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“Elucubrazioni a buffo!” de Il 7 – Racconti di Marco Settembre, Commento di Marco Onofrio

Marco Settembre elucubrazioni

Elucubrazioni a buffo!” de Il 7, pseudonimo di Marco Settembre (EdiLet, Collana “La nave dei folli”, Roma, 2015, pp. 170, Euro 14), è un libro di racconti bello e bizzarro, anche per ciò che lo rende “indigesto” al gusto letterario dominante. Nessun cosiddetto “grande editore” lo avrebbe infatti pubblicato, se mai fosse arrivato a prenderlo in considerazione. Il 7 è consapevole della sua “diversità”, irriducibile al mainstream del mercato editoriale. Ci sono alcune spie significative di questa consapevolezza. A pagina 74, dice lo scrittore Joe: «rendere accettabili al pubblico anche soluzioni stilistiche più audaci e innovative. Sono in difficoltà, lo so, dovrei chinare la testa, eppure non riesco ad accettare questa logica». Qualche pagina oltre, giunge puntuale la replica dell’editore Richard (prototipo del tycoon industriale): «Io non credo in certe elucubrazioni contorte, negli alambicchi stilistici, nei pastiches esoterici; m’innervosiscono perché sento che il lettore più pigro si smarrisce in certi gangli dell’enigmistica, tra le crittografie decolorate, nei labirinti di specchi deformanti. No, si deve anzitutto scrivere chiaro, e trattare temi d’interesse generale». Spetta a “Lato”, il pezzo di carne cotta e animata, servito dal cameriere a Richard, l’onere della controreplica: «perché non lasciare più spazio a contorsioni letterarie? Non sarebbe buffo lasciare che le bizzarrie di autori felicemente irruenti rispondano da par loro al bislacco senso del progresso che domina il porco mondo?» Proprio sull’onda di tale felice irruenza, Il 7 dissemina il testo di alcune auto-definizioni (inconsapevoli?) del processo creativo utilizzato. Ad esempio: «lavorio instancabile d’una fervida mente che consuma energie mal riposte macinando scialbe formule recitative, gags da quattro soldi, falsi lirismi e scombiccherati inguacchi linguistici (…) una scia di frescacce e fanfaluche che poi si volta indietro a guardare mentre volteggia tra le pallide vestigia di questo sciatto mondo».

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Marco Settembre

Il 7 rivendica il diritto di praticare liberamente e pubblicare, senza pensare troppo al “mercato”, la scrittura che ha nelle corde: una scrittura da pastiche postmoderno, tracciata nervosamente con uno stile new dada, irriverente, folle e “cialtronesco”. È un autore, un fotografo e un artista visuale che, appunto, ha le “visioni”, cioè dei miti interni che non riesce ad esaurire – più li afferra, più gli sfuggono – per cui è costretto a riprenderli sempre di nuovo per la coda, a girarci intorno. Una costellazione simbolica di ossessioni inestinguibili, da cui non vuole mai del tutto separarsi. Così, a un certo punto può scrivere:

«Sacre e dolci menzogne
mai più abbandonate la mia anima
mai più».

Il 7 valorizza la leggerezza come metodo di scandaglio: sa che la superficie contiene la maggiore profondità. Il libro, non a caso, si conclude con una citazione da Picasso: «L’arte è una menzogna che ci permette di intuire la verità». Una menzogna che, nella fattispecie, si avvale di una spiccata, nutriente attitudine sperimentale: Il 7 tende a operare come alchimista di effetti, di tentativi liberi, aperti al divenire. È un’“ars combinatoria” che egli utilizza «così, per vedere l’effetto che fa». Ecco dunque questi dieci racconti, giocati in un flusso strampalato di pensieri orchestrati in sequenze oniriche. L’“effetto che fa” è un turbinio di immagini che sorgono una dentro l’altra, come matrioske. La scrittura procede per associazioni di idee: idea chiama idea, cosa chiama cosa, parola chiama parola. Ne esce una sarabanda creativa dal ritmo scatenato, frenetico, rocambolesco. Il 7 insegue con gusto gags comiche di reazioni a catena, di effetti simultanei e collaterali, a “domino”. Ricorrono dinamiche da cartone animato. Ad esempio:

Pupe, pepite e reggicalze

Pupe, pepite e reggicalze

«Prese il telefono: “Che c’è?” Cambiò espressione venticinque volte, passando dall’irritazione dissimulata allo stupore circospetto fino all’euforia disincantata. Chiuse la comunicazione schiacciando il pulsante off con una violenza spiccia e irriguardosa, e disse: “Sbaraccate tutto, svelti!” “Ma capo…” “Niente ma. C’è il premio Nobel per il trash televisivo che tiene un corso creativo per televendite ai bambini di una scuola materna. Andiamo lì a fare lo show”. Le più sguaiate manifestazioni di giubilo, tra la troupe, seguirono quell’annuncio: un tecnico immerse la testa in un secchiello pieno di birra e usò il suo ciuffo come pennello su tutte le facce che gli capitavano, un assistente di scena sfondò un megafono urlandoci dentro le tonsille, il massaggiatore si tirò su la maglietta di flanella e si percosse il panzottone facendolo risuonare come un bongo».

