Archivi tag: Predrag Bjelošević

Il postmoderno è finito là dove comincia il Covid? A proposito di alcuni enunciati standard che abbondano nei siti web e nelle comunicazioni via web Si tratta di alcuni esempi di messaggi anisotropi, neutri, standard, impersonali, oggettivi, persuasivi, assertori, direi gentili della gentilezza di un linguaggio robotizzato, standardizzato, programmato, un linguaggio allo stato cristallino, sostanzialmente ambiguo ed eterodiretto che può essere interpretato in molti modi diversi a seconda delle sollecitazioni psichiche ed endopsichiche che intercettano, Poesie kitchen di Alfonso Cataldi, Raffaele Ciccarone, Giorgio Linguaglossa

Joseph Cornell scatola con barattoli

Joseph Cornell (1903-1972), scatola delle ombre

.

Questa poesia del ’93 è un mirabile esempio di poesia rimasta senza parole:

Predrag Bjelošević

Аhi, sonetto

+++++++++++++ +++++++++++++
+++++++++++++ +++++++++++++
+++++++++++++ +++++++++++++
+++++++++++++ +++++++++++++

+++++++++++++ +++++++++++++
+++++ +++++
+++++++++++++ +++++++++++++
+++++++++++++ +++++++++++++

+++++++++++++ +++++++++++++
+++++++++++++ +++++++++++++
+++++++++++++ +++++++++++++

+++++++++++++ +++++++++++++
+++++++++++++ +++++++++++++
+++++++++++++ +++++++++++++

(93.)

con la poesia postata sopra di Predrag Bjelošević, il poeta serbo è andato d’un colpo, al di là dell’avanguardia, l’ha scavalcata, ha ridotto il testo a una serie di crocette con segno più. E la poesia è fatta. È andato oltre per un semplice motivo: che OGGI non si dà più nessuna avanguardia e nessuna retroguardia, la sperimentazione che si fa nella poesia kitchen è FUORI da questi binari, è deragliata. Per sempre. Questo è un punto che contraddistingue la nuova poesia, comunque la si voglia nominare.
La poesia che si farà, se si farà, ne dovrà tenere conto.

(Marie Laure Colasson)

Una poesia inedita di Alfonso Cataldi

Reven è atterrata in una bolla di fieno e fiori profumati.
Scava il primo tunnel

all’uscita sorprende le velleità preindustriali della ruota.
“Cosa avrò sbagliato nella vita?”

Esterrefatta, Francesca separa i bianchi dai capi colorati.

“Non cadrà più la neve sulle agenzie immobiliari di nuova apertura”
si sbilancia il guardiano all’ingresso della città

che alza e abbassa la sbarra
su nessuno che entra e nessuno che esce.

Il massaggiatore spunta nei sottotetti esistenziali
porta con sé il lettino a valigia sempre carico

I residenti attendono la meraviglia della resa
della cecità che prepara il riscatto.

(31/12/2021)

Raffaele Ciccarone

Set 38

con le spalle rivolte
alla Fontana di Trevi
i poeti di Kitchen Poetry
lanciano monetine nella fontana
augurandosi un buon nuovo anno
un drone Kitchen dall’alto
scatta foto ricordo

Giorgio Linguaglossa

A proposito di alcuni enunciati standard

Posto qui alcuni enunciati standard che abbondano nei siti web e nelle comunicazioni via web. Si tratta di alcuni esempi di messaggi anisotropi, neutri, standard, impersonali, oggettivi, persuasivi, assertori, direi gentili della gentilezza di un linguaggio robotizzato, standardizzato, programmato. Si tratta di un linguaggio allo stato cristallino, sostanzialmente ambiguo ed eterodiretto che può essere interpretato in molti modi diversi a seconda delle sollecitazioni psichiche ed endopsichiche che intercettano.

Please take a moment to tell us why you are leaving.

I did not request email from this sender
This is not the content I expected
I received emails more often than I expected
This email is spam and should be reported
Other
Opt out

We’re sorry to see you go!
Your email address has been removed from our mailing list.
Please allow 3-4 days for you request for take effect.

Così Treccani definisce la «anisotropia»:

«Proprietà per cui in una sostanza il valore di una grandezza fisica (velocità di accrescimento, indice di rifrazione, conducibilità elettrica e termica ecc.) dipende dalla direzione che si considera. Fenomeni di anisotropia naturale si manifestano nelle sostanze allo stato cristallino e mesomorfico, ma non nelle sostanze amorfe; fenomeni di a. artificiale possono prodursi in sostanze amorfe in conseguenza di determinate sollecitazioni: per es., un’a. ottica, che si manifesta nel fenomeno della birifrazione, può insorgere in alcuni vetri e in alcuni liquidi in conseguenza di sollecitazioni meccaniche o dell’azione di un campo elettrico.»

L’assimilazione di questo genere di linguaggi in un testo poetico o narrativo è un fenomeno del tutto naturale che si verifica in modo inconscio in ogni istante della nostra vita di relazione. Ovviamente, in un testo poetico plurilingue e pluristile questi linguaggi vengono, per così dire, messi in vetrina, esposti alla visibilità, cioè, esposti alla verificazione e alla falsificazione, vengono cioè demistificati nei loro contenuti ipoveritativi e meramente strumentali.

È per queste ragioni che, ad esempio, nei miei testi poetici impiego (cito) questo tipo di messaggi comunicazionali, per esporli nella loro nudità, esporli nella loro falsa coscienza.
È per queste ragioni che questo genere di enunciati si possono rintracciare in gran quantità nella poetry kitchen di vari autori.

“Lo strumento fondamentale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se puoi controllare il significato delle parole, puoi controllare le persone”, ha scritto Philip K. Dick, talento visionario del romanzo fantascientifico.

L’epoca del Covid segna fine del post-moderno. Le parole imbruttite, le parole smargiasse e ipoveritative che pronunciano i politici italiani e le massaie di pordenone, le parole erranee dei filosofi italiani (Cacciari e Agamben), le parole dei cabarettisti dei media e delle televisioni a pagamento pubblicitario, le parole pubblicitarie, le parole zambracche stanno seminando una zizzania malefica e obbrobriosa. La Commedia kitchen è appena agli inizi, è appena agli indizi.

Ha scritto Umberto Eco:

«L’avanguardia storica (come modello di Modernismo) aveva cercato di regolare i conti con il passato. Al grido di Abbasso il chiaro di luna aveva distrutto il passato, lo aveva sfigurato: le Demoiselles d’Avignon erano state il gesto tipico dell’avanguardia. Poi l’avanguardia era andata oltre, dopo aver distrutto la figura l’aveva annullata, era arriva all’astratto, all’informale, alla tela bianca, alla tela lacerata, alla tela bruciata, in architettura alla condizione minima del curtain wall, all’edificio come stele, parallepipedo puro, in letteratura alla distruzione del flusso del discorso, sino al collage e infine alla pagina bianca, in musica al passaggio dall’atonalità al rumore, prima, e al silenzio assoluto poi.

Ma era arrivato il momento in cui il moderno non poteva andare oltre, perché si era ridotto al metalinguaggio che parlava dei suoi testi impossibili (l’arte concettuale). La risposta postmoderna al moderno è consistita nel riconoscere che il passato, visto che la sua distruzione portava al silenzio, doveva essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente.

