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Ubaldo de Robertis, SEI POESIE INEDITE sul Requiem di György Sándor Ligeti (1923-2006) (1965): Immagini di un Universo, e Kósmos (κόσμος) “ordine”, “Prima che…” sul tema dell’Assenza; “L’Anfora” sul tema della frattura/incomunicabilità, e la penultima sulla questione del tranello in cui può facilmente cadere l’artista, lo scienziato, l’innovatore: “I fantasmi della mente”. L’ultima dedicata a: “Theodor Franz Eduard Kaluza” ; con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Ubaldo de Robertis ha origini marchigiane e vive a Pisa. Ricercatore chimico nucleare, membro dell’Accademia Nazionale dell’Ussero di Arti, Lettere e Scienze. Nel 2008 pubblica la sua prima raccolta poetica, Diomedee (Joker Editore), e nel 2009 la Silloge vincitrice del Premio Orfici, Sovra (il) senso del vuoto (Nuovastampa). Nel 2012 edita l’opera Se Luna fosse… un Aquilone, (Limina Mentis Editore); nel 2013 I quaderni dell’Ussero, (Puntoacapo Editore). Nel 2014 pubblica: Parte del discorso (poetico), del Bucchia Editore. Ha conseguito riconoscimenti e premi. Sue composizioni sono state pubblicate su: Soglie, Poiesis, La Bottega Letteraria, Libere Luci, Homo Eligens. E’ presente in diversi blogs di poesia e critica letteraria tra i quali: Imperfetta Ellisse, Alla volta di Leucade, L’Ombra delle parole. Ha partecipato a varie edizioni della rassegna nazionale di poesia Altramarea. Di lui hanno scritto: S. Angelucci, Pasquale Balestriere, G. Linguaglossa, Michele Battaglino, F. Romboli, G.. Cerrai, N. Pardini, E. Sidoti, P.A. Pardi, M. dei Ferrari, V. Serofilli, F. Ceragioli, M.G. Missaggia, M. Fantacci, F. Donatini, E.P. Conte, M. Ferrari, L. Fusi, E. Abate È autore di romanzi Il tempo dorme con noi, Primo Premio Saggistica G. Gronchi, (Voltaire Edizioni), L’Epigono di Magellano, (Edizioni Akkuaria), Premio Narrativa Fucecchio, 2014, e di numerosi racconti inseriti in Antologie, tra cui l’Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016) a cura di Giorgio Linguaglossa.

ubaldo de Robertis foto

Ubaldo de Robertis

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 Ha scritto di Ligeti Andrej Ždanov:

«Pur essendo ateo, l’ungherese György Sándor Ligeti (1923-2006) scrisse due veri e propri capolavori di musica religiosa: il Requiem, per soprano e mezzo soprano solista, due cori misti e orchestra (1963-65) e Lux æterna, per 16 voci soliste (1966). Quest’ultima originariamente apparve quale sorta di coda del Requiem, traendo l’impostazione da antiche messe per i defunti. Del resto Ligeti era affascinato dall’opera del compositore fiammingo Johannes Ockeghem (1410-97), che per primo impostò il requiem, e sulla cui opera il Magiaro affermò: “La continuità incessante della musica di Ockeghem, un progresso senza sviluppo, per me è stato un punto di partenza onde pensare in termini di strutture impenetrabili del suono”. Il critico statunitense Alex Ross, facendo riferimento a Lux æterna e Lontano, per grande orchestra (1967) scrive: “Il punto fermo della ‘musica più elevata’ è mantenuto in Lux Aeterna e al brano orchestrale, Lontano, a cui fa riscontro. Entrambe le opere hanno il carattere di oggetti occulti, o di paesaggi da sogno in cui il suono diventa una superficie tangibile”. A fine anni Sessanta, Stanley Kubrick aveva assunto il musicista Alex North (1910-91), allo scopo di comporre una partitura per 2001: odissea nello Spazio, e lo incoraggiò a copiare la musica ligetiana. Però il regista restò insoddisfatto dal lavoro di North, quindi lo licenziò e pose nel film brani di Ligeti, senza chiedergli l’autorizzazione: Requiem, Lux æterna e Atmosphères che lottavano nelle scene con il classicismo di Aram Chačaturjan, Johann Strauss figlio e Richard Strauss. Dopo la proiezione inaugurale negli Stati Uniti (1968), un amico di Ligeti gli scrisse per informarlo che era uscito un film in cui si udivano tre sue composizioni.