In certi casi viene da pensare alle strisce di Benito Jacovitti, pullulanti di uomini, animali, cose, battute demenziali, lische di pesce, salami, mucche, tazzine, vecchiette: un mondo fra il trash e il pulp, truculento e ridanciano, sadico e spassoso. Il 7 è provvisto di ironia surreale: ha il gusto dello sberleffo. La sua penna ha incorporata, pronta ad esplodere, una «pernacchia plastico-metallica» per deridere le storture e le violenze del mondo. Abbondano le parodie: del vuoto televisivo, le banalità del flusso mediatico globalizzato (il tormentone: «come dice la TV»); delle fraseologie criptocritiche (la divertentissima recensione che non dice niente, a pagina 115); del sound tecnologico pseudoscientifico (scienze e libri immaginari, accessori e macchine impossibili come le «borchie mascellari» e le «centrifughe per acceleratori subatomici di positroni al cerume»).

Il risultato globale di questa “centrifuga” è un cosmo caotico, fluttuante, schizoide, liquido, «zupposo» e «poliposo» (per usare due aggettivi “ad sensum” di nuovo conio), che segna il venir meno delle capacità cognitive e predittive, lo scacco ininterrotto della Ragione. La narrazione funziona a “scatole cinesi”. C’è un’anarchia di particolari proliferanti, come tentacoli che si moltiplicano dal loro stesso aggrovigliarsi: ti fa passare davanti tutto il mondo in poche pagine. È un “infinito” che si nutre del finito dei dettagli infinitesimali. Questo iperrealismo microscopico trova la sua cifra caratteristica all’interno della formula «precisione nel casino». Il 7 ha, per sua stessa ammissione, una mente che «vola come una stella filante», per cui affida le briglie della narrazione alle libere movenze di una fantasia dittatoriale e galoppante, che eccelle in particolare nella follia surreale degli accostamenti, elencati sotto forma di stranianti nomenclature. Due esempi: «mostriciattolo di pezza, sedano, gommapiuma, crema di scampi e un vecchio calzino bucato»; e «timballo di miele, salmone e code di puzzole». Breton e Duchamp avrebbero apprezzato.

Riparte il Chiambretti Night con Eto'o... e una sexy Ainett Torna il programma di Piero Chiambretti che ospita il calciatore Samuel Eto'o

Riparte il Chiambretti Night con Eto’o… e una sexy Ainett Torna il programma di Piero Chiambretti che ospita il calciatore Samuel Eto’o

Insomma, non sai mai dove si va a parare: dal bussolotto semantico compositivo esce sempre la parola che non ti aspetti. Le prospettive cambiano continuamente: la scrittura stessa crea e poi distrugge segnaletiche, codici, punti di riferimento. Il 7 mette in scacco lo «sterile schematismo», la pigrizia convenzionale del riduzionismo: è contro «l’obbrobriosa blindata turgidità del simbolo vivente, ma ebete, d’ogni ossessività da regolamento», contro la «tirannia delle fisse regolette (…) le norme orbe e restrittive», le «formulette preconfezionate». Dispone, a tale scopo, di una “machina” linguistica tritatutto. Una sorta di inceneritore dei rifiuti linguistici e simbolici. Quando funziona a “pieno regime”, questa “machina” ha un notevole potenziale creativo: produce una gragnola pirotecnica di accostamenti insoliti, di neologismi, di varietà espressive. Il 7 ha una buona sensibilità etimologica: procede per decostruzione dei materiali, assapora la “polpa” delle parole e le azzanna fino all’osso. Tutto viene rimescolato «in barba alla logica e alle consuetudini semiotiche». È una scrittura intemperante, fiammeggiante, fuori dagli schemi. Ribolle, suppura, tracima: cola da tutte le parti, preda di espressionismo materico e onirico. Ecco un esempio significativo:

«La musica si manifestò in una rutilante moltiplicazione di vibrioni encefaliti-coavvitanti, mentre la base, a metà tra la risacca delle fogne effervescenti e il brontolìo sonnambulico di orchi in letargo, agganciava l’inconscio a richiami di ancestrali sirene trans-global».

Scrivere gli permette di tenere a bada le pulsioni nevrotiche, che a loro volta producono una logorrea sfiancante e anestetizzante, sorretta da un notevole talento musicale per le armonie lirico-espressive. Tanti giri di parole tentano inutilmente di esorcizzare la verità diretta, che spesso sussurra le sue parole “strane” dal fondo di tabù osceni e innominabili. L’Altro, l’Alieno, il Perturbante, vengono presi per le corna a pagina 147, laddove ci si confronta con un «sinistro amorfo innominato essere», descritto con dovizia orribile di particolari – al di fuori di ogni logica umana di rappresentazione. Questo manierismo scatenato a ruota libera può trascinarsi fino al grado zero del nonsense, traguardando il limite di una «cantilena odiosamente monotona, un pesante rosario di parole vuote». Ma è proprio mostrandoci il punto in cui le parole non funzionano più che Il 7 ci fa capire l’importanza suprema del linguaggio. Egli infatti affonda nelle melme della palude, e tuttavia non cede al labirinto, non lascia andare il filo d’Arianna della luce. È un “inguaribile” umanista: come l’anziano Romualdo dell’ultimo, splendido racconto, “La flemma”, che oppone la sua calma ragionevole umanità alle dinamiche coatte dei quattro teppistelli adolescenti che lo hanno rapito per tormentarlo, restandone alla fine affascinati.