Se il postmoderno è questo, è chiaro perché Sterne o Rabelais fossero postmoderni, perché lo è certamente Borges, perché in uno stesso artista possano convivere, o seguirsi a breve distanza, o alternarsi, il momento moderno e quello postmoderno. Si veda cosa accade con Joyce. Il Portrait è la storia di un tentativo moderno. I Dubliners, anche se vengono prima, sono più moderni del Portrait. Ulysses sta al limite. Finnegans Wake è già postmoderno, o almeno apre il discorso postmoderno, richiede, per essere compreso, non la negazione del già detto, ma la sua citazione ininterrotta».1

1 Umberto Eco, Di un realismo negativo, in Bentornata realtà, a cura di Mario De Caro e Maurizio Ferraris, Torino, Einaudi 2012

Chiedo: ma veramente il postmoderno è finito là dove comincia il Covid?

Con il Covid è finito il postmoderno. E con il postmoderno è finito un certo modo di considerare il passato, cioè la tradizione… ed è finito anche un certo modo di guardare il futuro. Nell’epoca presente c’è qualcosa che ci sfugge, come sfugge ai radar dei filosofi della «libertà», Cacciari e Agamben. Ebbene, la loro filosofia non è più in grado di leggere il presente, parlare del Green Pass come di un passaporto sovietico per il controllo dei cittadini mi sembra una enormità, io mi sento privato della mia libertà dal Covid, non dallo strumento di protezione denominato Green Pass. Ma se Cacciari e Agamben avessero letto un poeta come Predrag Bjelošević si sarebbero accorti che il poeta serbo da almeno venti anni parlava di «buio», tutta la sua poesia ruota intorno a questa macro metafora per spiegare il nostro presente. Viaggiamo, camminiamo, ci scambiamo strette di mani e insulti ma nel «buio», siamo semplicemente nel «buio», dove non c’è filosofia che ci possa illuminare. E la poesia non può fare altro che indicarci la necessità di un altro paio di occhiali e magari l’aiuto di una torcia elettrica: occorre vedere bene, molto bene il «buio», guardarlo bene in faccia. E la poetry kitchen, se ha ancora senso parlare di poiesis, scommette tutta la propria integrità nello scandaglio di questo «buio».

Raffaele Ciccarone, sono del 1950, ex bancario in pensione, risiedo a Milano, dipingo e scrivo. Le mie poesie sono inedite per lo più. Per un periodo ho pubblicato su una piattaforma online con uno pseudonimo, circa un centinaio di poesie, e qualche prosa. Ho partecipato a gruppi di poesia a Milano.
.
Alfonso Cataldi è nato a Roma, nel 1969. Lavora nel campo IT, si occupa di analisi e progettazione software. Nel 2007 pubblica Ci vuole un occhio lucido (Ipazia Books). Le sue prime poesie sono apparse nella raccolta Sensi Inversi (2005) edita da Giulio Perrone. Successivamente, sue poesie sono state pubblicate su diverse riviste on line tra cui Poliscritture, Omaggio contemporaneo Patria Letteratura, il blog di poesia contemporanea di Rai news, Rosebud
 .
Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma (via Pietro Giordani, 18 – 00145). Per la poesia pubblica nel 1992 pubblica Uccelli (Scettro del Re) e nel 2000 Paradiso (Libreria Croce). Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, insieme a Giuseppe Pedota, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Libreria Croce, Roma). Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto (LietoColle).
Per la saggistica nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980–2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato, Mimesis, Milano. Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000–2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e una antologia della propria poesia bilingue italiano/inglese Three Stills in the Frame. Selected poems (1986-2014) con Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Nel 2017 esce la monografia critica su Alfredo de Palchi, La poesia di Alfredo de Palchi (Progetto Cultura, Roma) e nel 2018 il saggio Critica della ragione sufficiente e la silloge di poesia Il tedio di Dio, con Progetto Cultura di Roma.  Ha curato l’antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019
Nel 2014 fonda la rivista telematica lombradelleparole.wordpress.com  con la quale, insieme ad altri poeti, prosegue nella ricerca di una «nuova ontologia estetica»: dalla ontologia negativa di Heidegger alla ontologia positiva della filosofia di oggi,  cioè un nuovo paradigma per una poisis che pensi una poesia all’altezza del capitalismo globale di oggi, delle società signorili di massa che teorizza la implosione dell’io, l’enunciato poetico nella forma del frammento e del polittico. La poetry kitchen, poesia buffet o kitsch poetry.

11 commenti

Archiviato in poetry-kitchen

Poesie di Predrag Bjelošević da ‘Insieme con i muri’, Repubblica Srupska, traduzioni dal serbo di Danilo Capasso Predrag Bjelošević usa il linguaggio forse più inadeguato del nostro tempo, quello della poesia, in senso largo della poiesis, che parla della crisi in cui viviamo con la lingua della crisi, Ma quale crisi se tutto è in crisi? E qui sorge il problema: come fare per scorgere un fondamento nella crisi? Dialogo con Vincenzo Petronelli

Poesie di Predrag Bjelošević

da Insieme con i muri, Progetto Cultura, Roma, 2021

Predrag Bjelošević è un poeta essenzialista, in tal senso è un poeta erede della civiltà del modernismo. Non lo interessa la poesia di paesaggio o la poesia sperimentale; la poesia per il poeta serbo è una situazione, uno stato di cose, un significato, o un non-significato, può essere tutto ma non può essere commento, glossa; la poesia è una parentesi che apriamo davanti ad uno «stato in luogo». Che cos’è la poesia essenzialista? È il presentarsi di un evento, un qualcosa che appare e che si rivela, un colpo di fulmine. Il poeta serbo è tutt’altro che un poeta istrionico o derisorio come potrebbe far pensare il titolo di una sua opera: »R Ž«; chissà, iniziali di parole inesistenti o, forse, di parole di uso domestico, non sappiamo. Bjelošević ha una spiccata consapevolezza della desertificazione significazionista che ha attinto il linguaggio poetico del Dopo il Moderno e della necessità di un profondo rinnovamento della forma-poesia; sa che il linguaggio poetico è situato in un non-luogo, uno Zwischen, un frammezzo, distante dai linguaggi della comunicazione. Il poeta serbo ha abbandonato l’idea di una poesia in relazione mimetica con il reale, sa che quella via non è più praticabile, dal momento che la mimesis è il modello che adotta la civiltà dei media. La poesia non ha più la funzione di rappresentare un mondo e neanche di purificare la lingua della tribù, come si diceva una volta, semmai ha oggi il compito di dentrificare il fuori e di fuorificare il dentro, proprio in virtù di quel suo situarsi nel «fra», nel «frammezzo», né di qua né di là, in un senza-tempo e in un senza-spazio, in una condizione precaria e instabile. Bjelošević fa poesia ultronea e intima: nomina una situazione verosimile per poi virare subito nel paradosso e nel sovra reale; la sua poesia scantona tra questi due estremi con naturalezza e ingegno, sa che l’ultroneo e l’intimo sono le sole condizioni di possibilità di sopravvivenza che oggi ha il linguaggio poetico non convenzionale. La poiesis non ha alcuna possibilità di sopravvivere se si consegna, bendata, alla ipocrisia dei linguaggi comunicazionali, questo Bjelošević lo sa ed opera di conseguenza, fa poesia essenzialista con una sensiblerie post-moderna, all’incrocio tra la modernità e classicismo lirico.

(Retro di copertina di Giorgio Linguaglossa)

.

