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POESIE – AUTOANTOLOGIA di Adam Vaccaro “Il rosso e la neve”, “Comete tra scempi e lampi”, “Quadriglia gitana”, “Tra (piccoli) gusci e (grandi) angosce”, “Ventagli d’amore e d’inganno”SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

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Adam Vaccaro, poeta e critico nato in Molise nel 1940, vive a Milano da più di 50 anni. Ha pubblicato varie raccolte di poesie, tra le ultime: La casa sospesa, Novi Ligure 2003, e la raccolta antologica La piuma e l’artiglio, Editoria&Spettacolo, Roma 2006. Infine, Seeds, New York 2014, è la raccolta scelta da Alfredo De Palchi per Chelsea Editions, con traduzione e introduzione di Sean Mark. Tra le pubblicazioni d’arte: Spazi e tempi del fare (Studio Karon, Novara 2002) e Labirinti e capricci della passione (Milanocosa, Milano 2005) con acrilici di Romolo Calciati. Con Giuliano Zosi e altri musicisti, ha realizzato concerti di musica e poesia. Collabora a riviste e giornali con testi poetici e saggi critici. Per quest’ultimo versante, ha pubblicato Ricerche e forme di Adiacenza, Asefi Terziaria, Milano 2001. È stato tradotto in spagnolo e in inglese. Ha fondato e presiede Milanocosa (www.milanocosa.it), Associazione con cui ha curato varie pubblicazioni, tra cui: Poesia in azione, raccolta dal Bunker Poetico, alla 49a Biennale d’Arte di Venezia 2001, Milanocosa, Milano 2002; “Scritture/Realtà – Linguaggi e discipline a confronto”, Atti, Milanocosa 2003; 7 parole del mondo contemporaneo, Milanocosa, Milano 2005; Milano: Storia e Immaginazione, Milanocosa, Milano 2011; Il giardiniere contro il becchino, Atti del convegno 2009 su Antonio Porta, Milanocosa, 2012. Cura la Rivista telematica Adiacenze, materiali di ricerca e informazione culturale del Sito di Milanocosa. Indirizzo: Via Lambro 1 – 20090 Trezzano S/N (MI). Dieci sue poesie sono apparse nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016). 
Email: adam.vaccaro@tiscali.it

Poesie di Adam Vaccaro

Il rosso e la neve

Nello splendore del supplizio*

Qui è ormai tutto bianco
come una perfetta notte
di Natale mentre una fitta
si conficca nel costato
di questa impotenza
che può solo pensare
al rosso che cola
tra i muri massacrati
di Gaza

*

Qui da noi il padrone è una stella
che ci impone la misura della terra
della farina dell’acqua della dignità
che ci invade e distrugge le case

che ci affama e fa piovere bombe
nel nome di Davide e di Israele
che chiude il cerchio glorioso
della bestemmia Gott mit uns

su noi che non abbiamo più voce
in questo dominio del mondo
sommersi dalle mille voci
che del tempio fanno mercato

su noi resi ciechi e muti dall’oro
che scorre nelle reti e nei nervi e
comanda sapiente voce o silenzio
che non rompa la pace dei servi

o silenzio del dio dei popoli
tra scoppi di brindisi e bombarde
nell’impronunciabile nome YHWH
di un dio che ormai è solo tra gli eserciti

*

e voi qui ancora al caldo della favola di lana
della stella supernova del pensiero unico dominante
e anche voi re della parola, poeti di lumini accesi
che beati nuotate insieme al mare di cose

appesi alle code dei saldi – bambini dietro
aquiloni d’affari d’oro – non siate troppo turbati
da bambini sventrati ammutoliti di terrore
sulla striscia di Gaza
Gennaio 2009

*espressione di Michael Foucault, ripresa per la tragedia palestinese anche da Stefano Bologna.

adam vaccaro Fronte Seeds

COMETE TRA SCEMPI E LAMPI

Tra Io e Noi

la testa della cometa pensava/sognava di sconfiggere la morte
amando la bionda coda che friggeva residui
perdite

*
la poesia può essere
spietata quanto una banca
che in genere dà soldi solo a chi li ha già

*
ripeteva citando Majakovskij
“la poesia è un viaggio nell’ignoto” e
si spinse tanto oltre che bucò il calzino

*
quell’io verticale che buca il cielo dimentico
del piede di porco del corpo: es-trema
carne che sporca il dio delle rette immobili

*
sotto le stelle oltre le mura negli accampamenti dell’io occidentale
brulicano carri carichi di sogni
di un ordine superiore capace di annientare ogni nemico

*
in uno dei suoi deliri di onnipotenza vedeva le
proprie ciabatte com’un’arma capace di dare un calcio
in culo al mondo – sognando una chiave per entrare nel regno
della lingua ma depurata come il cielo in una stanza

*
aveva imparato a non fidarsi di quelli/e che si esaltano
parlando della parola, della lingua, della scrittura
come fosse tutto il mondo – in genere dietro
c’era un Io più grande del mondo

*
quel noi che (r)esiste per attimi
in sentimenti che sedimentano
memorie nei corpi-io

adam vaccaro

adam vaccaro

Tra (piccoli) gusci e (grandi) angosce

quel liquido guscio di lumaca tra le scarpe rendeva così ridicola
e insensata l’angoscia di non superare mai – in fondo – l’uscio di casa
che comprò un camper e andò tanto oltre finalmente
che finì in una scarpata tra ignari e vuoti gusci di lumaca

*
ormai – pensò – bastano tre alberi per fare senso e bosco di vita
tra foglie disfatte funghi e lumache mentre
gira intorno arrochito un fiume di macchine insensato

*
così aprendo la finestra allo sciame d’insetti delle ansie
scoprì nello sghembo lato comico della stanza
la risata liberata del nulla

*
e scoprì appena compiuti i sessant’anni
che per diventare giovani
occorrono molti anni

*
ché il vero coraggio
è nelle rose che vanno
oltre maggio

*
dire la pace
è affogare nel nulla
per rinascere

.
L’ala sottile

Quell’ala sottile che ci raggiunge
e si apre come una vela sull’infinito
non è l’ultimo vento che ti aprirà le mani
ché l‘universo è pregno di mille altri universi
che tu ancora non sai

18.12.2012

adam vaccaro

adam vaccaro

Quadriglia gitana

Rom

Col sole in faccia e il vento
che sanno di ogni fiore e chi
come me si muove sultano

senza terra sulla Terra
sentirà soffiare un’anima errante
fatta di aria visi cotti e nonluoghi –

un’anima che canta un vento
voce invisibile e sconosciuta
sapiente d’amore e di dominio

(maggio 2014)

*

Carovana
Carovana giungeva da chissà dove andando verso
chissà dove – attento non avvicinarti troppo che
ti portano via, dicevano trepide le madri – in quel
accampamento accanto alla fontana dal nome che
sonava onomatopeico – oh scintillante Ciciliano! –

in concerto con pentole e voci di bambini e urla di
volti scuri, baffi e occhi neri, cercine e zinali chini
intorno a fuochi pentole fumanti e assi traballanti
di farina impastata dalle mani volteggianti di una
maga che – con occhi spiritati s’un dente unico re

duce rimasto al centro della bocca come punzone –
fissandomi mi disse, tu hai nel nome il destino di
– di cosa? dissi spiritando gl’occhi a specchio – di
andare fuori e essere contro – e contro cosa?, ilare
e curioso chiesi – occhi fissi negli occhi di carbone

della bambina attaccata al magico manto del suo zinale –
mentre lei rideva ridiventata con noi bambina tra asini
cavalli e tende delle allegrie accampate, ma mi forava
per sempre anima e memoria un sibilo dal suo punzone:
oh piccolino mio, ma contro tutto il bel mondo che c’è!

(27 febbraio 2014)

*

Zambra!

senti come balla – come
balla il mio sangue mentre
il mio piede quasi bacia i tuoi
e il mio viso sfiora il tuo invaso
di calore di carne e vita – anima
che esplode mentre pieghi la gamba
nel moto di andare che segue coll’occhio
se la mia ombra t’insegue – e ti raggiungerà
oh ti raggiungerà come zanna affamata che sa sa
piente sospendere l’attesa cucina di tutti i segreti
di vita – fucina che soffia scintille e balla con la vita

(febbraio 2014)

*

Ventagli d’amore e d’inganno

Dicono che il vento si fa vento
per farsi canto senza parole
sapiente che sa già tutte le loro
accese illusioni che sanno cucciarsi
e farsi anima, prima sotto pelle e poi,
piano, fino al cuore, fino a farsi liquore
che scende scende e inventa altri suoni
con odori e lampi abbracciati a ferite
dolci e feroci, incancellabili.

Che riconoscerai anche se ti rapiranno l’anima,
per farne schiava in luoghi sconosciuti, mentre
ti racconteranno di un’altra libertà ornata di altre
parole d’incanto che ti diranno, tu sei nel massimo
sogno di essere oltre e altro, finalmente il vero te,
il re che hai sempre cercato in parole ignote
il più sconosciuto e tanto in alto e fuori di te
che ti sembrerà di volare come foglia – completa
mente preda di un vento che fa di te il suo canto

(aprile 2014)

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DIECI STROFE di Marina Pizzi dal Poema “La cena del verbo” (2014) POESIE SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

roma La grande bellezza fotogramma

roma La grande bellezza fotogramma

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso – εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5 maggio 1955. Ha pubblicato i libri di versi: Il giornale dell’esule (Crocetti 1986), Gli angioli patrioti (ivi 1988), Acquerugiole (ivi 1990), Darsene il respiro (Fondazione Corrente 1993), La devozione di stare (Anterem 1994), Le arsure (LietoColle 2004), L’acciuga della sera i fuochi della tara (Luca Pensa 2006), Dallo stesso altrove (La camera verde, 2008, selezione),  L’inchino del predone (Blu di Prussia, 2009), Il solicello del basto (Fermenti, 2010), Ricette del sottopiatto (Besa, 2011) Un gerundio di venia (Oèdipus, 2012), “La giostra della lingua il suolo d’algebra (Edizioni Smasher, 2012);  Segnacoli di mendicità (CFR, 2014); le plaquettes L’impresario reo (Tam Tam 1985) e Un cartone per la notte (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); Le giostre del delta (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004). Suoi versi sono presenti in riviste, antologie e in alcuni siti web di poesia e letteratura. È nel comitato di redazione della rivista internazione “Poesia” diretta da Nicola Crocetti.

*[raccolte inedite in carta, complete e incomplete, rintracciabili sul Web: “La passione della fine”, “Intimità delle lontananze”, “Dissesti per il tramonto”, “Una camera di conforto”, “Sconforti di consorte”, “Brindisi e cipressi”, “Sorprese del pane nero”, “L’acciuga della sera i fuochi della tara”, “La giostra della lingua il suolo d’algebra”, “Staffetta irenica”, “Il solicello del basto”, “Sotto le ghiande delle querce”, “Pecca di espianto”, “Arsenici”, “Rughe d’inserviente”, “Un gerundio di venia”, “Ricette del sottopiatto”, “Dallo stesso altrove”, “Miserere asfalto (afasie dell’attitudine)”, “Declini”, “Esecuzioni”, “Davanzali di pietà”, “Plettro di compieta”, “Segnacoli di mendicità”, “L’eremo del foglio”, “L’inchino del predone”, “Il sonno della ruggine”, “L’invadenza del relitto”, “Vigilia di sorpasso”

Karl Hofer Tiller Girls Kunsthalle in Emden Stiftung Henri und Eske Nannen und Schenkung Otto van de Loo

Karl Hofer Tiller Girls Kunsthalle in Emden Stiftung Henri und Eske Nannen und Schenkung Otto van de Loo

 da una e-mail di Giorgio Linguaglossa (agosto, 2011)

 Gentile Marina Pizzi

 Innanzitutto, complimenti per il folto stuolo di interpreti della sua poesia; e complimenti per la sua poesia, che rivela momenti di climax molto acuti insieme a momenti nei quali predomina il ruolo e la funzione dei «legamenti» tra un climax e l’altro. Conoscevo la sua poesia per qualche lettura occasionale su riviste ma certo non ho mai potuto approfondire la conoscenza dei suoi testi, per questo non ho potuto inserirla nel lavoro che è appena uscito e sarà distribuito in libreria in settembre Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) ed. Edilet, Roma  – ma questo non vuole essere una scusante …del resto sappiamo che la situazione della critica non è dissimile da quella della poesia; quasi sempre la critica fa l’apologia della poesia e la poesia più scaltra strizza l’occhio al buonismo della critica.

Come dall’artigiano chiediamo che la sedia abbia 4 gambe e 1 schienale, non vedo perché i “poeti” invece si ritengano liberi di costruire sedie con 3 o 5 gambe e con 7 o 8 schienali, manufatti apprezzabilissimi dal punto di vista di un marziano che reputi che gli abitanti della terra abbiano 7 o 8 schiene e un sedere oltremodo grasso da richiedere 5 gambe… credo che i poeti debbano imparare, invece, dalla severità della scrittura del romanzo, che richiede severissime regole di attenzione all’oggetto, al plot, ai personaggi, all’ambiente, alla storia, alle idee etc. Grandissima parte delle poesia contemporanea, invece, ritiene di poter dire tutto ciò che passa per la testa degli autori, così, senza capo né coda, senza connessione con le esigenze fisiologiche elementari della persona umana (che mangia, beve, fuma sigarette, litiga con la moglie e con il collega di ufficio, passeggia, fa all’amore etc.)… chissà perché tutte queste cose normali-rituali della vita quotidiana degli uomini sono scomparse dalla poesia scritta dagli autori di oggi i quali preferiscono apparire originali e tecnicamente dotati incorrendo nell’errore di scambiare un palleggiatore per un giocatore di calcio quando invece è soltanto un equilibrista da circo Togni.

