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Mauro Ferrari  POESIE SCELTE da “Il libro del male e del bene Poesie 1990-2006” (puntoacapo, 2016 pp. 176 € 20) con un Commento di Fabio Pusterla; “Il bene della vista è ostinatamente fuori di ogni canone imperante, perché considera l’Io un punto di vista”

foto Cuadro lienzo Garabatos Blanco&Negro

Cuadro lienzo Garabatos Blanco&Negro

Mauro Ferrari (Novi Ligure 1959) è direttore editoriale di puntoacapo Editrice. Ha pubblicato le raccolte: Forme (Genesi, Torino 1989); Al fondo delle cose (Novi 1996); Nel crescere del tempo (con l’artista Marco Jaccond, I quaderni del circolo degli artisti, Faenza 2003); Il bene della vista (Novi 2006, che include la precedente plaquette). Numerose le sue partecipazioni ad antologie, tra cui la recente antologia curata da Emilio Coco, Vuela alta palabra (Caza de Libros, 2015). È inserito nell’Atlante dei Poeti di Ossigeno nascente.

Come critico ha pubblicato Poesia come gesto. Appunti di poetica, Novi 1999); i saggi e le riflessioni sono ora raccolti in Civiltà della poesia (puntoacapo, Novi 2008). Ha fondato e diretto fino al 2007 la rivista letteraria La clessidra, ha collaborato all’Annuario di poesia Castelvecchi e a moltissime altre riviste e antologie con saggi, testi e traduzioni di poeti inglesi contemporanei. Ha curato il progetto globale e in particolare il tomo II dell’antologia  Il fiore della poesia italiana (puntoacapo 2016), dedicato ai poeti contemporanei. Attualmente dirige l’Almanacco Punto della Poesia Italiana, edito da puntoacapo. È membro della Giuria del Premio letterario “Guido Gozzano” di Terzo (AL) ed è direttore culturale della Biennale di Poesia di Alessandria.

roy lichtenstein citazione make-up

da roy lichtenstein citazione make-up

Commento di Fabio Pusterla su “Il bene della vista”  (2006)

Libro ampio e complesso, scritto e rielaborato per anni dal suo autore, questo volume merita senz’altro seria attenzione da parte dei lettori di poesia. Nella parca nota conclusiva, Ferrari fornisce alcune indicazioni significative, da cui conviene partire per indirizzare la lettura; indicazioni che si concentrano proprio sul titolo dell’opera, e sul suo significato. Intanto, informa Ferrari, il titolo vorrebbe «suonare ambiguo e, forse, sarcastico»; in secondo luogo, nel corso del lungo lavoro di sistemazione della raccolta l’autore si è convinto che «Il bene della vista è ostinatamente fuori di ogni canone imperante, perché considera l’Io un punto di vista e non un oggetto di poesia». Le due osservazioni, in qualche modo complementari, forniscono a ben guardare un concentrato di poetica; e se forse si potrebbe smussare la presunta anomalia di una simile poetica rispetto al panorama generale (si può ben immaginare quali siano i “canoni imperanti” a cui pensa Ferrari; mi pare tuttavia che la riflessione sull’Io e la sua trasformazione in “punto di vista” non sia affatto estranea a parecchi dei migliori autori contemporanei, non necessariamente “canonici”, s’intende; basterà qui richiamare il lavoro di Umberto Fiori, e in particolare il titolo del suo più recente volume di poesia, La bella vista, a cui, si può pensare, Ferrari guarderà fraternamente), ciò che davvero conta è che effettivamente una simile poetica viene seguita da Ferrari con rigore e con coerenza, e che il risultato di un simile sforzo appare non di rado di singolare intensità.