Predrag Bjelošević (Banja Luka, 29 maggio 1953) è poeta e drammaturgo, e direttore artistico del Teatro per bambini della Republika Srpska. I suoi principali libri di poesia sono: Malto amaro, (1977), Volto occipitale, (1979), Il linguagio del silenzio, selezione di poesie  in italiano, (1982), Grid and Dream (1985), Dall’Interspace  (1987), Discorso, silenzio (1995), Water Shirt, Selected Poems (1996), In Fear of Light (2001), Rye, canzoni selezionate in francese (2002), Shadow and Vault (2005), » R Ž « (2002). Ha vinto numerosi premi e riconoscimenti. Per il libro di fiabe Walking senza testa (2010), ha ricevuto il prestigioso premio per il miglior libro di fiabe serbo “Pavle Marković Adamov”; nel 2013 ha ricevuto la Gran Fiction “Flying Feather” al Festival internazionale degli scrittori sloveni “Slovenian Embrace” a Varna (Bulgaria).

Adesso, una volta ci penso

E il fuoco acceso dallo sguardo s’affievola
l’attimo di un volto in fiamme come vergogna è molto irreale
i bianchi colombi assomigliano sempre di più a gazze
una strada un tempo lunga adesso sembra corta
un passo un tempo veloce e leggero adesso sembra lento e assonnato
solo i pesci dai tempi che furono saltano fuori dall’acqua
con la stessa ghiottoneria divorano i disattenti insetti
E proprio i pesci nello stesso attimo fanno l’errore delle proprie vittime
presentando il proprio grandioso aspetto agli uomini

Il volto del mondo è ovvio – inespressivo
il volto non è necessario – le maschere lo sono
la fuga è impossibile
dappertutto intorno a noi
vigilano i nostri sogni avveratisi

Allora e adesso

Sono cresciuto nella città di BL accanto al fiume
poteva esssere qualsiasi altra città
ma mi sarei posto sempre la stessa domanda

ho corso lungo le rive ricoperte di erba alta
e di spesse e callose radici di faggi
mi sono nascosto con i ragazzini sulle mura della fortezza
ma raramente abbiamo visto i serpenti velenosi
solo i racconti su di loro ci facevano paura
e del resto anche loro sembravano evitarci

oggi quando sono andato a fare quattro passi con mio figlio
per le stesse rive e le stesse mura
al posto dell’erba fitta raccolta in alti fasci
s’intrecciavano i serpenti
sotto le radici callose
ansimavano le coronelle sonnolente
dalle mura della fortezza scuotevano le code
come bandiere del vincitore

ogni momento era buono per preoccuparmi da padre
– guarda avanti
– guardati intorno
– vedi quello su

finché mio figlio si è fermato
– esistevano questi serpenti
anche allora quando eri come me

in quell’attimo uno stormo di merli chioccolanti
ha coperto il cielo
– Forse pioverà – dissi
dobbiamo fare in fretta

(90)

Poesia patriottica

Il mio Paese è piccolo
il mio piccolo paese
ha un imene piccolissimo
ed incredibilmente elastico

Il mio piccolo Paese
nessun dolore terreno
lo può far piangere
il mio Paese è pregno
della sua resilienza

Il mio piccolo Paese
è orgoglioso
della proprio evidente verginità

E non c’è Alcuno….che potrebbe
soddisfare il suo popolo
non c’è alcuna forza che non si perderebbe
nella sua docilità
non c’è alcun cuore che batterebbe
l’ultimo suo sussulto

I suoi figli sono fatti
di lampo e di tuono
di falce e di martello
di sogno
sono stati fatti i suoi eterni figli
che allegramente spalancano le braccia
incontro all’amicizia
ora verso Oriente, ora verso Occidente
e solo le stelle luccicano eccitate
e solo le stelle vedono
l’amore ripagato di nascosto
e il rossore sulle gote del mio piccolo Paese
e il sangue che scorre e si aggruma
nella forma di una fetta verde d’anguria

A tutto ciò il cane furiosamente
abbaia dal cortile
a tutto ciò insopportabilmente miagola il gatto dal tetto
a tutto ciò turbamente suonano
le campane ortodosse dal cielo

(91.)

29. 12. 92

mi sveglio e non ci credo
di nuovo di fronte a me
il tè
fatto di sbobba lirica

sgranocchio una fetta biscottata di realtà
crocchiano i proiettili sul tetto
sento che è tutto un errore
non c’è una via fino all’unità nell’universo

schizziamo come sperma nel buio
ci trasformiamo in un Niente che parla
in un Niente che si soddisfa da solo
e si scuote dall’eccitamento

mentre beve il tè fatto di sbobba lirica

Аhi, sonetto

+++++++++++++ +++++++++++++
+++++++++++++ +++++++++++++
+++++++++++++ +++++++++++++
+++++++++++++ +++++++++++++

+++++++++++++ +++++++++++++
+++++ +++++
+++++++++++++ +++++++++++++
+++++++++++++ +++++++++++++

+++++++++++++ +++++++++++++
+++++++++++++ +++++++++++++
+++++++++++++ +++++++++++++

+++++++++++++ +++++++++++++
+++++++++++++ +++++++++++++
+++++++++++++ +++++++++++++

(93.)

Incubo, Realtà, Ribellione della Poesia

Ho avuto un Incubo notturno
le poesie mi sputavano addosso
buttavano pietruzze fischiavano

Ero al parco giochi, legato nudo
non mi potevo muovere dal centro
intorno erano allineati come un viale alberato
guardie armate

Dal Sud si cantavano canzoni
dall’Ovest si urlava la poezia
dall’Est come una campana di chiesa
protestava la poesia

Ascoltavo con gli occhi
già circondato da una massa di spazzatura
già riempito di monetine

Allora i manganelli hanno iniziato a tenere
lunghi monologhi
allora i fucili hanno iniziato a recitare
versi sempre uguali
allora in ritornelli apparivano
gli aerei supersonici
insopportabilmente bombardando le mie orecchie

E quando tutto lo stadio era pieno di sudore e sangue
entrarono i pompieri di turno
spruzzando da tutte le parti
acqua acqua acqua…
con la quale in un attimo l’ardente spettacolo si spense
come la sete di labbra secche

Oddio – come è vera la notte
Оh – come sei reale Incubo

(94.)