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Marco Settembre

Il riso che serpeggia in questi racconti è amaro e tragicomico. C’è una tristezza di fondo: uno «spaventoso senso di miseria» fatto di solitudine, incomunicabilità, degrado, pattume marcescente, viscere e odori dove Il 7 ficca il naso senza paura, pur di capire a nuove condizioni la realtà. C’è la pazzia fulminata delle masse, fuori di testa, che affollano le sterminate, convulse megalopoli – di oggi e del futuro. È un mondo tutto sommato orrendo, «fonte perenne di disgusto». Il 7 mette in scena la crisi globale – sia pur con leggerezza ridanciana e cialtronesca – di un pianeta malato e straziato, che stiamo distruggendo e ci distruggerà. Ma è proprio l’ironia che gli permette di affondare i colpi, di smontare i meccanismi, di farci capire meglio.

(Marco Onofrio)

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John Cheever  (1912-1982) “La città dove la pioggia non fa rumore”:  Roma, di Marco Onofrio

Giovedì 26 febbraio 2015 ore 18.00

Presentazione del volume di ALEKSANDR S. PUŠKIN
32 Poesie CFR Edizioni 2014 traduzione di Paolo Statuti

Presenta GIORGIO LINGUAGLOSSA
Introduzione critica di ANTONIO SAGREDO

 con interventi di

WANDA GASPEROWICZ, SILVANO AGOSTI

“LE STORIE” Libreria Bistrot
Via Giulio Rocco, 37/39 ROMA (Metro San Paolo)

roma La grande bellezza fotogramma

roma La grande bellezza fotogramma

(John Cheever Il rumore della pioggia a Roma Fandango, 2004, pp. 88, Euro 9)

Scrittore dal respiro perfettamente calibrato sulla “misura aurea” del racconto breve, l’americano John Cheever (1912-1982) riflette in alcune prove narrative i ricordi del suo soggiorno romano, datato 1956-57, collocando tra lo splendore distorto e ferito dell’Urbe, così come lui la vede, le evocazioni malinconiche di personaggi “in esilio”, sospesi, inquieti, dispersi, spaesati, che inutilmente cercano di ambientarsi, di provare a sentire in Roma “la” città d’elezione dove vivere il resto dei giorni. “The Bella Lingua”, “Clementina” e “Boy in Rome” sono i racconti antologizzati da Fandango editore nel bel volume Il rumore della pioggia a Roma (2004, pp. 88, Euro 9), con traduzione di Leonardo Giovanni Luccone. Si legge nel risvolto di copertina: «17 ottobre 1956. I Cheever – John, la moglie Mary, incinta di quattro mesi, e i due figli Susan e Ben – s’imbarcano sulla Conte Biancamano diretti in Italia: Roma sarà la loro nuova casa per dieci mesi. Palazzo Doria, quarto piano: un’unica enorme stanza divisa in tre da pannelli mobili di stoffa. Niente frigorifero, niente acqua calda. Il soffitto è d’oro, alle pareti ritratti a grandezza naturale, le finestre lasciano penetrare luce rosata. Una luce trasparente che Cheever non dimenticherà mai e che fino alla fine tornerà a toccare». La realtà esperita a palazzo Doria alimenta, per trasposizione surreale, la fantasia degli inesistenti “palazzo Tarominia” (con tanto di papa inventato) e “palazzo Orvieto”:

«La baronessa Tramonde, la sorella del vecchio duca di Roma, viveva nell’ala destra del palazzo Tarominia, in un appartamento che era stato costruito per il papa Andros X. L’appartamento era raggiungibile salendo un’imponente scalinata con muri e soffitti affrescati».

«(…) rimanemmo tutto il tempo a palazzo Orvieto. È un edificio bello ma tetro con una celebre scalinata illuminata soltanto da lampadine da dieci watt e divorata dall’ombra della sera. A volte manca l’acqua calda e quando a Roma in inverno le giornate sono fredde e piovose il palazzo è infestato da spifferi, con buona pace delle statue tutte nude. Dalle strade affogate nel buio giungono voci melodiose di uomini che cantano di rose dell’eterna primavera e di cieli mediterranei pieni di sole; può essere irritante ascoltarle, sarebbe più opportuno che intonassero canzoni sulle trattorie fredde, sulle chiese fredde, sulle enoteche e i bar freddi, oppure sulle tubature che esplodono e sui gabinetti mal riscaldati o su come la città rimanga immobile sotto la neve come un vecchio colto da un infarto, o su come tutti, perfino gli arciduchi e i cardinali, si aggirino per le strade tossendo… ma non sarebbe una gran bella canzone, suppongo».

roma La grande bellezza fotogramma

roma La grande bellezza fotogramma

Quella di Cheever è una Roma aspra e per certi versi ingrata, tutt’altro che idealizzata o ritagliata sui contorni del mito: «città straniera piena di rovine e di fontane» dove «ogni dettaglio alimenta più domande di quante risposte esso sia in grado di fornire», per cui «organizzarvi qualsiasi cosa è così complicato». Una città che pullula di americani tristi, divorziati, reduci da catastrofi esistenziali; da cui discendono i «veri emigranti», ovvero i figli – forzatamente romanizzati – «di quelli che lavorano all’ambasciata, i figli degli scrittori, degli impiegati nelle società petrolifere e nelle compagnie aeree, dei docenti del Fulbright». È una Roma fredda e ferita: il luogo multanime della frattura, della sconnessione, dello sradicamento.