Se l’Io è un punto di vista, dell’Io non sapremo nulla in maniera diretta: ne coglieremo semmai le scelte visive, e ne intuiremo alcune caratteristiche attraverso il modo di guardare; nulla di più. Eppure, sappiamo già in partenza qualcosa di essenziale a proposito di quell’Io così nascosto al nostro sguardo: esso si è come depurato, o è stato deprivato, di ogni altro possedimento all’infuori della vista; è un io povero, cosciente della propria condizione, ma non sconfitto o rassegnato, e anzi determinato ad affidarsi fino in fondo all’unico bene che gli rimane: la vista, appunto, una lama affilata e a doppio taglio, che del mondo può rivelare la bellezza o l’orrore, la gloria o la vergogna. Ecco l’ambiguità, e il possibile sarcasmo, cui allude l’autore; anche se poi nel libro la nota dominante è forse quella meno cupa: persino di fronte alle immagine più orribili, più torbide, la vista di Ferrari sa di essere un bene, vuole esserlo, per quanto faticoso e doloroso possa risultare il peso di un simile bene. E il bene non consisterà allora nella bontà delle cose viste, ma nel solo coraggio di guardarle, nella caparbietà e nella pazienza di accenderle per un istante sul palcoscenico della pagina, sottraendole al buio e al silenzio che le azzerano . . . I versi che aprono un testo importante come Orizzontale suggeriscono bene il valore etico dello sguardo di Ferrari, che nasce da una scelta, e che si propone di stabile un rapporto con il mondo, una ricerca di senso, e non certo un abbandono estetizzante al potere delle immagini. Così orientato, lo sguardo si dirige soprattutto verso due direzioni, che si intrecciano nel corso del libro. La prima è quella spaziale, del paesaggio: un paesaggio vasto, ferito, bello e doloroso, fiero e umiliato; la seconda quella, verticale, del tempo, che è tempo soggettivo, individuale, affiorante qua e là appunto nel paesaggio, nelle cose stesse, sotto forma di segnali o di precarie sopravvivenze, ma che è anche tempo collettivo, storico, con tutte le sue speranze deluse, le sue sconfitte . . . La vista è dunque lo strumento di una ricognizione; ma le risultanze di tale ricognizione vanno poi trasformate in scrittura poetica, ed è qui che appare l’altro aspetto centrale dell’opera di Ferrari, cioè una sorta di onda verbale, ritmica, che trascina con sé, come un respiro sommesso, ampio, le singole parole, le frasi, i versi. Un vento non impetuoso ma costante, che non scende dall’altro delle nuvole ma sembra salire dal basso, dalle fessure del terreno, spira attraverso le pagine di questo libro; eppure in certi particolari momenti tutto sembra arrestarsi, il flusso s’interrompe, e la singola scena si staglia folgorante: come avviene, per non fare che un esempio, nella poesia Ali: dal migliore degli inferni possibile, dove l’apparente inquieta contemplazione di un laghetto o stagno alpino si blocca su un fotogramma atroce:

La madre nuota
in mezzo metro d’acqua verso me
che osservo gli anatroccoli a distanza,
e solo adesso m’accorgo delle remiganti
tagliate nette con precisione –
(…)

Così la scrittura di Ferrari si muove dentro questa duplice dimensione: tra l’intensità visiva del singolo punto e lo sfumato ritmico dell’insieme; o, con altre parole, tra crudeltà e elegia. Del resto: il lettore non fatica a riconoscere, in questi versi, molti richiami alla tradizione più illustre, da Dante a Montale. . . .

Ma forse, per concludere, la cosa che va detta è soprattutto un’altra. Il bene della vista di Mauro Ferrari è certo un tentativo di dar voce non solo e non tanto a un’esperienza esistenziale, ma soprattutto all’incrocio di vite e di morti, di sogni e di cadute che l’hanno costituita; e di cercare, con questo tentativo, un senso, un ordine e persino, se la cosa fosse possibile, una forma di armonia in ciò che altrimenti parrebbe solo cieco gioco del caso, della storia o della biologia. Appunto per questo l’Io ha dovuto rinunciare quasi del tutto a se stesso, trasformarsi in anonimo sguardo, abbandonandosi al movimento dell’occhio che fruga nella realtà del presente e del passato. Ma è grazie a tale scelta che il lettore può scoprirsi rappresentato da molte delle poesie di Ferrari: come se quel paesaggio, quella scena, quei volti e quel respiro fossero anche suoi, sue quelle domande, quell’ansia. Suo, soprattutto, lo sguardo, lucido, e stranamente sereno.

