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POESIE SCELTE di Paolo Statuti da “La stella errante” (2016), con 2 poesie inedite e 14 poesie edite – Commenti di Nazario Pardini e Giorgio Linguaglossa

de_chirico sole_sul_cavalletto_1973Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: Il principe-albero e Gocce di fantasia (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo L’albero che era un principe (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).

Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.

Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi. A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica in particolare le sue traduzioni di poesia polacca e russa. Recentemente sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie di: Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska e sono in corso di stampa: K.I. Gałczyński, Anna Kamieńska e Anna Świrszczyńska e Tadeusz Rozewicz.  Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

pittura Henri Matisse 1941

Henri Matisse 1941

dalla Prefazione di Nazario Pardini

«…ciò che muove questa nostra avventura terrena… si riverbera in un canto “splendidamente monotono”, come sapeva dire, da par suo, Cesare Pavese della poesia. E qui ciò che domina è quella semplicità espressiva che i poeti raggiungono solo dopo anni di pensamenti, di meditazioni, di rielaborazioni di dati e suggestioni. Sta qui la grandezza del poeta: saper spiattellare su un vassoio d’argento un’anima zeppa di ogni conflittualità interiore; nel saperla proporre con spontaneità, e con un linguismo accessibile e conturbante; diretto e arrivante.

La cosa più difficile per uno scrittore è quella di saper tradurre l’intimità culturale e intellettiva in semplicità verbale. È quella la continuità, la monotonia che un poeta deve raggiungere perché ne divenga il marchio di fabbrica, il suo copyright; a ché nel tempo si faccia originalità e compattezza del suo poetare. Vita, sì! Qui c’è tutta con il potere del sogno, dell’amore, del memoriale, dell’inquietudine, della saudade, e della coscienza del tempus fugit: “ogni sera l’ombra ti fa muta”. Luci e ombre che nella loro simbiotica fusione offrono quel substrato di melanconia che fa parte del fatto di esistere. Ed è già presente, fin dai primi versi, la 6 Prefazione visione di un tempo che logora senza pietà, consumando le nostre speranze, le nostre illusioni.

.

(…) La sera faccio il bilancio
della giornata:
non è mai poco
non è mai molto
è quello che mi aspettavo
Affrettatevi però
prima che mi scada
la licenza di vendita (La bancarella)

.

Un bilancio abbastanza triste, che scaturisce da una visione obiettiva e oggettiva del mondo che attorno ci ruota senza sconti; un redde rationem ultimativo e finale sul nostro soggiorno umano; una licenza che non può essere rinnovata e che segna la scadenza del nostro esser-ci. Il Poeta parte da piccoli fatti, da realtà minime che ci stanno attorno, e con abilità metaforizzante, con giochi analogici, sa elevarsi al di sopra della stessa realtà per trarne conclusioni di generoso impatto emotivo; una fede che gli permette di trasferire all’azzurro le bellezze del Creato. Sono tante le configurazioni fenomeniche e le vicissitudini esistenziali accumulate negli anni. È lì che hanno covato, nel suo animo, trasformandosi in immagini di valore ontologico. Ed è da lì che l’Autore attinge per fare della sua storia un “poema” denso di intimi riflessi, di giochi di melanconica terrenità.

.

Lo sai che senza di te
non potrei vivere
che senza di te
non potrei nemmeno morire (Malinconia)

.

D’altronde gli ingredienti più redditizi per un canto di effusione lirico-emotiva sono proprio la memoria e il sentimento: una fecondità con cui tornano in campo
antiche primavere. È in quelle che il Poeta si rifugia per sfuggire alla tristezza della quotidianità. Ne fa un’alcova rigenerante, un mondo virtuale zeppo di volti e accadimenti di forte impatto umano.

.

A volte tornano immagini dimenticate
come nuovo stupore
a volte tornano parole dimenticate
come nuova scoperta
a volte tornano persone dimenticate
come nuova amicizia o nuovo amore
e ogni anno torna
il fresco odore della primavera
e il dorato sorriso dell’autunno
e ogni volta
l’anima ringiovanisce un po’
eppure è sempre più vecchia (Ritorni)

.

Ed è proprio la natura, con i suoi frammenti cromatici, con le sue parvenze simboliche, a farsi collaboratrice fedele nel ritrarre un esistere zeppo di sottrazioni, di autunni cadenti, o di soli imbronciati; nel farsi volume di un essere in cerca della sua consistenza.

