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6,7,8 ottobre 2018 – Dibattito sulle Poesie haiku di Guido Galdini, Federico, Giuseppe Tacconelli, Giuseppe Talia, Mauro Pierno, Alfredo de Palchi, Giuseppe Gallo, Giorgio Linguaglossa, Carlo Livia,

Foto Jason Langer, Carrousel, 2004

Guido Galdini

tre cani trottano
tre ombre passano
sul marciapiede

.

io ero il mio sosia,
sempre insieme per ogni avventura

avevamo provato ad essere una piazza,
una folla variopinta o dei pesci rossi

ma ci è solo riuscito di diventare
la curiosità che nuota dentro la boccia.

.

Giorgio Linguaglossa

Ho un ricordo, perso in un’epoca della mia vita tempestosa, dovevo difendermi in tre procedimenti penali che un procuratore mi aveva allestito contro… (poi se ne aggiunse un quarto…), stavo cercando una casa in affitto o da comprare a Pistoia, dove all’epoca abitavo…

Ricordo di essere entrato in un ufficio di una Banca presso la quale ero andato a chiedere un prestito. Ecco il ricordo:

Una grande sala illuminata, bianca.
Al centro una scrivania in radica, una sedia.

Il pavimento è in candido marmo, penso di Carrara.
Un signore vestito di bianco è in piedi, mi aspetta.

Entro nella sala. Silenzio assoluto. Avverto lo scricchiare
delle scarpe sul pavimento. Sono in ascolto.

Sono passati 38 anni e ancora non sono sicuro se si tratti di un ricordo o se sia stato un sogno. Ancora oggi ci torno sopra con la memoria ma non so darmi una risposta esaustiva.
Dopo tanti anni di ricerche sono arrivato alla conclusione che si sia trattato di un sogno e che la mia coscienza lo abbia archiviato come «realtà», scambiando di posto il sogno con la realtà. E che in questo «scambio» ci sia un «mistero». Un Enigma. Come sia avvenuto questo scambio e perché, me lo chiedo spesso ma non sono riuscito ad arrivare ad alcuna conclusione. Sì, forse una ce l’ho: che l’origine delle mie metafore abbia avuto l’abbrivio lì, in quella zona, diciamo, di «scambio».

Senza saperlo e senza volerlo è li che sono «diventato» poeta, cioè una persona che commercia normalmente con le metafore. Fu a quell’epoca, o poco dopo, che a Venezia, un giorno una signora distinta mi fermò per la via e mi abbracciò salutandomi con affetto. Io rimasi sorpreso. Lei mi chiamò per nome, ma era il nome di un altro. Io replicai semplicemente che l’Altro non ero io e lei, osservandomi attentamente in viso, mi disse: «ma lei è uguale ad un mio carissimo amico con cui sono stata anche ieri! Siete due gocce d’acqua!».
L’evento mi sorprese. Quindi in giro per Venezia c’era il mio sosia che conduceva la sua vita senza sapere che il suo Alter-Ego anche lui stava a Venezia e viveva e camminava per le calli senza sapere dell’esistenza del suo sosia.

Io e il mio sosia eravamo in una grande piazza
una folla variopinta si era radunata,

pesci rossi nuotavano nella boccia di vetro
e ci guardavano con curiosità.

Ad una conclusione però sono arrivato, che noi tutti viviamo all’interno di un ologramma, che l’universo è semplicemente l’effetto di due specchi che si riflettono a vicenda. E noi siamo l’effetto di quel rispecchiamento, Non c’è nulla di bizzarro in tutto ciò, né tanto meno di mistico. Tutto quello che c’è tra i due specchi è tutto ciò che c’è nell’universo. Un effetto di specchi, l’uno di fronte all’altro. Due specchi che riflettono il vuoto.