Poesie di Mauro Ferrari da “Il libro del male e del bene Poesie 1990-2006” (puntoacapo, 2016)

Valerio Merulo al giovane poeta Lucio

“Che triste il tuo libercolo, Lucio;
e che oscena tanta ossessione
di realtà, quel pullulare
d’uomini e cose che sporca la mente…
sconveniente, in questo mondo
civile e irreale che dondola
sospeso fra due salici. E chiedermi
una recensione, via, non è da te…
Guarda con quanta grazia Proculo
invece piazza i suoi prodotti
(tutti lo comprano al Foro)
e già prepara nuove meraviglie.”
.

Proculo medita sulla Storia
.
Nell’acqua fino alla cintola
controcorrente mirava gli acquitrini
livellati da una marea pietosa,
quando il suo sguardo si incagliò in un’ansa
da cui dedusse fango e canneti

splendida vita da carpe.
.
(Più innanzi, passata la pianura,
l’acqua tornava a rivoltare
bianca e impetuosa i ciottoli,
precipitando quindi
da una rupe di cinabro.)
.
Medita sulla Libertà

.
Ma poi l’assurda libertà, gli spazi
finti che al volo si offrono
indagatore di abissi, i cieli
sfregiati e i fondali inquieti
diventano questo piacere ottuso
di un pasto di rifiuti,
un festoso sciamare a questi
campi d’abbondanza dove il fetore
è l’aria stessa, immobile, la notte
esala lucori di metano e il giorno
ti rivela senza volo, stordito e sazio,
riconoscente e nauseato.

.
*


Quanto freddo quest’alba:
stanotte un vento senza fine
ha scardinato gli ontani
e disperso le mie cose.
Poi la pace
gelida è discesa, preludio
a un sole di febbraio
tentatore:
ma proprio
per quest’alba trasparente
la mia vita ha il nero del basalto,
levigata come un sasso di torrente;
per il vento della notte
e l’interstizio buio
dove un grillo scava
caparbio e silenzioso
verso il basso

verso il fondo.
.

*
.

Intirizzito da quest’aria lieve,
cieco di una luce che mi abbaglia
e confuso, troppo
da questa carne rosea e morbida
che aderisce imprescindibile al mio cuore
e si fa peso, nebbia di viaggio;
a braccia alzate, i polpastrelli infine
che abbrancano dove la roccia ha termine
oppure scoprono una cima
irraggiungibile che sfugge,
già tesi nello sforzo i muscoli
(quanto avvizziti in questo tempo!)
mi fermo, osando rifiutare la visione,
pigro sedendomi su quest’ultimo
pianoro sterile, perplesso,
a mezza strada fra la terra e il cielo:
un indistinto, cieco pigolìo la prima
e il secondo un urlo che atterrisce.
.

Pensarsi liquidi

.
È questo il limite, credersi forme solide
e risentirsi per gli spigoli che s’urtano
e non combaciano; la nostra vita
balza dallo sfondo fuori fuoco,
i personaggi più non riconoscono il fondale
su cui si agitano, parlando senza intendersi.
.
Si cresce senza troppo merito
svolgendo la banale formula del nautilo,
che prospera in silenzio e grida sogni eterni:
ogni ritocco accelera lo scempio
e fa l’immagine più oscura,
la scena meno comprensibile.
E la stocastica degli urti,
le occhiate che s’incrociano
attraverso un tavolo come due spade
sono masse estranee che si sfiorano,
tangenze che si creano e deformano;
stridore di un tocco immaginato.
.
Meglio pensarsi liquidi, legami atomici più deboli,
quell’inumana miscibilità dei corpi che solo un attimo
un angelo in delirio può avere immaginato
chissà da dove cadendo, forse un soffitto di cielo,
e lui un alito soltanto, né pietra né acqua,
ariele senza superfici né liscia traslucenza,
ancora meno, ancora più, un altro stato ancora,
aria nell’aria; vinto dalla pietà, spinto a donarci un poco,
un poco farci essere di più.
.