.

Il fruscio delle foglie secche
punge il corpo
come vespa invisibile
sbatte una finestra
con monotona perfidia
oggi anche il sole fa il broncio
*
sbocconcellato da una grigia trina
che puzza di pioggia
se tu almeno fossi qui
mi diresti
che il fruscio delle foglie
è uno scherzo di Chopin
che la finestra che sbatte
è una tachicardia
e che una lettera non scritta
non è poi la fine del mondo (La lettera)

.

Ritratto perfetto di un mélange fra sentimento e ricordi che, col suo procedere monotono, sembra voglia potenziare l’epigrammatica condizione intimistica del Nostro: l’abito chiaro, gli occhi spenti, i saluti plastificati, le avide occhiate, il clic degli interruttori, i sogni, i ronfi, le coscienze archiviate. Tutto si condensa in una spietata successione di fatti e momenti, di sguardi e profumi, di suoni e gesti che danno luogo a una continuità scontata, a un persistere di accidents vissuti e rivissuti.

.

(…) L’abito scuro della sera
gli occhi accesi delle case
le avide occhiate
il clic degli interruttori
il cigolio delle reti
i sogni i ronfi
le coscienze archiviate (Continuità)

.

Ma non è raro che l’attenzione e la sensibilità del Poeta si soffermino su visioni accattivanti, su oggettivazioni traslate con interventi di natura etimo-fonica e simbolica di resa immaginifica per una sana poesia.

.

Roma, ogni notte
ti getti nei vortici
del tuo amante
e scorrete insieme
finché la draga dell’alba
non ti ripesca
grondante di luce
e di amore (Roma)

.

Una vera pittura suggestiva, una vera pennellata forgiata con ars inveniendi dove l’alba si fa draga grondante di luce e di amore: sinestetici tocchi ricamati di merletti fatti a mano; lavorati da mani artigiane aduse a tagli e ritagli;
a fantasie di urgente creatività. Né mancano sorpresa e meraviglia dinanzi al mistero che avvolge e sconvolge un poeta cosciente della miseria umana quando prova a misurarsi col tutto; dacché c’è questo tentativo da parte sua di avventurarsi in navigazioni di difficile approdo, in contemplazioni di stelle e di infiniti che lo sperdono in mondi impossibili, in contemplazioni stranianti.

.

(…) Una strada buia
in montagna
camminando a testa in su
pensando
ora la Terra è inerme
sotto il fuoco incrociato
del Cielo
Stelle leggiadre e superbe
sprofondate nel baratro dell’infinito
sembrano sapere qualcosa
e di tanto in tanto strizzano l’occhio (Stelle)

.

E l’opera si dipana in confessioni di un lirismo accattivante ed energico, dove il verso, con plastica morbidezza, accompagna i picchi ispirativi, le vertigini paniche e le meditazioni vitali […] Un caleidoscopio di perlustrazioni emozionali e di incontri onirici che rende questo “poema” plurimo, polivalente, disteso su scarti semantici e soluzioni linguistiche lontane da insidie di luoghi comuni e di epigonismi.

pittura Henri Matisse - 1947

Henri Matisse – 1947

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Paolo Statuti fa poesia coma fa pittura, pratica olio e pastello per quadretti postlirici lindi e pinti, ed essenziali, con un tocco magico di ironia e una componente surreale che è poi la sua compagna di viaggio domestica. Un donchisciottesco mulinare di mulini a vento lirici questi versi di Statuti, come indicano sia la copertina che la immagine posta su di essa. Il suo concetto di poesia è la semplicità, la domesticità, l’essenzialità avulsa da astratti intellettualismi e chimismi lirici o antilirici; per Statuti  la poesia è come la vita, misteriosa e inafferrabile, non la si può arrestare nell’attimo del tempo storico ma scorre via fluida e sfuggente come l’acqua, è una «stella errante»  che non si sa da dove venga e non si sa donde va. Una stella solitaria che la Musa si diverte ad incendiare d’un fuoco fatuo e debole. La poesia di Statuti ama indossare il saio francescano, i sandali di Francesco, la divisa della povertà, non ama la poesia degli intellettuali, costipata di intelligenza e di indigenza spirituale. Credo che la Musa ami questa poesia, perché la Signora rifugge l’inautenticità dei letterati e la noia dei supponenti; che sono poi le medesime ragioni che me la rendono affine e intimamente autentica.

pittura Henri Matisse - 1939

Henri Matisse – 1939

Due poesie inedite

Roma

Roma, ogni notte
ti getti nei vortici
del tuo amante
e scorrete insieme
finché la draga dell’alba
non ti ripesca
grondante di luce
e di amore.

