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POESIE SU PERSONAGGI STORICI, MITICI O IMMAGINARI – POESIE di Salvatore Martino “Federico II” “Il ritorno a casa” “Il messaggio dell’imperatore”

Federico II

Federico II

Salvatore Martino è nato a Cammarata, nel cuore più segreto della Sicilia, a mezza strada tra Palermo e Agrigento, il 16 gennaio del 1940. Attore e regista, vive in campagna nei pressi di Roma.

Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra(1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009), La metamorfosi del buio (2012) .

È direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura Belmondo. Dal 2002 al 2010  ha tenuto un laboratorio di scrittura  creativa poetica presso l’Università Roma Tre, e nel 2008 un Master presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Federico II

Federico II

Salvatore Martino

Federico II

I corvi sulle torri a picco e intorno pietraie
di verdegrigio verso la cima conifere incredibili
portate qui da chissà quale Svevia mentre
la sera allevia il secco procedere degli astri

L’imperatore e gli amici intorno al tavolo
dalle finestre gotiche smuore l’arancio
il crepuscolo adultera i destini e le facce
comincia il rito per l’altra conoscenza

L’occhio del falco posato sulla mano
scruta il mutare della sorte e dell’anima
dei favori e del tempo in un’orgia
iniziatica passeggia il tradimento

La voce è grave e il cor di Federico
viaggia la mano sopra la carezza
dell’uccello amico e nemico certamente
rapace carnivoro e crudele

Domani la caccia un trattato di pace
soliloqui di amanti i versi per un bacio
l’impeto giovanile nel torneo
la disumana lotta contro Roma e Dio

Gira il pugnale la lama brilla al chiarore delle
fiaccole dove si fermerà la punta e il segno?
In quale cerchio divinerà la morte
nell’Angelo nel Sole o nella Temperanza?

Sereno distaccato l’Imperatore aspetta che il gioco
delle carte sveli la trama la chiave dell’enigma
il fondo inesplicabile dell’essere il fondo dell’inganno
Chissà perché dalle finestre s’indovina il mare

varcato un giorno verso la Terra Santa
falso lo scopo falsa la crociata
È qui! Tra queste mura d’ottagono perfetto
confluenza di opposti crogiuolo d’infiniti cardine

finalmente aperto è qui ! ma dove? l’unica risposta
Gli amici e Federico il dominio del cielo
quello sicuro dell’inferno uniti in questa sala dove
il fuoco si spegne e terribile albeggia dalle torri

Gira il pugnale la lama è sangue
per la cena del falco le teste dilaniate degli amici
Se avesse conosciuto il fanciullo divino a Salisburgo
e camminato con lui verso la reggia sonando

insieme un flauto su per le Murge
e inseguendo un uomo o un serpente
fosse caduto nella Regina della Notte
e divenuto uccello fosse tornato

dove l’acqua svanisce e s’ubriaca il tempo
se la notte invocata non avrà mai fine quando
potrà riconquistare il sogno e gli amici la poesia?
Presto ! Presto! O mai più

(Da Commemorazione dei vivi, 1979)

la battaglia di Parma XIII secolo

la battaglia di Parma XIII secolo

Il ritorno a casa

Un ambiguo responso dalle carte
mentre sul mare s’intuiva la sera
le nuvole sognavano un incontro
interrogando chissà quale tela

Per un niente si sa hai trattenuto
i fili sul telaio le canzoni
i tratti scoloriti di una immagine

Verso la piana d’Ilio s’è imbarcato
con due valigie logore una giacca
un passaporto falso nei calzoni
accusato di truffe di estorsioni
deve ancora scontare dieci anni

A bordo l’ha salutato l’ammiraglio
hanno fischiato i marinai la banda
lui confuso un po’ dall’emozione
ma forse solamente recitava
ha trascurato il saluto per la moglie
di ringraziare il capo del partito
di menzionare il figlio brigatista
il padre cavaliere della guerra
di cancellare la sua firma in banca
di passare all’anagrafe in Comune

Senza saperlo è diventato Ulisse
almeno per gli Achei
di uomini-serpente bisognosi
di stratagemmi equini

Nel salutare il cane ha poi indugiato
con la mano sul dorso
un gesto estremo di riconoscenza
davanti alle telecamere ha sorriso
mostrando i gradi le decorazioni
nessuno sa dove li ha guadagnati
nel discorso ufficiale s’è tradito
parlando di trucchi e d’avventure
come falsificare assegni
confondere memorie ai terminali
costruire sul nulla una carriera
ma subito da attore consumato
fiutando il pericolo nell’aria
ha convertito tutto questo in gioco