Predrag Bielosevic Cover Def pngcaro Giorgio,

conosco e frequento da sempre, tra le altre tradizioni poetiche, quelle dell’affascinante mosaico dell’Europa orientale, dai Balcani fino oltre i confini geografici europei, scavalcando gli Urali fino ai monti ed alle valli dell’Asia Centrale; conoscendole approfonditamente, ho sempre pensato che proprio queste realtà poetiche, possano offrire un contributo notevole al rinnovamento, svecchiamento ed attualizzazione del linguaggio poetico della produzione poetica dell’Europa occidentale. La poesia balcanica in particolare – di cui Predrag Bjelošević si rivela essere uno dei suoi interpreti più cristallini – nella misura in cui storicamente quest’area è stata drammaticamente il crocevia e l’anticipatrice di tutte le crisi e le fratture che hanno caratterizzato la storia europea del XX Sec. può offrire un impulso particolarmente efficace in questo senso.
Predrag è inoltre del cuore della ex Jugoslavia, a sua volta cuore dei Balcani, di quella Bosnia che non a caso durante gli ultimi anni del secolo scorso, è tragicamente assurta al ruolo di baricentro della storia dell’Europa post-guerra fredda e post-duopolio Usa – Urss, salutato inizialmente come trionfo di libertà, ma rivelatosi ben presto una trappola peggiore dello status quo ante, poiché frutto in realtà dello smembramento di uno solo dei due attori – lasciando l’altro in una situazione divenuta ben presto di monopolio degli equilibri geo-politici mondiali – e per il pristino affacciarsi sullo scenario di nuovi inquietanti protagonisti. Non sono assolutamente un nostalgico dell’ancien règime, ma questo è semplicemente ciò che è stato della storia europea e ciò che l’Europa è divenuta oggi, in pratica la matrice della condizione politica, sociale ed esistenziale dell’uomo europeo ed occidentale odierno.
Tutto ciò si ritrova riassunto egregiamente nella poesia di Bjelošević di cui Giorgio Linguaglossa firma la prefazione, mediante la traduzione meritoria di Danilo Capasso, che costituisce senz’altro un esempio mirabile di Poetry Kitchen balcanica, appunto per la sua mirabile capacità di saper interpretare la rottura degli schemi, il disarcionamento dell’uomo odierno dalla selle delle sue certezze avite, emerse ineluttabilmente nella loro falsità.
Il “buio”, come giustamente evidenzia Linguaglossa, è la cifra, la metafora, l’incarnazione della crisi, dello smarrimento, della sensazione di “non luogo” (utilizzo volutamente in senso traslato questo famoso concetto della riflessione antropologica) che sembra essere la società oggi per l’uomo contemporaneo, una sorta di tunnel, in cui il soggetto si ritrova intrappolato, simboleggiato da quella felice intuizione che è RŽ (che richiama altre figure di alter-ego vaganti del poeta, tra i quali uno vicino geograficamente e se vogliamo anche per la sua irriverenza – sebbene di segno un po’ diverso – a RŽ che è il Petrica Kerempuh di Miroslav Krleža), il bardo di quest’umanità dolente, in grado di fornirle una bussola, essendo “un uomo/Senza peli sulla lingua”, “uomo coraggioso”, con le sue “Parole trasformate in oggetti” e che “Nel mare aperto/ O nelle fauci di un coccodrillo/Ugualmente/ Il mare avrebbe ondeggiato” e lui “Sarebbe rimasto ancora sulla riva”; e non può che essere lui infine e taumaturgicamente ad approdare al miracolo di una “poesia/Liberata/Dalla voce comune/ E dall’emozione effimera”.
Già: perché evidentemente la parola, ed in particolare la parola poetica, non può che rimanere arenata nello stesso magma che accompagna l’intero quadro esistenziale umano, dal quale il terapeuta RŽ riesce ad affrancarla, piallandola dell’effimero del quotidiano, del chiacchiericcio, dell’idioletto cui è ridotta dall’autoreferenzialità della maggior parte della poesia che circola oggi, la quale finge di non arrendersi alla crisi nel nome della tradizione: il risultato però è che non facendo i conti con la crisi stessa, finisce per istituire una poesia-feticcio, senza più alcuna pretesa di vera ricerca, ma funzionale solo ai meccanismi degli “idòla fori” baconiani.
Si avverte in Predrag Bjelošević, la necessità di depurare la lingua-strumento di comunicazione della vita umana e la lingua poetica dall’origine di tutti i mali che hanno afflitto l’Europa e l’occidente del XX sec. e che continuano a perseguitarla ancora e cioè il peso degli «idola» della storia, di un memoria, che ancorché teoricamente sostanza della personalità del soggetto, nella dimensione collettiva viene spesso piegata a strumentalizzazioni dannose e funzionali esclusivamente al sistema di potere.
Condivido la definizione data da Marie Laure Colasson della poesia di Predrag Bjelošević come di una “preghiera laica” in grado di esprimere l’istanza soteriologica che l’individuo avverte di fronte allo scompaginamento odierno e che al tempo stesso funga da antidoto contro la risposta apparentemente più semplice a tale malessere, rappresentato dai populismi e le dietrologie varie.
Per rimanere ad un parallelo con il nostro panorama storico attuale, potremmo definire la poesia di Bjelošević come vaccino per l’anima.
Un abbraccio e tutti gli amici dell’ “Ombra”.

(Vincenzo Petronelli)

caro Vincenzo,

la poesia in Italia è rimasta orfana della Politica, e si è de-politicizzata, si è privatizzata, è diventata una proprietà privata dell’io. Nel mondo balcanico invece no, la poesia ha ancora qualcosa di importante da dire, la poesia riveste un ruolo etico, di guida dei comportamenti e delle scelte, e quindi è eminentemente politica, ma non politica dal punto di vista dell’«impegno» quanto politica in quanto la vita stessa è politica, non può dividersi lo zoon dall’anthropos.
Predrag Bjelošević è figlio della storia della Repubblica Srupska, della piccola Serbia e della grande Europa, ha vissuto il «buio» della sua storia. Predrag Bjelošević e Duška Vrhovac sono due poeti serbi, entrambi condividono il senso della Crisi che attraversa il loro paese, la loro poesia è carica di «senso», la loro parola è «pesante» e pensante, la nostra parola invece è «leggera» e priva di pensiero, i poeti italiani non hanno nulla da dire tranne ciò che c’è nella loro presunta interiorità, e poiché lì non c’è nulla da dire non dicono più nulla, o al massimo si rifugiano nel commentino in margine.
Ecco Predrag Bjelošević:

Tutto questo buio acceca
Non si può guardare senza una pausa

Non si capisce
Chi ha un ruolo positivo echi quello negativo

Chi sono i dilettanti e chi i professionisti
In questo spettacolo macabro

Il regista è un allievo superficiale di Mondrian

Ed ecco Duška Vrhovac:

Fatti il segno della croce.
Taci.
Grida.
Muori subito.
Sopravvivi a tutto.
Cammina.
Vai.
Fermati.
Fotografati.
Entra nella storia
Rompi lo specchio.
Rifinisci l’aureola.
Oppure cancella il tuo volto.
Tanto fa.
Questo è il caos.
E tu nel caos solo un grido.

Sono parole «pesanti», la voce è impostata al centro del petto ed esce sonora e forte, baritonale. La voce dei poeti italiani invece esce in falsetto, miagola, squittisce a metà tra la glossa e l’ipocrisia, un connubio indecente che sa di argumentum, da dottor sottile.

(Giorgio Linguaglossa)

Caro Giorgio,
sottoscrivo appieno tutto ciò che scrivi. Uno dei valori aggiunti dati dalla frequentazione di altre tradizioni poetiche, oltre all’arricchimento dei propri orizzonti, stilistici ed espressivi, risiede proprio nel fatto di poter incontrare poetiche ancora calate nella lettura ed interpretazione critica della propria realtà contemporanea. La Poetry kitchen, rimettendo in discussione i dogmi connaturati ai codici d’espressione poetica, conduce in realtà una complessa operazione antropologica e politica, evidenziando i limiti non solo linguistici, ma sussuntamente politici, etici e morali che si celano dietro il processo di eccessiva intimizzazione dell’arte, dietro la pretesa che i limiti dell’”Io” debbano necessariamente corrispondere al territorio del “noi”. Che non sia un esercizio puramente stilistico od accademico, lo dimostra chiaramente il delirio cui stiamo assistendo con l’indecoroso spettacolo offertoci quotidianamente dalla galassia di queste schegge impazzite, ma purtroppo non isolate, che in nome di una presunta affermazione delle libertà individuali, conducono quest’assurda campagna oscurantistica verso la scienza ed il sapere, madre di tutti gli abominii della storia. Ed appunto, tutto ciò viene condotto in nome di una presunta libertà individuale, che intesa in contrapposizione alla libertà collettiva, ammanta di progressismo quello che invece è invece una direttricie dichiaratamente autoritaria, come peraltro dimostra chiaramente la matrice di tali movimenti. Il tutto avviene inoltre, laddove ci sarebbe bisogno di una reale mobilitazione per tematiche oggettivamente serie e rispetto alle quali il nostro pianeta è posto di fronte ad un momento di non ritorno, quali i cambiamenti climatici, le guerre sempre più dilanianti negli angoli più disparati della terra, le crescenti disuguaglianze economiche, gli squilibri nella distribuzione e nelle possibilità di attingimento delle risorse fondamentali per la vita umana (a cominciare da acqua e cibo); ma in questo caso, si sa, si tratta di battaglie effettivamente costruttive, che muovono in nome del sapere e del progresso, non per distruggere ed oscurare: ed in una società in cui ormai ci si indigna solo quando ci si nega la possibilità di fare quel ci pare, inevitabilmente e molto più seducente distruggere. La poesia di Bjelošević e di Duška Vrhovac, ci giunge da una ultra lunghezza d’onda, dalle onde dei Balcani, centro “realistico” ed ipostatico delle crisi almeno per quanto concerne l’Europa e la loro poesia (intesa non solo come produzione poetica dei due poeti citati, ma “loro” come inteso anche come aggettivo possessivo dell’area geografica di provenienza dei due artisti) non ammette fronzoli o indugi manierati o ripiegamenti asfittici sull’ “io”, ma necessita di orientare il periscopio dritto al fuoco, al cuore espressivo ed ontologico. E’ uno dei più grandi insegnamenti che ci proviene da quest’angolo di mondo ricchissimo di tradizione poetica (così come da buona parte di poesia latino americana, dell’Africa post-coloniale, del mondo persiano e dell’Asia centrale, come da altre latitudini) ed è la grande indicazione, la grande traccia poetica fornitaci dalle poesie di Predrag Bjelošević.