Quando Ligeti partecipò alla prima viennese, restò comprensibilmente scioccato nel rendersi conto che la musica era stata utilizzata piratescamente, sia pure citata da Kubrick nei titoli di coda. A conclusione d’una lunga battaglia legale l’MGM fu costretta a pagare i diritti d’autore minimi. Nonostante ciò Ligeti espresse ammirazione per l’opera: “In Kubrick, Ligeti ha riconosciuto la volontà di esplorare e assumersi rischi, una preoccupazione instancabile per il dettaglio e la maniacale ricerca della perfezione, simile a quella di Ligeti stesso”.

È essenziale sottolineare che senza le musiche di Ligeti la pellicola sarebbe stata del tutto inefficace. Tali composizioni rappresentano non solo una parte della colonna sonora, ma permeano di spessore onirico l’intero film».

Non deve quindi fare meraviglia se la musica di Ligeti abbia lasciato una impronta profonda in un poeta come Ubaldo de Robertis il quale è un Ricercatore chimico nucleare e quindi anche un uomo di scienza. Ripeto da sempre che oggi la poesia deve guardare attentamente al linguaggio della musica più alta, al linguaggio dei fisici teorici, deve aprirsi alle suggestioni delle nuove scoperte nel campo della astrofisica, stiamo per entrare, come hanno detto Roger Penrose e Stephen Hawking, in un’epoca di rivolgimenti nella concezione dell’universo, rectius, degli universi, o meglio, del multiverso; le nuove tecnologie: la nano tecnologia e la bio tecnologia avranno ripercussioni gigantesche anche nella nostra vita quotidiana, nella nostra vita di tutti i giorni, e la poesia non può restarsene a guardare, o meglio, ad ignorare l’avvento della imminente nuova rivoluzione copernicana senza trovare in se stessa la forza per porsi in discussione e rinnovarsi, rinnovare il lessico, il metro, il tono, la gittata stessa della immaginazione. Consiglio quindi di leggere queste poesie di Ubaldo de Robertis ascoltando la musica di Ligeti che l’ha generata per diffrazione ed entropizzazione sonora, per risonanze acustiche e con la quale si trova in rapporto di magica affinità. Poesia che diventa un «pensiero rammemorante» che procede per «riverberazioni», linee eccentriche continue e sfumate, con le parole di Ligeti: mediante un «progresso senza sviluppo», una linea ondeggiante e iridescente, riverberante  che si scrive nel mentre che traccia la partizione dello spazio negli spazi innumerevoli e nei tempi innumerevoli che scorrono in una lamina sottilissima tra due membrane gigantesche…. «fra ombre continuamente dirette verso un altrove», «particelle minime vaganti spiragli acustici cromatici», «come             se non fossero frammenti» «ma apparenze / astrazioni che  toccano / oscuri timbri / tasti segreti / sentimenti risonanti» «Sull’orizzonte degli eventi». Sono convinto che un poeta incontra la poesia quando stabilisce un orizzonte posizionale dal quale guardare l’orizzonte ontico. Ora, non è che ogni epoca ne dia a iosa di codesti «orizzonti posizionali», essi sono in numero limitato, ed alcune epoche non ce l’hanno affatto. Ed essi, soltanto essi permettono lo scoccare della scintilla della Forma poetica.