roma La grande bellezza fotogramma

roma La grande bellezza fotogramma

Il personaggio tipico di Cheever è un sopravvissuto ai propri fallimenti: di classe medio-alta e di estrazione protestante, normale e compìto all’apparenza ma pieno di sottile disperazione, sedimentata in filiera dolente di cristallizzazioni, angosce, manie. E tuttavia, lo scandaglio tenebroso dell’esistenza è mosso dall’«amore per la luce», cioè dalla rivendicazione del diritto alla vita di ognuno, per cui lo scrittore tende, a nome di tutti, verso la «volontà di identificare certi rapporti morali dell’essere», che lo conduce a verificare la consistenza del vero dietro le apparenze, e dunque il male nascosto che impedisce agli uomini di essere felici. Anche per questo Cheever preferisce, come più sintomatico ed emblematico dell’uomo quale è – e della cui condizione gli pare opportuno scrivere – il personaggio dell’esule, dell’espatriato che cerca in ogni modo di adattarsi a un territorio straniero, da cui è tagliato fuori anzitutto a causa della barriera linguistica; ma che poi, inevitabilmente, finisce per sognare con nostalgia il profilo delle coste dove è nato.

roma La grande bellezza fotogramma, Sabrina Ferilli

roma La grande bellezza fotogramma, Sabrina Ferilli

Wilson Streeter, protagonista di “The Bella Lingua”, crede di sfondare il muro di fredda estraneità che lo separa da Roma imparando l’italiano: «quella sensazione di estraneità che l’avvolgeva sarebbe scomparsa non appena fosse diventato padrone della lingua». L’esilio romano non è soltanto solitudine e alienazione: c’era anche «un esaltante senso di libertà e un’accresciuta consapevolezza della bellezza di ciò che ogni giorno poteva ammirare»:  «L’aria era fredda, odore di caffè intorno – altre volte si avvertiva odore d’incenso se la porta della chiesa rimaneva aperta –, vendevano crisantemi in ogni angolo. Di fronte agli occhi uno spettacolo esaltante, disorientante: le rovine della Roma repubblicana e imperiale, le rovine di ciò che la città era stata fino a poco tempo prima».

roma La grande bellezza fotogramma

roma La grande bellezza fotogramma

Streeter impara l’italiano da un’americana di nome Kate, che vive in un vecchio palazzo vicino piazza Firenze: egli adora la passeggiata serale che lo conduce a lezione, dopo il lavoro in ufficio, poco oltre il Pantheon. Streeter attraversa Roma e Roma attraversa i suoi sensi, acutizzandoli, traducendosi in una continua impronta “corpuscolare” di percezioni atomizzate, che lo scrittore fa emergere e raccoglie. Charlie, il figlio adolescente di Kate, vuole tornare in America con suo zio George, dopo cinque anni di mancata integrazione romana. La madre non è d’accordo: scoppia un conflitto e salta la lezione di Streeter.

«Con la lezione andata a monte e nient’altro da fare passeggiò lungo il fiume fino al ministero della Marina e tornò indietro passando per un quartiere di cui non era possibile dire se fosse vecchio o nuovo né altro. Era domenica pomeriggio, le case quasi tutte chiuse, le strade deserte, le poche persone che incontrava erano nuclei familiari di ritorno da una gita allo zoo, poi alcuni di questi uomini e donne soli con un pacchetto di paste tra le mani che si incrociano in ogni angolo del mondo, per lo più zii e zie non sposati che vanno a prendere il tè con i parenti e portano un po’ di dolci per rendere più piacevole la visita. Silenzio intorno, la sua solitudine era scandita dal rumore dei suoi passi e dallo sferragliare lontano delle ruote del tram sui binari, un suono di solitudine per molti americani la domenica».

roma La grande bellezza fotogramma Jep Gambardella

roma La grande bellezza fotogramma Jep Gambardella

Sotto Porta Flaminia una prostituta giovane e bella tenta di adescarlo, ma lui gentilmente rifiuta. Passando per la piazza assiste all’investimento violento, forse mortale, di un pedone: il conducente scappa dall’automobile e se la dà a gambe verso il Pincio, la folla si assiepa vociando in modo concitato, qualche donna si fa il segno della croce. Streeter prosegue, e Roma gli rivela il suo volto infido, cinico, feroce.

«Camminò in direzione opposta alla piazza, verso il fiume, e passando accanto alla tomba di Augusto notò un ragazzo che chiamava un gatto e gli offriva qualcosa da mangiare. Era uno delle migliaia di milioni di gatti che vivono tra le rovine dell’antica Roma e che mangiano rimasugli di spaghetti. Il ragazzo gli stava dando un pezzo di pane ma non appena il gatto si avvicinò, quello tirò fuori un petardo dalla tasca, lo mise in mezzo al pane e accese la miccia; poi, lasciò il pane sul marciapiede e proprio nel momento in cui il gatto l’afferrò ci fu lo scoppio. L’animale lanciò un urlo infernale e balzò per aria con il corpo che si attorcigliava su sé stesso. Una volta a terra si diede alla fuga su un muro per poi perdersi nell’oscurità della tomba di Augusto. Il giovane rise per il suo scherzo e con lui diverse persone che si erano fermate a guardare».

