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Ranko Risojević, da Rumore, taccuini della bosnia Erzegovina, Sull’Angoscia, Appunto di Giorgio Linguaglossa, Marie Laure Colasson, Due Pannelli bidimensionali del 1975

foto folla indistinta

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Ranko Risojević nasce nel 1943 in un paesino nel nord della Bosnia ed Erzegovina, ai confini con la Croazia. Si laurea in matematica e Fisica presso la Facoltà di Scienze matematiche e naturali dell’Università di Sarajevo. Inizia a lavorare come professore di matematica e fisica nelle scuole ma ben presto lascia il lavoro per dedicarsi alla scrittura: poesia, prosa e drammi teatrali. Pubblica più di quaranta libri, ricopre la carica di direttore della Biblioteca Nazionale e Universitaria di Banja Luka, riceve premi per la propria attività letteraria; diversi suoi libri vengono tradotti in vari lingue. Risojević è poliglotta e perciò quando può e sa, ama discorrere con gli amici stranieri che vengono spesso a trovarlo, nelle loro lingue madri. Durante l’ultimo conflitto bellico che ha distrutto la Jugoslavia, è rimasto a Banja Luka, ha cercato di lavorare e di capire quello che stava succedendo e perché. Questo libro, il primo tradotto in italiano, racconta la sua esperienza di vita in guerra.

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Ranko_Risojevic

Ranko Risojević

da Rumore (Taccuini dalla Bosnia ed Erzegovina), Stilo Editrice, 2013 – traduzione di Danilo Capasso

L’angoscia

Qualunque cosa faccia, l’angoscia sgocciola lungo le dita. Dovunque io vada, che fugga o mi nasconda, sono circondato dall’angoscia. Guardo il mondo, centinaia di meraviglie, una bellezza terrena e umana mai vista, e vedo solo l’angoscia e solo angoscia.
Nel mezzo di un discorso grazie al quale uomini intelligentissimi si scambiano le proprie bellissime argomentazioni, l’angoscia mi afferra alla gola – ma cosa ascoltro, perché ci credo! Mi manca l’aria e perdo conoscenza, non sono più quello di poco fa; se perdo conoscenza, questa sarà la più grande punizione per me, altro che esalare qui l’ultimo respiro.
La nutriente pioggia che scende dal cielo per inondare i terreni fertili non è fatta di acqua ma d’angoscia, perché dopo di lei questa germogli nei campi. Visto che è stato piantato il seme, da questo non si può cavare nient’altro. Seme dell’angoscia nei nostri giorni, seme della dimenticanza.

La creazione del mondo

All’inizio c’era lo sperma. Ce n’era tanto, di sperma, che si poteva riempire tutto il cosmo. E ne scorreva ancora, di sperma. Dallo sperma è stato creato Dio. E lo sperma ancora correva. Lo sperma è stato creato da Dio. E Dio creò l’uovo dallo sperma. E ce n’era ancora, di sperma che scorreva. E Dio diede lo sperma all’uomo perché si moltiplicasse.
(Tutto il resto combacia con le ulteriori teorie: quella dell’origine divina dell’uomo e quella dell’evoluzione).

Il sonno e la luce

Sono solo in una casa buia. Attraverso le finestre vedo che fuori è notte, comunque c’è qualcosa che luccica. Attraverso questa notte, verso di me e questa casa nella quale sono rinchiuso, spesso neanche solo, ma con i bambini nelle altre stanze, qualche volta nella stessa, spesso con i bambini che cerco perché sono improvvisamente scomparsi, spesso con loro che dormono e sognano i miei sogni, attraverso questa notte il mio nemico si avvicina. Lui è al di là di qualsiasi lotta, la sua vicinanza mi paralizza completamente, ed è di questo che ho più paura. Lui non mi distruggerà bensì mi renderà di ghiaccio.
L’unica salvezza sarebbe la luce. Cerco di accenderla, spingo disperatamente gli interruttori, ma oltre ai contatti che fanno capire che non c’è corrente, non appare niente – non c’è luce, il buio continua a regnare.
Corro con le gambe diventate legnose scivolo di stanza in stanza, ma o sono le lampadine a essere fulminate o sono gli interruttori che non funzionano, non posso accendere la luce. Questa non ha accesso al mio sogno.
Quando riuscirò a svegliarmi allora sarò salvo. Sarà sempre così?