(Vincenzo Petronelli)

27 commenti

Archiviato in Poesia serba contemporanea, Senza categoria

Predrag Bjelošević, Poesie da ‘Insieme con i muri’ Poesie scelte 1977-2020, Progetto Cultura, Roma, 2021, Prefazione di Giorgio Linguaglossa Ržismo è il riconoscimento del senso nella cieca oggettivazione del non senso, Traduzione di Danilo Capasso, Bjelošević ha una spiccata consapevolezza della desertificazione significazionista che ha attinto il linguaggio poetico del Dopo il Moderno e della necessità di un profondo rinnovamento della forma-poesia, sa che il linguaggio poetico è situato in un non-luogo, uno Zwischen, un frammezzo, distante dai linguaggi della comunicazione


Predrag Bjelošević

Pace ai fiori

Pace ai fiori dentro di voi e con voi
Pace ai fiori da ambedue i lati del fiume
Pace ai fiori della flora subacquea
Pace ai fiori del cielo che si celano
Dietro la nebbia delle nuvole infantili
Pace al tempo con il tempo dei giorni passati
Inanellati nel malinconico rosario dell’umanità
Pace all’universo minacciato dai sogni dei fiori
Pace in mezzo alla tosa stellare della notte nel nostro occhio
Pace allo sguardo accecato dell’essenza floreale
Pace ai vanitosi petali della folla pregni
Di profumo del bisogno di un cambiamento generale
Pace ai fiori da ambedue i lati del fiume della vita
che ancora scintilla
sulle rapide del tempo rimasto

IMPLORO UNA PAUSA, OH SIGNORE

Questo spettacolo dura troppo
Bisogna fare una pausa

Bisognerebbe fare una pausa
Per far riposare e cambiare vestiti agli attori

Bisogna fare una pausa
Così noi nel pubblico ci riposiamo e guardiamo

Almeno con un occhio
Almeno per prendere un po’ di aria

Tutto questo buio non è per niente educativo
Signore –

Tutto questo buio acceca
Non si può guardare senza una pausa

Non si capisce più
Chi ha un ruolo positivo e chi quello negativo

Chi sono i dilettanti e chi i professionisti
In questo spettacolo macabro

Il regista è un allievo superficiale di Mondrian
Ha colto l’intensità della monotonia

Persino quel puntino luminoso vagante
Nel buio assoluto del palcoscenico

Sembra buio

Questo spettacolo dura troppo
Bisogna fare una pausa

Il buio passa al pubblico
Scricchiolano le sedie il lampadario di cristallo stride

Sento che il buio di un applauso forzato
Presto smuoverà i capelli sulla testa

E le parole trasformeranno
Il discorso in un urlo atavico

IL SIGNORE DELLA LUCE

Il signore della luce
Buio
Sta fissando se stesso
Ma la faccia del buio
Non la vede

La faccia del Buio
Si nasconde nell’occhio del Buio
Intorno al Buio e nell’anima del Buio

Quando parla l’Anima
Del Buio
Si fa Giorno

Quando l’Anima del Buio
Sogna
La sua ombra fa la guardia
Su di noi

Notte

E tremola
illuminata dalle stelle

Allora il Signore della Luce
Buio
Nota le rughe stellari
Sulla sua fronte

Però le persone

Le persone
Come neanche il proprio viso
Non le ha ancora viste 

SULLE TRACCE DI RŽ

Quando mi sono avviato
Le impronte erano ancora visibili
Ma le impronte dei miei confratelli
Che si sono affrettati in avanti
Non guardando più dietro di sé

Le ho seguite come un segugio
Fiutando sulla terra disseccata
Un piede con le dita storte
Che dovrebbe proprio somigliare
A un piede della mia tribù

Ma ahimè

Le impronte simili alle mie sono state cancellate
Sotto la calca di inebriati dal Sole

E allora sconfitto ho iniziato a tornare indietro
Vestito solo di paura

Usando come indicazione
La penombra della luce

E a sinistra e a destra c’erano
Solo unghie fesse e zoccoli
Solo rinsecchite ali d’uccelli
E un buio sempre più fitto
Più mi allontanavo dagli altri

E improvvisamente ho guardato il buio
E ho visto il sole dormire
Nelle chiome di un salice piangente
E ho fatto un piffero con le radici del salice
E ho iniziato a suonare la mia tristezza

Per i fratelli che molto prima di me
Sono passati accanto al proprio sole
Non riconoscendolo nel sogno

Predrag Bjelosevic con fantoccio

RŽ IL SOGNATORE

Rž il sognatore
Non sa di sognare
I vostri sogni

Lui non c’entra
Con le visioni comuni
Di un domani migliore

Persino il passato
vede
stellato à la rž

Lui
Non è pronto
A sacrificarsi
PER
Lui
Non è così responsabile

Da essere sedotto
Anche nell’interesse
Della propria felicità

Perché lui è Rž
E non si cura di quelli che lo seguono
Né di quelli che gli hanno voltato le spalle
Bensì è conscio che ogni momento può
Farsi sentire anche in voi
Quando avete quasi perso ogni speranza

Nelle sembianze del bellissimo Rž sognatore
Che non sa di sognare
I sogni altrui

ESSERE, SEDOTTI

Forse la soluzione è un uccello
Volare volare intorno

Dappertutto

Volare volare per il Cielo
Sopra la Terra

Volare volare e cantare
Facendo dispetto al silenzio della propria ombra

Volare

Non guardando la Terra
Non alzando lo sguardo verso il Sole

Levitare

Nell’aria
Con le nuvole

Essere Nessuno o Qualcuno
Che non riguarda nessuno

Sparire o diventare irraggiungibile
Per tutti quelli Fuori
Sparire dentro Se Stessi
Dentro una Poesia
Dentro un Sogno