E allora la poesia che fa?, semplice: può fare tutto perché è libera di fare tutto. Ma chi ha dato alla poesia questa libertà?, semplice: i poeti se la sono presa da soli perché ormai la poesia è libera da ogni responsabilità, è libera di non avere più una poetica (come ci hanno ripetuto i minimalisti con Magrelli in testa), un pensiero estetico (perché la poesia ce la può fare da sola), un «oggetto» (perché l’oggetto della poesia è se stessa) etc.

Di questo passo anche il critico non può che fare un passo indietro: non occuparsi più di interpretare la poesia. Diciamoci la verità: il 99% della produzione di «poesia» attuale è Vaniloquio e vacuiloquio. Ma ci saranno pure dei responsabili di questa situazione o è tutto caduto dal cielo?

Marina Pizzi

Marina Pizzi

Per ognuno di noi che acconsente
vive un ragazzo triste che ancora non sa
quanto odierà di esistere.

 Franco Fortini, “Complicità” (1969)

1.
Unica tregua somigliare al fango
Alla migliore traccia di sangue
Per sconfiggere speranza con l’anemia
Del balzo tenerissimo con la concreta
Realtà di andarsene finalmente superstiti
Bonari. Di te non credo la vitalità più bella
Né la cometa azzima di luce
Perché la ressa delle rondini è soqquadro
Sul finire dell’ultima cimasa.
Non resta che pagliaccio la sirena
Irrisa da soldati di conquista.

2.
Annuncio di chitarra vederti all’angolo
Dove la sposa cieca ti sorride
Coriandolo e malessere per sempre.
L’ausilio del gemello francescano
Non consente libertà di scelta
Ma esuli le palpebre di brevetto.
Dimmi perché piange la baldoria
Del fiume dotto di non tornare mai
Quasi del secolo il messaggio a dio.

3.
Dio della notte il mio sospiro
Sparuto quanto un indice di nebbia
La crudeltà del sale sfatto palmo
Con il mistero che deride la faccia
Faccenda senza resine di baci.
Il male barricato sulla fronte
Deride l’ossigeno geniale
La gente sugli spalti delle tombe.
Tu dimmi quale rondine corsara
Sapienza di dio non sapere
Perché le baracche da sole spopolano.
Capitomboli di sabbie volerti bene
Dietro la rotta tragica del guado
O di domani la speranza d’essere.
Pagliaccio al grado Generale
Questo fantasma d’anima malarica
Dove intercede il regno del cipresso.

4.
La notte dell’abaco quando più nulla conta rimanere
Al bacio dell’algebra bravura
O sotto teca ricordare il nonno
O la maretta insita alla darsena.
Inverno bello quanto un calamaio
Felice pagliaccio della poesia
Barriera al maestrale colma vendetta.
Materna la briciola che sogna da sola
La grande pagnotta della patria
Sgominata con un soffio di penuria.

.
5.
Ho una critica al rito perché non piange
Parla e recita cinge l’altare
Sulla truppa delle lacrime di altri
E questa piccolina aria di asilo
E’ vicina al mio collo gracile come un biscotto
La meringa di madre che mi fu amorosa gara
Qualora giungi in ritardo e il dondolo del sole
M’insegnò la rima con la luce pietosa
Dentro le tombe con gente che se ne va
Bruciata o sottoterra oltre i santi che non ci sono
Giammai vicini nonostante il calendario o a
Decine di copie per festeggiare il nuovo anno.
Le medicine delle nuvole piangono disperano
Su tutti, le resine non bastano per Natale
La fanga è ennesima maligna agro.
Tu graziosa mungi per l’anima marina e d’ara.
Addio, puoi morire da Capitano gentile.

Patrick Caulfield  (1936-2005)

Patrick Caulfield (1936-2005)

6.
qui nel pianto che rottama chi fosti
si stipola la sporta delle lacrime
nel crimine del giglio che si oscura.
l’ennesima malizia della ruggine
germoglia girandole di pargoli
dove la madre è un astio di bestemmia.
biblioteca di aceri rossi le tue guance
stipendiate da dio per una riserva d’ àncora
o almeno in coro ripetere l’enigma
di fausti almanacchi creduli al pompiere
di fuoco l’acqua piccolina in pozze
tombale l’anemia di chi fosti.

7.
Viltà del tarlo il crollo ben tradente
Quanto la logica di perdere la vita.
Matassa di elemosine vederti
Sotto la vana statua la tua venere.
Ebbene adesso il secolo vanesio
Sibila silenzi dentro gli sguardi ebeti
Delle maestre fatue oltre il vento.
Ben oltre dio ho scoperto l’astro
Valente quanto un calice di stimmate
Immacolate madri di ben alte stature.
Il Carso di Ungaretti è raso al suolo
Per rendere maligne le retate
Tanto bacate le lignee strade fatue.
Intorno alla marea di guardare il cielo
Si sviluppa un popolo di lutto
Vano del tutto in pasto alla fanghiglia.

8.
L’età felice un granello di sabbia
Sotto gli esposti papaveri di niente
Con la morte del cielo non sedata
Lugubre attivista quale un rantolo
Bacato dalla resina di resistere.
La mia spoliazione rimprovera le spose
Le taniche vecchie senza fiori attorno
E’ così che piange il mio gendarme
A me tenuto stretto come un ciondolo
Una ripetizione che sa di arsenico
Buono lo sciroppo per i bimbi superstiti.
Nel lento sprofondare della palude di casa
Ho perso il ludo di guardarmi attorno
Tu presente maschia agonia che il lo sia.
Tutta una civiltà di panico
Anche l’agonia lo sarà nonostante tu
Creda alle sbarre alle terre dei morti.
Libri d’infami lettori stare a casa e non capire
Le pagine miliardarie di parole.
Un libro dopo l’altro ho perso il fare
La lunga cattedrale del portone che schiavi
Speciali trattiene. Intorno ai poveri senza parola
Si getta dalla finestra il lessico la sposa senza rima di bontà.

9.
La rondine nel passo
Nel lutto della foce giacché morente
Sono trappola vivente verso il so
La culla ennesima del falò
Però non brucio anzi ritorno
Fantoccio di sangue velenoso
Si dipana il libro che nessuno capirà
Ma poco importa tracciare il fantoccio
Della sapienza. Il postino all’orizzonte
Calcola gli zeri che incontra e la marina amorosa
Dove s’intana il coma di pargoli
Gotici. Padre di alta messa per perdonare i lupi
E le gentaglie alle prodezze degli assassini.
In fondo i colori amano i piangenti
I fagotti dei poveri che non sanno amare
E il carro funebre con la rodine in cima
Somiglia il paradiso che non c’è.

.
10.
Le bambole di pane ebbero tempo
di frangere aurore per gli abiti
quali un manipolo di baci.
Sto quaggiù dove piange il sale
le rotte nude di trovare il giorno
mancato per abitudine al cadavere.

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CINQUE POESIE INEDITE di Francesco De Girolamo SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Appunto critico di Giorgio Linguaglossa

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L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Herbert List

Herbert List

Francesco De Girolamo è nato a Taranto nel 1957 ma vive da molti anni a Roma, dove, oltre che di poesia, si è occupato di teatro, avendo curato la regia di diversi spettacoli, tra cui: “Le sette maschere” ispirato a Kahlil Gibran (1992) ed “Il piacere di dirsi addio” da Jules Renard (1996).
Ha pubblicato le raccolte poetiche: Piccolo libro da guanciale (Dalia Editrice, 1990), con introduzione di Gabriella Sobrino; La lingua degli angeli (Edizioni del Leone, 1997); Nel nome dell’ombra (Ibiskos Editrice, 1998), con una nota critica di Gino Scartaghiande; La radice e l’ala (Edizioni del Leone, 2000), con prefazione di Elio Pecora; Fruscio d’assenza – Haiku della quinta stagione – (Gazebo Libri, 2009); e Paradigma (LietoColle, 2010), con introduzione di Giorgio Linguaglossa.
E’ presente nelle antologie: Poesia dell’esilio (Arlem Edizioni, 1998), Poesia degli anni ’90 (Edizioni Scettro del Re, 2000), Haiku negli anni (Empiria, 2005), Calpestare l’oblio (Cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana, Argo, 2010) e Quanti di poesia – Nelle forme la cifra nascosta di una scrittura straordinaria – a cura di Roberto Maggiani (Edizioni L’Arca Felice, 2011). Suoi articoli letterari e recensioni sono stati pubblicati su: “Tempi Moderni”, “Le reti di Dedalus”, “La Mosca di Milano”, “Polimnia” e su diversi blog e siti specializzati di Poesia e Critica.
Nel 1999 è stato scelto tra i rappresentanti della Poesia italiana alla “Fiera del libro” di Gerusalemme.
Ha collaborato dal 1994 al 2000 con l’organizzazione di “Invito alla lettura” a Castel Sant’Angelo e nel 2006 con il “RomaPoesia – Festival della Parola”. Nel 2007 è stato Responsabile Territoriale per il Lazio del Sindacato Nazionale Scrittori. Si sono occupate criticamente della sua opera, tra le altre, le riviste: “Poesia”, “Folium”, “Poiesis”, “La Recherche” e “Atelier”.

 Not Vidal Moon 1995

Not Vidal Moon 1995

Appunto critico di Giorgio Linguaglossa

«Non c’è modello né secondarietà che sottendano l’interrogazione del discorso poetico del romano Francesco De Girolamo (nato nel 1957) e del campano Gianni Iasimone (nato a Pietravairano nel 1958). Essa è sola di fronte a se stessa, gira attorno al fantasma di un «io» scomparso del quale restano soltanto ambigue e sibilline tracce sulla carta assorbente del «nulla», una danza apotropaica attorno al feticcio dell’«io». Perché non c’è più un principio di qualcosa, né a posteriori, né a priori. Crollato, sgretolatosi il fondamento, è caduta anche l’illusione di poter operare un discorso poetico su una parola radicalmente nuova o radicalmente antica. Se l’avanguardia era pur avanguardia di qualcosa che stava dietro di essa, oggi, dopo l’ingresso nel Dopo il Moderno, è caduta anche l’ipotesi, peraltro suggestiva, che esista la possibilità di operare per il discorso poetico in una sorta di retroguardia di un qualcosa. È qui che il discorso poetico come era stato condiviso (dalla Tradizione e dall’Antitradizione) nel Novecento si è venuto a sgretolare come un macigno di roccia tramutatasi in sabbia e, progressivamente, in sabbie mobili… De Girolamo parte da lì, dal punto in cui pratica come un foro nel terreno alla ricerca di un misterioso combustibile: l’interrogazione  del fondamento che non c’è più. Iasimone invece ritorna lì. Non c’è più un «soggetto» e non c’è più un «oggetto», per questo l’interrogazione poetica del poeta romano ruota attorno ad una «assenza» (mentre l’«io» di Iasimone ruota attorno ad una «presenza»), dove non c’è più un parapetto o un corrimano cui appoggiarsi nel procedere; ma se è il fondamento che occorre interrogare (pur se fondamento non c’è), è questa interrogazione l’unica condizione necessaria, pur se insufficiente, a crearne il senso. Ma può esistere un «senso» privo di un «fondamento»? Può esistere un discorso poetico che faccia a meno di ogni oggettualità che non sia una interrogazione di un «io» assente? Può esistere un discorso poetico che elegga un mondo di oggetti là dove gli oggetti sono scomparsi, inghiottiti dal «nulla» del capitale finanziario globale, e dai suoi templi invisibili, che attraversa come un fluido invisibile i tubi catodici e i vasi comunicanti dei terminals della nostra vita quotidiana? Inghiottiti dal nulla dei simulacra dietro i quali ci sono le immagini (vuote e fittizie) degli oggetti? – Di fatto, nella terra di nessuno del Dopo il Moderno, lo spazio dei linguaggi poetici si è ulteriormente ristretto, si è come evaporato dopo una giornale di sole. In questa vetrina universale qual è l’emporio globale delle merci, ciò che luccica è il simulacro di un «oggetto» assente. In verità, se verità c’è, non v’è più uno «spazio» nel senso novecentesco deputato ai linguaggi poetici dove sia possibile operare degli excursus, non v’è più una legittimazione territoriale di ciò che è «poetico» e di ciò che non lo è, e quindi al linguaggio poetico non rimane altro che interrogarsi sulla propria legittimità e autosufficienza. È caduto dentro un baratro il vecchio concetto dell’autosufficienza dell’arte, sembra passato un millennio dal tempo in cui si narrava dei discorsi sull’autonomia e sull’eteronomia dell’arte. È ancora possibile ipotizzare l’esistenza di un discorso poetico? E su quale fondamento? E su quale gamma di retorizzazioni? Non è più un problema di poetiche normative, sembra suggerirci De Girolamo, né più di linguaggi, quel che resta al fondo della questione è soltanto la funesta eleganza dell’interrogazione portata all’estrema possibilità o l’intimo rigore dello scandaglio «metafisico», questo sì, per l’intervenuto assottigliamento del mondo «fisico»: poiché v’è metafisica soltanto là dove quello che resta è soltanto una assenza che non rimanda ad alcuna presenza. Il che rimanda, di ritorno, alla necessità di instaurare un logos fondato sulla interrogazione, sulla differenza problematologica domanda-risposta e non sull’indifferenziazione proposizionalista delle ultimissime poetiche epigoniche e acritiche che oscillano tra un agriturismo consolatorio alla Umberto Piersanti e il lodo dell’elegia melanconica nella quale eccelle la poesia femminile di Mariangela Gualtieri e dell’innumerevole schiera di azzimate sacerdotesse del poiein.