*
.
                    Ad Alberto Cappi
.
Hai mai avuto questo darsi sulla mano,
un dirsi che s’inaridisce piano
e deve compiersi nel tempo giusto
tuttavia, ancora fra i miracoli
che uniscono le notti ai giorni?
E non saperlo dire, non trovare
l’equilibrio fra radice e foglia,
sentirsi nelle tasche trucchi
miseri e sulla bocca un motto
che chiunque sa finire; quello
e nient’altro, le mani fredde
ad annaspare e l’imbarazzo:
“Questo è tutto” – che significa
“non ho più trucchi,
ma sono io l’uomo dei trucchi,
era il mio compito tradito, perdonate.”
E senti il tempo che ti cresce,
l’incolmabile inchiodato al muro,
gli occhi affissati sopra, il vuoto
che si sbaratra e non sai
che fare e dire, ma sai bene –
ed è la conoscenza di una vita,
che c’è un fare che si fa sapere
e dire, e ancora vivere, nell’ultimo –
che altri hanno violato crune strette
per la stenta interminabile gugliata
che tu tenti: è questo che ti prova
e il cruccio che ti smuove, in fondo.
.

 

Piccioni

.
Così la vita ci sorprende: era il riflesso
Di una ciocca oltre lo specchio,
imprevedibile; adesso è l’universo
contratto dei colombi grigi
sotto il tetto e lungo il cornicione
irragionevolmente attenti
al mondo che persiste senza loro:
una comunità di singoli,
il guano paziente che s’accumula,
la pioggia che non lava.
.
Non è di questa terra il loro regno:
ci sovrasta, visibile soltanto
in cornicioni, tetti e cavi sospesi;
a volte, in qualche riverbero
sfuggito dagli specchi.
Osservano, come avanguardie
di un’invasione o messaggeri muti
e scendono ogni tanto qui fra noi
a rammentarci che potrebbero,
– questione di tempo –
a stuolo calare simultaneamente
e sbarrare ogni percorso, ogni accesso,
decretando la fine. Astutamente
fingono di condividere la nostra natura
corporea, lasciando relitti svuotati
sui marciapiedi, immobili.

.

Orizzontale

La vista ha scelto di vedere –

e scegliere, nel perdersi
di prati e fabbriche palazzi e boschi
scintillanti in danza
tra un cielo e la terra – un mondo
tutto calpestabile e quasi raggiungibile.

Oltre la cerchia amaranto
che ci contiene, qualcosa
preme e manda segni
perseguitando i nostri territori;
qualcosa a tratti penetra
la coda dell’occhio
dissimilmente saltando gli steccati.

(Parla poco se devi,
scrivi se davvero preme:
così stanno le cose che ci fanno,
come piramidi sui vertici – tu
trattieni il fiato.)

 

A pugni chiusi
.
                    Enrico Ferrari, 1930-2001
.
Così si scende, dicono, nell’oltrevita
o ciò che è: stendendosi com’era lui nel letto
cauti, e poi con l’irruenza della pioggia
come in gioco giù dalla collina
fino al fondo, senza dubbi.
Ma noi, che abbiamo visto in troppi volti
un digrignare o una stanchezza senza fine,
noi che sappiamo tra l’erba in attesa
pietre aguzze e rovi ed altri venti,
come lanciarci con fiducia
donandoci su palme aperte?
Come, se la presa più non tiene
ed uno solo resta in cima;
uno soltanto, com’era scritto e naturale
(ecco il tremendo),
lo sguardo fuori fuoco e l’orizzonte
che è un mistero di colori? Davvero
(è tardi, mamma, spegni la lampada)
dal fondo si risale; davvero,
chiedi a pugni chiusi,
il gorgo cede e qualche cosa infine aggalla
o tutto il senso è in questo
fingere una notte fra due luci,
serrare le imposte e coricarsi?
.

