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Sabino Caronìa, La ferita del possibile, Rubettino, Soveria Mannelli, 2016 – Lettura di Emerico Giachery e un Appunto di Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa Aleph, Roma, 2017 Sabino Caronia

dx Sabino Caronia, Franco di Carlo, Donatella Costantina Giancaspero Giorgio Linguaglossa Roma,Aleph, 2017

 

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 Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi: L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000); ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo  (Edizioni Associate, 1995). Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000). Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal». Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore, 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio EdiLet, 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia, 2009) e la raccolta poetica Il secondo dono (Progetto Cultura, 2013). Del 2016 è La ferita del possibile (Rubbettino).

Laboratorio 30 marzo Sabino Caronia e Giorgio Linguaglossa

Sabino Caronia, Giorgio Linguaglossa Roma, Laboratorio di poesia 30.03. 2017

 

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Lettura di Emerico Giachery

La ferita del possibile appare dopo un lungo e operoso cammino letterario  di critico-saggista e di narratore, in cui Caronìa esprime una personalità fervida e appassionata, non convenzionale, ricca di interessi e di orizzonti. Appassionata anche nell’incontro critico-saggistico con scrittori che diventano, come è giusto e  bello  che sia, compagni di strada: da Dessì a Santucci, da Borges a Tomasi di Lampedusa. Estranea a schemi vigenti è anche l’attività del narratore, spesso animata di pathos memoriale:  L’ultima estate di Moro, di cui esiste un’ottima trasposizione scenica curata da Ugo De Vita, che meriterebbe di essere rivisitata in teatro; Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi,  e infine La cupa dell’acqua chiara, forse il suo libro più suggestivo e lievitato da una memoria anche storica spesso intrisa di pietas, e in cui, tra l’altro, compare Kafka, così centrale nell’immaginario dello scrittore. Caronìa esordisce come poeta soltanto nel 2013, con una breve raccolta, Il secondo dono, ma s’intende facilmente che la poesia come “dono” esistenziale, come modalità di approccio al mondo, era stata sempre presente nell’esperienza umana e letteraria di Caronìa: compagna, sinora silente ma  segretamente operante, di tutta una vita. La prefazione di Loretto  Rafanelli a La ferita del possibile, densa e profonda, orienta utilmente il lettore : «è indubbio che si può scrivere d’amore, anzi è forse un dovere, come sempre è stato fatto, seppure si sappia che è il tema più arduo da trattare, tant’è che molti poeti ne stanno alla larga». Caronìa, invece, lo affronta con intrepido slancio, per un’esigenza incontenibile, maturata e lievitata negli anni.

E lo fa «con grande delicatezza, attingendo a un linguaggio poeticamente desueto, che pare derivare da antichi canoni, alla maniera di Guinizzelli o, più indietro, di Catullo», per «l’urgenza di tracciare un itinerario umano e affettivo, che spinge il poeta a derogare da codici  artefatti, se non addirittura a situarsi, con i dovuti ‘scarti’, in una struttura classica del verso che con le sue delicate scale è l’unica capace di rappresentare questa cavalcata poetica, che è intima, ma pure tiene un connotato ampio, che va al di là del gioco personale e autoreferenziale». Una   immediata ricezione del libro ce la offre la bella Rivista Internazionale online “L’Ombra delle Parole”. Vi si produce una suggestiva rete interpretativa: interessante operazione letteraria che fa  vivere il libro di una dimensione maieutica, analoga a  ciò che avviene nell’esperienza del Tao, secondo un maestro taoista: prima del cammino del Tao i monti sono monti, i fiumi sono fiumi; durante il cammino, tutto sembra entrare in crisi; ma alla fine i monti saranno ancora più monti e i fiumi ancora più fiumi. Così mi sembra possa avvenire anche al libro: più se stesso dopo una fruizione ermeneutica pertinente e plurima. Da questa bella esperienza di ricezione, che fa coro intorno alla ricordata prefazione di Rafanelli, segnalo qualche passo significativo, in particolare dal magistrale intervento di Giorgio Linguaglossa, che si può considerare un conciso saggio critico sulla poesia di Caronìa. «Caronìa riprende e riattualizza la tradizione primo novecentesca dei crepuscolari per rimetterla in piedi in pieno post-moderno, nella civiltà non più delle macchine ma in quella internettiana del nostro vuoto pneumatico. Caronìa fa una poesia del vuoto e dell’assenza, scrive un diario della assenza con un metro sillabico melodico di nobile ascendenza».

«Ci vuole una grande dose di coraggio o una grande ingenuità, dirà alcuno, per una tale operazione di trasbordo». Letizia Leone considera questa silloge «una personale lettera sull’umanesimo […] che opera per scarti minimi dai modelli novecenteschi». Salvatore Martino avverte nei versi «un cadenza serrata, una musica d’altri tempi». Secondo Ubaldo De Robertis, Caronìa  «riesce a disseminare, durante il proprio viaggio poetico, diverse perle preziose e rare». Pagine senza dubbio da non dimenticare. Continua a leggere

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Sabino Caronia  SEI POESIE INEDITE “Il girasole e altre poesie” con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Eve Arnold, Silvana Mangano at the Museum of Modern Art, New York, 1956

Eve Arnold, Silvana Mangano at the Museum of Modern Art, New York, 1956

Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000) ed ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo  (Edizioni Associate, 1995).

Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000).

Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal».

Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia 2009) e la raccolta poetica Il secondo dono (Progetto Cultura 2013) .

foto donna allo specchio in posa.

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Scriveva Gianfranco Contini nel 1958 a proposito della poesia di un Pascoli: «Pascoli ha rotto la frontiera tra grammaticalità e evocatività della lingua. E non solo ha infranto la frontiera tra pregrammaticalità e semanticità, ma ha anche annullato il confine tra melodicità ed icasticità, cioè tra fluido corrente, continuità del discorso, e immagini isolate autosufficienti. In una parola egli ha rotto la frontiera fra determinato e indeterminato».1 Certo, è vero, Sabino Caronia si riallaccia alla poesia di Pascoli come ad un parametro cui occorre affidarsi, ma, direi per svuotarlo, innanzitutto tagliando via ogni residuo di pregrammalità e semanticità del pregrammaticale e, in secondo luogo, investendo tutte le risorse stilistiche verso la risemantizzazione di un fonosimbolismo melodico, individuando nel melos il principio forma cardine della poesia italiana della tradizione primo novecentesca. Caronia riprende e riattualizza la tradizione primo novecentesca dei crepuscolari per rimetterla in piedi in pieno post-moderno, nella civiltà non più delle macchine ma in quella internettiana del nostro vuoto pneumatico. Caronia fa una poesia del vuoto e dell’assenza, scrive un diario della assenza con un metro sillabico melodico di nobile ascendenza. Ci vuole una grande dose di coraggio o una grande ingenuità, dirà alcuno, per una tale operazione di trasbordo. Ma la poesia vive da sempre in questi «scarti» (come ha acutamente rilevato Francesca Diano), di questi trasbordi, salta volentieri interi decenni, a volte taglia via mezzo secolo di poesia come se non fosse mai esistito. Caronia riposiziona così il baricentro della sua poesia tra le linee di un melodico che sa di vintage ma che vintage non è affatto.

Un linguaggio poetico fonosimbolico con un frequente uso di anadiplosi, metafore, sinestesie, allitterazioni e anafore, vocaboli vintage e vocaboli caduti in disuso. Ma quello che più interessa in questa sede è il concepire per immagini isolate, il frammentismo, il periodo di frasi brevi e a sobbalzi, senza indicazione di passaggi intermedi, di modi di sutura, come uno degli strumenti decisivi del pentagramma metrico di Sabino Caronia (attento e squisito critico e scrittore) con effetti pacatamente musicali e suggestivi. E così la parola poetica se ne esce intrisa di silenzio e di vuoto per il tramite di un linguaggio volutamente privato, anzi, privatissimo. I lettori si chiederanno: «Allora è poesia privatistica»? Ed io rispondo: «Non lo so, ai presenti l’ardua sentenza».

1 G. Contini, Il linguaggio di Pascoli, in “Studi pascoliani”, Lega, Faenza, 1958, p. 30 e sgg

foto donna in stile.

Il girasole

È finita la messa. Sull’altare,
presso la bara, ancora gli onorati
nuovi credenti stanno a discettare
tra inutili ricordi e versi ornati.

“I fucili battevano alle porte”,
ripeteva il poeta, e così sia,
ma, dopo tanto male e tanta morte,
forse è barbarie pure la poesia.

“No, no che la poesia non è occasione”,
biascico amaro, ed esco dal portone.
Nel mattino piovorno ed incolore,

grigio avamposto dell’aridità,
Plinio accende, sul nero del dolore
le trombe d’oro e la solarità.

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ANITA

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A te che sei l’icona
d’ogni umana fierezza,
appassionata e bella,
con due pistole in mano,

che passi sulla terra
senza trovare pace
sotto cieli di morte
amazzone immortale,

che corri come il vento,
eterna giovinetta,
messaggera d’amore,
il mio pensiero vola.

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Infinita distanza

Tu che cosa ne sai dell’infinita
distanza dell’amore, dimmi, cosa?
Che cosa ne sai tu di quell’azzurro,
di quell’azzurra distanza infinita?

 

Elsa Martinelli, 1967 trucco tricolore

Elsa Martinelli, 1967 trucco tricolore

I poeti

I poeti, dicevi, lo ricordo,
non hanno età,
ma questo non è vero,
piccola mia,
ché tutto quanto muore
intorno a noi,
tutto passa e declina,
e vola via,
muore persino il mare.

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Il palazzo

Il mio cuore è un palazzo,
deserto e solitario,
vive della tua assenza,
non conosce altri amori.

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Strana allegria

Ciò che trovo indecente
è la strana allegria
di certa brutta gente
che mi fa compagnia,
e, a tutto indifferente,
alla gioa e al dolore,
mi avvelena la mente
e mi fa scuro il cuore.

sabino caronia

sabino caronia

 

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