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POESIE SCELTE di Fabrizio Dall’Aglio da Colori e altri colori (2014) con un Commento di Paolo Lagazzi

Paul Klee

Paul Klee

Sul cammino poetico di Fabrizio Dall’Aglio

di Paolo Lagazzi

(…) Rispetto al cammino che ho cercato, troppo in breve, di raccontare, Colori e altri colori ci si offre come un dono, a suo modo, sorprendente. Nulla di ciò che l’autore ha visto, vissuto, intuito e scritto negli anni è rinnegato: specialmente la sezione finale delle Dediche dispiega ancora un’acuta, graffiante consapevolezza dell’irrealtà generale, dell’assenza di fondamenti in un mondo in cui il tempo è morto e lo spazio “pare zoppo”, della miseria in cui la poesia annaspa. (Tra i testi offerti a poeti o ad artisti con cui Dall’Aglio intrattiene dei rapporti speciali spicca quello, di un lancinante pathos tragico, per l’indimenticabile Gianfranco Palmery.) Eppure il libro ci trasporta, nel suo insieme, oltre questa amarezza. Abbandonandosi subito al bisogno di risalire alle proprie origini, di ritrovare la sua casa antica fasciata di verde muschio, le impronte nei campi, le voci conosciute, e in esse i segni di un’età ancora intatta, di una verità piccola e immensa, il poeta apre la propria voce a vibrazioni delicatissime, a una freschezza inedita di riverberi, scintille, cromie. Non è un caso se il libro ripete il titolo di una delle raccolte più intensamente liriche nell’ambito dialettale del Novecento, Colori del triestino Giotti: anche per Dall’Aglio è giunto il momento di liberare, seppure “senza lacrime”, senza nessun sentimentalismo, il nucleo più intimo della sua commozione di fronte agli spettacoli semplici e struggenti, alle epifanie umili e cangianti della terra e del cielo. Ecco, dunque, la pied beauty della prima sezione del libro, la sua ricchezza impressionista, il suo corrusco svariare tra “un’estate gialla” e il “vestitino lilla” di una ragazza, tra il grigio di un fumo che “sparpaglia” la luce e il “biondo” piovoso di un cielo autunnale, tra una notte nera, un cortile bianco “come un filare” di lenzuola e una terra rossa, “nuda” sotto la pressione del corpo… Ecco, nella seconda sezione, l’evocazione di Macigno (piccolo paese nel reggiano) trascolorante, in una vivida gamma di tocchi materici, dai “coppi discosti / sopra travi marcite” all’”antracite” di un rondone, dalla “campagna rasa” nel “tempo delle gazze” a uno “strame di tavelle / tirate a lucido”…

Paul Klee Paesaggio

Paul Klee Paesaggio

Qualcosa dello spirito di Bertolucci (il Bertolucci di Fuochi in novembre e della Capanna indiana) aleggia tra questi versi: la sostanza concreta e leggera di un linguaggio in grado di cogliere la fragilità creaturale degli esseri e le loro iridescenze magiche; la capacità di percepire le cose immerse nella corrente del tempo che tutto muta, ma insieme in un quid  che tutto preserva; il sentimento della poesia come luogo d’incrocio fra le intermittenze del cuore e la durata della realtà, tra l’evanescenza e il mistero di perennità del mondo.

In un bellissimo intermezzo in prosa (Il fiume) in cui rievoca i giochi della sua infanzia fra torrenti, canali e rigagnoli sullo sfondo del grande fiume, il Po, l’autore ricorda ciò che rendeva affascinante uno di questi rivoli: le tracce del passaggio dell’acqua resistenti nel colmo dell’estate. Fra secche e pozze isolate l’acqua si apriva, chissà come, delle vie di scorrimento, e la magia era semplicemente questo: riconoscerne la forza, la durata attraverso e oltre le buche stagnanti, le alghe scivolose o le pietre… A cosa allude questo brano se non alla natura duplice della vita, al suo offrirsi – incerta e caparbia, balbettante e tenace – nelle risacche del discontinuo e nel respiro di ciò che insiste, malgrado tutto, a fluire?

Paul Klee-Drawing-365x365

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Anche la serie dei nove haiku allinea sottilissime testimonianze sulla forma paradossale della realtà, sul suo essere tessuta d’istanti in fuga come sciami di nuvole e sul suo schiudersi sempre, di nuovo, come una pelle che possiamo solo ammirare senza mai penetrarne il corpo, l’essenza. Certo queste liriche, benché fedeli al modello giapponese nella struttura metrica (quinario, settenario, quinario) e nei tocchi puntuali, sciolti e luminosi, sono haiku solo in parte: mentre il “vero” haiku non è mai metaforico – tutto risolto, com’è, nella pura evidenza delle immagini –, alcuni tra questi testi schiudono metafore fiabesche (“Il cielo ha ciglia / di ali di farfalla”; “Il sole salta / tra gli alberi del bosco / l’ombra lo insegue”) che ricordano ancora certe tenere  invenzioni di Bertolucci.