Quel «declino dell’ontologia», quel declino, per dirla in termini più comprensibili, delle oggettualità, di cui ci ha parlato Vattimo sembrerebbe condurci alla soglia del declinare e del deragliare di tutte le arti «deboli» e «povere»: in primo luogo la «poesia», non avremmo più nulla di cui narrare. La poesia di Francesco De Girolamo prende forza proprio da questa intima debolezza del discorso poetico del Dopo il Moderno che non può fondarsi su alcun «fondamento», dalla «leggerezza» della rima che investe sia il «soggetto» che l’«oggetto». Se c’è una poesia particolarmente sensibile a questa problematica è quella di Francesco De Girolamo il quale riutilizza i rottami e i lacerti «eleganti» del crepuscolarismo più astuto  per recapitare alcune felicissime sortite nei retaggi della rima invisibile che serpeggia come un marchio di luttuosa «eleganza» nella sua poesia.

 Quello che vedo non è quello che penso;
quello che dico non è quello che sento;
i miei amici sono i miei nemici;
l’io che non sono ha ucciso l’io che ero.
»

(da Giorgio Linguaglossa Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea  Società Editrice Fiorentina, 2013, pp. 148 € 14)

Francesco De Girolamo

Francesco De Girolamo

Alba sull’erba

Quel risveglio sull’erba, fra gli sterpi
già inondati di bianco, il vento nuovo
che faceva bandiere dispiegate
dei nostri variopinti cenci appesi.
Io che ti dissi: “Scattami una foto,
fa’ presto!” E prima che potesse
svanire dal mio volto qualche traccia
di quell’istante, catturasti il mio sguardo.
Io non ero mai stata così tanto
fieramente felice, e mi chiedevo:
“Per quanto ancora lo vedrò, il miracolo?
Sarà davvero irrimediabilmente unica,
come dicono i saggi ed i poeti,
questa quieta vittoria, questo canto
di cui non sentirò mai più le note,
questa vetta di cui non scorgerò
mai più la via? No, io non voglio
che sia così; fermalo tu, ti prego,
questo istante, che io non possa negare
mai d’averlo vissuto, o rinnegarlo
senza pudore, alle strida del gallo,
dicendo ancora: era soltanto un sogno.”
Ma tu eri là, e lo sai che era vero;
e quella foto in cui quel viso sembra
non chiedere più nulla – oh, sì – è la mia.
Ed era vera quella stella viola,
scomparsa d’improvviso, e quelle luci
sfolgoranti nell’ombra come occhi
di mille amanti, insonni, alle finestre.
Tu lo sai che era vero, ed eravamo
noi, lì, unici e irripetibili,
contro il mondo, o con esso,
disposti a tutto al cenno di uno sguardo,
di quello sguardo ormai così lontano,
quasi impietrito nella luce azzurra
di quel mattino; e che ora sembra venga
da un altro mondo, da qualche altra vita.

Margini

Altrove, chissà dove,
dovunque io sia,
vorrei sempre essere.
E dovunque io arrivi
un richiamo muto
sembra attirarmi lontano da lì.
Ma in ogni posto è sempre
troppo presto o già tardi;
fa sempre troppo freddo
o troppo caldo.
E tutta quella gente per la strada
sembra sempre che parli e che sorrida
secondo un’unica filosofia,
la più vile.
Spesso c’è un’ombra grigia tra di loro
che si aggira furtiva
dicendo di essere Me.
Tu non starlo a sentire,
“quello” non sono io, credimi:
di certo io sono altrove.
Scaccialo finché puoi, quell’impostore,
dalla tua casa e dal tuo cuore.
E poi vieni a cercarmi,
ovunque io sia,
e stanami da questi odiosi margini;
e costringimi ad essere,
non ciò che io vorrei essere,
ma ciò che la mia Vita vuole io sia.
Io certo avrò paura
e dirò: “Lasciami!”
E tu allora conducimi, trascinami,
sulla via più tortuosa;
ricordamelo sempre, se puoi,
gridamelo,
che la mia casa è lontana.

Inverso

Io abito un abisso umido e vivo
e buio e caldo ed alto e senza fine
e cado ovunque vada la sua ombra che vaga
e salgo verso il nulla come un’onda sempre in moto
nel vuoto chiaro di vento e fuoco
e sento dentro me come un inverso
aspro universo inerme in me sospeso
che un altro me contende a un altro senso.

Passaggio

E’ da qui che devo passare
se voglio andare oltre, non so dove;
che possa dire infine: “Ci sono!”
Per strade senza strada devo portare
questo gorgo che in gola mi brucia
ed aprire le braccia verso un vuoto
in cui fiorisca la luce
che non ferisce.

Sette volte

Dunque mi hai trovato,
mi hai snidato, alla fine,
pur nascosto com’ero in una luce non mia,
e non mi hai perdonato di esserci,
di conoscere il tuo nome segreto,
di entrare nel tuo cuore ad occhi chiusi
senza avere paura
del tuo bugiardo silenzio indifeso.
Dunque ti allontanerai da me
sette volte prima di trafiggermi
con la tua indifferenza;
mi chiamerai dove il mio passo
non può arrivare senza condurre con sé
la mano ed il respiro della morte.
Potrai dimenticare le mie parole
quando cancellerai l’eco dei miei occhi
dal gelo riarso della tua anima?

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QUATTRO POESIE INEDITE di Ivan Pozzoni Carmina non dant damen, Mortacci!, Frammenti ossei, Hotel Acapulco con un Appunto di Ivan Pozzoni e un Commento di Giorgio Linguaglossa

Le Trou Noir, lithographie et dessin (1992) de Jean-Pierre Luminet

Le Trou Noir, lithographie et dessin (1992) de Jean-Pierre Luminet

(Invitiamo tutti i lettori ad inviare alla email di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com per la pubblicazione sul blog poesie edite o inedite sul tema proposto)

 L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Ετοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco ο(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976; si è laureato in diritto con una tesi sul filosofo ferrarese Mario Calderoni. Ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2014 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Androgini, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen e Scarti di magazzino con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni; tra 2009 e 2014 ha curato le antologie poetiche Retroguardie (Limina Mentis), Demokratika, (Limina Mentis), Tutti tranne te! (Limina Mentis), Frammenti ossei (Limina Mentis), Labyrinthi [I], [II], [III], [IV] (Limina Mentis), Generazione ai margini, NeoN-Avanguardie, Comunità nomadi e Metrici moti (deComporre); nel 2010 ha curato la raccolta interattiva Triumvirati (Limina Mentis). Tra 2008 e 2014 ha curato i volumi: Grecità marginale e nascita della cultura occidentale (Limina Mentis), Cent’anni di Giovanni Vailati (Limina Mentis), I Milesii (Limina Mentis), Voci dall’Ottocento I, II e III (Limina Mentis), Benedetto Croce (Limina Mentis), Voci dal Novecento I, II, III, IV e V (Limina Mentis), Voci di filosofi italiani del Novecento (IF Press), La fortuna della Schola Pythagorica (Limina Mentis), Pragmata (IF Press), Le varietà dei Pragmatismi (Limina Mentis), Elementi eleatici (Limina Mentis), Pragmatismi (Limina Mentis), Frammenti di filosofia contemporanea I e II (Limina Mentis), Frammenti di cultura del Novecento (Gilgamesh), Lineamenti post-moderni di storia della filosofia contemporanea (IF Press), Schegge di filosofia moderna I IIIIIIVV VI (deComporre); tra 2009 e 2014 sono usciti i suoi: Il pragmatismo analitico italiano di Mario Calderoni (IF Press), L’ontologia civica di Eraclito d’Efeso (Limina Mentis), Grecità marginale e suggestioni etico/giuridiche: i Presocratici (IF Press) e Libertà in frammenti. La svolta di Benedetto Croce in Etica e Politica (deComporre). È con-direttore de Il Guastatore – Quaderni «neon»-avanguardisti; è direttore esecutivo della rivista internazionale Información Filosófica; è direttore delle collane Esprit (Limina Mentis), Nidaba (Gilgamesh Edizioni) e Fuzzy (deComporre Edizioni).

 

foto Diane Arbus

foto Diane Arbus

Mi scrive Ivan Pozzoni:

 nel lontano 2012, quando mi scopristi, scrivesti: «Ennio Abate pone il problema della continuità / discontinuità? Penso che Pozzoni non si ponga nemmeno questo problema; il problema della tradizione e dell’antitradizione? Pozzoni non se lo pone nemmeno. Vuole fare il guastatore, va con le cesoie per spezzare il filo spinato che il Novecento ha posto a difesa dei fortilizi della Tradizione e del Canone, tutte parole grosse che designano un significato preciso: i rapporti di potere che sotto stanno e sottendono i rapporti di produzione tra le istituzioni stilistiche maggioritarie. Pozzoni, a mio avviso, fa bene a buttare tutto all’aria e a carte quarantotto»”.

 In data 20 marzo 2015 alla mia notazione secondo la quale Ivan Pozzoni  era ancora in mezzo al guado tra la Anti-poesia e la Poesia, così ribadiva l’interessato:

“Finalmente hai compreso il significato di «chorastico», che caratterizza la mia attuale scrittura, cioè «tu stai ancora a mezzo del guato: tra Poesia e Anti poesia», che descriverei con un bellissimo termine rubato a fini terapeutici da Binswanger a Jaspers e da Jaspers a Von Gennep e Turner: «liminalità» [«lo stato o la qualità di ambiguità che esiste nella fase centrale di determinati eventi o rituali (come un rito di passaggio o di una rivoluzione a livello di società), durante il quale l’individuo o gruppo partecipante non detiene più il suo status pre-rituale, ma non ha ancora raggiunto lo status terrà quando il rituale è stato completato»]. La cora (chora) è, nelle colonie elleniche antiche, la situazione liminale tra polis e oi barbaroi, la «situazione-limite» jaspersiana, tra città e monti, tra civiltà e barbarie, tra ragione ed emozione, tra forma e a-forma. I miei versi chorastici, liminali, stanno «ancora a mezzo del guato (o del guano): tra Poesia e Anti poesia», come noi tutti stiamo, con la crisi («situazione-limite») del moderno, nel Trado moderno, cioè, storicamente, sulla «soglia» tra due evi, tra due società, tra due categorie di weltanschaungeen. Qui il tuo concetto di «forma-poesia», che ti chiederò sul blog di espletare meglio, rischia di cader di senso, essendo un concetto del moderno.

 Quando muoio, fatemi diventare il nuovo Lucini [Gian Pietro 1867-1914] della «forma-poesia»: adesso non lo sono, non lo sarò: Lucini stava nella civitas, nella polis, con uno status definito (senza accorgersi, ne discutevamo via email molto, che ogni status attualmente si è «liquefatto»). Io resto sulla «soglia», non in attesa di entrare o di uscire, vivo sulla «soglia», conscio che, nella mia vita, il momento della transizione, della «situazione-limite», saranno i momenti cardine. La mia è una «poesia» della «soglia», cioè una anti-«poesia» (non in senso bachtiniano, di rovesciamento). Io sto «ancora a mezzo del guato: tra Poesia e A-poesia», perché se la tua anti-«poesia» è annullamento, annichilimento, della «forma-poesia», dobbiamo chiamarla col suo nome, cioè a-«poesia», come l’a-moralità è l’annichilimento della moralità (e l’anti-moralità, o immoralità, è una devianza, una marginalizzazione, una liminanza). La mia anti-«poesia», che non è a-«poesia», è devianza, marginalizzazione, liminanza (che non è mai carnevalizzazione, in quando consolidamento della carnevalizzazione). Affiliamo i coltelli dell’analisi!”

Ferdinando Scianna foto

Ferdinando Scianna foto

Commento di Giorgio Linguaglossa

 La sapienza tattica di Ivan Pozzoni fa uso della parola-segno, della parola-mezzo in conseguenza della presa d’atto del tramonto della Parola giudicante o della Parola simbolica per approdare ad una Parola Anti-parola, una parola conflittuale figlia del processo democratico del decadimento e della confusione di tutte le lingue e di tutti i linguaggi, nell’abisso della intermediazione di tutti i linguaggi degradati a linguaggi veicolo, linguaggi da trasporto, nastri trasportatori di linguaggi merce e di linguaggi oggetti. Questa mediatezza della lingua (prodotto dalla civiltà dei segni), l’impossibilità di comunicare immediatamente il «concreto», è l’abisso dell’astrazione, per Benjamin terza conseguenza del «peccato originale linguistico». Questo uso degli elementi astratti della lingua nella «poesia» di Pozzoni si converte nella pirotecnica virulenza derivata dall’abbandono del «nome» e della sua capacità denominante. Di qui per Pozzoni l’asservimento della lingua nella «ciarla», cui segue l’asservimento delle cose alla lingua dei segni secondari, terziari, quaternari etcetera (con buona pace della forma-poesia), fenomeno questo attiguo alla infinita intermediazione dei linguaggi dei segni: la disseminazione del linguaggio dei segni in una entropia dei linguaggi non più denominanti. Il «segno» non è più impronta divina del «Nome», ma impronta di un altro «segno» in fuga perpetua, trasformazione del comunicabile in comunicabile, cancellazione del comunicabile, cancellazione dell’oggetto, cancellazione della cancellazione in un moto vorticoso e perpetuo, carnevalizzazione della cancellazione in un moto entropico perpetuo.