Poesie di Ubaldo de Robertis

Immagini di un Universo

Immagini di un Universo
inaccessibile
pur se ogni oggetto è lì per riferire
che esiste
obiettivamente
come esistono corpi celesti astri
paesaggi sonori
anche se non li perlustriamo
uno ad uno
anche se non li osserviamo
direttamente
per la fitta coltre della separazione

è il cartesiano ego
principio intrascendibile
che lo costituisce
la coscienza e i suoi modi di cogliere particolari
particelle minime vaganti spiragli acustici cromatici
inaggirabili nello spazio là fuori
[quale fuori?]
come se non fossero frammenti
di sangue e carne
ma apparenze
astrazioni che toccano
oscuri timbri
tasti segreti
sentimenti risonanti
ora che nessuno ha più l’ardimento
di difenderli
di evocare
azzurre lontananze

All’improvviso
il violento sollevarsi di echi
estemporanee sferze di suoni remotissimi
folate di vento armonie sonorità pioniere
un maelström di echeggi e noi
uditori esterrefatti
osservatori
increduli vibranti
qui sulla Terra in superficie
torniamo
ad incontrare noi stessi
riverberati in quello spazio
da cui ci eravamo indolentemente
esclusi

Ecco dinanzi ad occhi
stupefatti
si spalanca nuovamente
l’inesplorato.

.
Kósmos (κόσμος) “ordine”

Sulla scia di oggetti sfuggiti dal tunnel quantistico
mai stati in contatto [ fortuito ]
con il cono di luce
incapace di comprenderli
fra ombre continuamente dirette verso un altrove
ai margini di stati di vuoto
che si negano al riempimento
in regioni dello spazio-tempo oltre le quali cessa
ogni possibile osservazione
la piccola grande visione della musica
con le sue partiture cosmiche
dissonanti variazioni
nella loro successione
che si scostano poco a poco dal tema dominante
fin quasi a stravolgerne l’assetto
sa parlare da sé
al più appariscente astro dell’universo
e all’atomo più piccolo e lieve
fa apparire come fosse ordinato
l’insieme di mondi nello spazio sparsi
soggetti ad evolversi a modificarsi
fa apparire come fosse organizzato
il moto di particelle elementari
ognuna con il suo singolare modo di vibrare
Sull’orizzonte degli eventi
così distante dal linguaggio che lo rivela
l’infinita mente grande [ e lontano ]
e l’infinita-mente piccolo [ e recondito ]
varcano l’universo mentale
irrompono come un respiro [o un soffio]
sulla sfera della coscienza
presenziano al nostro inquieto movimento
e con esso fino allo stremo
al nostro continuo mutamento.

Prima che…(Il demone dell’Assenza)

Rahko dipinga di nero la Luna
prima che
venga a mancare quel desiderio familiare
goduto poi perduto

Il demone dell’Assenza
immagine senza ombra
ti farà rincorrere qualcosa
che altrimenti si dissolverebbe
continuerà ad illuderti
di riavere ciò
che ti era appartenuto
A quest’ultima attesa si appiglia
il pensiero rammemorante
che si capovolga in pieno
questo vuoto
l’assenza in presenza
sino a pervadere
il Tutto
Intanto Piru continuerà
a fare impazzire le fanciulle
che si ubriacheranno
e si esibiranno in atti osceni
che tutti potranno guardare e sentire
affinché anche le vedove torneranno a sposarsi
In fondo l’angoscia ha il suono
/o il non suono/ della mancanza
un vuoto che non vuole
essere colmato.

* le parti in corsivo sono tratte (liberamente) da: Gli dei di Hame e di Carelia di Mikael Agricola
Ubaldo De Robertis legge.

L’Anfora

Neve in alto
pura
la terra natia
la gola scura
del fiume in basso
la foschia
continua a salire
il sentiero non è più tanto ripido
come prima
l’eco di cose lontane si separa sparge
dissolvenze incrociate
immagini destinate a scomparire
Lui… non le stacca gli occhi di dosso
– Com’è cupo il tuo silenzio- le dice chiamandola con molti nomi
“È rotta, – ripete Lei- ahimé! È rotta! L’anfora più bella!
Ne sono sparsi i frammenti qua intorno!”
Giorno
inoltrato
il limite dell’orrido
di lato
più in su … l’altura da oltrepassare
più agevole scavare un pertugio
nel ghiaccio
scortati dal richiamo di una cosa calda
desiderio che pervade l’ambito dei sensi
e quello della ragione
senza aderire
a nessuno dei due
calore che non si può attingere neppure in prestito
dall’ambiente
dal niente che li circonda
Lui vuole scavare
andare all’indietro
Lei… andare oltre…
Impossibile sanare la frattura
a partire da quel fondo diviso
dal corso d’acqua
e da quella cima dove più cruda è la realtà
nemmeno scalfita dalle parole dell’uomo
di per sé vaghe e vuote
alla donna continuano a cadere di mano
i frammenti raggelati
“È rotta, ahimé! È rotta!
L’anfora più bella!