Nato con la camicia

80 anni fa…
Forse sono nato con la camicia, forse…
di certo so che avevo occhi
di un azzurro inquieto –
come disse mia madre –
mani destinate a scrivere
e a dipingere,
orecchie sensibili
a parole e suoni…

Ora sono qui
in una camera d’ospedale,
con un orecchio sordo
che cercano di riparare,
e mi giungono ovattate
le parole del medico di turno:
“Come sente, signor Paolo?”
“Sento un fruscio di bosco,
ma non gli uccelli,
sento la brezza marina
ma non il grido dei gabbiani,
sento il mormorio del mare
ma non il fragore delle onde.
“Beh, lei può dirsi ancora fortunato” –
afferma il dottore.

Fuori della finestra
le nuvole scorrono pigre,
al cielo grigio
fa da tappeto
un bosco scuro,
guardo gli alberi
insolitamente immobili –
la quiete prima della tempesta?
Paolo Statuti Copertina 'La stella errante'Poesie di Paolo Statuti da “La stella errante” (2016)

Vita

Ogni giorno vai smerciando astuta
il logoro corredo dei tuoi stracci,
ti sforzi di ridere e scherzare
ma ogni sera l’ombra ti fa muta.

Il gufo

Solchi i flutti della notte
senza gorgheggi senza frulli
scivoli via silenzioso
sovrano del buio
i tuoi occhi – una corona
di topazi e smeraldi.
Come vorrei potermi celare
nelle tue soffici piume
e accarezzare con te
il velluto della notte!

A Masečín

A mia figlia

Il gallo chicchiriava presto
la mattina,
ma non m’infastidiva,
anzi mi rallegrava.
Schiamazzavano le galline
e ognuna credeva
d’essere la favorita.
Scrosciava la pioggia
e scorreva via,
scorreva via
come la vita.

Senzatetto

Ho dato qualcosa a un senzatetto,
mi ha sorriso e ringraziato:
grazie tante, signore…
vede, io sono schiavo
della mia povertà,
ma sono felice
della mia libertà.
Poi se n’è andato.
Lo guardavo allontanarsi:
lasciava sul terreno
le sue enormi impronte
di umanità.

La lettera

Il fruscio delle foglie secche
punge il corpo
come vespa invisibile
sbatte una finestra
con monotona perfidia
oggi anche il sole fa il broncio
sbocconcellato da una grigia trina
che puzza di pioggia
se tu almeno fossi qui
mi diresti
che il fruscio delle foglie
è uno scherzo di Chopin
che la finestra che sbatte
è una tachicardia
e che una lettera non scritta
non è poi la fine del mondo.

Ho visto un uomo…

Ho visto un uomo
con un buco nella scarpa
Il vestito mostrava
il lungo sfregamento
contro il tempo
Si è avvicinato al banco
dei liquori
la vodka nei suoi occhi
sgorgava dalla roccia
saltellava allegra
tra i ciottoli
la fissava pensando
com’è fresca
com’è limpida
peccato…
Mansueto mi ha sorriso
e se n’è andato
come Adamo –
cacciato dal paradiso
Ho visto un uomo
con un buco nella scarpa

Il sorriso della rosa

Ad Olga

Quando la rosa si schiude
sorride
e dai petali affiora l’anima,
come dal viso della Gioconda.
Il suo colore non conta,
la rosa è sempre bella,
e sorride…sorride
fino all’ultimo sospiro.
Le spine sono il suo destino,
il suo ornamento ingiunto,
la lieve malinconia
del suo sorriso.