Carmina non dant damen

La storia di una moneta non interessa a nessuno
due facce mai tanto ardite da vedersi in faccia:
su un lato impressa l’effigie d’una regina,
austera, drappeggiata di sete e assetata di drappi,
sull’altra l’immagine di un menestrello, vestito d’un manto di terra,
circonfuso dall’aurea tristezza dei canti di guerra.

L’incanto d’amore si trasforma in moneta
due mani, sistemata con cura e artigiana,
si stringon le mani, e due visi, due occhi meteci
si sporgono dai rilievi del rame,
tenendosi vivi, abbracciati, sospesi nel vuoto,
l’uno a osservare l’amenità di un reame
dove corrono liberi i fiumi, sorridono i fiori,
rivestito di boschi e di frutti in eterno,
l’altra a guardare l’inferno.

La mia arte è impotente
a lanciare incantesimi tanto influenti
da tener senza tempo sospesi nel vuoto due volti,
mescolando in fucina i due mondi
in un unico mondo in cui menestrello
e austera regina si armonizzino a fondo.

Menestrello, continua a cantare
il tuo inutile canto col cuore spezzato,
in attesa che frammenti di lacrime
si rimettano in circolo
nel sangue d’un amore smezzato.

.
Mortacci!

Passando in auto fuor dal cimitero,
città nella città,
affitti bassi da scarso acquisto,
ci siamo accorti come non tutti i cari estinti
abbiano compreso d’esser morti.

Urla, lacrime e sussurri,
col mite borbottio dei men buzzurri,
rincorrono voli di farfalle,
simili alla monotonia costante
dello scolorir d’un vecchio scialle.

C’è il vecchio maresciallo dei carabinieri
che, non ancor abituato agli stranieri,
chiede a gran voce, sull’extracomunitario,
duri divieti di cippo funerario.

C’è la fanciulla, spirata adolescente,
che passa la giornata a non far niente,
tappezzando a foto di giornale
i muri della sua stele tombale.

C’è il maniaco, fresco di cassa,
che, non ancor arresosi alla fossa,
vaga narrando a tutti di com’è bella
l’orrenda vista della sua cappella.

C’è la ninfomane in tuta da tennis
presa a saziarsi di rigor mortis
cercando di sfruttare, con disinvoltura,
i vantaggi propri della sepoltura.

Perché – mi dite- è inverosimile che vivano i defunti,
in barba ai beccamorti,
se voi che v’ostinate a dichiararvi vivi,
vivete come foste morti?

Not Vidal Snowballs

Not Vidal Snowballs

Frammenti ossei

La scala a chiocciola, librata in mezzo ad una scia di monumenti funebri di superficie,
conduce nel cuore delle terre nere – a Occidente, direbbe il saggio Ptahhotep-
conduce all’archivio storico d’una intera città
sommersa da centinaia d’anni di corone funebri,
lento incedere di corteo, benedizioni bagnate di dolori attoniti.

Come un archivio di ministero,
debitamente incasellati: i morti.

Morti, d’ogni età, d’ogni secolo, morti stoccati in nicchie d’un metro
in corridoi senza tempo, a due dimensioni,
città nella città, città sotto città, un carosello di fiori sbiaditi
coccarde nere fine ottocento, ritratti velati di nebbia,
conditi da un’atmosfera di noia mortale,
nome dopo nome viso dopo viso
muti racconti ammantati dal sudario dell’oblio.

Vorrei (e mi ritrovo a scrivere «vorrei» in un testo dopo troppo tempo),
essere burocrate da casellario
dando un minuto di voce a ciascun concessionario:
al bimbo morto, a un anno, nel ‘43
condannato a vestire in eterno da bebè;
a un magistrato, baffi all’Umberto, costretto a vivere la morte,
di fianco all’umile, magari ladro, scafato tecnico da cassaforte;
ad una contegnosa docente di Liceo, deceduta nel ‘19,
che mai arrivò a spiegare ai suoi mille e mille alunni
come mai morirono di ferite o campi di concentramento
in un ventennio speso a risiedere in un reggimento.

Fuggito dal remoto avvenire risalendo di corsa la scala
i monumenti funebri di superficie ci richiamano all’oggi, all’istante,
o a un futuro meno distante.

Hotel Acapulco

Le mie mani, scarne, han continuato a batter testi,
trasformando in carta ogni voce di morto
che non abbia lasciato testamento,
dimenticando di curare
ciò che tutti definiscono il normale affare
d’ogni essere umano: ufficio, casa, famiglia,
l’ideale, insomma, di una vita regolare.

Abbandonata, nel lontano 2026, ogni difesa
d’un contratto a tempo indeterminato,
etichettato come squilibrato,
mi son rinchiuso nel centro di Milano,
Hotel Acapulco, albergo scalcinato,
chiamando a raccolta i sogni degli emarginati,
esaurendo i risparmi di una vita
nella pigione, in riviste e pasti risicati.

Quando i carabinieri faranno irruzione
nella stanza scrostata dell’Hotel Acapulco
e troveranno un altro morto senza testamento,
chi racconterà la storia, ordinaria,
d’un vecchio vissuto controvento?

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POESIE INEDITE di Silvana Baroni “Attorno, dentro e fuori l’utopia” SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

Stefano Di Stasio

Stefano Di Stasio

  L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Stefano Di Stasio

Stefano Di Stasio

 Silvana Baroni Vive a Roma. Ha scritto testi teatrali: Le infinite metà del mondo, L’amore è una scatola di biscotti rappresentati entrambi al teatro XX° Secolo a Roma, Liti d’amore con Neruda” ai teatri: La catapulta e  Agorà di Roma.In poesia ha pubblicato: nel ‘92  Tra l’Io e il Sé c’è di mezzo il me– aforismi e grafica- Il Ventaglio; nel ’94  Stagioni Il Ventaglio; nel ‘98 Nodi di rete Fermenti; nel 2001 Ultimamente Fermenti; nel 2002 Il tallone d’Achille di una donna Fermenti; nel ’97 Acquerugiola-acquatinta – haiku e grafica – Dell’oleandro;  nel 2005  Alambicchi – 14 racconti – Manni; nel 2006, Nel circo delle stanze – poesia – Fermenti; nel 2007  Neppure i fossili – aforismi, grafica e pittura – Quasar; nel ’11 Il bianco, il nero, il grigio– aforismi – Joker; nel ’12 Perdersi per mano– poesia – Tracce; nel ’13 Criptomagrittazioni – Onyxeditrice; nel 2013 ParalleleBipedi – aforismi- La città del sole. www. htts://silvanabatroni.it

Silvana Baroni

Silvana Baroni

Attorno, dentro e fuori l’utopia

Un tratto di matita
ed ecco fatto l’orizzonte!
Mi affido al gioco delle dita
ho una perla tra le valve
e l’universo da dimostrare.
Disegno la terra sottosopra
l’immolato azzurro per sempre
mi sgancio dal consueto cammino
dal presente di creta, dal tempo che sarà.
Il mare si accuccia attorno all’isola
sotto la riga che ho tracciato
e dall’intarsio dei segni salgono
pergamene di luce nel cielo fiero
a guardare me che lo guardo.
Ma certo! Chi ha la vista
non sa che farsene
del miracolo della matita.

*

Cane di resina lo scheletro del tempo
quando colmi di nociva gravità
vanno in buca i giorni nel bigio
sbadiglio di un gioco a bigliardo
e non c’è gola che desideri, mente
a speranza, solo parole da inghiottire
pillole d’un antibiotico progetto.
Eppure tra battelli e casematte
basta poco che s’alza il sipario
e si torna ai sogni inguaribili
sulle tracce dell’antica serpe
con frutti nel cesto di campagna
rincorrendo amore, forse.

*

Questa storia del credere o sperare
ha colori malmessi, passi rapidi per strada
e in campagna solo casette bricolage.
Sul viscido punto l’anima scivola
e il bosco è refrattario, il corbezzolo
non dà frutti, ha smesso di sorprendermi
s’è fatto approssimativo. Così
i pensieri inutili da pensare, che poi
sono gli stessi che più mi danno pensiero.

*

Si vedeva appena
forse non era o fuori dai radar
in orizzonte d’acqua scura.
Fu un suono crudo dietro l’altro
poi un sibilo. Tacemmo
nel far posto a una macchia.
Da quella notte do acqua all’acqua
e penso che forse il mare ha sete
del gesto umano, quello d’innaffiare.

*

Ore da lontano vanno ritraendosi
il sole cala in orecchini di morto corallo
da un cielo dimentico.
Guardo ai piani scale illuminate
fiamme in scandaglio nella sera
nessuna meraviglia ma vetri sfocati
e briciole d’eterno che s’agghindano.
E il fato, fusoliera verso, premuta
di soppiatto in avanti da una riserva
d’occhi sul finire dei nostri perché,
è il sogno trascorso senza più grilli
birilli nella crepa della sera
riflesso d’un testimone smemorato
in libero passatempo a vedere
quel che si guarda dagli occhi.
E può darsi sia diverso il destino
tale e quale o fuori posto, in posa
ingombro già del dopo, del mai
appena smesso, dell’ovunque altrove,
speranza sognata, giunta in ritardo
dove già non siamo, sogno che non ha
più tempo da perdere né altro spazio
da guadagnare. Mare serrato
attorno all’isola per sempre.

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POESIE INEDITE di Valerio Pedini “La casa dell’inappartenza”, “Pregando la pece nelle chiese di catrame”, “Odore di vomito nel bicchiere di petrolio”, “Quando sai che la piramide crolla non mummificarti”, “Dispersione cosmica”, “Lacrime e sangue intorno al corpo di nessuno”, SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Ferdinando Scianna, fotografia

Ferdinando Scianna, fotografia

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Valerio Pedini nasce il 16 giugno del 1995, di otto mesi, e viene tempestivamente scambiato nella culla: il misfatto viene subito scoperto. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di organizzare il suo primo evento culturale ad Artiamo (gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare); nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare e a scrivere, uscendo, in collaborazione col circolo narrativo AVAS – Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se poteteRigagnoli di consapevolezza e Ma tu da dove vieni?. Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme ad Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e ad Aurelia Mutti. A dicembre conosce Teresa Petrarca, in arte Teresa TP Plath, con cui inizia diversi progetti artistici: La formica e la cicalaEssence e Pan in blues e in jazz. Sta lavorando ad una monografia filosofica: Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali. A Maggio 2014 è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e, successivamente, sempre con deComporre Edizioni, uscirà nelle antologie Forme LiquideScenari ignoti e Glocalizzati.

Ferdinando Scianna fotografia

Ferdinando Scianna fotografia

 Commento di Giorgio Linguaglossa

Alcune considerazioni preliminari vanno fatte a proposito della non-poesia di Pedini. Pedini è un crossover, attraversa in lungo e in largo l’autostrada della “poesia” per farla saltare come sulla dinamite, viaggia a bordo di un fuoristrada al centro delle tre corsie autostradali, e si sposta di qua e di là, con improvvise sterzate. Fa un monologismo (monolinguismo) che fa le veci di un plurilogismo (o plurilinguismo), costruisce illogismi sinergici e perlocutivi ma in realtà la sua è una voce monologante che non intende dialogare con nessuna altra voce.
Pedini usa una parola “viva”. O, almeno che lui intende come “viva”. Che cos’è una parola viva? La parola viva è una parola già vissuta e che continua a vivere, che contiene, nella percezione del parlante, memoria dei suoi usi, sensazioni particolari per l’enunciatore e per gli occasionali enunciatari, e che, una volta pronunciata, può recare traccia della propria impostazione culturale, provenienza sociale, concezione ideologica etc. (quelle che Bachtin chiama «stratificazioni»). Questa parola è intrinsecamente sdoppiata, a due voci: mentre evoca l’oggetto dell’enunciazione, essa è ostacolata dalla «parola altrui», ossia dall’altrui giudizio sull’enunciato pensato come possibile dall’enunciatore. Per Bachtin la parola «bivoca» è a due voci, bivoca, nella sua aspettativa (ossia, dal punto di voce dell’enunciatore) di una «replica», di una enunciazione ostacolante, anche qualora tale replica sia solo percepita come possibile nell’orizzonte immaginativo dell’enunciatore.
Pedini invece utilizza la voce univoca, monologante, utilizza in modo “naturale” la parola monologante come finzione teatrale per teatralizzare la scrittura poetica che andrebbe letta da una voce “fuori campo” con un altoparlante posto in alto e nascosto alla visione del pubblico in un teatro pieno di echi…

A proposito del concetto di «innovazione» quale componente decisiva di un’opera letteraria, cito un brano di Robert Weimann in “Teoria della ricezione” (Einaudi, 1989 p. 99):

«L’innovazione a qualsiasi costo produce una cattiva poetica e una storia della letteratura ancora peggiore. L’estetica della ricezione, che fa propria l’idea formalistica di evoluzione letteraria, critica, è vero, la pura “canonizzazione del mutamento”, perché la “variazione estetica” non basta di per se a spiegare lo sviluppo della letteratura, dato che “l’innovazione per sé sola non costituisce ancora carattere artistico”.L’innovazione andrebbe compresa come una categoria storica, e non solo estetica. Di qui nasce inevitabilmente la domanda volta a investigare “quali siano in realtà i fattori storici che rendano veramente nuovo ciò che è nuovo di un fenomeno letterario”.
Questa domanda in merito al rapporto fra l’evoluzione letteraria e il mutamento sociale supera in un punto decisivo l’ottica astorica dei formalisti, ma non supera, tuttavia, il principio modernistico dell’innovazione oggettiva e assoluta».