Verso la piana d’Ilio s’è imbarcato
forse ritornerà carico d’anni
di astuzie rinnovate d’invenzioni
un vecchio ormai stanco di lottare
maleodorante sporco prosciugato
cullato da fanciulle incantatrici
nel suo vagabondare
da ninfe solitarie dalla dea
deriso sbeffeggiato dai compagni

Gli si fecero incontro i Pretendenti
senza nemmeno salutarlo
il cane immobile di tenebra infinita
invalicato custode della soglia
l’azzannò con un balzo nella mano
mentre tentava d’imbracciare l’arco

Allora soltanto la Regina
rompendo d’improvviso
vent’anni d’inutile silenzio
facendosi scudo di Telemaco
sollevò sulla fronte la vendetta
Invocate le Erinni della casa
il fuoco dei Penati
freddamente scrutandolo negli occhi
gli sputò per tre volte sulla bocca
la sua incontaminata verità

Si fece un mistico silenzio nella reggia
sfilarono traditi i Pretendenti
Solo per questo lurido relitto
avevano aspettato questi anni
per misurarsi con un simulacro
un uomo che da sempre non esiste?

Si chiusero le porte dietro i passi
il ragazzo intonò dolcemente una canzone
e di nuovo il silenzio
Il battere soltanto del telaio
contro le mani della donna
come un avvertimento scandiva l’aria
Ulisse finalmente era tornato

Da Il guardiano dei cobra 1992

Federico II

Federico II

salvatore martino

salvatore martino

Il messaggio dell’imperatore

L’avanguardia macedone avanzava
a fatica
dimenticato il clamore
dell’ultima battaglia

Cercavano Dario che fuggiva

All’estremo orizzonte
d’improvviso
appena visibile
poi sempre più vicino
quello che restava
dell’esercito persiano

E staccato da esso
ancora più lontano
un solitario carro trascinato
da due vacche ferite

Un anonimo soldato si avvicina
a quello che era stato
il Re dei Re
disteso e morente
il suo cane soltanto
lo guardava
Immagino che l’uomo
in un sacro silenzio
abbia accostato alle sue labbra
un bicchiere di vino
un ultimo segno di follia
e accarezzando il cane
nel gesto antico della fedeltà
abbia ascoltato
le ultime parole del sovrano

– Ti prego
di al tuo Re
che mi incontrasti
nell’ultimo bagliore della vita
ti prego
devi dire ad Alessandro
quando una sera di giugno lo vedrai
disteso e morente a Babilonia
che il suo impero di sabbia
si scioglierà nell’acqua
Quello che fu il mio impero
ritroverà il passato splendore

Così nella mia morte
il mio sogno ritorna
nella sua discende nell’oblio-

(Da libro della cancellazione 2004)

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POESIE SU PERSONAGGI STORICI, MITICI O IMMAGINARI – POESIE di Anna Ventura, Giuseppina Di Leo, Lucia Gaddo, Federica Taddei, Patrizia Pallotta, Gian Piero Stefanoni

anna ventura

anna ventura

Anna Ventura

L’amazzone

L’amazzone è sempre stata una donna infelice:
privata di ogni piacere umano,
destinata a una solitudine totale,
oppure – come i monaci-
consolata da una solitudine di gruppo.
Peccato,
perché le amazzoni erano donne bellissime,
avrebbero potuto allietare
più di un uomo. Ma qui sta il punto:
‘allietare’: una parola che allude sempre al peggio.
Perciò, loro,
non allietavano nessuno,
tantomeno se stesse. Ma avevano un dono:
non avevano paura di niente,
e, in certe notti di luna,
uscivano a caccia e facevano incontri:
un cerbiatto sfuggito
alla madre distratta,
un nido di api appeso a un albero,
un cucciolo di uomo
abbandonato da tutti.
Solo in quest’ultimo caso
l’amazzone raccoglieva
la creatura smarrita,
la portava con sé, nei misteri
del suo mondo verde. Quasi sempre
era un’ottima madre.

giuseppina di leo

giuseppina di leo

Giuseppina Di Leo

Infine, una morte dolce mi attende:
la morte che segue il pensiero, finale
da fanali accecanti sgorganti lucci
saltelli nudi intrecci lucidi lacci. Tu,
che hai fatto dell’amore una religione,
nel gorgo, dimmi di amare,
come amo questo sasso.

