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TREDICI POESIE SCELTE di Pasquale Balestriere da “Il sogno della luce” e “Ultimo canto per il padre”

labirinto aleph

labirinto aleph

 Pasquale Balestriere è nato a Barano d’Ischia il 4/8/1945. Laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.
Ha svolto attività didattica nelle scuole secondarie superiori. Per un certo periodo di tempo si  anche impegnato in politica ed è stato eletto consigliere comunale di Barano nel 1975 e poi anche assessore.  Nel  2000 viene chiamato a ricoprire la carica di  Difensore Civico del suo Comune.

Opere di poesia: E il dolore con noi (Menna, Avellino, 1979), Effemeridi pitecusane (La Rassegna d’Ischia – Rivista Letteraria Editrici, Ischia,1994), Prove d’amore e di poesia (Gabrieli Editore – Roma, 2007), Del padre, del vino (ETS- Pisa, 2009), Quando passaggi di comete (Carta e Penna Editore, Torino, 2010), Il sogno della luce ( Edizioni del Calatino, Castel di Judica -CT-2011). Ha scritto saggi o articoli su argomenti letterari di vario genere, tutti pubblicati in rivista. Tra questi: Quinto Orazio Flacco (L’uomo, lo scrittore, il motivo simposiaco, il tema della femminilità); Uno strano amore (Note in margine al romanzo “Per amore, solo per amore” di P. Festa Campanile); L’orfismo di Dino Campana: nota interpretativa; Nell’Odissea la più antica testimonianza letteraria dei muri a secco “parracine”; Nitrodi, storia di un toponimo; La scrittura poetica di Giorgio Barberi Squarotti, Aspetti e motivi della poesia di Nazario Pardini; Arte e vita nella genialità rappresentativa di Michelangelo Petroni, detto Peperone; Lettura de  L’isola e il sogno di Paolo Ruffilli; Ricordo di Giuseppe Berto; Ricordo di Vittorio Sereni; Ricordo di Marino Moretti; Il trionfo della metafora nella poesia di Giuliano Avidano; Note in margine a venti storie d’amore (di Un’altra vita   di Paolo Ruffilli); Nota di lettura su Affari di cuore e Natura morta di Paolo Ruffilli; La poesia secondo la mia intenzione (scritto ancora inedito).
 

labirinto

labirinto

 

da Il sogno della luce

Divisione oculistica Ospedale Cardarelli di Napoli, un ottobre di pochi anni fa.

 

 

 

 

 

I

Già t’eri preparato a questa prova,
ad esser muto d’occhi,
quasi spento,
com’albero che vive per le foglie.

II
Qui senti solo lagni d’ambulanze
e muggiti-ruggiti d’aereo
ma alberi sfogliati hanno speranza
e presagio di gemme.

III
Nella rete caduto della rètina
chiedi luce ai sapienti
che invadono i tuoi occhi di colliri
e di fulgore artificiale e dicono
diagnosi severe.

Ora, antenna percossa dai marosi,
cerchi qualunque cala sottovento.

IV
Tu vedi come il grigio
prevalga sull’azzurro
nel rombo di città,
dove ai ritmi quotidiani presenze
presunte umane sempre s’affaticano.
Alto è l’albero grande della vita
buono solo per ali
e alti schiamazzi d’uccelli e di sole.
Giù ronza l’alveare,
formiche sbandano impazzite a mete
diverse, azzurre scolopendre vanno
con brusio fitto di zampe in oscuri
cunicoli. Angoli ciechi a gran voce
chiedono il sole.
Ma questa città
che dicono felice
sotterra i suoi dolori
con vacua frenesia d’impegni.
E ostende il suo sorriso, innaturale.

V
Sei nella rete anche tu, soddisfatto
d’avere in pugno una volta la vita
d’altri viventi -pesci e uccelli- ( tese
trappole e abilità fiocinatoria).
Sei certo nella rete,
t’ha catturato il grande cacciatore
o, se può consolarti, pescatore.
Tieni ferrea-mente,
aggrappati al miracolo/miraggio
di uno strappo, una rete
lacerata, la strada di salvezza.