La casa dell’inappartenza

Dove ti siedi-tu non lo sai-non sai neanche che ti siedi
Eppur vero che sei
In un
Non sei:
Inscatolato in un monolocale, che ti stringe ogni singhiozzo, sganciandoti dal paradiso:
Bomba!
Rotola nel non senso-nel dissenso della sua rovina: animale di questo mondo,
naufraghi nel non mondo.
Sviscerato nello scontento-cede-alieno-nel cemento della sua lapide, che si trancia in due e viene mangiata dagli scarafaggi
Dell’acre sapore umano.
Di quel Verbo a cui non apparteniamo.
Bugiardo-bugiardo- essere menzognero: credi nel buio e lì vi annaspi dentro, soffoca nell’ombra a cui non appartiene:
ombra distante, chiesa sconsacrata dove le abluzioni sono sacrosante mestruazioni
saltate
dalla ripetizione genitale
dei sensi.
Hai dovuto rompere le catene, ora sei impiccato ad un delirio e ti vedi crocefisso a testa in giù
Come i conigli che leccano i piedi di nessuno.
Forza e coraggio, tutto è liquida desolazione:
casa non esiste
casa sei Tu
casa sono Io:
ma insieme smettiamo di respirare.

Correre-correre, senza fermarsi e ridurre l’abitacolo a cemento e nulla, ridurre la carne ad innaspo della mortitudine del luogo.
Tutto è sciolto, pigiato, scontato, dannato
Da queste grida che rimbalzano sui muri e riecheggiano nel corpo della mia Grande Miseria:
umanità
che tradì il suo nome-che volle separarsi da tutto- far crollare ogni senso di appartenenza-decapitandosi nell’IO.
E poi tutto sparisce e l’odore del camino è solo marcio legno che non regge il gioco all’incendio del delirio del Tempo.

Pregando la pece, nelle chiese di catrame: la comunità scomunicata

Bassifondi nell’entroterra pustolosa delle ghiandole salivari
Che inaspriscono
Il gloria Teo Scomunicatum de reo essere umanizzato
Dalla comunità delle marionette:
i fili tesi
stringono gli omini
che scappano
in sfiducie fiduciarie della carità provvisoria:
rintanati in un io fittizio, Dio si sedimenta in un apocalisse:
visione distorta della perseveranza dei proto neuroni:
solo protozoi: batteri semplici che schiumeggiano nella spuma
del crocifisso issato sull’acetone, che stupra la marcescenza delle gengive,
sputacchiose nell’afrore di una lingua chiodata
lì sul murales fatto dai sicari dell’eletto!
Non ci si rintanerà più nelle topaie, si pregherà negli sgabuzzini
Arredati con l’incensiere della notte grave:
nell’ombra delle parole
si profila il senso
del non senso
il luogo
del non luogo:
una coltre di automi spargeranno riviste sacrali sul catrame
da cui tutto è nato
ed il vaso di Pandora s’insabbierà nella pece cosmica:
disperse le menti,
non si troverà un appiglio:
abbarbicato al torcicollo, per vedere l’impossibile,
seppellirsi in una piattaforma sociale
e dire: “Ti prego pece,
che estendi i non luoghi e li fai sembrare luoghi,
che rendi non luoghi i luoghi
et oscuri il senso umano nella preghiera dell’ignavia!
Il sentimento sgocciola nel dirupo
e la farina inzuppata nella pioggia si riempie della cenere dei giorni:
e tutto volerà via!”
Estirpati,estirpati,estirpati:
le catene che soffocano il respiro,
i chiodi che ci attraversano le meningi
et moritura est la carne
dentro ai non corpi:
scatolame!
Preghiamo,affinché nessuno ci salvi e tutto finisca: una volta per tutte,
ancora nella pece.

bello il vuoto

Odore di vomito nel bicchiere di petrolio: lo sgabuzzino di casa “assente”

Il tanfo seduce il mio olfatto, come le grida il mio audito:
repressi, nell’oltre-morte, nella mai vita, ci si saccheggia dietro scacchiere di polli
saltati alla griglia.
E lì vi si entra nel vortice del budello e ci si attacca al colon
Cagando lacrime insapori.
Gettandosi nella tazza della compassione cosmica, ci si rende conto, che la compassione è per noi,
zecche e tirapiedi di un universo provvisorio, mai in movimento, ma sempre vacante.
Spingi-spingi-spingi
Spingi-spingi-spingi
Le ossa si romperanno, i vetri lacereranno la tua carne e tu sarai uomo per un giorno, forse un’ora, o magari verrai colpito nel ticchettio della tua sofisticata orologeria!

Un buffetto sul naso,
tic-tic,
un coppino amichevole,
tac tac,
ed un calcio in culo!

Cade, tutto precipita, e un vortice di ossa ,
di coscienze roteano intorno alla mia cervice
Producendo la nausea che più seduce il regno dei volteggi cerebrali.

Annuso un po’ la dipendenza del mondo,
la squarto con la belligeranza della parola e respiro il regno della congestione cosmica:
e poi un vortice d’inappartenenza nella noia recalcitra nello stomaco
e lì si espande l’acre odore della pietas vomitevole.

Sempre rinchiusi in un bicchiere, irrigato dalle nostre budella: in un mondo inadatto
al luogo
al tempo,
lo sfintere diviene casa propria.

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini

Quando sai che la piramide crolla, non mummificarti: poiché sei solo tramite tra insignificante ed insignificante, tra non luogo e non luogo

Non si troverà mai una crisalide sicura, in cui spingere le cervella
Oltre la significazione divina
Che trascende le calze puzzolenti stese sopra il terreno sabbioso
A destare sete, nella morte velenosa
Di uno scorpione mangiato a pranzo…e vomitato a pranzo.

Fuggire-fuggire!
Questa è l’ombra del tempo!
Nascondersi sotto gli scudi di pietra e rilassare le proprie meningi, prima che la meningite colpisca
E nel fuoco cerebrale
Tra strida e torsioni
Le arterie scoppino del malumore socialmente reso
In una sbrodazza sanguigna: il proprio funerale-

Collettiva la fine-la scappatoia chiusa-
eppure ancora riecheggiano i sussurri dei morti
incatenati all’inedentità:

nessuno figli di nessuno pregano nessuno al raggiungimento del niente,
nessuno figli di nessuno sulla piramide del mondo, sfiorano il cielo e poi piombano a terra,
soli
come tutti gli altri.

La piramide è crollata
-fuggitene, scavalcandola!

Continuare ad abbattere piramidi-edificare il tempo-morire con il tempo-essere tempo-tramite col sacro il profano sferra il suo attacco
E il ruggito della tigre riecheggia nell’aria sterile,
sciogliendosi fra le ginocchia di Osiride
che ‘spetta al varco l’arresa-la bilancia è rotta, la bilancia è guasta: il vantaggio è dalla parte di nessuno, poiché nessuno è dalla parte del vantaggio!

E lì vi è la fuga.
E lì vi è la dispersione.
E li vi è la morte.

pittura hopkins Autoritratto

hopkins Autoritratto

Dispersione cosmica
E
Scartoffie di diverso genere
Con
Le ossature rotte
E la clava in mano
A rievocare tempi della pietra-
Del legno- e del taglione
////////////////////
Sminuzzati i corpi,
spappolati si decompongono.

Io so dove andare-
A disperdimi nel caos siderale- dove la falce taglia ogni legame temporale.

La-la
La-la
La-la
La

Barbarie del mondo, la lingua si attorciglia, e proiettili escono dalla bocca:
canna di fucile
ché lo stendardo globale è stato issato da una mummia decadente,
senza braccia, senza gambe, senza testa, senza corpo:
solo fumo e vapore
in cui i corvi si proiettano e ne nasce
il silenzio.

Ta-ta
Ta-ta
Ta-ta
Ta!

Si chiudono i battenti:
e tutto quel che resta grida-
ma l’avvoltoio mangia ogni nota,
spezzando ogni certezza
e lì vi si proietta lo squilibrio
e il non luogo raggiunge l’apice della cima,
sul letto di colui che nacque mai.

Lacrime e sangue intorno al corpo di nessuno: ma poi vi è un riso

Coltelli affilati incidono la carne degli homunculus,
che lasciano pozze di sangue e lacrime sulla terra dove mai vi abitarono.

Il cadavere fuma-lasciando nebbia gelida agli uomini-ape, che s’imbrattano di latte e miele
Per rievocare la regina
Scomparsa dall’inizio dei tempi.

– Perché rievocare il luogo distrutto? Qual è la summa del discorso che si fece per aggrapparsi alla mano
Sciolta dall’ardere della volontà di inappartenenza
Alla specie che sopravvive- fra bragie e ghiaccio – e si pietrifica
Dando origine alla Babilonia
Da cui favelle dolorose gridano, mentre nessuno si capisce.

Ridono le iene,
mentre le carogne viventi- si squartano vicendevolmente, sparpagliando i brandelli di storia
sepolta
sotto gli escrementi degli dei
dispersi
nella diaspora dei lor creatori!

Non vi resta che sangue
Sangue-lacrime
Lacrime-cenere

E con quella poltiglia la Chiesa sarà costruita-
Prima che la tempesta la rimescoli.

città Roma, tram anni Sessanta

Città-cadavere

Nell’immobilità – esplode- il fuoco fatuo
E scrosciano vermi sull’asfalto osseo:
gemme di catrame invadono il vaso del cosmo:
e Pandora arde nel suo delirio.

Chi-chi-chi-chi-chi
s-s-s-s-sono-tutti quelli che circumnavigano il granello spaziale alla vana ricerca del paradiso celestiale?

Sarcofaghi ammuffiti si erigono intorno al cranio-cuspidale
E il cervello
Diviene dolce budino
Amato da bambini grassi-con stomaci sacchiformi,
dove il nero del tempo viene risucchiato
dalla gravità del fato:
il buco nero istiga morte…e morte è sempre clemente!

Allora buh!
Bau!
Wrong!
F
R
U
m!
Trum!
Czac!
Ta-ta-ta-ta- tam!

Il bulbo oculare scruta la vastità sociale, e tutto si riduce a granello di sabbia
Infilato nelle mutande di metallo:
intruso-intruso-acchiappare l’intruso, non farlo arrivare al punto extremo della vita, non dire che intruso essere vivo, renderlo morto prima ancora che nasca!

Ancor prima che una formica nasca,
la regina saprà già se sarà micro,medium o macro, saprà già se sarà operaia o soldato,
in definitiva una formica sa sempre se un’altra formica sarà schiava oppure schiava,
eppure tutte le formiche sono felici di esserlo!

Al che i consimili pregano, mentre la Terra si ritrae
E resta solo un focolare
VUOTO!

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CINQUE POESIE EDITE E INEDITE di Chiara Moimas “Aspasia”, “La via della seta”, “La soglia”, “Desolato abbandono”, “Precario pendio” SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

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(Invitiamo tutti i lettori ad inviare alla e-mail di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com per la pubblicazione sul blog poesie edite o inedite sul tema proposto)

 L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

 Chiara Moimas è nata a Ronchi dei Legionari nel 1953 e vive a Gorizia ha al suo attivo diverse pubblicazioni a carattere didattico su riviste specializzate. Ha pubblicato i volumi di poesia Metamorfosi: donna (Firenze Libri, Firenze 1989) e L’angelo della morte e altre poesie (Ed. Scettro del Re, Roma 2005) che ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Seguono Curriculum vitae (Joker, 2012), e L’acerbo Pruno (Edizioni Progetto cultura, 2014). Sue poesie sono state pubblicate su riviste di settore e nell’antologia Ragioni e canoni del corpo di Luciano Troisio (Terziaria, Milano 2001). Nel 2012 ha vinto il “Premio speciale M. Stefani” al concorso di poesia erotica di Venezia. Si occupa anche di scrittura per l’infanzia e di poesia dialettale (il “bisiac”).

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Aspasia

Calzari intricati
per risalire con agile passo
il sentiero tortuoso
della contemplazione
e serpi
agli omeri avvinte
pronte a serrare
nelle fauci il piacere.
Candida pietra di Eretteo
la mente porosa
avida di rivelazioni
assetata di riverberi
di inattesi baleni
tremula
nelle ombrose cavità
sino ad offrire
ghigni mutevoli
ai volti delle
statiche fanciulle.

Silente
non potè rimanere:
immobile architrave
di complessi pensieri.
Il pregio conosceva
delle misurate parole
ed il potere immenso
delle libagioni.
Lei
non intinse
lembo di peplo
nelle volute del focolare.

(inedito)

.
La via della seta

Più non s’impolvera
la via della seta
percossa da zoccoli
inquieti
non vibra nel fermento
di idiomi e di colori.
Sabbie roventi ed inospitali
monitorate in ogni duna
che il vento trasforma
coprono il sonno
degli scorpioni.
Sorvegliato
l’andare dei fiumi
dai detriti delle secche
al dissetante gorgoglìo
del disgelo.
Sciami di satelliti
stanano ogni vivente
sospiro. Conoscono le pieghe
della nostra vagina.
Pochi ettari abbandonati
alla verginità del principio.
Proiettate su schermi
le città sono tubi catodici
planetari ammiccanti.
Bersagli.