Poesia

Se non sai cos’è la poesia,
immagina d’esser sordo
e udire scendere
dal cielo un accordo…
immagina d’esser cieco
e vedere accendersi
il fuoco del tramonto…
immagina d’esser muto
e poter dire:
tu piccola stella
risplendi, tremando
d’infinito…

Vecchio violoncello

Vecchio violoncello
annerito dal tempo
e accantonato
come una cosa inutile
ora sei come un fiume
di voci imprigionate
di carezze represse
sei come un nido abbandonato…
Ricordo il nonno
che ti stringeva a sé
per eseguire “il Cigno”
tutta la casa allora si fermava
per ascoltare
e anche gli uccelli tacevano
solo le tende vibravano
la sala si mutava in un lago
e il cigno scivolava via
fiero della sua bellezza
e del suo soffice candore
e noi lo seguivamo…
Com’è irreale
ora il tuo silenzio
rotto soltanto
dai rumori della strada
che non cessano mai…

Tadeusz Różewicz Paolo Statuti 1990

Tadeusz Różewicz e Paolo Statuti 1990

La mia ultima preghiera

Mio Dio,
quando mi chiamerai,
accoglimi con un sorriso
per come sono,
per quello che ho fatto
e non fatto nel bene e nel male,
non essere un giudice severo,
sii misericordioso,
ma con tutto il cuore t’imploro,
non farmi tornare mai più
su questo Pianeta:
potrei essere un corrotto
o un terrorista,
un padre senza lavoro
oppure un analfabeta,
un mafioso o un camorrista,
un bambino che muore di fame,
un clandestino annegato,
una donna violentata,
una pianta malata tra i rifiuti,
un pesce soffocato dalla plastica,
un uccello avvelenato
dall’aria inquinata.
Se devo rinascere, mio Dio,
trovami un luogo
nell’immenso universo,
lontano dall’uomo
e vicino ai saggi animali,
e se mi vedrai triste e solo
mandami un Tuo angelo
con tre ali,
sì, un angelo poeta,
musicista e pittore,
con una poesia da tradurre,
una cantata da ascoltare
e una tela da dipingere insieme.
Grazie, mio Dio e adesso –
l’ultimo favore –
che la mia anima
sia per sempre preda
del Tuo Infinito Amore

Il pianoforte

Pianoforte di casa mia,
pieno di tarli e di nostalgia,
che bel suono un tempo avevi,
quanti applausi ricevevi!
Ora sei solo con le corde antiche –
le tue mute care amiche.
Ricordo che cantavo con te
Fior di giaggiolo: eravamo in tre
con la mamma che accompagnava,
mentre Beethoven ci guardava.
Vicino a te pende ancora il diploma
che la mamma prese a Roma.
Ora vivi solo di ricordi
di tante note, di tanti accordi.
Chopin ti ha lasciato la sua impronta
e quando fuori la pioggia gronda,
risuona il preludio della goccia,
che batte e ribatte sulla roccia…
Vecchio pianoforte così scordato,
Pieno di acciacchi e così forato,
La polvere che copre la tua armonia
è la cipria del tempo che vola via.

La Festa dei Morti

Oggi i Morti sono assai indaffarati:
all’alba sono già svegli
si fanno gli auguri a vicenda
si baciano e si abbracciano
si presentano ai nuovi abitanti
poi si preparano ad accogliere
con gioia chi li viene a visitare
coi fiori in mano
e il passo incerto
Oggi i Morti rivivono con noi:
ascoltano i nostri sospiri
leggono i nostri desideri
asciugano le nostre lacrime
o fotografano i nostri sorrisi…
pregano con noi
Poi quando ce ne andiamo
e il silenzio torna ad avvolgere
i marmi le fronde e i lumini accesi
ancora per un po’ ci pensano
poi si riaddormentano felici
cullati dai nostri ricordi

Volava una nuvola…

Volava una nuvola
sfiorando le guglie,
lasciando sui tetti
batuffoli bianchi.
Rumore di passi:
qualcuno a casa tornava,
e come la nube
brandelli di vita
sulla strada lasciava.
Raccolse un ramo
e lo scagliò lontano,
poi come distratto
accarezzò due gatti
e un cane randagio
e salutò la luna.
Chi era?
Chissà,
forse un poeta

 

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Paolo Statuti POESIE INEDITE “Vecchi tram” con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Minitram anni Cinquanta

Minitram anni Cinquanta

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: Il principe-albero e Gocce di fantasia (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo L’albero che era un principe (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).

Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.

Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.

A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica in particolare le sue traduzioni di poesia polacca e russa. Recentemente sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie di: Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska e sono in corso di stampa: K.I. Gałczyński, Anna Kamieńska e Anna Świrszczyńska e Tadeusz Rozewicz.

Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

tram Messina

tram Messina

Commento di Giorgio Linguaglossa

Risulta invasivo in queste poesie di Paolo Statuti il tono suasorio, il lessico scelto dal punto di vista referenziario e una presenza dell’io  soffusa e diffusa funzionale al recupero della «memoria» («Vecchi tram/ nella vecchia stazione/ fuori uso»).

Si mette in scena una interpretazione «antica» della tematica tutta moderna della «temporalità», ma in chiave, appunto, conservativa: l’identità memoriale in stretta congiunzione con la conservazione dell’io; interviene una istanza da «paesaggio interiore», una perlustrazione dell’io mediata da una riflessione esistenziale.

Il lessico delle poesie qui presentate in un metro  prosastico si rivela intonso. Si apprezza la capacità che ha il fraseggio di aderire al corso delle «illustrazioni tematiche» con la naturalezza di un vestito linguistico sobrio ipotonico e apocritico, (cioè fondato su un proposizionalismo di tipo assertivo) e linguisticamente duttile, che oscilla tra il quotidiano e il memoriale: la realtà esistenziale dell’inappartenenza dell’epoca della fine delle grandi narrazioni. Ecco spiegata l’atmosfera larvale, lustrale, memoriale che si respira entrando in queste composizioni.

L’uso rigoroso del tempo prosodico e dei proposizionalismi ipotonici sembra ispirare il riutilizzo dei frasari del linguaggio poetico del paradigma lirico. Passo prosodico e rifasatura dei registri stilistici in chiave neo-postcrepuscolare e in diminuendo costituiscono la soluzione stilistica di Paolo Statuti; tutto uno spettro stilistico viene utilizzato in funzione di una semantizzazione della colonna sonora in chiave neo-postcrepuscolare.

Poesia che stilisticamente preferisce la chiave in diminuendo, minimale, intimamente e discretamente parca, aliena di ogni registro che fuoriesca dal pentagramma  medio-sonoro e nei confronti di ogni esasperato antropocentrismo. La costruzione di questa poesia risponde al modello canonico del ripiegamento interiore e procede per suddivisione temporale e per suddivisione tematica ereditando dalla tradizione una koiné linguistica di sicuro gusto letterario.

la Seicento taxi anni Sessanta

la Seicento taxi anni Sessanta

Vecchi tram

Vecchi tram
nella vecchia stazione
fuori uso,
qua e là bucati,
corrosi, sbiaditi.
Vecchi tram
voi m’invitate:
“Perché non sali?”

Un brivido, un sorriso
e un lungo cigolìo
mi danno il benvenuto…
“Avanti c’è posto!
Scusi, scende?
Vietato fumare.
Fermata a richiesta.
E guarda dove metti i piedi!”
E ancora parole…
Vecchi tram –
vecchine
truccate di ruggine e polvere.

Primavera

Nostalgia di primavera:
il cielo solcato da nere ali,
nei campi le ultime
macchie bianche,
il verde forte, veemente,
e le perle delle pratoline,
timide nel mare di smeraldo.
Intorno il bisbiglio degli alberi –
il primo dopo il lungo silenzio.
Silenzio

La luce si stende
sui corpi di marmo
degli antichi eroi
una vecchietta prega
i santi sonnecchiano
fuori il vento
accarezza i capelli
dei campi

Mini intervista

Dica, Paolo,
cosa fa Lei in Polonia?
Cosa faccio?…
Scrivo…
dipingo…
traduco…
ascolto la musica
guardo gli alberi alti
colgo i fiori di campo
seguo le nuvole che scorrono
conto le stelle che brillano
nella corona dell’eternità –
come disse Tagore.
Che cosa ancora?
Ah, sì:
cerco di capire
cosa pensa il mio gatto
che deve sapere molte cose
cerco gli occhiali
o le chiavi di casa…
E altre cose ancora…
E’ poco? E’ molto?
A me basta.

Packed_Rio_tram_02_near_Largo_Guimaraes

Packed_Rio_tram_02_near_Largo_Guimaraes

Die Kunst der Fuge

Bach si siede:
davanti a lui si spalanca il cielo,
dietro – il silenzio
e il respiro dell’umanità.
All’improvviso dodici note esplodono
dalla tastiera:
potenti, profonde, maestose…
Bach sorride, è felice,
sa che è la voce di Dio.
Le note irrompono, si ripetono,
si rincorrono
tra le canne dell’organo,
si allontanano e ritornano
come eco di sfere celesti.
Seduto nella mia stanza
ascolto un disco:
Bach è con me,
Dio è con lui.
Le dodici note mi danno pace
e conforto,
di tanto in tanto mi chiedono:
senti anche tu la Mia Voce?
Rispondo come in sogno:
Ti ringrazio, mio Dio.