Pasquale Balestiere 2014

Pasquale Balestiere 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

VI
E ti ricordo, padre, in questo suono
d’ampie campane, poco
prima che chirurgici ferri offendano
i miei occhi; e saresti – credo – qui
se vivo fossi (e forse
invisibile qui sei)
a confortarmi in questa dura prova.
Per me tu così parco di parole
tu temeresti. Padre,
in questo suono di campane, in questo
grigio mattino
mi sei vicino.
La tua memoria m’avvince con braccia
forti
e cuore gentile.

VII
I tuoi affetti siedono in un grumo
di telefonici contatti, mentre
attendi l’intervento della vita:
un po’ di fremiti più o meno intensi
strappati al vortice dei quotidiani
impegni. Poi si stendono le corde
del cuore, anche le tue, e tu sei solo.

VIII
Scandito secco passo che alla porta
appari e al rischio e al dolore mi chiami
– numero uno, in sala operatoria –
hai del destino il tempo inderogabile,
il ritmo necessario, ineluttabile.
Ma non mi trema il cuore, ormai persuaso
all’evento e volto al riacquisto della
l u c e .

Escher Maurits Cornelis Drago

Escher Maurits Cornelis Drago

IX
Non sa nulla di rètine e distacchi
il cacciatore ch’è fermo nell’alba
e con saldezza d’occhi buca il buio
e attende la beccaccia. Egli al più sa
di reti e di retìne
dove la libertà dell’ali affonda.
Per lui distacco significa il tempo
dall’alzata del cane
alla capsula percossa,
tra il colpo e la caduta della preda,
ed anche quello occorrente al riporto.
Distacco, certo, è riporre il fucile,
quando si chiude la stagione della
caccia e della vita, l’addio ai campi
di verdi aromi e loquaci silenzi.
(Oculos in lucem vertit venator;
mihi oculorum lux satis esset !)
Per ora, cieco cigno,
mi guido con le mani.

X
Ecco l’età dei sogni rinverditi
a fatica, degli impulsi sfocati,
della voce dell’anima arrochita.
Questo è anche il momento del raccolto,
dei frutti d’oro, dell’opimo sunto
di anni costretti in bisaccia, ma risi
o pianti, dunque vissuti (sebbene
m’informi il libro mastro della vita
che la colonna delle uscite vince
su quella delle entrate).
Anche per questo io non so più scrivere
d’amore, più non avvampa e dilaga
questo sgorbio di cuore
che però offre agli occhi spenti trionfi
di petunie e di spighe ancora verdi.
Forse è toscano questo vivo suono
della memoria che invade indicibile
ogni fibra e un po’ stinge
l’amaritudine incombente. Voli
rapaci chiudono cerchi, s’aggancia
l’alfa all’omega, a scorno dell’effuso
profumo di viole.

luna 3
XI
Sorga l’etrusco e confligga col greco
ch’è in me, sì ch’io meglio possa legare
di questa vita
i tralci.

 

 

XII
Il sole era soltanto un pane ardente
dell’orizzonte sul desco poggiato.
Radunava Giuseppe contadino
i suoi strumenti, ordigni della terra
e s’avviava a parlare con le viti.

Poi degli uccelli
caddero le note,
un soffio spense
ogni lume di sole
e tacque infine
il giorno della vita.

.
XIII
Quelli dei nonni sono volti avviati
al tramonto, son voci che si spengono
in un soffio,
figure
pronte a svanire
con pelle di cera.

Pasquale Balestriere

Pasquale Balestriere

 

 

 

 

 

 

 

 

Ultimo canto per il padre

Vorrei parlarti, padre, in questa notte
da questa nave che batte a fatica
le tenebre e ricerca un porto vero
dopo prove d’approdi, di conati
falliti sempre d’una piuma. Intanto
scorre il vento sull’èquore increspato,
grida un sottile silenzio, uccellino
di cristallo: perciò trabocca ancora
fiume di canto dagli argini della
memoria, note tristi che ravviva
l’arpa del cuore. Rivedono gli occhi
( o credono ) il mare verde del grano
e viti appese a sinuose colline
sotto cieli d’infanzia -azzurri, dunque-,
solerti al ruzzo passeri e fringuelli,
il tuo volto giocondo alla fatica.
Ed ora, d’oltre il cielo, sappi, padre,
che questo tumido lacerto detto
cuore serba anche il pianto del distacco
celato per pudore dai tuoi occhi,
quando partii, nel vento della vigna:
perenne graffio, padre, acre dolore.

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