(inedito)

Chiara Moimas_Parigi 2012

Chiara Moimas_Parigi 2012

 

 

 

 

 

 

 

La soglia

Ho gettato la veste alle ortiche
e cammino coperta da brandelli di vento.
E’ buio là dove sto andando.
Selci acuminate mi feriscono i piedi
al tocco sussulto di viscide liane
vagabonde e tentacolari.
Qui ancora il giorno mi insulta
con luce intarsiata d’inganno
ed il mare mi sfida indiscreto.
Qui il vento la pelle avvizzisce
afone rende le labbra riarse
e le nocche arrossa delle impavide mani.
Voci riporta di passati tormenti.
Più non mi è amico.

Sono nuda adesso e scalza e indifesa.
Impalpabile come tremula ombra
dell’ombra corposa oltrepasso
la soglia ospitale.

( inedito )

.
Desolato abbandono

Desolato abbandono
di vergine foresta
selvaggia ed impetuosa
sfila tra le mie cosce
prende l’essenza di me
che fuggo
dal laccio della ragione
-orgia fantastica
orgasmo irreale
annienta la freddezza
di un pensiero-.

Fiumi tumultuosi
cascate sferzanti
scorrono sul mio seno
e spaccano il dolore
-lapilli infinitesimali
rimangono
non riconducibili
alla coscienza-.

Può godere il mio corpo
se l’iride si cela
alla luce che ferisce
e vomita immagini
depredate.
Vergine ritorna
ma già questo sogno
ne squarcia il candore.

(da Metamorfosi: donna, 1989)

Toshiko Hirata

Toshiko Hirata

 

 

 

 

 

 

 

 

Precario pendio

Già ululano alle spalle
in malvagi sodalizi riuniti
lupi famelici e rabbiosi
che il ghigno oppongono
pauroso
allo spettro delle tenebre.
Brandelli di vite azzannate
marciscono tra le fauci
aguzze e minacciose
impregnando di
nauseante fetore
l’alito della notte.

Non resteremo
l’un l’altro addossati
su questo precario pendio.

Rapaci torvi ed ostili
ombreggiano planando
ogni nostro pensiero
pronto il becco grifagno
a scarnificare il credo
e gli artigli a ghermire
i lumi che ardono ancora.
Di noi non avranno
il candore delle fragili ossa
il tepore del giovane sangue
non avranno di noi
la paura.
Qui
altro non lasceremo
che la gramigna pressata
dalla fatica del sonno.

Non temiamo il dirupo
l’orrido o il volo.

In stormi
ci vedrete valicare
autunnali orizzonti
riposare
sugli alberi maestri
di oceaniche traversate
ripulire con le ali
gravide di vento
l’immondezzaio
accatastato sulle battigie
dei continenti
e dai fondali
con inusitata forza
trarremo in superficie
l’urlo soffocato
della chimera.

(da Curriculum vitae, 2011)

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POESIE EDITE E INEDITE di Anna Belozorovitch SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 

giF Mondrian

 L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

 Lichtenstein-Quadro-stampa-su-tela-Telaio-50x100-vernice-effetto-pennellate

Lichtenstein-Quadro-stampa-su-tela-Telaio-50×100-vernice-effetto-pennellate

Anna Belozorovitch è nata a Mosca nel 1983, e ha vissuto tra il Portogallo e l’Italia, dove risiede stabilmente dal 2004. Ha scritto in russo, in portoghese, infine in italiano. Attualmente frequenta il corso di Dottorato di ricerca in Scienze del Testo all’Università di Roma “Sapienza”. E’ insegnante di italiano per stranieri. Ha pubblicato in italiano: Qualcosa mi attende, LietoColle, 2013; Essere pioggia, Montecovello, 2012; Gioventù, Centro Studi Tindari Patti, 2010; L’Uomo alla Finestra: romanzo poetico, Besa, 2007; Anima Bambina, Besa, 2005.

In portoghese: Como seria bom ser chuva, Corpos, 2012. È presente nelle antologie: L’evoluzione delle forme poetiche, a cura di Antonio Spagnuolo e Ninnj Di Stefano Busà, Kairos, 2012; Il Quadernario blu: venticinque poeti d’oggi, a cura di Giampiero Neri e Vincenzo Mascolo, LietoColle, 2012; Quanti di Poesia, a cura di Roberto Maggiani, L’ArcaFelice, 2011; Italian Poetry Review IV, 2009, SEF, 2010.

diabolik-eva-kant Roy Lichtenstein

diabolik-eva-kant Roy Lichtenstein

Commento di Giorgio Linguaglossa

Se la via della «povertà», che sa di utopia francescana, è probabilmente una via illusoria e salvifica, ne consegue che anche la via del «lusso» non è mai innocente, anzi, di più: quasi sempre ci ritroviamo tra le mani oggetti di oreficeria, elitarie smancerie, dolciumi. Perché non c’è più una strada, un sentiero assicurato (nel bosco coperto di foglie) per il quale qualcuno abbia stipulato un contratto di assicurazione verso terzi contro i sinistri causati dalla speculazione dei beni mobili delle scritture talqualiste, replicabili e moltiplicabili; non c’è più un «bosco» in cui smarrirsi. Per Anna Belozorovitch, un autore della nuova generazione, il «destino» dell’io è nel suo stesso vagabondare; il viatico dell’io è il suo errare (e il suo ritrovarsi). L’io è l’assoluto signore di queste poesie.

La scrittura letteraria è uno «spazio di morte» ha scritto Blanchot ma uno «spazio» dove protagonista assoluta è la vita. Dal corpo morto della scrittura adesso risorge la vita.

I saggi di questi ultimi anni sul post-contemporaneo di Roberto Bertoldo affrontano una serie di questioni. La domanda che si pone l’opera poetica è: chi è colui che parla e a chi lo dice? C’è separazione tra l’autore e il lettore? Da dove deriva questa separazione? Ma la parola dell’autore non nasce da una situazione comune a tutti i parlanti? Non è la parola della poesia quella della comunità? O è quella di una dispersione? La parola della poesia non fonda né stabilisce nulla, tranne la propria interrogazione? Un tempo forse la sua finalità era quella di dare un senso più puro alle parole della tribù; oggi è una domanda che la poesia rivolge a se stessa. Questa domanda è un atto di fede, un dubbio, una ricerca? La domanda prende una forma. Ecco, alcuni segni che si proiettano su un fondale bianco da cui si diramano una molteplicità di significati possibili. Il significato finale di questi segni non può essere conosciuto dal poeta. I segni viaggiano insieme al tempo, o meglio, si diramano in più temporalità. Il poeta interpreta ciò che il tempo dice, ma il tempo dice: nulla: dunque nichilismo.

La «secolarizzazione» che ha investito il discorso poetico lo ha privato, da un lato, del radicamento ad uno sfondo metafisico-simbolico, dall’altro, lo ha reso, nelle sue versioni epigoniche, sempre più riconoscibile, di aproblematica identificazione. La dizione di Anna Belozorovitch oscilla tra la narrazione dell’io e l’esposizione del cuore; è un itinerario, una traccia, una serie di segni incisi sul cellophane. Continua a leggere

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DIECI POESIE INEDITE di Lucia Gaddo Zanovello “Asincrono scacchiere” SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO –  . . . . . . . . . . Giovedì 26 febbraio 2015 ore 18.00 Presentazione del volume di ALEKSANDR S. PUŠKIN 32 Poesie CFR Edizioni 2014 traduzione di Paolo Statuti Presenta GIORGIO LINGUAGLOSSA Introduzione critica di ANTONIO SAGREDO con interventi di WANDA GASPEROWICZ, SILVANO AGOSTI “LE STORIE” Libreria Bistrot Via Giulio Rocco, 37/39 ROMA (Metro San Paolo)

 

François Clouet

François Clouet

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Antonio Ligabue

Antonio Ligabue

 Lucia Gaddo Zanovello è nata a Padova nel 1951; scrive dalla prima adolescenza e dopo un periodo giovanile dedicato a  diverse attività lavorative, ha poi impegnato la maggior parte del suo percorso professionale come docente di ruolo nella scuola media. Appassionata di ricerca storica, di letteratura, di filosofia morale e di spiritualità, ha condotto studi, fra gli altri, su Nicolò Tommaseo e sul friulano Pierviviano Zecchini, medico chirurgo laureato a Padova nel 1825, traendo dall’ombra meriti e singolarità di questo personaggio, che si distinse anche come fervente patriota e filelleno.

Ha pubblicato le raccolte di poesia: Porto Antico, Edigam, 1978; Bramiti, La Ginestra, 1980; Da serpe amica, Padova Press Edizioni, 1987; Semiminime, Padova Press Edizioni, 1988; Per erbe piú chiare, Edizioni Dei Dioscuri, 1988; nel 1998, per le Edizioni Cleup (Cooperativa Libraria Editrice Università di Padova), la raccolta retrospettiva relativa agli anni ’88 -’98, in cinque volumi: Nóstoi (che include Fiordocuore), Fatalgía, In lúmine, La trilogia del volo, La partitura; Il sonno delle viole, Cleup, 1999; Un parlare d’acqua, Cleup, 2000; Solargento, Cleup, 2000; Memodía, Marsilio, 2003; Silentissime, Imprimenda, 2006; Ad lucem per undas, Joker, 2007; Amare serve, Cleup, 2010; Illuminillime, Cleup, 2011, Rodografie, Cleup, 2012; Buona parte del giorno (Premio Milo 2012), Incontri, 2013 e Disforia del nome, Biblioteca dei Leoni, 2014. Nel gennaio del 2009 è uscito per le edizioni Cleup, il libro-intervista Amata Poesia: Antonio Capuzzo intervista Lucia Gaddo Zanovello. Nel 2004 il compositore di Patrasso Sotiris Sakellaropoulos (1952-2010) ha tratto da Memodía, quarta sezione (Canto di luce) e  nel 2005 da La partitura, prima sezione,  per archi, voce e pianoforte, omonime opere musicali reperibili in CD. Nel 2010 la scrittrice Rika Mitreli ha tradotto in greco sei testi tratti da La partitura, pubblicati nel numero di maggio della Rivista “Thea” (Thèmes de Sciences Humaines) di Bruxelles, a fianco di un ampio saggio commemorativo dedicato all’opera del musicista scomparso.

Lucia Gaddo Zanovello

Lucia Gaddo Zanovello

 

 

 

 

 

 

Fluttuanze

Oggi è un giorno da salto con l’asta.
Se chi visse qui, che so, un secolo fa
tornasse d’incanto
dai fatti suoi
sotto il suo tetto, ora mio
che direbbe.
Quale incredulo lampo negli occhi
gli sortirebbe nel vedere ciò che ho fatto di questa sua terra.
E venisse qui a sbirciare dal futuro chi verrà
riconoscerebbe in me se stesso?
Dicono qui vivesse un bandito,
poi un maggiorente distinto del luogo,
ora son io a calcare la rivoltata zolla,
il controverso strato d’ombre
che aggiungono ombra.
Io tengo ai fiori
ai miei e a quelli di mia madre,
bulbi che si moltiplicano al buio della siepe.
La polvere dei muri si accatasta negli uffici della burocrazia.
Ma solo il trasloco delle rondini mi pesa,
e l’aver dato asilo a tanti non ripaga amori mai dimenticati.
Pienezza di solitudine distante abita qui
non perversi misogeni migrati prima
del cielo di oggi, prima di questo mio giro a vite
di questo salto con l’asta.

Se tutto ciò che non udimmo udissimo dall’eco degli spettri
quale sarebbe il nostro restare in multi parsimoniosa vita
entrare ospiti nelle stanze di questo mondo.

.
Lanci

Sciogliesse qui la vita
nel pomeriggio in disparte
presso il marciapiede dell’ombra
prima della pioggia
nell’uno dei due giorni possibili
quando nutre il tempo chi comprende,
allora sarebbe risolto il dubbio
e mi potrei non risvegliare.
Tramonterebbe il giorno per altre pupille
e sorgerebbe l’alba di nuovo
col suo profumo avverso di malinconia
per altra via
senz’orma andrebbero i passi
guardandosi intorno
la porta chiusa alle spalle
senza luce e ritorno
tanto che, a voltarsi,
si sarebbe perduto perfino l’orizzonte.
Ma sempre parla una voce
come vento che sostiene
fermo
come una madre
che della sua nutre la vita
prima dell’inizio e anche dopo la fine.

(19.5.14)

Antonio Ligabue (1899 1965) Ritorno ai campi con castello, 1950-1955, olio su faesite

Antonio Ligabue (1899 1965) Ritorno ai campi con castello, 1950-1955, olio su faesite

Semina

Ogni parola ha un’anima
se nominata esiste
sparsa in chi legge
con diverso suono su diverso gambo
come bimbo in grembo
significando esulta
e frange orli
dormienti facendoli attenti
a punti focali inconsumati.

Per ogni intelletto un’eco diversa
diatomee primigenie in anfratti nuovi
modulano voci spaiate,
come anche i cieli
tersi o gonfi di nubi
rimandano frasi discordi
o accordi che invocano sperando.
Vive parole in ombra o luce
tessere musive o sassi levigati
a tessere vaghezza
d’essere e restare.

Il mondo
è un dire che germoglia.

(17.8.14)

.
Il silenzio dell’anima

Felicità è questa bonaccia piatta
umido grigiore che non è tempesta

– mi basta questa
per non andare alla deriva
all’altra riva –

un sole pallido che aspetta
nel fermo della brezza
chiede un po’ di attesa
un velo di pazienza

ma la bellezza è già nel nido
che emerge dal galleggio,
un infimo d’arpeggio
appena percepito.