(giugno 2010)

*

Corriamo il rischio di ripeterci, forse perché non estranei.
Ma non mi soddisfa, come non trovo soddisfacente
l’assunto di Levinas, «solo l’assolutamente estraneo può istruirci».
Riprendo per mano la mia solitudine, la porterò a fare un giro
nella sera spalancata al balcone, mi sono fatta aiutare
dal vento a sciorinare i panni. Sapessi che musica: Africa, Africà!
musica doc in dentro, salti di musica con il corpo e la mente
non mente più libera mente in libero stato, stato del cuore
da baciare con la punta della rinnovata serialità. Sono libera!
Era ora! 10 giugno 010. Ogni amore dovrebbe finire,
lezione da film, Almodovar insegna, non bacchetta sulla lingua
il no donchisciottesco rinsavito in ultimo. Fai bene Cervantes
a chiuderla così la tua storia: non piange la maschera, anzi gioisce
prima di morire: Don Chisciotte spartisce i suoi averi terreni.
Sancio ne è commosso, ma non tanto quanto allora, quando
temette di perdere il suo «grigio». Meglio la morte al plagio
miscela di sogni in polvere da sparo da seguire sulla linea
del cielo lungo una cometa, la più lunga che ci sia.
«Buonanotte sonatori!». Spezza la catena, frangiflutto!
Ora mi aspetta il viaggio: io sono pronta.

(giugno 2010 / ag. 2014)

(la guerra)

Durante il tragitto la luce del viaggio aveva una violenza innocente
guardavo e sentivo il pudore dell’occhio nel cogliere il contrasto
sinuoso dell’ombra sui rami e l’arancione delle foglie, la terra
innocente si lasciava prendere dalla luce per poi perderla,
il cielo era un gioco di gravide nuvole. Avrebbe obbedito
a un semplice schiocco delle dita per cadere senza,
pensante o mancante, spedito alla sua foce
il flusso dell’aorta, sospinto a ruota libera. Ma svolge ora il filo
il «ghetto», trionfo dell’ovest , del dove-sto-io trasmesso tramestìo
del comando. Il ghetto si allarga e nuovamente lo spazio restringe
al vecchio modo al volere del re. Siamo tutti coinvolti.
Qualcuno ne è convinto a tal punto, da voler convincere anche tutti gli altri.

(giugno 2010 / ag. 2014)

Lucia Gaddo con Luciano Troisio e Cesare Ruffato

Lucia Gaddo con Luciano Troisio e Cesare Ruffato

Lucia Gaddo

Varco di ferina bellezza (la preghiera di Giuditta)

Ti meritassi oh Dio e cosí il popolo mio
se degno di Te fosse questo sangue
che teme sulla sponda e il ciglio
la marea dell’onda che avanza muggendo di dolore
le grida degli agnelli salgono dalla cinta del mondo 
Se protervia non veste noi
se la fede è grande cosí che il polso mi canta fermo
e non mi fiacca il dubbio di inopinabile meta,
ma dense le vene di un amore colmo
mi tracimano l’orlo del coraggio,
cosí, sfrontata e imprudente
pazienterò
l’ansia di disertare il maritale nido, che ha il ramo nella terra
e già mietuto il campo.

Non tornerò, forse, alle care mura
pregne della cenere degli avi
alla mia vigna sacra, ma ecco
mi si tinge il passo sulla via di quel disegno
orrido e vago che ora mi confonde l’occhio
con sguardo di miraggio.

La vita da morte a volte nasce e di me, Giuditta,
feroce luce può fare questa notte oscura:
avvenenza mi conduce Olinferno dal ferro delle schiere
all’ebbro voglioso sonno del giaciglio, e nella resa.
Velato di abbacinanti anelli non mi vacilla il braccio
che levo in nome Tuo
e, sul guanciale, mútilo l’urente giogo
che pulsa la sventura delle moltitudini;
né se ne avvede la cervice nera,
eppure muore la tracotante vena di Nabuco
e non lo sa.

Ecco l’orrido bottino, scomposta antenna,
i malvagi aggressori tutti, subito scora, e sperde.
Allo stendardo truce i pavidi, assediati, assetati figli di Betulia
rianimano pallidi.
Ecco, il segno lieve di viduante orma si è fatta fuoco
che incide di coraggio e arde
il cuore quieto degli agnelli.