Streeter avrebbe voglia di prendere a schiaffi il ragazzo, ma sorvola per non compromettersi con i presenti, assai compiaciuti dello “spettacolo”. Incrocia poi un carro funebre a cavalli, senza nessuno dietro: «gli amici dello scomparso avevano probabilmente fatto tardi o gli era stata comunicata la data sbagliata o si erano del tutto dimenticati dell’impegno, cosa che accade spesso a Roma». Streeter, infine, torna a casa.

«Una volta a casa si versò un po’ di whisky e acqua in un bicchiere e uscì in balcone. Ammirò il calar della notte e le luci nelle strade che via via si accendevano. Fu preso dallo sconforto. Non voleva morire a Roma».

john cheever copEcco, inesorabile e invincibile, il senso di estraneità che chiama, per contrappeso, la nostalgia delle radici, piantate nel cuore della “patria interiore”, al centro della terra (lingua) madre; pur nella consapevolezza “troppo umana” che «quando sei in un posto e non vedi l’ora di essere in un altro non puoi pensare di risolvere la cosa prendendo una nave. In realtà tu non desideri un altro paese, tu desideri qualcosa che dentro di te non hai o che non sei stato ancora in grado di trovare». Proprio questa congenita inquietudine esistenziale non impedisce a Streeter-Cheever di notare certe “crepe”, ramificate fra le dorature e le vestigia magnificenti della Città Eterna, fino addirittura ad affermare che

«Roma era brutta o perlomeno lo era la periferia: tram e negozi di mobili a prezzi ridotti, strade che si ripiegavano su sé stesse e appartamenti in cui nessuno vorrebbe vivere».

Lo status sociale dei personaggi, nei racconti romani di Cheever, tende alle classi altolocate: ricorrono soprattutto i nobili invecchiati e pacchiani, come la baronessa di Tramonde («la compagine di nobili cominciò ad attraversare la sala, il duca di Roma in testa con un mazzo di fiori nella mano destra. Poco più indietro c’era sua moglie, la duchessa – una donna alta, slanciata, con i capelli grigi e ornata da molti gioielli che dovevano esser stati dati alla sua famiglia da Francesco I. Un assortimento d’altri nobili occupava la posizione di coda, con l’aspetto di un circo di campagna»), o decaduti fino alla miseria e alle vesti logore, come la principessa “Tavola-Calda”, sbeffeggiata e spernacchiata dalla donna di servizio. C’è però, in guisa di contraltare, l’omonima protagonista di “Clementina”, cui è demandato il compito di vedere e vivere “dal basso” il mondo borghese e benestante che la “assume” e le permette di collocarsi: «alcuni americani stavano cercando una donna di servizio. Clementina senza perder tempo (…) recitò le preghiere alla chiesa di San Marcello e si precipitò, attraversando l’intera città, a casa degli americani con la convinzione che tutte le ragazze che incontrava quella sera stessero cercando lo stesso posto. (…) La vita di Clementina era diventata piacevole e divertente, ogni giorno pregava alla chiesa di San Marcello implorando che continuasse così per sempre».

roma La dolce vita Fellini

roma La dolce vita Fellini

Lo scrittore plasma il personaggio di Clementina sulla base “dal vero” fornitagli da Iole Felici, una ragazza di Capranica che fu la domestica dei Cheever a Roma e che li seguì in America quando partirono. Anche Clementina resta a servizio negli Stati Uniti, dove – pur non ambientandosi – impara a usare gli elettrodomestici (mai conosciuti prima d’allora), e dove – pur non amandolo – decide di sposare Joe, l’addetto alle consegne del latte, emigrato dall’Italia meridionale, per eludere la scadenza semestrale del visto temporaneo. Anche per Clementina il principale ostacolo all’integrazione è la barriera linguistica, il fatto di non capire l’inglese e non farsi capire parlando l’italiano (la “bella lingua”). Ma l’esperienza nel Nuovo Mondo le consente di aprire gli orizzonti dello sguardo, di imparare cioè che «il mondo era ovunque lo stesso – i fili per stendere il bucato sono gli stessi in tutto il mondo» perché in ogni luogo e in ogni tempo l’essenza della vita permane misteriosa, quanto assurda e diversa.

Il titolo del libro viene dall’incipit del terzo racconto, “Boy in Rome”:

«Roma. Piove mentre scrivo. Abitiamo in un palazzo con il soffitto d’oro, il glicine è in fiore. Il rumore della pioggia a Roma è impercettibile».