Dove vada a parare
questo tratto di mare
non è dato sapere.
Godere intanto si deve
la stasi forzata, il beccheggio
che pare infinito,
scontato la barca si muova,
scelta dovuta
all’invito del vento.

(7.9.14)

Antonio Ligabue Autoritratto

Antonio Ligabue Autoritratto

Equivoci

Si reputa
e non è

si vede venire avanti la vita così
come non la si aspetta
ed è gioco di prismi e rifrazioni
pulsate dagli abbagli.

Si fosse saputo che era quella
l’ultima volta
ci si sarebbe affrettati
nonostante la pigrizia folle del dopo
che ora si para davanti ai rimpianti.

Restare indietro
è non avere risposto alla chiamata

rammarico è trovare che si è smarrita
una parte di sé.

7. 11. 14

Sottovoce

Pagine d’esistenza impilano
negli scaffali
di chi reputa di essere in vita.

A quanti fini e a quale fine tende
la fine del giorno e di questo giorno
che non sa le parole.

Certo i suoni intorno e i cicalecci
sui fili del dire e del ridire
trasportano nuove
a volte
a volte inceppano in replay
fino ad esaurire l’energia
e il cuore rimane al palo del déjà vu.

I rari assoli dei rigogoli in festa
si perdono nel frastuono
del grigio che parla a vuoto,
solo rumore, che segnala scomposto
presenze forse innocenti.

Le gipsoteche dei cimiteri
e i sepolcri involontari
risuonano nelle veglie sorde dei vivi
che non distinguono tra i riverberi
le verità libere dei morti.

(10.11.14)

Antonio Ligabue Autoritratto

Antonio Ligabue Autoritratto

 

Adesso

A guardia dell’abisso
sta l’indifferenza
che non vede.
A Nietzsche importava
e si smarriva a tratti nella collera
per l’irresponsabilità dell’arroganza
di chi crede di sapere.
È la febbre a matrioska di domande che divora.
Fu la stessa nequizia veleno a Simone.
Toglie il respiro l’innocenza di vittime
all’altare.
Cecità di cuore corrotto
non ascolta che per salvare la sua falsità.

Nell’irripetibilità del gesto
sta la storia
e progresso è ciò che è ben fatto adesso.

Per la luce che c’era
non dispera la sera.

(11.11.14)

.
Sveglia la notte

Sguardo di chi sale a bordo
quasi in paralisi da stupore
sul palmo sinistro il profumo del cielo.

Sferraglia ancora la corsa
senza obiettare ritorni

fortuna che c’è la luna
da cui guardare giù

si vedono i rami alle strade
che districano l’albero della vita.

È che la morte si annida in ognuno

la corteccia spacca di getti nuovi
tutte le stagioni
e in ogni specie dilaga inconsolabile
nulla che dica ragione d’esser qui

meraviglia che ascolta.

Imparo da quel che ero ciò che non so

la tenerezza dell’agguato di un ricordo
sveglia la notte.

(10.12.14)

 

Antonio Ligabue Autoritratto

Antonio Ligabue Autoritratto

 

 

 

 

 

 

 

 

Hic et nunc

si sta sulle spine.
Nel passato riposa
l’irriducibile
al futuro sono appesi il sogno e la speranza.
Non ce n’è speranza dice il suicida
non ho colpe, l’assassino
e ciò che ha fatto gli pare divino.

Esce dal quadro la cornice
si posta all’infinito
occhio che si perde alle galassie
immaginate.

Il nome che ci porta
fra i galleggi travolge
inaffondabili carene
entro le onde del tempo
che scroscia
come l’Iguazú alla fine del mondo.

Nel profondo del fuoco
il gelo
siderale
del disamore.

Dilatano le pupille per vedere
nell’imbrunire dell’ora
qualche luce, se sarà.

(12.12.14)

.
Resa

Ripiega la colonna al sonno della stanchezza
e germogliano dal riposo i peduncoli delle meraviglie.
Fanno capolino dal silenzio come i pensieri
si generano come fiamma che illumina e non brucia.
Dall’ulivo delle responsabilità
al frantoio d’ogni frutto maturo
giungono sul carro dell’ordinatore
creature nate per le fauci della distruzione
passano
e sanno di essere Giona nel ventre del mostro.
Presta la fede e non ridà il capitolo mai.
Capitola, invece, prima o poi
scende dal piede dell’esposizione
disperde come le voci e i sorrisi
di chi ha veduto il diorama di guerra qui.

Dall’arco dei giorni le frecce dell’invisibile
scagliano orme.

(13.12.14)

Antonio Ligabue Autoritratto

Antonio Ligabue Autoritratto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Senza peso

A capriole i giorni rotolano
fra luce e buio
nel pianeta dei folli
che non sanno d’esserlo
ordine c’è solo nel corto fiato
sincrono di chi gioca al ribasso
mete che restano nell’hic et nunc
ma l’arte travalica i giorni in atterraggi
scomposti a rischio di rompersi il collo.
Il fuoco innesca dall’anima
che non si adatta a nido alcuno
deborda costante nell’insoddisfazione
di essere dov’è, fuori da ogni contesto
in contrasto perenne d’armonia. Inadatto
sistema che ha scordato tutti i perché
oltremondo, persa valigia e connotati
resta vitreo punto di osservazione
algido sguardo perso
nel non capire più la ragione di tanta
ricercata solitudine, come se il tempo non avesse
peso, i minuti non fossero piombo sul ramo dell’attesa
fra un vuoto e l’altro
il vuoto non pesa.

(21.12.14)

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POESIE di Adam Zagajewski scelte e commentate da Giorgio Linguaglossa, traduzione a cura di Krystyna Jaworska sul tema dell’Isola dell’Utopia – NON SI DA’ TRASCENDENZA SENZA IL QUOTIDIANO 

Sergio Michilini, L'ISOLA DEI VIVI, 1995, olio su tela

Sergio Michilini, L’ISOLA DEI VIVI, 1995, olio su tela

 L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ – che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso – εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo”, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

(Invitiamo tutti i lettori ad inviare alla email di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com per la pubblicazione sul blog poesie edite o inedite sul tema proposto)

NON SI DA’ TRASCENDENZA SENZA IL QUOTIDIANO

«La luce guarda l’ombra dall’alto». Poesie di Adam Zagajevski commentate

(da Adam Zagajewski  Poesie a cura di Krystyna Jaworska. Adelphi, 2012, p. 227 € 20.00)

Adam Zagajewski nasce a Leopoli, 21 giugno 1945, poeta e saggista polacco, risiede a Parigi dal 1981  al 2002. In seguito di trasferisce a Cracovia, dove insegna letteratura presso la University of Chicago. È noto soprattutto per il poema Try To Praise The Mutilated World, uscito a puntate sul periodico statunitense The New Yorker e divenuto celebre dopo gli attentati dell’11 settembre 2011, e per le sue pubblicazioni sul poeta connazionale, Czesław Miłosz Premio Nobel per la Letteratura nel 1980. Ha vinto il Neustadt International Prize for Literatur nel 2004; è il secondo polacco, proprio dopo l’amato Miłosz, a vincere il premio conferito dall’università statunitense.

 

Adam Zagajevski

Adam Zagajevski

Commento di Giorgio Linguaglossa

Il metodo di composizione di Zagajevski è ben visibile in questa breve poesia che inizia con la voce dell’io narrante il quale dichiara: «io ancora non ci sono», distico appena preceduto dalla annotazione stenografica e storica: «Anni Trenta». Il prosieguo della composizione è qui: una serie di annotazioni che hanno sembianza di ovvietà, così come ovvi sono gli eventi che accadono: «germoglia l’erba»; «una ragazza mangia un gelato alla fragola»; «qualcuno ascolta Schumann». Apparentemente, tutto è in ordine, il mondo va come dieci o cento anni prima, tutto appare normale, anche la poesia risulta costruita con annotazioni normalissime, sembrano delle fotografie, delle istantanee. Anche se andassimo a strologare su che cosa c’è di speciale in questa poesia dovemmo arrenderci perché lì non c’è proprio nulla di speciale o di eccezionale. Tutta la poesia è appesa a un filo, quell’«io ancora non ci sono», che fa mormorare il poeta «che felicità». La felicità del personaggio parlante è appesa appunto a quel non-esserci, a quel filo sottilissimo, perché subito dopo si scatenerà la più grande mattanza del genere umano che si sia mai vista sulla scena del mondo.

 Anni Trenta

Io ancora non ci sono
Germoglia l’erba
Una ragazza mangia un gelato alla fragola
Qualcuno ascolta Schumann
(il folle Schumann,
smarrito)
Che felicità
Io ancora non ci sono
Sento tutto.

Ha scritto Zagajevski: «Non sono uno storico, ma mi piacerebbe che la letteratura assumesse, consapevolmente e in tutta serietà, il ruolo di una cronaca storica. Non voglio che segua l’esempio degli storici contemporanei, perlopiù pesci freddi che hanno passato la loro vita in archivi polverosi che scrivono una lingua burocratica brutta e inumana, una lingua di legno prosciugata di tutta la poesia, piatta come un pidocchio e grigia come il giornale quotidiano. Vorrei che tornasse a esempi più antichi, chissà, addirittura greci, all’ideale del poeta storico, una persona che ha visto e sperimentato direttamente quel che descrive, oppure ha attinto alla vivente tradizione orale della sua famiglia o della sua tribù, che non teme né il conflitto né i sentimenti, ma ha tuttavia a cuore la ricostruzione scrupolosa della vicenda che narra». (citato in John Lukacs, Democrazia e populismo, traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti, Longanesi, 2006, p. 179)

«Uno scrittore che tiene un diario lo usa per registrare ciò che sa; nelle poesie e nei racconti mette quello che non sa». (citato in Tommaso Giartosio, Perché non possiamo non dirci, Feltrinelli, 2004, p. 138).

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

Non si dà trascendenza senza il quotidiano e non si dà quotidiano senza trascendenza. Questi due aspetti della vita sono complementari e inscindibili nella poesia di Zagajevski. La poesia «diario» di Zagajevski oscilla tra le dimensioni del quotidiano e quella della trascendnza. Il poeta polacco pone il problema di una poesia che non sia soltanto ermeneutica, ovvero, descrizione fenomenica della vita degli oggetti linguistici e non ma anche «cronaca», «diario», estraniazione degli «oggetti» dalla loro configurazione spazio-temporale. Gli «oggetti» prendono vita dalla intenzione simbolico significante della poesia che li fa ri-vivere. Gli «oggetti» sospendono la loro condizione di «nature morte» linguistiche confinate in una zona neutra della significazione e riprendono a vivere una vita significante, una nuova configurazione della significazione. Gli «oggetti» escono dalla loro condizione di sospensione di vita e ritornano nel mondo dei segni significanti e significazionisti. Gli «oggetti» riprendono a vivere. La poesia nasce «dalla vita degli oggetti» (si tratta beninteso sempre e soltanto di oggetti linguistici, che possono vivere soltanto all’interno dei loro vestiti linguistici). Nella poesia che prende spunto dal quadro di Vermeer, «La ragazza con l’orecchino di perla», improvvisamente, la «fanciulla» riprende vita, diventa cosa viva, diventa «luce (che) guarda l’ombra dall’alto»:

Jan Vermeer Ragazza con l'orecchino di perla

Jan Vermeer Ragazza con l’orecchino di perla

La fanciulla di Vermeer

 La fanciulla di Vermeer, ora famosa
mi guarda. La perla mi guarda.
La fanciulla di Vermeer ha labbra
rosse, umide, lucenti.

Fanciulla di Vermeer, perla,
turbante azzurro: tu sei luce,
e io sono fatto d’ombra.
La luce guarda l’ombra dall’alto,
con indulgenza, forse con rimpianto.

Il rapporto soggetto-oggetto, osservante e osservato, è rovesciato; è «la fanciulla di Vermeer» che «guarda» il soggetto poetante («la perla mi guarda»). È un concetto esattamente opposto a quello invalso da un pensiero estetico che pensa l’oggetto linguistico in guisa riflessiva, che contempla la precedenza e la prevalenza del principio soggettivo secondo il quale la poesia nasce «dalla vita del soggetto» secondo un procedimento lineare: di qua il soggetto e di là l’oggetto. L’«ombra» è la condizione del rigor mortis degli «oggetti» e del «soggetto», il loro mutismo significazionista dipende dalla condizione di «ombra» entro la quale sono (siamo) immersi nella vita diurna: «La luce guarda l’ombra dall’alto»; la «luce» è il principio attivo, il principio agente, «l’ombra» è la dimensione del «soggetto» costretto nella dimensione della non-significanza, dell’oscurità. L’oggetto della poesia è il lettore; la poesia diventa un periscopio che guarda il mondo, si pone a disposizione del lettore, si scinde in due versanti: l’autore e il lettore (il soggetto e l’oggetto). Il lettore può e deve vivere all’interno della poesia (in altri termini: l’oggetto può e deve vivere all’interno della poesia). Per Zagajevski i grandi artisti sono gli spiriti costretti nella dimensione della zona d’ombra ma sono i soli che riescono ad uscire da quella zona di neutralità della significazione meramente linguistica per raggiungere la «luce» della significazione simbolica. Questa è la dimensione spirituale nella quale si trovano Franz Schubert e il «pianista», essi sfiorano, toccano una «grande ricchezza» ma sono «poveri», della povertà dell’«ombra», l’unica dimensione che però consente loro di raggiungere la piena significazione del piano simbolico. La «morte» («il grande cacciatore di talenti») è la dimensione attigua a quella dell’«ombra». La poesia di Zagajevski è tutta situata nella dimensione intermedia tra la luce e l’ombra, una sorta di rappresentazione plastica in bianco e nero:

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

Diciassettenne

Franz Schubert, un adolescente
di diciassette anni, scrive la musica
per il lamento di Gretchen, sua coetanea.
Meine Ruh ist hin, mein Hertz ist schwer.
Il grande cacciatore di talenti la morte, subito
gli riserva una benevola attenzione.
Manda inviti, uno dopo l’altro.
Uno. Dopo. L’altro. Schubert domanda
comprensione, non vuole presentarsi
a mani vuote. L’invito non si può declinare.
Quattordici anni dopo si tiene
il suo primo concerto sull’altra sponda.
Perché la limpidezza uccide? Perché la forza acceca?
Meine Ruh ist hin, mein Hertz ist schwer

La morte di un pianista

Mentre gli altri facevano guerre
o negoziavano la pace, oppure giacevano
in scomodi letti di ospedale
o su qualche campo, lui per giorni interi

eseguiva le sonate di Beethoven,
e le sue magre dita, come quelle di un avaro,
toccavano grandi ricchezze
che non erano sue.