I fantasmi della mente

Bellezza
origine e ultimità del cosmo
in occhi verdi
sognanti
il nastro della felicità
tra i capelli
nessuna asperità
nessun affanno interiore
volgere via lo sguardo
chiamarlo altrove
lei non vivrebbe di là dalla cornice
lungo dirupi
sentieri non tracciati
in cerca del rimosso
l’impensato
il mancante
le cose che si lasciano intuire
quelle invisibili
segrete
A volte
si riesce a vedere prati fioriti ovunque
svelare il turbamento
le cose che non si fanno riconoscere
e che non ti riconoscono
Altre volte
la realtà si avvicina
si rivela troppo in fretta
il talento la amplifica
così il pensare fuori dagli schemi
le idee oltre misura estranee
alla tradizione
esuberanti
inusuali
fermenti eccessivi
fulminei
i fantasmi della mente tendono
un’ imboscata
Dici di stare in guardia?
Da cosa?
Dall’euforia? dall’assillo?
La depressione La mania?
Le allucinazioni Le ossessioni?
La fobia?
Le torbide passioni ? L’isteria?
L’ansia di draghi rossi e salamandre
che gettano fuoco su di te
A volte
capita di udire
da lontano
una musica che copre l’ inquietudine
qualcuno ha l’impressione
che siano gli stessi soggetti
a seminare paure e a comporre musica
E’ successo a Robert Schumann
rinchiuso in un istituto mentale
di Bonn
le partiture deliziose
le note che ci ha affidato
e le paure
dell’acqua
degli spazi aperti
delle altitudini
paura di essere
avvelenato
diventare un altro
e avvertiva il suono
continuo
“di lontani ottoni
che diventava coro di angeli
che cantavano una melodia
che lui inutilmente
cercava
di trascrivere”
E non aveva ricevuto
il bacio
da Anne Sexton
i nervi sono accesi e
il compositore è entrato nel fuoco
dove fa il nido la salamandra
a corto di veleno
e il pieno il drago rosso
improvvido custode del vello
d’oro.
La tua idea fissa è
che quelle pennellate
evidenti
fioriture nel dipinto
e quel volto sublime
ti volteggino intorno
offrendoti le più sorprendenti
rivelazioni
e tutto con una musica
idilliaca
di un pianoforte
/che per la gente normale
può tacere tutta la vita/
magari quella musica è
un Improvviso in do maggiore di Schumann
La fanciulla con il nastro turchese
tra i capelli
sorride

.
Theodor Franz Eduard Kaluza

Dimensione spaziale
aggiuntiva
invisibile
arrotolata su se stessa
grani minimi di spazio
di tempo
di luce
a costituire il mondo
lumi in un cantuccio
organo e vecchi dischi
odore risvegliato di cere
in quest’ombra
aggrovigliate ripercussioni
risuonano sui vetri delle finestre
riecheggia in pieno sole
il rammarico d’essere vecchio
per dilettare l’ orecchio
smorto l’organista
fuori di sé
senza il mantello scuro da concerto
sullo scranno scarlatto
braccia prese da un moto irrequieto
ma è musica già registrata
non può dal vivo conseguire
le dimensioni nascoste
del cosmo
dell’esistere
predire il futuro
ora che il destino più non esiste
come un lampo improvviso
cade sui tasti del suo strumento
seguito dal tuffo dei portoni
serrati con brutalità
tutto si placa all’interno
ristagna l’esile fumo di incenso
che l’organista soleva separare
con le proprie mani

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