Marie Laure Colasson Pannello bidle 88 1 20 cm 1980
Marie Laure Colasson, Pannello bidimensionale 90×1.30 cm, 1975

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L’abisso del sonno

J’ai peur du sommeil
comme on a peur d’un grand trou

(Baudelaire)

Cado nel sonno, breve, leggero e in quella piccola parte del mio sonno, in quella particella della mia vita, sento tutto l’orrore dell’altro che è in me, da qualche parte, nascosto dietro qualche muro. Non mi tocca, ma m’impedisce di toccarlo, di illuminarlo, perché in quel momento in quegli spazi, in quelle stanze, simili alle mie in modo così ingannevole, non c’è luce e il terrore soggiunge, fa capolino dal di fuori, o non appare per niente, ma potrebbe sopraggiungere, svelarsi e io faccio di tutto, ogni sforzo, per fermarlo, ma come, Dio mio! Mi sforzo per fermarlo in me, perché non si diffonda del tutto; che non prenda il mio essere e che non mi porti dal sonno nel suo regno. Mi sveglio subito, già estenuato da quella lotta, so che non si ripeterà più quella stessa notte, ma so anche che dovrò aspettare il sonno.

Introduzione alla vita al giorno

Nei momenti di risveglio non sono da nessuna parte. Poco prima di quel momento, non ero niente; solo un’ora dopo, sono già questo corpo e questo pensiero lacerato che combatte costantemente con se stesso – il momento del risveglio è prezioso. Non posso evocarlo quando voglio, ma lo adoro.
Il momento dell’assopimento mi rende disperato. Per quanto tenti di rilassarmi, o di rimanere cosciente al momento del passaggio al sonno, il prima e il dopo si mischiano e dopo tutto mi è indifferente. Prima di quel momento è come se morissi. È mai possibile sopportare tante piccole morti?

Leggo le mie annotazioni, ci sono proprio io in loro o sono state scritte da una mano completamente indifferente a tutto ciò che compone il mio essere – non così come potrebbe essere, bensì come è, né buono né cattivo, né benefattore né malfattore? la consapevolezza di qualche disinvoltura verso la scrittura distrugge sempre la consapevolezza di me stesso che è al di sopra della prima. Alla fine l’abilità non è importante, solo la mia anima lo è.
Si intrecciano, si attanagliano, proprio così. Si riappacificano, si baciano, Cave, Cavete. Andiamo anima mia, può darsi che la mano ci segua, e forse qualche volta ci guidi!

Il punto di Euclide

Sul papiro c’era una macchia. Sul fondo piano e bianco, si pavoneggiava come un re senza corona.
Euclide aveva l’intenzione di finire il primo libro della Stoicheia, ma la macchia lo disturbava.
«Togliti», la pregò.
«Sono forse io un punto?», gli chiese la macchia.
«Tu, in base alla mia definizione, non sei niente», le replicò Euclide.
«Allora resto», rispose rabbiosa la macchia, «finché non diverrò un punto».

Marie Laure Colasson Pannello bidimensionale legno 1m 1 50m 1982
Marie Laure Colasson, Pannello bidimensionale 90×1.40 cm, 1975

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Gli occhi e l’anima

Quell’uomo mi è sempre stato antipatico. Ogni incontro con lui mi era fastidioso. Stavo in disparte, in silenzio, per non scontrarmi con lui. Una volta, e Dio sa come, qualcuno dei nostri amici mi ha chiesto di fotografarlo a modo mio. Ha occhi espressivi, è un pittore e il mio lavoro sarebbe stato interessante, così dicevano L’ho fatto per forza nascondendo il mio sguardo dal suo. Non mi ricordo neanche se l’ho inquadrato bene nell’obiettivo. La sera ho sviluppato la pellicola e le foto. Ma che cosa ho notato immediatamente! Un viso nuovo. Occhi mobili, luminosi, umani, amichevoli. In loro non c’era neanche un po’ di cattiveria, solo un’anima aperta che accetta tutto con l’innocenza di un bambino. Quanto mi sono rallegrato di quelle foto.