Ai bivi
.

Il Male fu per noi rivelazione.
Non la tarma che s’incunea nella trama
né lo squarcio che rivela il suo lavoro,
piuttosto il dubbio di un nord incerto,
di una bussola dappoco; e che la via
fosse a volte la più ovvia, a volte
quella imprevedibile, nascosta, impraticata –
la retta metafisica che balza via dal piano.
Il Male fu nell’intraprendere la rotta, ab ovo.
Poi tutto fu conferma.
.

Dichiarazione dell’esorcista
.

È lì che va inchiodato, estirpato
alla culla, appena s’affaccia
alla porta socchiusa: più tardi
sarebbe vano cercare semi,
polloni o radici sepolte;
o attendere i frutti con l’ascia in mano.
Ma se ti poni in ascolto
ne udrai il vagito e vedrai lo stridere
infuocato del suo primo passo:
è quello l’attimo
per il proiettile d’argento o il frassino.

.

da Da oltre un muro

.
*

Ma cosa ne sapevi tu
di quello che attendeva
e cosa io, davanti e dietro
– ridendo – all’obbiettivo.
È un giorno di sole,
un luogo non riconoscibile
sfocato dietro i primi piani
e quello, sì, com’è che si chiamava…

.
*
.
Certo, nella foto
stai dicendo qualcosa
(la bocca è mezzo aperta),
ma chissà cosa
adesso indecifrabile
com’è giusto accada
parlando da dietro un muro.

.
*
.
Lo vedi che ancora non so vincere
né perdere, e ad ogni fine
riprogetto inizi e grido
e piango qualche volta
e qualche volta ti ricordo
in questa terra di viventi.

.
*
.
Adesso che le viti più non tengono
e tutto s’allenta, scioglie o lento
decade in scaglie o polvere,
adesso la saggezza parca
dei tuoi gesti e mani
mi sarebbe amica.
.
Proteggi questi oggetti
vivi destinati a corrosione,
tu che sapresti ripararli ma
non puoi usarli: tu sapresti
arginare con le tue mani
l’onda che rode la spiaggia.

.

Fabio Pusterla

Fabio Pusterla

Nato a Mendrisio nel 1957, Fabio Pusterla si laurea a Pavia con Maria Corti. La prima raccolta di poesie, Concessione all’inverno, esce da Casagrande, a Bellinzona, nel 1985. Suscita il consenso immediato di critici e poeti. La sua poesia selvatica, luminosa, molto comprensibile, conquista il pubblico. Una poesia che combina tempeste e spiragli. Nature sublimi e catrame. Lampi lirici, ma anche tuoni politici. Moniti, carezze, visioni. Da allora, si succedono Bocksten, Le cose senza storia, Pietra sangue, Folla sommersa e Corpo stellare. Nel Nervo di Arnold propone un ampio itinerario tra le pieghe più feconde della letteratura contemporanea. Significativa anche la sua amicizia con Philippe Jaccottet, celebre poeta francese di cui traduce varie opere: Il barbagianni. L’ignorante, Alla luce d’inverno, E, tuttavia. Ha ricevuto il Premio Montale (1986), il Premio Schiller (1986, 2000, 2011), il Premio Dessì (2009); i Premi Prezzolini (1994), Lionello Fiumi (2007) e Achille Marazza (2008) per la traduzione letteraria; il Premio Gottfried Keller (2007), il Premio svizzero di letteratura (2013) e il Premio Napoli (2013) per l’insieme dell’opera.

Fabio Pusterla vive ad Albogasio, sulla frontiera fra Italia e Svizzera.

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