La mia Musa

Non so dove vive la mia Musa:
forse in una conchiglia
in fondo al mare
in un soffione dissolto dal vento
in un fiocco di neve
o anche in un tenero bacio
in un mite sorriso
in un pianto sommesso
in un grido disperato
forse vive in tutto questo
e in altro ancora…
La mia Musa è parca e modesta
non mi lusinga non mi vizia
anzi mi visita di rado
appare sempre all’improvviso
con un lampo di gioia
si avvicina sfiora
le mie docili corde
col suo magico archetto
e mi sussurra:
adesso ascolta e scrivi…

L’aspirina

Bisogna essere malati
e stare in letto
per vedere le crepe nel soffitto –
come i segnacci sul quaderno
per scoprire
che i fiori nel vaso
sono già appassiti
come le mani della nonna
che i libri sono impolverati
come quella strada di campagna
che il gatto nella cartolina
somiglia tanto a Mustafà
che il pavimento
è di color nocciola
come i gelati di Romolo
davanti alla scuola
che un profilo sul muro
sembra quello
del Corsaro Nero…
– A cosa stai pensando,
hai preso l’aspirina?…
Cara vecchia pasticca –
come una calda carezza
in un inverno lontano.

tram anni Quaranta

tram anni Quaranta

Morte di un amico polacco

Caro Zbyszek,
qui dove frusciano i ricordi
e il sasso geme
sotto il piede amico,
improvviso sei giunto
e subito cortese, esitante,
hai chiesto d’unirti
al coro dei silenzi,
ma immaginarti silenzio
io non posso:
troppo umana e schietta
era la tua voce.
Continuità

L’abito chiaro dell’alba
gli occhi spenti delle case
il pizzicato degli uccelli
il brontolio delle caffettiere
il viavai nei bagni
i saluti plastificati
il grugnito delle vetture
L’abito scuro della sera
gli occhi accesi delle case
le avide occhiate
il clic degli interruttori
il cigolio delle reti
i sogni i ronfi
le coscienze archiviate

In treno

Torno a Varsavia
il treno scivola via
sui pattini-rotaie
tempo e spazio
racchiusi nel vagone.
Nel campo una mucca
suona il fagotto
e concede bis
che nessuno richiede.

Paolo Statuti

Paolo Statuti

Ritorno dalla Russia

Ho fumato l’ultima Stoličnaja,
ho bevuto l’ultimo goccio di vodka,
ma rimangono i ricordi
rimane la nostalgia…
Sante chiese di Russia,
incanto di tombe – altari:
tomba di Lev , bella e solenne,
tomba a Peredelkino, come un’icona,
candele a Peredelkino, fragili e vibranti,
alla vostra luce religiosa
io dico spasibo
e ripeterò spasibo
ormai per sempre.

Don Chisciotte

Cavaliere della Mancia,
ti vedo alle prese coi giganti.
Dulcinea come sempre
ti è accanto e ammira
il tuo coraggio,
sicuramente ti ama.
Anche Sancio a modo suo
ti ama e ti dà consigli,
ma tu giustamente
non lo ascolti.
Ecco ora sei partito
a lancia bassa,
ma…che succede…?
Dei maligni stregoni
hanno trasformato i giganti
in mulini a vento
e una pala ti ha colpito in pieno.
Ora Sancio si ubriacherà
dal dispiacere.
Ronzinante farà un nitrito
di plauso,
scoprendo i denti gialli
e cariati.
E la dama del Toboso
ti bacerà ,
facendoti arrossire.

Don Chisciotte,
patrono dei poeti,
ogni notte in cielo
vedo la tua stella,
non posso sbagliare,
perché è l’unica stella errante.

bruxelles-tram

bruxelles-tram

Dipingendo l’autunno

Siedo
i colori attendono
e si chiedono:
quale sarà il mio posto?
Guardo:
il verde mi consola
il giallo mi illumina
il rosso mi rallegra
l’azzurro del cielo mi ispira
i colori attendono
e sanno
che troveranno un posto
sulla tela
e pazienti mi guardano…

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