Vecchie fotografie

Le fotografie ereditate spesso pongono a coloro che le hanno accolte molte domande quasi del tutto irrisolte. In un primo momento ci chiediamo se conosciamo tutte le persone sulle foto, ma con il passare del tempo ci chiediamo quando e in quale occasione è stata scattata questa o quella fotografia. Quando si tratta delle nostre foto, quelle personali, ci pentiamo di non aver scritto le date, poi ci chiediamo come mai qualcuno – il padre, la madre, il fratello o il parente – non abbiano scritto una didascalia accanto alla foto. Quanto più passa il tempo, tanto più abbiamo bisogno di didascalie sempre più grandi; alla fine ci accorgiamo che si tratta di un romanzo, del nostro o dei nostri parenti.

Gli aedi

I poeti hanno creato la Storia: reale o inventata, per noi oggi non è importante. Omero ha creato il mondo ellenico, non è accaduto il contrario. I governanti sono consci di questo semplice dato di fatto. Perciò loro si comportano con molta attenzione verso i poeti. Nel 1284, avendo conquistato il Galles, Eduardo I ordinò di accecare tutti i poeti. Ma se loro poi hanno cantato le vittorie del signore, con quali occhi hanno visto gli avvenimenti?

La classe di Kafka

Ogni giorno, a un ragazzo di nome Kafka era difficile trovare il suo banco in classe. Quando si dirigeva verso un posto, credendo fosse suo, allora lo attendeva una voce derisoria:
«Questo non è il tuo banco, stupido Franz».
«Di nuovo hai dimenticato dov’è il tuo posto».
«Quanto sei confuso e stupido, poveretto».
E così aspettava l’insegnante stando in piedi in un angolo.
L’insegnante vedendolo, l’avrebbe sgridato:
«Che hai fatto ieri, Franz, che sei nell’angolo già dalla prima ora?».

Giorgio Linguaglossa

In virtù del proprio carattere ancipite il linguaggio
è costituente dell’arte e suo nemico mortale […] Il
vero linguaggio dell’arte è muto, il suo momento
muto ha il primato su quello significante
(Adorno, Teoria estetica, 1970)

La repressione del desiderio da parte della istanza del significante produce, lacanianamente, il fantasma che impersona il ruolo di «sostegno» del registro del Reale, ma, al contempo, la liberazione della repressione da parte della produzione di merci produce, in contemporanea alla istanza repressiva, una contro istanza liberatoria; la liberazione del desiderio residuo così verificatosi può essere reinvestito nella acquisizione di beni, di merci. E il desiderio residuo ritorna nel Reale. E così il ciclo si chiude. Per riaprirsi subito di nuovo in un eterno ritorno del represso e in un eterno ritorno della liberazione dal represso. L’eterno ritorno del sempre eguale è un formidabile sostegno del Reale. E questo eterno ritorno che si ripete ossessivamente produce angoscia, l’angoscia asettica e asessuata che non dipende da alcun oggetto e da alcun soggetto, e neanche da se stessa, In tal senso, l’angoscia è libera, libera di oscillare tra il Reale e la realtà, come un pendolo, senza mai fermarsi, ché, se si arrestasse cesserebbe di essere angoscia, sarebbe desiderio compiutosi. L’angoscia quindi sta al desiderio ma come contemporanea sospensione del desiderio che oscilla come un pendolo. Ma tutto questo andrà perduto, viene compromesso dall’instaurazione dell’Edipo sovrano, tutta la produzione desiderante viene schiacciata nella rappresentazione, le associazioni libere invece di immettere connessioni polivoche, vengono biunivocizzate, linearizzate, sospese ad un significante dispotico. Le macchine desideranti vengono indebolite, addomesticate, edipizzate, ci dice Deleuze. E questo «indebolimento» del desiderio produce di rimbalzo anche l’«indebolimento» dell’angoscia.
La nostra angoscia, quella degli uomini del XXI secolo, è una «angoscia indebolita». Così come la nostra percezione della «catastrofe» è una «catastrofe indebolita». Forse l’angoscia  che si indebolisce, prima o poi avrà termine, ci sarà un punto di non ritorno, quello sarà il paradiso, l’aver raggiunto una sorta di quiete. Ma la quiete, una volta raggiunta, produrrà di nuovo angoscia. L’angoscia della quiete. E sarà di nuovo l’inferno dell’angoscia. Per il momento ci dobbiamo accontentare della nostra angoscia portatile, derubricata.

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