Sedotti
Da Quel Qualcosa in Mezzo

/T/ CHE ASSOMIGLIA A NOI STESSI

Il vostro uccello assomiglia a una /T/

ma /T/ non vola
esso corre
esso cade
come un peso di piombo dal cielo

quando perdete la fede in /S/é e nel /S/ole
lui si schianta con un grande /T/onfo sul /T/erreno
/T/ è il segnale delle /T/enebre e della /T/irannia
/T/ è il figlio delle forze terrestri
esso dimora anche nel nostro subconscio
e ci osserva come un gufo mentre dormiamo
esso spegne la candela quando con passione leggiamo la poesia
esso si fa sentire con il Tac-tac dell’interruttore
/T/ puzza di cadavere e di carogna
canzone corale delle mosche prima del buio

/T/ forse assomiglia anche a te /Uccello/
ma le vostre strade sono diametralmente differenti
mentre /T/ con il proprio fardello
piega la spina dorsale della terra
/U/ con la propria leggerezza alata
fa di tutto
per avvicinare la poesia della terra al sole
per sopraffare il fuoco con l’acqua

Rž è stato un uomo
Senza peli sulla lingua
Rž è stato un uomo coraggioso
Senza peli sulla lingua
Rž non aveva neanche la lingua
Lui aveva uno scivolo
Sul quale semplicemente volavano
Parole trasformate in oggetti
Nel mare aperto
O nelle fauci di un coccodrillo
Ugualmente
Il mare avrebbe ondeggiato
RžžžžRžžžžRžžžž
I coccodrilli si sarebbero infuriati
Rž rž Rž rž
Mentre lui stesso

Sarebbe rimasto ancora sulla riva
Come un faro
Con i segnali riempiti di piombo
Avrebbe esortato gli uccelli a un volo ragionevole
E Rž la poesia
Liberata
Dalla voce comune
E dall’emozione effimera

RŽISMO

Ržismo è il riconoscimento del senso
Nella cieca oggettivazione del non senso
Che conquista Tutto

Ržismo è
Sulle tracce dell’anima del non senso

Lui va inavvertitamente con il depilatore fluido
Della propria idea lungo i suoi peli neri
E li depila

Affinché il non senso diventi sopportabile
– Fratelli Ržisti

CIECO

Io non sono cieco
Vedo
Il buio
Nello specchio Continua a leggere

20 commenti

Archiviato in Poesia serba contemporanea

Predrag Bjelošević,  Le » R Ž « Poesie scelte in traduzione francese, Editions »Kolja Micevic«, 2002 Commenti critici di Kolia Micevic, Philippe Tancelin, Giorgio Linguaglossa, traduction du serbe Ljiljana Huibner-Fuzellier, Raymond Fuzellier

Predrag Bjelosevic con fantoccio

Predrag Bjelošević

“La rencontre avec ce poète serbe grandement connu dans son pays recouvre un intérêt particulier dans la mesure où cette écriture s’inscrit au carrefour de la modernité poétique et d’un certain classicisme lyrique qui confèrent à chaque texte une dimension “nouvelliste” poétique à tendance philosophique sur le temps et comment habiter le temps depuis la ville-enfance. L’écriture est riche et très travaillée selon des fragmentations, ellipses, ressauts qui rythment la phrase”.

 (Philippe Tancelin)

 Il »R Ž« di Bjelošević non è un nome proprio, né le iniziali di qualcosa; né onomatopea, né allitterazione, né metafora, né… ed è tutto ciò.

Il » R Ž « di Bjelošević è l’unione paradossale di due lettere le quali, nelle parole composte da più di una sillaba (dr-zi, br-zi, come in italiano del resto: lar-go, spa-zio… e tante altre) sono sempre separate, si potrebbe dire opposte.

Per comprendere il » R Ž « di Bjelošević occorre pronunciare delicatamente, poiché esso è prima di tutto un suono: come il »rosso« dal quale si togliessero le vocali: r(o)ss (o). La sua pronuncia occupa tutta una gamma, che va dal tenero al duro, dal duro al tenero… Così si crea il »rzisme«, così il lettore diviene il »rziste«!

il » R Ž «potrebbe anche, penso, essere il »RZ«, io non so se Bjelošević sarebbe d’accordo con me. Vedo anche i bambini lì intorno, le piccole rz; ma le » R Ž «tuttavia non conoscono il plurale».

Il » R Ž «non si traduce. Esso fu tradotto prima della sua nascita. Etc.

Il »R Ž «, un breve bel titolo »uscito« da un famoso adagio nel quale le » R Ž « sarebbero piuttosto il »sono« che il »cogito«.

Il »R Ž «, un chiaro suono del corno alla entratura d’una raccolta di poesie del primo poeta serbo della Bosnia-Herzegovina che ha oltrepassato la frontiera della lingua francese all’incirca dal 1992.

(Kolia Micevic)

Pedrag Bjelošević

«poetry should be restored to its sources and to the beauty, wonder and magnificent feeling of awe occurring after poetry reading. I also agree that poetry should be separated from all sorts of banalisation and desecration for the sake of actuality through daily political subjects and a base poetic language close to the crowd».

Giorgio Linguaglossa

 Sia detto subito con chiarezza e a scanso di equivoci, Predrag Bjelošević è tutt’altro che un poeta giocoso, ironico, istrionico o derisorio come potrebbe, sviandoci, far pensare il titolo »R Ž «, forse iniziali di parole inesistenti o, forse, di parole del tutto usuali di uso domestico. Bjelošević è un poeta che ha una spiccata consapevolezza della desertificazione significazionista che attinge oggi il linguaggio poetico e della necessità che questo veicolo espressivo debba essere profondamente rifondato. Il poeta serbo sa che oggi il linguaggio poetico si situa in un non-luogo, in uno Zwischen, in un framezzo, distante dai linguaggi comunicazionali con i quali commerciamo abitualmente e che corre costantemente il rischio di una irriconoscibilità. Il poeta serbo ha abbandonato per sempre l’idea di una poesia mimetica del reale, sa che quella via non è più praticabile, la mimesis è quella che oggi impiega la belletristica letteraria, il telemarket e la videocrazia. La poesia non ha più la funzione di rappresentare un mondo e neanche di purificare la lingua della tribù, come si diceva una volta, semmai la poesia ha oggi il compito di dentrificare il fuori e di fuorificare il dentro, proprio in virtù di quel suo situarsi nel «fra», nel «framezzo», né di qua né di là, in un senza-tempo e in un senza-spazio, in una condizione precaria e instabile. Bjelošević non ha dubbio alcuno che la poesia più avveduta e rigorosa di oggi abbia perduto per sempre la funzione rappresentativa e rappresentazionale, e che sarebbe ipocrita e non avveduto pensare ancora nei termini della poesia elegiaca e minimalista che ancora imperversa in Occidente, quell’Occidente che un economista italiano ha brillantemente definito «civiltà signorile di massa». Bjelošević sa che viviamo in una società signorile di massa, e quindi fa poesia ultronea e post-elegiaca: nomina una situazione verosimile per poi virare all’istante nel paradosso e nel sovra reale; la sua poesia scantona tra questi due estremi con naturalezza e ingegno, sa che l’ultroneo e l’intimo sono le sole condizioni di possibilità che oggi ha il linguaggio poetico non convenzionale e non scontato. Il linguaggio poetico non ha alcuna possibilità di sopravvivenza se si consegna bendato alla deriva dei linguaggi comunicazionali e giornalistici, questo Bjelošević lo sa bene, ed opera di conseguenza, fa poesia esistenzialista ma nella maniera modernissima  della migliore poesia europea di oggi. Oggi forse la poesia non può non essere esistenzialista poiché ci troviamo nella condizione ontologica di disparizione della stessa praticabilità dell’esistenza. L’esistenza è diventata impraticabile. Così come del resto la poesia.