roma La grande bellezza

roma La grande bellezza

È la città dove la pioggia non fa rumore, perché avvolge dolcemente ruderi, cupole e sampietrini come una carezza piena di sussiego, lucidando ogni superficie e strappandole un bruire leggero, tenue, prossimo al silenzio. Anche la pioggia sembra rispettare l’eternità di Roma, l’oscurità stratificata del suo tempo millenario. Il boy in ascolto della pioggia vive a Roma perché suo padre è sepolto nel cimitero protestante (per altri americani, invece, si tratta di evadere le tasse, o smaltire i postumi di un divorzio, o cercare libertà e ispirazione), e tuttavia non ci sta granché bene (in fondo non sta bene con se stesso: sente di non aver ricevuto tutto l’amore di cui ha bisogno), e allora avverte l’impulso di lasciare il paese straniero, di ritornare a “casa” (cioè in America). Si adatta a un lavoro temporaneo di guida turistica per l’agenzia Roncari: accompagna in pullman i connazionali americani a Tivoli, a Villa Adriana, a Villa d’Este. Il viaggio di ritorno è, specie d’inverno, molto più silenzioso che all’andata: i turisti sondano

«tutta l’estraneità di Roma che li travolgeva come un vortice, con le sue luci, la sua frenesia e i suoi odori di cucina; l’estraneità di una città in cui non avevano né amici né parenti o affari da sbrigare all’infuori di una visita alle rovine. L’ultima fermata era in alto nei pressi di Porta Pinciana, lì d’inverno tirava spesso un forte vento e io mi domandavo quale fosse il vero significato della vita e se non fosse proprio quello che avevo davanti agli occhi: viaggiatori affamati, alcuni con i piedi doloranti, che cercavano le luci fioche del loro hotel in una città che non avrebbe dovuto patire la rigidezza dell’inverno e che invece la pativa enormemente e dove tutti parlavano una lingua sconosciuta».

roma La grande bellezza fotogramma

roma La grande bellezza fotogramma

Cheever torna ossessivamente sulla condizione di impermanenza e smarrimento dello straniero come emblematica dell’uomo tout court: occorre penetrare nei meandri di quella tristezza per raggiungere l’abisso dell’esistenza, sradicata dal proprio centro gravitazionale, nel conflitto delle sue continue e risorgenti potenzialità. E capire, così, che «la mia vita non era altro che una menzogna»: e capirlo anche grazie a Roma, al «caos tremendo» del traffico e all’oscurità delle strade, certo; senza però dimenticare la meravigliosa libertà che emana dalla sua proverbiale e quasi “tautologica” bellezza:

«Sabato è un giorno come un altro a Roma: le strade sono congestionate dal traffico e masse di persone si riversano sui marciapiedi: romani, pellegrini, membri di ordini religiosi e turisti con macchine fotografiche. Era una bella giornata e sebbene non spetti a me dire che Roma è la città più bella del mondo spesso l’ho pensato guardando sulle colline i pini dalla chioma schiacciata e gli edifici dai colori carichi mescolati tra loro come granelli di sabbia e quelle grosse nuvole dalla forma arrotondata che a Nantucket preannuncerebbero l’arrivo di un temporale prima di cena mentre a Roma non preannunciano nient’altro che i cielo si tingerà di porpora e si riempirà di stelle; ho pensato che sono proprio i suoi abitanti così spensierati a rendere Roma tanto travolgente. Almeno un migliaio di viaggiatori, ripeto almeno un migliaio, deve aver detto prima di me che la luce e l’aria sono come il vino, come quei vini bianchi dei Castelli che si bevono in autunno».

(Marco Onofrio)

 

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RACCONTO E ROMANZO A CONFRONTO – Riflessioni di Marco Onofrio

La grande bellezza, immagine di Tony Servillo nei panni di Jep Gambardella

La grande bellezza, immagine di Tony Servillo nei panni di Jep Gambardella

 Pare che gli editori tendano a storcere il naso dinanzi alla sola prospettiva di pubblicare libri di racconti, poiché – questa la spiegazione vulgata – “i racconti non vendono bene, mentre i romanzi sì”. È una spiegazione che convince poco, dato che – nella condizione terribile di crisi che attanaglia da tempo il mercato editoriale – stentano a vendere come si spera anche i romanzi di consumo popolare, scritti, editati e distribuiti apposta per piacere al grande pubblico. Il “lettore comune” – sostengono ancora gli editori, sulla base delle indagini di mercato e dei sanguinanti resoconti di vendita – preferisce immergersi in una storia appassionante di largo respiro, dunque non troppo breve e non del tutto depurata di ridondanze, che gli consenta una più agevole immedesimazione nella materia narrata. L’esperienza estetica garantita dal racconto appare di conseguenza troppo breve: non si fa in tempo a prenderci confidenza che già finisce. Il racconto esige una chiave di accesso basata sull’intensità, e non tutti i lettori (se non quelli “forti” e più raffinati, fruitori abituali di poesia e saggistica) hanno la predisposizione giusta per entrare in sintonia. Anche per questo scrivere un bel libro di racconti è, forse, più raro che scrivere un bel romanzo.