Uno dei leitmotiv di tutta la poesia di Dall’Aglio è la sostanza problematica dell’io: qual è, se mai ce n’è una, la radice della nostra identità? In uno dei testi più “filosofici” di Colori, provocatorio controcanto alla sua trepida dominante lirica, il poeta si chiede: “Con quali nomi / ci chiameranno i cani?”. Come, potremmo tradurre, ci si svelerebbe il nostro nomen-omen, lo stigma del nostro destino se potessimo osservarci da fuori, attraverso lo sguardo degli altri esseri, dell’altrove, dell’universo? Questa domanda non ha risposte possibili, ma in Ti chiamerò albero, il componimento che sigilla il libro – sorta di sacra, solenne litania –, è la forza senza volto del mondo a battezzare tutte le cose: nessuna creatura che aspiri a un’identità potrebbe riconoscere il proprio vero nome se non abbandonandosi al fonte battesimale di questa origine, di questa energia. Colori è soprattutto il frutto di un tale abbandono, di un desiderio di sciogliere finalmente le aporie del pensiero in un gesto di pura resa, in un inchino alle cose, in un franare della coscienza nel polverio del tempo, nella luce cangiante e immortale dell’essere. Tutto il suo lungo, complesso e sofferto cammino tra i “movimenti concitati” dell’anima, le resistenze del corpo e l’inesausto stremarsi nell’attesa di un po’ di verità è occorso al poeta per aderire completamente a un “mulinello d’ali”, a una rosa o al volo d’una cetonia “ardente d’oro e verde”, per lasciarsi “sfogliare” da questi incontri come un libro aperto, per riconoscere in essi la sostanza aerea del mondo, la natura trasparente della bellezza, il miracolo semplice della luce o del vento.

(dal saggio introduttivo di Paolo Lagazzi)

 Fabrizio Dall’Aglio da Colori e altri colori Passigli, Firenze, 2014 pp. 90 € 12.50

Fabrizio DallAglio-Colori-100x160

Sono arrivati gli alberi. Li ho visti
abbracciarsi sotto il campo di casa
stringersi tra le balle di fieno.
Alle porte del bosco si sussurra
che il vento deve ora scomparire
nel fondo della valle
acquattarsi nel fiume tra le rocce
lasciarli liberi.
La mattina è azzurra di sereno.
La città è svanita
con un tonfo di luci nella notte.
Sono tornati gli alberi.

*

Con quali nomi
ci chiameranno i cani?
Sarà un nome di cose
o di parole,
o forse solo un suono
un luccichio degli occhi,
un modo di muovere la coda.
E passerà quel nome
dall’uno all’altro cane,
sarà forse
un nome diverso per ogni volta
di piacere o dolore
di timore o di rabbia.
E sarà il nome
venerato di un padrone,
o quello amato
e compatito
dell’amico un po’ strambo
che gli ha dato il nome.

Fabrizio dall'aglio (1)

 

 

 

 

 

 

 

*

La finestra non guarda sul cortile.
Non guarda. È una sinopia di finestra
nel fienile. E l’aria
che muove la paglia
sbuca da griglie di mattone
e da coppi discosti
sopra travi marcite.
Il colore è l’antracite di un rondone
che occhieggia dal tetto.

*

LETTERA A UN AMICO SUI TEMPI ASSENTI
a Paolo Maccari

È morto il tempo, te ne sei accorto?
Agonizzava già da qualche giorno,
forse da mesi o anni.
Non era già più il tempo della Storia.
Come araba fenice era risorto
dalle sue ceneri, e vivacchiava
neppure male, quasi felice
nella sua post-vita di inizio secolo.
Anche lo spazio ora pare zoppo,
si dilunga in azioni orizzontali
e verticali,
senza sapere se sia poco o troppo
la sua inesauribile sfilata.
Perennemente in bilico,
caldeggia i decimali, le frazioni
forse per fare presto e riposarsi,
senza ormai troppi danni,
in ritirata.
È questo il nostro mondo metafisico.

fabrizio dall'aglio (2)

 

 

 

 

 

 

 

IL SECOLO
a Manfredi Lombardi

Ti ricordi il secolo?
Mi pare che vestisse in uniforme
con rosse spalline.
Il secolo era terra di confine,
terra bruciata e informe
riarsa dalle mine. Più dentro,
aveva guanti bianchi,
cristalli di bicchieri nei caffè
signore e signori eleganti
e operai con tute da lavoro.
E poi più dentro aveva
il suo tesoro di carte:
arte da vendere a turisti sordi
cristi inchiodati ai muri delle scuole
e pagine raschiate all’immondizia
loquace di parole.
Un’altra pace per un’altra terra.
Il confine era ancora la miseria
e un’ingiallita sfilza di anatemi.
Il secolo infilzava
gli emblemi del suo mondo:
non era più una guerra di conquista
ma di teoremi consacrati
al culto delle genti.
Dall’uno all’altro dei cinque continenti
si spacciava ogni dio.
Più dentro il secolo non c’era
e si doppiava, replicava
in milioni di statuette
la sua silhouette fittizia.

Fabrizio Dall'Aglio

Fabrizio Dall’Aglio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*

Ti chiamerò albero
e ti chiamerò pietra
ti chiamerò erba
e ti chiamerò nuvola
ti chiamerò sole
ti chiamerò fiore
sarò la voce che ti dice il nome.

Ti chiamerò fuoco
e ti chiamerò cielo
ti chiamerò casa
e ti chiamerò fiume
ti chiamerò foglia
ti chiamerò pioggia
sarò la voce che ti dice il nome.

Ti chiamerò vento
e ti chiamerò neve
ti chiamerò monte
e ti chiamerò mare
ti chiamerò luna
ti chiamerò luce
sarò la voce che ti dice il nome.

Ti chiamerò acqua
e ti chiamerò frutto
ti chiamerò campo
e ti chiamerò corpo
ti chiamerò tempo
ti chiamerò terra
sarò la voce che ti dice il nome.

Ti chiamerò buio
e ti chiamerò sonno
ti chiamerò sangue
e ti chiamerò suono
ti chiamerò uomo
ti chiamerò io
sarai la voce che mi dice il nome.

*

E ora se si espandono le notti
sarà solo un ritegno di giornate
fiacche,
che nella luce d’alba che le smuove
s’infrangono. Scogli.
Allora dormi
e t’incatena il letto
la cenere compatta del lenzuolo
e il brusio del tuo fiato, un soffio
che comprime la tua voce.
È il tempo
nel tempo
del tempo.

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