*
Foto Sadness fear

L’io dunque è ridotto alla istantaneità della presenza, all’istantaneità della sua voce

impalcatura di quello che un tempo lontano è stato il «soggetto», ombra ormai non più desiderante del «soggetto» antico, quello rammemorante della perduta elegia che ha abitato con lustro il Novecento (da Pascoli a Bertolucci fino a Bacchini e odierni epigoni). Quell’io che aveva assunto con Cartesio quella dimensione inaugurale della modernità in cui pensiero ed essere si congiungevano sotto il regime della rappresentazione, come già aveva ravvisato Heidegger, quell’io è definitivamente tramontato, è subentrato al suo posto un io dimezzato, declassato, infermo, parziale, in frammenti, in derelizione. E quindi, proprio in ragione di ciò, in preda al proprio delirio di onnipotenza.

La questione la solleverà Lacan, non tanto nel negare l’era della rappresentazione dell’essere, quanto nel ribadire che è proprio con l’avvento «storico» di questa era che il soggetto si configura come quel momento di divisione, di scissione tra pensiero ed essere, tra essere e rappresentazione e di occultamento che Freud e la psicoanalisi erediteranno. L’istantaneità, l’abitare il presente assoluto del soggetto post-lacaniano altro non è che la prefigurazione della necessità di sottrarre il soggetto stesso a quella condizione definita da Lacan la «beanza», ovvero, in termini heideggeriani, la piena identificazione del soggetto con l’essere.2]

In fin dei conti, sia l’io che il non-io, i personaggi pronominali acquistano rilievo linguistico dalla divaricazione che si è aperta tra linguaggio ed essere.
È caratteristico che in un certo tipo di scrittura poetica i «soggetti» acquistino senso all’interno dell’organizzazione frastica da una sintassi fortemente condizionata dall’attrito tra il discorso indiretto (prevalente) e quello diretto (episodico), con tanto di ironico distacco dell’io che enuncia dall’enunciato.
Per concludere, direi che il garante di tutta l’operazione stilistica è caratterizzato dalla consapevolezza della mancanza ontologica di ogni rappresentazione linguistica del cosiddetto «reale», che non c’è più un garante, che lo stile non può più fungere da garante di qualsivoglia operazione scrittoria.

1] “L’enunciazione è l’istanza linguistica, logicamente presupposta dall’esistenza stessa dell’enunciato […] che promuove il passaggio tra la competenza e la performance linguistica […] l’enunciazione è chiamata ad attualizzare lo spazio globale delle virtualità semiotiche, cioè il luogo delle strutture semio narrative […] allo stesso tempo è l’istanza di instaurazione del soggetto (dell’enunciazione). Il luogo, che si può chiamare l’ «Ego, hic et nunc», è prima della sua articolazione semioticamente vuoto e semanticamente (in quanto deposito di senso) troppo pieno: è la proiezione (per mezzo delle procedure di débrayage) fuori da questa istanza degli attanti dell’enunciato e delle coordinate spazio temporali, a costituire il soggetto dell’enunciazione attraverso tutto ciò che esso non è”.

A.J. Greimas, J. Courtes, Sémiotique. Dictionaire raisonné de la théorie du langage, Hachette, Paris 1979; a cura di Fabbri P., Semiotica. Dizionario ragionato della teoria del linguaggio, Mondadori, Milano 2007, pp. 125-126.

2] E. Benveniste Problèmes de linguistique générale, Gallimard, Paris 1966; trad. it. Problemi di linguistica generale, Saggiatore Economici, 1994. Si veda in particolare il saggio dedicato alla funzione dei pronomi pp. 301-8. 114 M. Heidegger, Moira, in Vorträge und Aufsatze, Verlag Günther Neske, Pfullingen 1954; trad. it. a cura di Vattimo G., Saggi e discorsi, Mursia, Torino 2007 (3a ed.), pp. 158-75.

.