Predrag Bielosevic e Giorgio

Pedrag Bjelošević e Giorgio Linguaglossa, Banja Luka, 15 settembre 2019

 Disons-le immédiatement et clairement afin d’éviter tout malentendu, Pedrag Bjelošević est bien autre chose qu’un poète enjoué, ironique, théâtral ou dérisoire comme pourrait le faire penser le titre »R Ž«, peut-être initiales de paroles inexistantes ou, qui sait, de paroles absolument courantes et d’usage domestique. En effet Bjelošević est un poète qui possède une forte conscience de la désertification “significationiste” à laquelle puise aujourd’hui le langage poétique, et de la nécessité d’une profonde refondation de ce véhicule expressif. Le poète serbe sait que le langage poétique se situe aujourd’hui dans un non-lieu, un Zwischen, dans un entracte distant des langages de la communication à travers lesquels ils commercent habituellement et qui courent constamment le risque d’une méconnaissance. Le poète serbe a abandonné pour toujours l’idée d’une poésie mimétique du réel, il sait que cette route n’est plus praticable; la mimesis est ce qui emploie aujourd’hui l’embellissement littéraire, le télémarket et la vidéocratie. La poésie n’a plus la fonction de représenter un monde, ni de purifier la langue de la tribu, comme on disait autrefois; la poésie aujourd’hui a éventuellement le devoir de faire entrer l’extérieur et d’en extraire l’intérieur, exactement en vertu de sa position “entre”, ni ici ni là, dans une absence de temp et une absence d’espace, dans une condition précaire et instable. Bjelošević  n’a aucun doute sur le fait que la poésie actuelle plus avisée et rigoureuse a perdu pour toujours la fonction représentative et représentationnelle, et qu’il serait hypocrite et myope de penser à elle dans les  termes élégiaques et minimalistes qui sévissent encore en Occident, cet Occident qu’un économiste italien a brillamment défini “la société seigneuriale de masse”. Bjelošević sait que nous vivons dans une telle société, et fait par conséquent une poésie “qui va au-delà”: il révèle une situation vraisemblable pour virer immédiatement vers le paradoxe et le surréel; sa poésie tourne autour de ces deux extrêmes avec une habileté naturelle; il sait que “l’aller au-delà” et l’abnormal sont les seules conditions possibles aujourd’hui pour un langage poétique non conventionnel et non prévisible. Le langage poétique n’a aucune possibilité de survivre s’il se consigne aveugle à la dérive des langages communicationnels et journalistiques; Bjelošević le sait parfaitement et opère de façon cohérente: il écrit une poésie existentialiste, mais à la manière la plus moderne de la meilleure poésie européenne existante aujourd’hui. Aujourd’hui,  probablement, la poésie ne peut uniquement  qu’être existentialiste, car nous nous trouvons dans la condition ontologique de disparition de la possibilité même d’existence et survivance. L’existence est devenue impossible. Tout comme du reste la poésie.

(traduction par Edith Dzieduszycka)

Predrag-Bjelosevic 3

Predrag Bjelošević

Poesie scelte di Predrag Bjelošević

Ržismo*

Ržismo è il riconoscimento del senso
Nella cieca oggettivazione del non senso
Che conquista Tutto

Ržismo è
Sulle tracce dell’anima del non senso

Lui va inavvertitamente con il depilatore fluido
Della propria idea lungo i suoi peli neri
E li depila

Affinché il non senso diventi sopportabile
– Fratelli Ržisti

Cieco

Io non sono cieco
Vedo
Il buio
Nello specchio

L’aveugle

je ne suis pas aveugle
je vois
les ténèbres
dans le miroir

Ržisme

le Ržisme est une quête du sens
dans l’aveugle objectivation du non sens
qui envahit le Tout

le Ržisme sui
à la trace l’ame du non-sens

il va impercetiblement armé d’un rasoir liquide
pour être près du duvet noir de sa propre idée
et pour s’en défaire

pou que le non-sens puisse devenir plus supportable
– o mes Frères Ržistes

Rž è stato un uomo
Senza peli sulla lingua
Rž è stato un uomo coraggioso
Senza peli sulla lingua
Rž non aveva neanche la lingua
Lui aveva uno scivolo
Sul quale semplicemente volavano
Parole trasformate in oggetti
Nel mare aperto
O nelle fauci di un coccodrillo
Ugualmente
Il mare avrebbe ondeggiato
RžžžžRžžžžRžžžž
I coccodrilli si sarebbero infuriati
Rž rž Rž rž
Mentre lui stesso

Sarebbe rimasto ancora sulla riva
Come un faro
Con i segnali riempiti di piombo
Avrebbe esortato gli uccelli a un volo ragionevole
E Rž la poesia
Liberata
Dalla voce comune
E dall’emozione effimera

Rž il sognatore

Rž il sognatore
Non sa di sognare
I vostri sogni

Lui non c’entra
Con le visioni comuni
Di un domani migliore

Persino il passato
vede
stellato à la rž

Lui
Non è pronto
A sacrificarsi
PER
Lui
Non è così responsabile

Da essere sedotto
Anche nell’interesse
Della propria felicità

Perché lui è Rž
E non si cura di quelli che lo seguono
Né di quelli che gli hanno voltato le spalle
Bensì è conscio che ogni momento può
Farsi sentire anche in voi
Quando avete quasi perso ogni speranza

Nelle sembianze del bellissimo Rž sognatore
Che non sa di sognare
I sogni altrui

.

[Choix et traduction du serbe Ljiljana Huibner-Fuzellier, Raymond Fuzellier]
* Predrag Bjelošević è il fondatore del movimento Ržismo (Ržizam in orginale)
.

Dieu, cecitè

au sommet d’une voûte un aveugle est debout
tandis qu’il éclaire le ciel de ses yeux
il éteint en nous les étoiles

l’ombre qu’il projette
boit les ténèbres du lac
sous la maison

les poissons sont agités
plus haut que la face de l’eau
ils bondissent

pour s’arroger les ténèbres

l’âme morte
d’un pêcheur
s’éleve d’un haut-fond pris par la glace

c’est elle ce vent-là
qui secoue les cheveux de l’aveugle
et au long de la rive guide le gens indignes

.
Le mur

un certain temps on remonte le cours de la rivière
jusqu’à la source
mais la source on ne la reconnait pas
comme si la source était ailleurs

puis on se précipite en direction de l’aval
afin de rattraper le temps qu’on a perdu
et ainsi jusqu’à l’embouchure
mais on ne reconnait pas l’embouchure
comme si l’embouchure était ailleurs

on s’en retourne alors pensif à la maison
des jours durant on contemple la même bosse sur un mur
jusqu’à distinguer au beau milieu son proper visage
est-ce le mur qui nous révèle un secret
ou bien montre-t-il seulement qu’on ne saurait le deviner

28.12.1992

quand la bougie s’éteindra en un clin d’oeil
j’espère encore même si tout menace
que de nobles tènèbres m’accueilleront

ténèbres qui voient tout Déesses des métamorphoses,

aux petites mains de reve
et je serai comme jadis
bercé par la peur en personne

29.12.1992

je m’èveille et je ne crois pas
devant moi encore un
thé
d’herbe sèche et de lyrisme

je grignote la biscotte du réel
claquent des balles sur le toit
je sens une erreur totale
aucune voie vers un accord dans l’univers

nous giclons dans les ténèbres tels le sperme
nous nous transformons en un Rien doté de parole
et qui tressaille tout enfiévré

tandis qu’il boit le thé d’herbe du lyrisme

Predrag-Bjelosevic 2

Predrag Bjelošević

Cauchemar, realitè, revolte du poème

j’ai fait un cauchemar nocturne
des poèmes crachaient sur moi
ils me jetaient des cailloux me sifflaient
j’étais attaché nu sur un terrain de jeux
à ne pouvoir en quitter le centre dans aucune direction
autour étaient alignés comme une rangée d’arbres
des gardiens en armes

depuis le Sud on chantait des poèmes
depuis l’occident on hurlait de la poésie
depuis l’Orient telle la cloche d’une église
protestait la poésie

de mes yeux je les écoutais
déjà cerné par un tas d’ordures
déjà enseveli sous des piècettes d’argent