11.1.2001 (inedito)

Patrizia Pallotta

Patrizia Pallotta

Patrizia Pallotta

Atalanta

Coraggio e dedizione
al paterno affetto
acconsentirono
a deporre frecce
e avventure,
Atalanta bella
e orgogliosa.
Era stella contraria
come una sconfitta,
ma il suono della
vita è anche questo.
L’unico desiderio
espresso fu la
competizione
nella corsa, tua
arma imbattibile,
fra i candidati.
Morte a chi fallìsce,
alloro al vincitore,
fu la regola imposta.
Gli dei vennero
incontro al tuo
destino e scelsero
Ippomene, invaghito
delle tue forme
e dell’intelligenza.
Il suo trionfo tracciò
quel percorso che
t’avviluppò fra
braccia vittoriose.

luna 3

Federica Taddei

Memorie di una modista

Fabbricavo cappelli,
le mie dita ferite componevano panama e zucchetti;
i preferiti erano rotondi
la flanella cucita attorno attorno,
dei copricapo assai cerimoniosi.
Avevano successo popolare
e anche, a volte, presso i danarosi
esponenti dell’alta società: festosi
li indossavano con quell’aria distratta, che
ignorava per sempre
la mia fatica, servita a modellarli.
Cappellucci insolenti, come trofei
dimostrativi di un vasto predominio.
Quel giorno che ci misi del veleno
nella stoffa,
nascosto in mezzo al feltro, disseminato in
fodere brillanti,
i cappelli dei ricchi, senza motivo, salirono di prezzo
andando a ruba: veletta alla cicuta….
curaro nel liscio borsalino….
Diventavo il destino.
Fu giustizia sommaria ed arbitraria , non
veramente rivoluzionaria,
non ero io che trasformavo il mondo,

eliminavo la rappresentazione
della ferocia, non la sua causa prima:
dichiarai la mia colpa
mi lasciai catturare, come un piccolo fiume
fa dal mare.

Anche qui dentro invento cappelli,
di carta o di mollica
senza fodere e nastri, qualche colore si,
qualche bottone
utile per guarnire un’ala,un bordo
una piega, qualche opaca perlina, come
fossi di nuovo
un’apprendista, in lunghe ore di attenta applicazione……
Ed in questa prigione, uguale e soffocante,
usciamo nel cortile, dove ogni giorno
mi vanto di quei tempi, lontani come il cielo
in cui misi il cappello a petrolieri,
industriali, armatori,
anche a qualche politico e a due preti :
li ho conservati, appesi alle pareti
testimoniano i gesti, felici e solitari,
con cui vestivo le teste dei potenti….
un contributo al vivere sociale….
Nella luce smaltata di gennaio,

quando il maestrale
lucida gli argenti, io mi sento ispirata:
faccio brillare la nostra infermeria,
ne spolvero gli armadi
sposto flaconi e fiale, sono famosa per il mio lindore,
fidata e silenziosa, non controllano più il mio operato.
Continuo a modellare i copricapo:
ripiego fra le dita i fogli colorati
e ricavo ogni strano cappuccio, cappelluccio,
copricapo da ciuccio, da giullare
destinato a qualche traditore,
che passa il tempo
in questi luoghi lieti,
a maneschi abitanti del complesso,
al commensale che spartisce le dosi ai giovani reclusi,
a quel banchiere che ha sbancato il suo banco
al mercante di carni deportate
vive,affamate,
di corpi magri ed occhi senza patria,
che implorano la vita;
confeziono per loro i miei cappelli :
avranno qualche cosa per la testa,
almeno nella loro dipartita,
un dono di mia mano, pietosa e lesta,
mai pentita del gesto… mai pentita

gian piero stefanoni

gian piero stefanoni

Gian Piero Stefanoni

Palazzo Comi

Ecco, il tuo “Spirito d’armonia”
tra le stanze segnate dal caldo
e da un vento sulle carte
ha voce forte d’uccello.

Qui dove perfino le nuvole
Partecipano di uno strano meccano
ed il mare s’inghiotte opponendo
il suo coro alla spiaggia.

L’albero a cui hai dato solco
ha dato fronde sottili: per sempre terra,
per sempre olivo, nell’ossame che ancora perdura.

Il pasto perso rincorrendo la luce;
la parola sua sola misura. Continua a leggere

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