Lucio Mayoor Tosi

Penso anch’io che non ci sia nulla di bizzarro o di mistico in tutto ciò. Del resto la parola mistico in sé non dice nulla, se non che si sperimenta qualcosa che sembra inconsueto all’esperienza sensibile. Ad esempio nei sogni appaiono spesso facce di persone sconosciute, ma questo accade anche nella vita reale, basta uscire di casa e volenti o nolenti incontreremo persone sconosciute. Non ci facciamo caso ma i sogni ne saranno pieni. L’inconscio è in certo senso il diario di bordo della nostra mente. Ne parlo perché ci ho lavorato molto, sia con la meditazione che servendomi della piscoterapia. Sono due discipline, anche queste per nulla bizzarre o mistiche spirituali. Nella prima la mente viene osservata in toto, nella seconda la si mette in gioco. La psicoterapia, ma anche la psicanalisi tradizionale, è funzionale alla meditazione. A me interessava, nella poesia di Tranströmer la contemporaneità dei due avvenimenti, come nel tuo caso l’ambiente e la situazione in cui ti venisti a trovare. In Tranströmer assistiamo al momento in cui i due eventi coincidono; qualcosa che può far pensare al sogno ad occhi aperti ma non è così: nella sua poesia vita reale e percezione inconscia accadono nello stesso momento, solo che una esclude l’altra – se Orfeo si volta Euridice scompare – e bisogna essere proprio bravi per vederle entrambi. Ma in poesia si può fare.

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Giorgio Linguaglossa

Caro Lucio,

condivido. Sto mettendo mano a una mia raccolta inedita. La sto riscrivendo in distici, ma riscrivendola mi sono accorto che la struttura in distici mi obbliga a rivedere spesso la disposizione dei versi e correggere tutta la punteggiatura! – Incredibile. Ecco cosa volevo intendere quando dicevo che la struttura in distici è costrittiva e usavo la parola «severità» di quella griglia. La struttura in distici ti obbliga a ripensare lo scorrimento frastico e a correggere la punteggiatura.

Fatto sta che una poesia non deve essere affatto pensata già imbalsamata nella struttura in distici, altrimenti l’effetto sarebbe superficiale, ne verrebbe fuori una musichetta meccanica, sempre quella. La bellezza della struttura in distici è data proprio dalla sua inapplicabilità a una poesia tradizionale che abbisogna di strofe o di uno strofone…

La struttura in distici cambia l’assetto strategico della poesia, perché è una struttura antichissima, precedente ai poeti elegiaci di età romana, probabilmente risalente agli albori della poesia scritta, a quegli abracadabra con cui gli sciamani usavano condire le loro formule magiche. ha una sua storia che travalica la poesia della nuova ontologia estetica, la forza, preme dall’esterno…

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Guido Galdini VENTI POESIE BREVI “Il collasso della funzione rettilinea del discorso suasorio” con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

pittura Paul Delvaux, Landscape with Lanterns, 1958

Paul Delvaux, Landscape with Lanterns, 1958

Guido Galdini (Rovato, Brescia, 1953) dopo studi di ingegneria ha lavorato nel campo dell’informatica. Alcuni suoi componimenti sono apparsi in opere collettive degli editori CFR e LietoColle. Ha pubblicato la raccolta Il disordine delle stanze (Puntoeacapo, 2012).

 Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Si sa da sempre che ciò che appare «naturale» in fatto di stile, nasconde spesso l’artificio. In arte, e nella scrittura in particolare, non v’è nulla di «naturale» né di ovvio, la naturalità ha le sue radici in un profondo lavoro di scavo e di progetto artistico. Quindi se parlerò di stile naturale per la scrittura poetica di Guido Galdini, sarà in questo senso che lo dico. Naturalmente, e in una grande misura, il fondo sonoro generale in queste poesie appare messo in sordina, dietro le quinte, viene insomma rimosso per mettere in maggiore evidenza i legami sintattici e logici della descrizione narrativa. È ovvio che in questo tipo di poesia tutta la strumentazione sonora, il momento progressivo e quello regressivo, passino in secondo piano; così, l’eufonia, o l’anti eufonia, o quel che rimane della antica eufonia. Per ciò stesso la «strumentazione» è da considerarsi fattore del tutto secondario. La connotazione acustica del verso tende a collimare e a identificarsi con l’estensione del giro sintattico, un po’ come avviene nella prosa o nella poesia in prosa, di cui un maestro indiscusso di questo tipo di poetare è senz’altro Giampiero Neri che lo inaugurò con la sua opera di esordio L’aspetto occidentale del vestito (1976). In questo tipo di impostazione, la poesia viene a identificarsi quasi interamente con la didascalia di un prodotto commerciale o con la didascalia storica, entrambi svolgono una funzione assertoria, informativa, regolatrice dell’uso di certi prodotti. Analogamente, la poesia di Guido Galdini adotta questo modo di essere, predilige una poesia dal registro sistematicamente informativo, isotonico e isofonico, fermamente aggrappato al significato delle parole, crede nel significato delle parole e nel loro potere incantatorio sganciate dalla operatività del significante. Ovviamente, in questo tipo di operazione tutta la qualità sta nella deviazione improvvisa di un elemento atomico della significazione dalla via obbligata di percorrimento; una sorta di collasso della funzione rettilinea del discorso suasorio. In quel punto preciso, scocca la significazione aggiuntiva del testo poetico. Come nel quadro di Paul Delvaux: il paesaggio è nitido, gli alberi sono al loro posto, i lampioni anche, i viottoli lindi e puliti e la signora di spalle che osserva la scena anche; tutto è lindo e pinto e immacolato. Ma c’è qualcosa che non si vede, non si nota, ed è «il disordine delle stanze», quel «disordine» che spesso si cela nell’ordito natural-tecnologico del nostro modo di vivere. Galdini però non forza mai la linearità sintattica, non aggiunge e non toglie, non opera interruzioni improvvise del polinomio sintattico come faceva il suo predecessore, il suo intendimento di poetica è la massima chiarezza denotativa ed emotiva, vuole evitare gli equivoci derivanti dall’impiego del significante che tanti disastri ha prodotto nella poesia italiana del tardo Novecento. E non saremo certo noi a dargli torto.

Guido Galdini B-N

Guido Galdini

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APPUNTI PRECOLOMBIANI (Estratto)

.
Dresda, Persepoli, Tenochtitlan,
e tutti gli altri nomi
riconsegnati alla polvere,
ci fanno sospettare che sia impossibile
convivere troppo a lungo
con il ricatto della bellezza;
verrà sempre qualcuno, prima o poi,
a liberarci da questo peso:
la rovina è stata la rovina o la costruzione?

*

è noto che i conquistatori
approfittarono dell’attesa per il ritorno,
previsto proprio quell’anno,
del principe dal mare d’oriente;
e qui s’inoltrano le riflessioni
sulle coincidenze che diventano catastrofi

ma non risulta che nessuno tra gli eruditi
abbia mai avanzato l’ipotesi
che Cortés fosse realmente il serpente piumato,
il miglior serpente piumato
che la storia si era potuta permettere.

*

come denaro usavano i chicchi di cacao:
questa è stata la loro risposta
ai problemi della purezza del conio;
essa mostra altresì la variegata
origine dell’economia:
al latte, alla nocciola, un po’ più amara,
con una punta di menta piperita.

*

i cani, i tacchini e le api,
sono le specie viventi
allevate dai Maya;
il cibo, la dolcezza, l’amicizia,
a questi mezzi hanno assegnato
il compito di difenderli dal futuro:
anche loro non hanno avuto il coraggio
di accontentarsi delle stelle.
*

utilizzavano la ruota
solamente per i giocattoli dei loro figli,
la consueta spiegazione di questo limite
è l’assenza, nel nuovo mondo, di animali da tiro,
un’ipotesi più accurata è che forse
avevano già compreso, nei loro giovani giorni,
che affidarsi alla tecnica, senza adeguate difese,
è un esercizio del massimo rischio,
da adoperare soltanto per trascinare col filo
il carretto con gli incubi della propria infanzia.