à cet instant les matraques ont entamé de longs monologues
à cet instant les fusils ont entamé une récitation de vers monotones
à cet instant en refrains sont apparus des avions supersoniques
pilonnant mes oreilles insupportablement

quand déjà le stade tout entire fut mis à sueur et à sang
le pompiers de service firent leur entrée
projetant des tous cotés de l’eau de l’eau de l’eau
qui dans l’instant éteignit le spectacle porté au blanc
la soif des lèvres sèches aussi

Dieu – combine vivifiante est la nuit
oh – cauchemar combien tu es réel

(1994)

Ténèbres, liberté

quand règnent les Ténèbres
nous vivons librement

privés d’ombres

comme un chant
privé de mots

comme un corps
privée de rêve

et nous t’augurons

o mon Dieu
à notre propre image

.

Le Maître de la lumière

Le Maître de la lumière
les Ténèbres
s’observe soi-même
mais la face des ténèbres
lui est invisible

la face des ténèbres
se cache dans l’oeil des ténèbres
l’oeil des ténèbres
dans l’âme des ténèbres

quand l’Âme des ténèbres commence
à parler
le jour se lève

quand rêve l’Âme des ténèbres
son ombre est en sentinelle
au-dessus de nous

la nuit

et elle frémit
illuminée par les étoiles

Le Maître de la lumière
remarque alors
des rides astrales
sur son front

mais les gens

les gens tout comme
sa face il ne les a
pas encore vus

Peur de la lumière

plus éclatantes
que la lumière
seules les tènèbres

la lumière des ténèbres
on l’augure

la lumière des ténèbres
on la craint

alors que blotti dans les ténèbres
tu regardes vers le Tout

muette étincelle
chantant au fond de soi

avec l’ardent concert du ciel
espérant que le chant
intérieur de l’âme

éclairera les ténèbres

et en lui le très illustre
frère Rfffch
consacré à l’éclat de l’Omniscience

.
En nous, hors de nous

pas de ténèbres
de ténèbres
il n’y a plus
hors de Nous

les ténèbres
Nous ont approchés
pointent incandescents
des squelettes de planètes

.
Un entracte, s’il vous plait

cette représentation s’éternise
on doit y placer un entracte

on devrait y placer un entracte
pour qu’au moins les acteurs se changent et se reposent

y placer un entracte on le doit
pour que dans le public aussi on souffle et qu’on rouvre les yeux

ou ne serait-ce qu’un seul oeil
serait-ce seulement pour une bouffée d’air pur

tant de ténèbres n’est guère instructif
– o Seigneur –

tant de ténèbres aveugle
on ne peut rester spectateur sans entracte

on n’est plus capable de démeler

qui joue le personnage positif  et qui le negatif

qui sont les amateurs et qui sont les professionnels
dans ce spectacle ténébreux

le metteur en scène est un pale élève de Mondrian
faisant sienne l’intensité de la monotonie

et ainsi même ce petit point lumineux égaré
dans les totals ténèbres de la scène

apparait noir

cette représentation s’éternise
on doit y placer un entracte

les ténèbres gagnent aussi le public
fauteuils qui grincent luste de cristal qui tinte

je sens l’obscurité des applaudissement extorqués
faire bientot valser les cheveux sur les têtes

.
Oui, jai eu le tort de penser

oui – j’ai eu le tort de penser
que mes ténèbres ne nuisent à personne
que mes ténèbres vivent pour elles seules
que mes ténèbres n’ont pas un soleil en réserve

oui – j’ai eu le tort de penser
que mes ténèbres ne font heureux que moi
que mes tènèbres ne sortent pas de moi
que mes ténèbres vivent une vie d’astres
seulement en moi
oui – j’ai eu le tort de penser

c’est peut-être pour cela aussi qu’on ne voyait rien
dans mon existance jusq’à une nuit semée d’étoiles
qui tombaient du ciel sur le front de mes petites ténèbres naives
pour qu’elles aussi éclairées par l’astre de l’univers
puissant librement voguer parmi les pensées
des dieux de permanence penchés au-dessus

oui – j’ai eu le tort de penser
que mes petites ténèbres s’arracheraient à moi
pour s’élancer à la rencontre des cieux

mais les Ténèbres du cosmos
ont entrepris de se mirer dans les miennes
malheur au visage du cosmos
à face de mes ténèbres
je plains les entrailles de sa mère

oui – j’ai eu le tort de penser

(Sofia, 1999)

Predrag njelosevic 1 Predrag Bjelošević (Banja Luka, 29 maggio 1953) è un poeta, drammaturgo e traduttore. Attualmente è direttore e direttore artistico del Teatro per bambini della Republika Srpska. La poesia di Predrag Bjelošević è oggetto di studio in diverse università slave in Europa, nonché nelle università di Berna e Amburgo come parte dello studio della poesia contemporanea dei popoli jugoslavi. Le poesie di Bjelošević sono presenti in molte antologie di poesia contemporanea serbe e bosniache, ha scritto poesie anche per bambini che sono state tradotte in molte lingue, tra cui in  italiano, francese, tedesco, polacco, russo , inglese, ceco, slovacco, ungherese, sloveno, macedone e bulgaro.

Ha conseguito un master in marionetta presso la National Academy of Motion Picture and Theatre Arts, Sofia, nel 1999. Su invito dell’Accademia slovena di letteratura e arte di Varna, gli è stato consegnato un opuscolo di adesione da un membro a pieno titolo dell’Accademia, che riunisce artisti di spicco dei paesi sloveni.

Bjelošević ha vinto numerosi premi e riconoscimenti. Il libro di poesie Gorka malt è stato premiato nel 1978. Riconoscimento della serata della poesia di Trebinje (Premio Dučić fino al 1974). Nel 1987 in occasione della pubblicazione del libro di poesie dall’Interspace, gli è stato assegnato un premio dall’Associazione degli scrittori per la Krajina bosniaca e nel 1996. Il sigillo del municipio di Sremskarlovac per Discorso, silenzio .

Per il libro di fiabe Walking senza testa,  lo stesso anno in cui è uscito, nel 2010, Bjelošević ha ricevuto il prestigioso premio per il miglior libro di fiabe serbo “Pavle Marković Adamov”. Nel 2013 ha ricevuto la Gran Fiction “Flying Feather” al Festival internazionale degli scrittori sloveni “Slovenian Embrace” a Varna ( Bulgaria ). Come parte della settima edizione dello stesso festival, a Bjelošević nel 2014  gli è stato assegnato un premio letterario, la prima e finora l’unica volta nel quale il premio è stato assegnato a uno scrittore della Republika Srpska .

Libri di poesie

Malto amaro, 1977.
Volto occipitale, 1979.
Il linguagio del silenzio, Selected Poems in Italian, 1982.
Grid and Dream, 1985.
Dall’Interspace, 1987.
Discorso, silenzio, 1995.
Water Shirt, Selected Poems 1996.
In Fear of Light, 2001.
Rye, canzoni selezionate in francese, 2002.
Shadow and Vault, 2005
» R Ž «, 2002

18 commenti

Archiviato in poesia europea, Senza categoria