Robert Musil

Robert Musil

 Tuttavia i racconti sono, probabilmente, il fulcro della narrativa. E si leggono inoltre in un tempo più breve; tanto più dovrebbero piacere, dato che la gente oggi ha sempre meno tempo da dedicare alla lettura. In un’epoca come la nostra, così fondata sulla velocità della comunicazione, i romanzi “lenti” come quelli giustamente tanto amati di Proust o di Musil (con i loro tomi di migliaia di pagine) sono quasi illeggibili: hanno ceduto il passo a un ritmo diverso, esemplato sul cinema e sulla televisione, ma annunciato sin dagli anni Trenta con la scrittura “veloce” dei racconti di Hemingway, con quel dialogo sincopato sul tempo della musica di allora. Il mondo, che si offriva da secoli come qualcosa di continuo e organico, si è presentato a un certo punto come spezzato in frammenti isolati. La compattezza delle rappresentazioni tradizionali è stata demolita sotto i formidabili colpi dell’intuizionismo, della psicoanalisi, della fisica quantistica, della relatività generale e ristretta, del politeismo etico, etc. Si dissolvono, per conseguenza, anche le strutture narrative tradizionali. Il personaggio è sottoposto a una destrutturazione atomistica che lo rende “antieroe” e, anzi, “inetto”: non è sentito più come monade unitaria, ma come aperta e imprevedibile “disponibilità” psicologica, nelle sue continue e contraddittorie oscillazioni tra conscio e subconscio, parola e pensiero,  dialogo esterno e soliloquio mentale (monologo interiore), intenzione e azione; esposto dunque alle insidie dell’irrazionalismo e del relativismo, che segnano il tracollo di ogni certezza deterministica (su cui si fondava il romanzo borghese).

Franz Kafka

Franz Kafka

 La realtà non è più frutto di rapporti causa-effetto, ma “onda di probabilità” che sfugge ad ogni schema predittivo. Sono già soggetti a questa nuova Weltanschauung narratori come Kafka, Proust, Joyce, Mann, Musil, Pirandello, Svevo. Il fenomeno si accentua nell’età cosiddetta postmoderna: desautorate le grandi cause unificanti in cui confidava il grande romanzo, anche il romanzo – oggi che tutto è come disperso – deve accontentarsi di realtà più piccole, “minori” per così dire, o più circoscritte. Il sostanziale fallimento del romanzo sperimentale della seconda metà del ‘900 ha prodotto reazioni di segno opposto, tra cui: l’esplosione epica della forma-romanzo, che da fiume diventa oceano, dilatandosi per proliferazione interna nella struttura “aperta” di un’opera ciclopica come Infinite Jest (1996) di David Foster Wallace; il recupero, in controtendenza, del “racconto ben fatto”, e dunque il ritorno del plot, della storia “a tutto tondo”, della scrittura classica e corposa, in grado di valorizzare l’arte perduta della lentezza e i piaceri dell’indugio, con l’uso sapiente delle descrizioni, delle digressioni e delle iterazioni; la facile diffusione del romanzo ciclico, programmato con moduli seriali, da format cine-televisivo, basato sul puro intrattenimento e di genere preferibilmente fantasy o spy-story; la prosecuzione dell’antiromanzo attraverso forme più mediate e attenuate di rottura, come le scritture “di margine” dei narratori che sono e si dicono “allergici” alle trame, e dunque estendono a misura di romanzo (o di racconto lungo) la profondità del saggio, mescolata con la precisione frammentaria e l’intensità del racconto breve. Quest’ultimo, rispetto al romanzo, sembra in definitiva più funzionale alla dinamica storica che – secondo Lukàcs, a partire dalla crisi della grande borghesia europea dell’Ottocento e dalla decadenza del ruolo dell’artista all’interno di essa –, impone allo scrittore di “descrivere” piuttosto che “narrare”, rappresentando una miriade di particolari senza poterli ricondurre a una totalità, che era ben simboleggiata dal romanzo realista, cioè a una visione e una spiegazione complessiva del mondo: come i pezzi di uno specchio andato in frantumi. L’idea di fondo è che la parte è già significativa e rappresentativa del tutto: basta estrarre un frammento di roccia per conoscere l’intera miniera.

Alberto Moravia

Alberto Moravia

 Anche Moravia nota, in un confronto tra racconto e romanzo contenuto in L’uomo come fine (1963), le potenzialità per certi versi maggiori del racconto, nel senso dell’agilità di presa multicentrica, di adesione agli innumerevoli aspetti del reale; sicché

 «a ben guardare, si potrebbe dire che mentre Maupassant e Cechov esauriscono per così dire la varietà di situazioni e di personaggi della società del loro tempo, Flaubert e Dostoevskij, invece, un po’ come certi uccelli solitari che ripetono senza posa, con fedeltà significativa, sempre lo stesso verso, in fondo non hanno mai fatto altro che riscrivere sempre lo stesso romanzo, con le stesse situazioni e gli stessi personaggi.   Alcuni secoli prima, il Boccaccio, il maggiore scrittore di racconti di tutti i tempi e di tutti i luoghi, offre lo stesso esempio di straordinaria varietà e ricchezza nei confronti di Dante. Se non avessimo che la Divina Commedia, con le sue immobili figure gotiche scolpite a bassorilievo giro giro il monumento del poema, certo ne sapremmo molto meno sulla vita di Firenze, dell’Italia, e insomma del medioevo. Boccaccio è invece il dipintore insuperabile di questa vita. Nel Decamerone, al contrario della Divina Commedia, tutto è detto in funzione appunto di un’illustrazione completa di questa vita, senz’altro fine che quello di esaltarne la varietà e la ricchezza».