*

secondo una fonte dell’epoca
lo Yucatan prese il nome
da “ma c’ubah than”,
la risposta che diedero i nativi
alle domande degli stranieri del mare,
e che significava, semplicemente,
non capiamo le vostre parole:
in questo modo, come si addice agli spettri,
divenne un luogo anche l’incomprensione.

*

pittura Born in Mexico City in 1963, Moises Levy prefers achitecture in the light

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il palmo della mano era la parte
prelibata del corpo,
riservata nel banchetto ai guerrieri;
e noi, che ogni occasione è propizia
per aumentare la sfiducia in noi stessi,
non ci rendiamo più nemmeno conto
di possedere questa saporita virtù.

*

John Rowe fece propria l’ipotesi,
sulla base degli antichi cronisti,
che i fondatori di Cuzco
ne avessero tracciato la pianta
a imitazione del profilo di un puma;
ipotesi confutata, probabilmente a ragione,
dal gran numero dei successivi studiosi

ma un’idea così ripida, ruvida e sgusciante,
è assai più intrepido essere chi l’ha proposta,
piuttosto che rimanere dalla parte annoiata
di tutti gli altri che si accontentano di respingerla.

*

lo zero, vanto intellettuale dei Maya,
era rappresentato da una conchiglia
oppure da un fiore con tre petali:
in una terra soffocata dagli dei
almeno il nulla doveva essere gentile.

*

per giorni e giorni d’assedio la città
era vissuta sommersa nel frastuono,
tamburi, strepiti, trombe di conchiglie,
urla e lamenti di chi, per combattere,
non aveva altre armi oltre alla voce;
ma quando Quauhtemoc si consegnò agli invasori
cadde un silenzio improvviso e totale:
circondato da secoli di rumori
quel silenzio non s’è ancora interrotto.

*

quando ad Hatuey, un cacicco di Cuba,
prima del supplizio, proposero di convertirsi
per ottenere il suo posto nel cielo,
chiese loro se il cielo era il luogo
dove vivono, dopo morti, gli spagnoli,
ricevuta una risposta affermativa
dichiarò che preferiva l’inferno:
anche in tema di paradiso,
quando si entra propriamente nel merito,
le opinioni finiscono per divergere.

*

tutti i popoli conquistati e raccolti
sotto il giogo dell’impero del sole,
pare non fossero
del tutto grati del proprio stato di sudditi;
accolsero quindi il manipolo d’invasori
come Dei sopraggiunti
per offrir loro la liberazione

più intricato fu poi chiedere ad altri Dei
di liberarli dagli Dei liberatori:
ma questo non fa eccezione
all’uso promiscuo, che si fa ovunque nei tempi,
della perenne parola libertà.
*

i Mixtechi, il popolo delle nubi,
riuscivano a comprendere la lingua
fino a circa sessanta chilometri da casa,
la distanza che era dato percorrere,
a piedi, in due giorni di viaggio:
il limite dell’altrove era segnato
in modo indelebile dalle impronte;
per noi che abbiamo perduto
la consuetudine della strada
ogni centimetro è diventato incomprensibile.

*

ci è del tutto estraneo il motivo
per cui la civiltà classica Maya
fiorì nel cuore fradicio della foresta,
in una natura inospitale e malsana, folta
d’insetti e rettili dall’ineluttabile morso

una proposta, estranea e rapace,
è che soltanto nel fitto di quelle fronde
crescessero gli incensi più ricercati,
il caucciù, il palo santo, il copale,
e che inebriarsi del loro incendio
potesse dare un temporaneo sollievo
dal raffreddore della realtà.

