi nulla
dei mandorli fioriti
se inverno è sempre
*
più vero il sogno
se in sonno si connette
alla sua fonte
*
lo scarabeo
pure d’estate è nero
anche di giorno
*
le foglie morte
autunno insanguinato
da mane a sera
*
nuvola bianca
sul nero della valle
quasi farfalla
*
il pettirosso
all’albero si stringe
fermo nel canto
*
cerchi nell’acqua
il sasso l’ha prodotti
anche nell’occhio
*
soffia già il vento
l’anima è devastata
come la rosa
*
lievi danzanti
nei vortici dell’aria
foglie farfalle
*
bambole vive
tra fiori di mimosa
festa in giardino
*
glicini azzurri
bagnati dal suo pianto
sulle mie mani
*
bianca rugiada
riposa sopra il verde
e sui capelli
*
fiocchi di neve
perlacei son caduti
conchiglia il mare
*
ritorna al cielo
del mare la condensa
il mare in cielo
*
sogno nell’arte
si compia nel mio sogno
il mio destino
*

luigi celi

luigi celi

Luigi Celi è nato in Sicilia, in provincia di Messina, ha insegnato per trent’anni nelle scuole superiori di Roma. Esordisce con un romanzo in prosa poetica L’Uno e il suo doppio, e un breve saggio filosofico/letterario, La Poetica Notte, per le edizioni Bulzoni (Roma, 1997). Pubblica diversi libri di poesia: Il Centro della Rosa, Scettro del Re, Roma, 2000; I versi dell’Azzurro Scavato Campanotto, Udine, 2003; Il Doppio Sguardo Lepisma, Roma, 2007; Haiku a Passi di Danza (Universitalia, 2007, Roma); Poetic Dialogue with T. S. Eliot’s Four Quartets, con traduzione inglese di Anamaria Crowe Serrano (Gradiva Publications, Stony Brook, New York, 2012). Quest’ultimo testo, già tradotto in francese da Philippe Demeron, è in pubblicazione a Parigi. Per la sua opera poetica ha avuto riconoscimenti, premi e menzioni.

Sue poesie edite e inedite e suoi testi di critica si trovano su Poiesis, Polimnia, Studium, Gradiva, Hebenon, Capoverso, I Fiori del Male, Pagine di Zone, Regione oggi, Le reti di Dedalus ( rivista on line). Nel 2014 pubblica un saggio filosofico-letterario su Kikuo Takano per l’Istituto Bibliografico Italiano di Musicologia.

Presente in numerose antologie, tra gli studi critici a lui dedicati ricordiamo: Cesare Milanese su Il Centro della Rosa, nel 2000; Sandro Montalto, su Hebenon, nel 2000; Giorgio Linguaglossa, su Appunti Critici, La poesia italiana del Tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte Scettro del Re, 2002; La nuova poesia modernista italiana Edilet, 2010; Dante Maffia in Poeti italiani verso il nuovo millennio, Scettro del Re, 2002; Donato Di Stasi su Il Doppio Sguardo, nel 2007; Plinio Perilli, per Poetic Dialogue. Hanno scritto di lui tra gli altri: Domenico Alvino, Lea Canducci, Antonio Coppola, Philippe Démeron, Luigi Fontanella, Piera Mattei, Roberto Pagan, Gino Rago, Arnaldo Zambardi. Con Giulia Perroni ha creato il Circolo Culturale Aleph, in Trastevere, dove svolge attività di organizzatore e di relatore dal 2000 in incontri letterari, dibattiti, conferenze, mostre di pittura, esposizioni fotografiche, attività teatrali. Ha organizzato incontri culturali al Campidoglio, un Convegno su Moravia, e alla Biblioteca Vallicelliana di Roma.

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