Così, le «magre dita» del «pianista» toccano «grandi ricchezze». Alla condizione antinomica di «luce» ed «ombra» viene associata la condizione attigua ma antinomica anch’essa della povertà e della ricchezza. La poesia nasce da questa situazione direi ontica di contraddizione. Ma se «la poesia nasce dalla contraddizione» e «la vita è tradimento» (dizioni di Zagajevski), la poiesis è condannata a restare eternamente in bilico tra «contraddizione» e «tradimento», eternamente ambigua, in mezzo al falso e al vero, in una condizione intermedia tra la significazione e la non-significazione, tra la «luce» e l’«ombra». È questo il suo télos.

L’attimo

Un attimo di chiarezza dura così poco.
L’oscurità resta più a lungo. Vi sono
più oceani che terraferma. Più
ombra che forma.

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

«E se Eraclito e Parmenide / avessero ragione contemporaneamente / e due mondi esistessero affiancati / uno tranquillo, l’altro folle»? Il poeta polacco accetta la compresenza di entrambe le dimensioni, quella del divenire e quella della eternità dell’essere; la poiesis abita entrambe le dimensioni, ribalta, sulla scia di Heidegger, il rapporto tra opera e lettore, va molto più in là: la sua poesia ci dice che il lettore deve stare all’interno dell’opera, deve provare ad abitarvi, ad abitare in entrambe le dimensioni del divenire e della stasi dell’essere:

Lava

E se Eraclito e Parmenide
avessero ragione contemporaneamente
e due mondi esistessero affiancati
uno tranquillo, l’altro folle; una freccia
scocca immemore, e l’altra indulgente
lo osserva; lo stesso flutto si frange e non si frange,
gli animali nascono e muoiono nello stesso istante,
le foglie di betulla giocano con il vento e al contempo
si struggono in una crudele fiamma rugginosa.
La lava uccide e serba, il cuore batte e viene colpito,
c’era la guerra, la guerra non c’era,
gli ebrei sono morti, vivono gli ebrei, le città bruciarono,
le città rimangono, l’amore avvizzisce, il bacio è eterno,
le ali dello sparviero devono essere brune,
tu sei sempre con me, anche se non ci siamo più,
le navi affondano, la sabbia canta e le nuvole
vagano come veli nuziali sfilacciati.

Tutto è perduto. Tanto incanto. I colli
reggono cauti lunghi stendardi boscosi,
il muschio sale sul campanile di pietra della chiesa
e con labbra minute timidamente loda il Settentrione.
Al crepuscolo i gelsomini brillano come lampade
folli stordite dalla propria luce.
Nel museo davanti a una tela scura
si stringono pupille feline. Tutto è finito.
I cavalieri galoppano su cavalli neri, il tiranno scrive
una sgrammaticata condanna a morte.
La giovinezza si dissolve nell’arco
di un giorno, i volti delle fanciulle si fanno
medaglioni, la disperazione volge in estasi
e i duri frutti delle stelle crescono nel cielo
come grappoli d’uva e la bellezza dura, tremula, immota
e Dio c’è e muore, la notte torna a noi
sul fare della sera, e l’alba è brizzolata di rugiada.

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

L’opera non abita la coscienza del lettore ma il «mondo», le «cose», gli «oggetti». L’opera abita dentro «la vita degli oggetti». L’opera è un evento che si esprime mediante un linguaggio: quello degli oggetti. Per il poeta polacco, l’opera è al servizio della «tribù», è stata fatta per la «tribù», non ha alcun senso al di fuori della «tribù». Può essere, è vero, tradotta in un’altra lingua per un’altra tribù, ma diventerà significante per quell’altra «tribù» soltanto se ha avuto un significato simbolico per la prima. Il poeta polacco infatti è stato accusato che la sua poesia sia maliziosamente scritta in vista delle traduzioni in altre lingue, che sia agevolmente traducibile. Ecco, siamo arrivati al nocciolo del concetto di una poesia traducibile, che deve seguire e rispettare, anche nel lessico e nella sintassi, l’essenza profonda della lingua naturale. Proprio perché l’opera è istitutrice di un «mondo», in tale «nuovo mondo» il lettore deve provare a vivere nel mezzo delle immagini (degli oggetti) e dei pensieri (degli oggetti). Gli oggetti a loro modo pensano, vivono, e la poesia deve in qualche modo captare «la vita degli oggetti». Le immagini, nella poesia di Zagajevski (come anche in quella di un altro poeta, Tomas Tranströmer), escono dall’«ombra», vengono alla «luce», escono dalla povertà ed attingono la ricchezza, sembrano uscire fuori della pagina, toccare le «cose» stesse, sono talmente tangibili e evidenti che noi ci chiediamo: com’è possibile? Come può avvenire questo?

Parlammo a lungo nella notte, in cucina;
alla morbida luce della lampada a petrolio
gli oggetti, incoraggiati dalla sua delicatezza,
spuntavano dal buio, svelando i propri
nomi: sedia, tavolo, saliera.

Kierkegaard su Hegel

Kierkegaard diceva di Hegel: ricorda qualcuno
che erige un enorme castello, ma vive
in una semplice capanna, lì nei pressi.
Così l’intelligenza abita in una modesta
stanza del cranio, e quegli stati meravigliosi
che ci furono promessi sono ricoperti
di ragnatele, per ora dobbiamo accontentarci
di un’angusta cella, del canto del carcerato,
del buonumore del doganiere, del pugno del poliziotto.
Abitiamo nella nostalgia: Nei sogni si aprono
serrature e chiavistelli. Chi non ha trovato rifugio
in ciò che è vasto, cerca il piccolo. Dio è il seme
di papavero più piccolo al mondo.
Scoppia di grandezza.

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

Si ha qui un procedimento inverso a quello della de-mitologizzazione cui ci ha condotto un certo pensiero estetico; qui, al contrario, si verifica una vera e propria mitologizzazione della poesia. La poesia diventa il monumento di se stessa: gli «oggetti» sembrano uscire dal testo per raggiungere il lettore. La poesia è un «prisma» (dizione di Zagajevski) di immagini che dialogano tra di loro e attirano il lettore entro la loro maglia sottile di riverberi e di rifrazioni semantiche (ma la semantica non è analoga alla luce?), ma è un «prisma» tratto dal continuum storico, è un ente prismatico posto nel bel mezzo di una dimensione spazio-temporale: una «prospettiva» (dal latino pro-specere, guardare avanti) e una «aspettativa» (una attesa posta nel tempo storico). Ma il «prisma» è una figura astratta, una figura geometrica composta da una molteplicità di piani, è una figura che riflette in modo sempre diverso la «luce» e i piani di lettura (ottica) del lettore: cambiando il punto di vista del lettore cambia l’intensità della «luce» riflessa dal «prisma», cambia il tipo di lettura ottica. Analogamente, la poesia di Zagajevski non è una poesia «epifanica» ma «epicletica», «non tanto dell’esperire un’illuminazione improvvisa e fugace, quanto dell’esperire un’anticipazione di tale visione, dell’aspirare a una trascendenza che pare attenderci. È quindi una prospettiva escatologica che dà senso all’esistenza e al suo vissuto».* La prospettiva entro cui si cala questo «prisma» si misura con il riferimento a un ordito temporale e la aspettativa si misura entro un ordito di ordine spaziale. Se l’aspettativa è attesa del Tempo (messianico, cronologico, interno, esterno), la prospettiva non si può esplorare se non con riferimento ad un «viaggio» che si muove nel Tempo della Storia degli uomini. Tutti gli uomini della «tribù» sono viaggiatori, conoscono il mondo per mezzo del «viaggio», e il «viaggio» è possibile soltanto nel mondo; la poesia è la «cronistoria» del viaggio di un uomo che racconta qualcosa intorno a degli oggetti linguistici. Dire «viaggio» equivale a dire «esilio». L’uomo si trova già da sempre in esilio, anche a casa propria, anche nella casa del linguaggio, anzi, il suo è un esilio forzato. La lingua gli ripete continuamente l’eterno ritornello: «non avrai altra lingua all’infuori di me».

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

Le immagini della poesia di Zagajevski sono porte che ci portano ad altre porte, sono orizzonti che dischiudono altri orizzonti, sono immagini che ci conducono ad altre immagini in un gioco di specchi senza fine («quando la fiamma della metafora fonde due oggetti finora liberi»); le immagini diventano così sinusoidali, vanno dal tempo allo spazio, e ritornano indietro, dallo spazio al tempo, per poi ricominciare daccapo il loro ciclo vitale, le immagini conservano la traccia dell’apparenza, dell’illusione di uscire fuori dalla dimensione spazio-temporale. È la loro legge di auto conservazione. Sono immagini tratte dalla «storia» degli uomini, il poeta, come noi tutti, è un semplice «cronista» della storia, un modesto cronista che abita il piano della quotidianità della storia individuale e di quella della collettività: «non siamo mai capaci di dimorare stabilmente nella trascendenza… Torniamo sempre alla quotidianità: dopo aver esperito l’epifania, dopo aver scritto una poesia, entriamo in cucina e ci mettiamo a pensare a cosa mangiare per cena».** La trascendenza è l’altra faccia della quotidianità, l’altra faccia di una stessa medaglia. Non si dà trascendenza senza il quotidiano.

(Giorgio Linguaglossa)

* cit. in Dalla vita degli oggetti Postfazione di Krystyna Jaworska p. 222, Adelphi, 2012
** Ibidem

Ricordi

Sfoglia i tuoi ricordi
cuci per loro una coperta di stoffa.
Scosta le tende e cambia l’aria.
Sii per loro cordiale, leggero.
Questi ricordi sono tuoi.
Pensaci mentre nuoti
nel mare dei Sargassi della memoria
e l’erba marina crescendo ti cuce la bocca.
Questi ricordi sono tuoi,
non li dimenticherai fino alla fine.

Mistica per principianti

Il giorno era mite, la luce amica.
Quel tedesco sulla terrazza del caffè
teneva sulle ginocchia un libricino.
Riuscii a leggere il titolo:
Mistica per principianti.
All’improvviso compresi che le rondini
in ricognizione
con striduli richiami
sulle vie di Montepulciano
e i dialoghi sommessi degli intimiditi
viaggiatori dell’Europa Orientale detta Centrale,
e i bianchi aironi fermi – ieri, ier l’altro? –
nelle risaie come tante monache,
e il crepuscolo, lento e sistematico,
che cancellava i profili delle case medievali,
e gli olivi sulle basse colline,
esposti ai venti e agli incendi,
e la testa della Principessa ignota
e le vetrate delle chiese come ali di farfalla
cosparse del polline dei fiori,
e il piccolo usignolo che si esercitava nella recita
accanto all’autostrada,
e i viaggi, tutti i viaggi,
erano soltanto mistica per principianti,
un corso introduttivo, prolegomeni
di un esame rimandato
a più tardi.

R. dicembre

Sorci letterari – dice R. – ecco chi siamo.
Ci incontriamo in coda davanti alle casse dei cinema economici.
Al tramonto, quando negli stagni verdi affondano pesanti soli
di broccato, usciamo dalla biblioteca arricchiti dall’opera di Kafka
– illuminati sorci in giubbotti militari, in cappotti
del potenziale esercito di un despota colto; polizia segreta
di un poeta che forse giungerà al potere in una provincia lontana.
Sorci con borse di studio, domande confidenziali, osservazioni sarcastiche,
topi dal pelo irto, dai baffi ispidi, pungenti.
Ci conoscono le grandi città, l’asfalto rovente, le dame di carità,
non ci hanno mai visto i deserti, l’oceano e la fitta giungla.
Benedettini di un’epoca atea, missionari di una facile disperazione,
siamo forse una forma transitoria in un lungo processo evolutivo,
il cui fine, l’indirizzo e il senso ancor a nessuno furono svelati.
e siamo ripagati con una monetina d’oro, priva di valore: la voluttà
di un attimo, quando la fiamma della metafora fonde due oggetti finora liberi,
quando l’astore scende in picchiata l’esattore si fa il segno della croce.

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2003 viene raggiunto dalla interdizione a pubblicare con editori a diffusione nazionale. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto.
Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato Mimesis, Milano Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 – 2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Ha fondato il blog lombradelleparole.wordpress.com
e-mail: glinguaglossa.@gmail.com

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