*

non c’è riflesso che possa perturbare
le maschere di pietra verde di Teotihuacan;
soltanto l’ombra di quei volti senza pupille
riusciva a reggere lo sguardo delle piramidi,
soltanto chi è senza sguardo si può permettere
di oltrepassare gli equivoci della vista.

*

pare che in remote età geologiche
il Rio delle Amazzoni scorresse in senso contrario
fino a una foce intravista nell’occidente;
successivi rivolgimenti tellurici
ne mutarono il verso:
era una fine più mansueta
scendere incontro all’indecisione dell’alba.
*

pittura Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years - 1915 to 1923 - to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, ...

Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years – 1915 to 1923 – to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, …

alzando gli occhi, a Zanipolo,
nella cappella di san Domenico,
siamo inondati dalla cupola del Piazzetta,
che ha utilizzato tutti i toni di bruno
esistenti nel mondo,
e qualcun altro ne ha dovuto inventare:
non ci resta che volare con gli occhi
alle creme, ai nocciola, alle schiume
della ceramica Nazca, alle loro carezze
sulla superficie dei vasi: il rococò
non è una questione di dettagli ma di stupore.

*

i maestri maya che firmavano i loro vasi
non lo facevano per vanità ma per scrupolo;
ad esempio, Aj Maxam, dipingendo il suo nome
sul Vaso dei Fiori dell’Anima,
dove esili, incerti, bruni gigli
galleggiano nell’oltremondo
in un mare di candidi flutti,
si premuniva di ricordare a noi tutti
che, se è un nume a guidare le onde,
è sempre un uomo che ne registra le oscillazioni.

*

i sacerdoti di Xipe Totec,
il dio mixteco della primavera,
indossavano, dopo averle scorticate,
la pelle delle vittime sacrificali

la natura si riveste e si spoglia
e si riveste in abiti di distruzione,
cresce il germoglio sul marcire degli arbusti,
succhia la linfa alle carcasse sepolte

come informano i poeti modernisti
la crudeltà non è solo un pretesto:
quante notti di nebbia, per la luce d’aprile.

*

saranno necessarie varie decine d’anni
per esplorare in modo appena degno
i principali monumenti di Tikal,
un tempo che man mano si avvicina
a quello della loro costruzione:
una giusta ed umana vendetta
degli autori sui critici.
*

il sangue gocciola sopra la statua
del dio che attende, avido, un altro sorso;
con altre lame, con altri liquidi,
con le stesse intenzioni,
proseguiamo nell’estenuarci,
perché qualcuno debba infine accettare
il predominio, l’evanescenza e gli spigoli
dei nostri ricatti travestiti da sacrifici.

*

al grand’Inca non era concesso
indossare due volte la stessa veste:
appena smessa, la consegnava ai suoi servi
perché fosse all’istante distrutta,
oppure donata a un cortigiano
meritevole di ricompensa;
riflettiamo su questa
irreparabile perdita:
nella sua onnipotenza non poteva
nemmeno permettersi di possedere
il proprio maglioncino preferito,
quello blu.

*

il vecchio di una comunità spagnola,
rimasta esclusa per secoli
nella foresta intatta del Petèn,
ma ormai raggiunta dalla civiltà,
accende una sigaretta a Felice Bellotti,
gli offre il fuoco da un antico acciarino,
e gli propone tutta la sua amarezza:
“non ci mancava niente prima,
e adesso cominciano a mancarci troppe cose”

nel contatto con le genti nascoste
non offriamo oggetti ma assenze:
il desiderio è la merce di maggior pregio.

*

la storia ci ha conservato il lamento
del suo popolo all’esecuzione dell’Inca
“chapui punzhapi tutayanca”
che in lingua quechua significa
“e a mezzogiorno è scesa la notte”:
credevate davvero che il buio
potesse accontentarsi di qualche ora?