Luigi Pirandello

Luigi Pirandello

 Lo scrittore di racconti ha parecchi inizi da accendere e consumare. Dai diversi frammenti del prisma esploso, accostati in un certo ordine, può comporsi un affresco di grande evidenza rappresentativa, in grado di liberare, come non mai, lo “spirito del tempo”. Il racconto, continua Moravia, «viene da un’arte letteraria senza dubbio più pura, più essenziale, più lirica, più concentrata e più assoluta di quella del romanzo», ed è vicino alla poesia nella misura in cui infilza la folgorazione di un momento particolare, «ben delimitato temporalmente e spazialmente» nel suo sviluppo.

calvino e J.L. Borges

calvino e J.L. Borges

 Disse Borges in un’intervista: «I romanzi sono organismi troppo grossi, gonfi di cose troppo pesanti e troppo inutili. La forma letteraria perfetta può essere soltanto il racconto, che permette di concentrarsi direttamente sull’essenziale, come fa la poesia…». E infatti, insieme a Bioy Casares, raccolse una celebre antologia di Racconti brevi e straordinari, anche di una sola frase, tra cui il più breve di tutti – citato da Italo Calvino nelle Lezioni americane, per il capitolo sulla “brevità” -, quello di Augusto Monterroso: “Cuando despertò, el dinosaurio todavìa estaba allì”.  Lo scrittore di racconti brevi è, in genere, un narratore che ha interiorizzato la vocazione del poeta: la sensibilità linguistica lo porta sempre e comunque a “scrivere bene”, a non potersi accontentare delle frasi principalmente funzionali allo sviluppo del plot, e questo contrasta la fluidità dinamica dell’arco narrativo. Il “romanziere nato”, invece, guarda più allo sviluppo strutturale della storia che alle singole frasi di cui si compone.

Proust

Proust

 È la differenza che c’è, nello sport, tra un maratoneta e un centometrista: il maratoneta non può permettersi di sprecare troppo fiato (fuor di metafora: darsi tutto ad ogni pagina), perché ha la primaria necessità di conservarlo a lungo, fino a coprire la lunghezza massacrante del percorso. Il narratore portato al racconto breve, invece, fa un po’ come il poeta-centometrista: lavora sull’intensità, sulla concentrazione dello sforzo, sulla rapidità del gesto. Quello del narratore in breve è un appuntarsi acuto e translucido sul particolare; il romanziere ha bisogno di un altro respiro, di vedere le cose dall’alto, di andare il più possibile avanti, tenendo il lettore incollato alla pagina.

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

 È nutrita la filiera di domande che sorgono, conseguenti, a margine di queste riflessioni. Ad esempio: che cosa chiedere ancora, oggi, alla parola, alla pagina scritta, all’esperienza stessa dello scrivere e – in luogo speculare – del leggere? Oggi che la parola è schiacciata dall’immagine, ed è consunta, banalizzata, depauperata dall’uso iper-mediatico globalizzato. Come concepire ancora un “romanzo”, dinanzi alla proliferazione infinita di audiovisivi per il grande e il piccolo schermo? Che cosa chiedere ancora al genere narrativo? Come superare la disperante sensazione di aver detto e ascoltato tutte le storie possibili? Che dunque non c’è niente di nuovo e originale da scrivere? Che è difficilissimo non ripetersi, senza ricalcare stereotipi, modelli, banalità?

 Verrebbe da dire: scrivete tutto e in qualsiasi modo, racconti e romanzi, purché in pagine succose, vive, autentiche, ricche di sapore. Questo ancora chiediamo al narratore: di parlarci di noi attraverso se stesso. Di mettere in scena esperienze comuni, riconoscibili, “umane”. Storie emblematiche, sapide di vita e di esperienza. Non parole vuote.

(Marco Onofrio)

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971) è uno scrittore e operatore culturale italiano. Elenco volumi editi:

1. Interno cielo (Milano, 1993) – romanzo
2. Eccedenze (Roma, 1999) – racconti
3. Squarci d’eliso (Roma, 2002) – liriche
4. La dominante (Roma, 2003) – tragicommedia
5. Autologia (Roma, 2005) – liriche
6. La lampada interiore (Roma, 2005) – racconti
7. D’istruzioni (Roma, 2006) – liriche
8. Guido De Carolis (Roma, 2007) – saggio biografico e critico
9. Antebe. Romanzo d’amore in versi (Roma, 2007) – liriche
10. È giorno (Roma, 2007) – liriche
11. Emporium. Poemetto di civile indignazione (Roma, 2008) – poemetto drammaturgico
12. Ungaretti e Roma (Roma, 2008) – saggio biografico e critico
13. Dentro del cielo stellare … La poesia orfica di Dino Campana (Roma, 2010) – saggio critico
14. La presenza di Giano (Roma, 2010) – poemetti filosofici
15. Nello specchio del racconto. L’opera narrativa di Antonio Debenedetti (Roma, 2011) – saggio critico
16. Disfunzioni (Roma, 2011) – poemetti
17. Senza cuore (Roma, 2012) – romanzo
18. Ora è altrove (Roma, 2013) – liriche.
19. La scuola degli idioti (Roma, 2013) – racconti
20. Non possiamo non dirci romani. La Città Eterna nello sguardo di chi l’ha vista, vissuta e scritta (Roma, 2013) – saggi di argomento romano
21. Come dentro un sogno. La narrativa di Dante Maffìa tra realtà e surrealismo mediterraneo (Reggio Calabria, 2014) – saggio critico.

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