*

lo smilodonte fatalis, antico enorme felino,
la tigre dai denti a sciabola, scomparso
nel tardo pleistocene, popolava
col suo terrore tutto il continente,
ora ci basta l’irrefrenabile nome
per fremere sgomenti ai suoi ruggiti:
chi non riesce a farsi raggiungere dalla parole,
deve provarsi ad inseguirne il riverbero
prima di cedere, trafelato, alla sordità.

*

l’inferiore, dei tre mondi degli Incas,
è la terra che ospiterà i morti,
non è l’inferno, come credettero gli spagnoli,
ma un ritorno alle rive del nostro imbarco;
il luogo dove andranno i peccatori
non è un altro luogo,
vagheranno in perpetuo sulla terra,
senza un fine o una fine o un compimento:
l’inferno è non avere un destino,
troppo spesso si inizia già da vivi.

*

“l’America è il luogo
dove l’Europa ha fatto naufragio”
scrive Charles Simic nei suoi appunti
sull’arte timida di Joseph Cornell;
un continente non fa eccezione
alla regola dell’incudine e della piuma,
come ogni cosa, raggiunge il proprio scopo
quando si priva dell’obbligo di galleggiare.

Note

Cacicco: capo di una comunità tribale dei Caraibi.

Cortés – Conquistatore, con un pugno di uomini, dell’impero azteco. Di grande volontà e sagacia, più colto della massa dei suoi compagni, lasciò alcuni resoconti delle sue imprese sotto forma di lettere all’imperatore di Spagna.

Cuzco – Capitale dell’impero inca, in Perù, a tremilaquattrocento metri di altitudine, tuttora popolata da circa trecentocinquantamila abitanti.

Dresda, Persepoli, Tenochtitlan – Tre città di grande splendore accomunate dalla distruzione gratuita, rispettivamente da parte degli angloamericani, dei macedoni e degli spagnoli. Sulle rovine di Tenochtitlan, capitale dell’impero azteco, sorse l’attuale Città del Messico.

Felice Bellotti – Scrittore novecentesco, autore del volume di impressioni di viaggio “Terra Maya”.

John Rowe – Archeologo statunitense, tra i primi a studiare, con un approccio insieme storico e antropologico, la civiltà incaica.

Impero del sole: il regno degli Incas.

Mixtechi: popolo precolombiano del Messico sudorientale.

Nazca – Civiltà del Peru meridionale, nota per gli enormi disegni sul suolo delle sue coste, rappresentanti sia animali sia linee senza apparente significato.  Un ulteriore vanto sono le sue ceramiche dai colori di estrema varietà e brillantezza.

Petèn – Regione del Guatemala settentrionale, cuore della civiltà classica maya.

Quauhtemoc: ultimo sovrano azteco nella disperata difesa di Tenochtitlan (l’attuale Città del Messico).

Quechua – Lingua degli Incas, tuttora parlata da circa dieci milioni di indios, principalmente in Ecuador, Perù e Bolivia.

Serpente Piumato – essere soprannaturale di molte religioni precolombiane, di cui si attendeva il ritorno dopo la sua fuga, via mare, verso oriente. Pare che gli spagnoli abbiano approfittato di questo mito per giustificare la loro venuta, anche se attualmente si è dell’opinione che questa leggenda sia stata elaborata in un periodo successivo alla conquista.

Teotihuacan: enorme sito archeologico a nord di Città del Messico, caratterizzato da imponenti piramidi.

Tikal – Antica città Maya del Guatemala, probabilmente la più estesa del periodo classico, immersa nella foresta pluviale, da cui spuntano come guglie le sue affilate piramidi.

Yucatan – Penisola del Messico meridionale, dove fiorì la tarda civiltà maya.

Zanipolo – Chiesa veneziana (san Giovanni e Paolo). La cupola della cappella di San Domenico è un capolavoro di luminosità e leggerezza dipinto da Gianbattista Piazzetta.

 

 

 

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