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Sul tema: Con chi parla il poeta? – Con chi parla Osip Mandel’štam? a cura di Antonio Sagredo con due poesie, versione di Angelo Maria Ripellino

Gif neve nel bosco

Osip Ėmil’evič Mandel’štam (Varsavia, 15 gennaio 1891 – Vladivostok, 27 dicembre 1938) nasce a Varsavia da una benestante famiglia ebraica. Nel 1900  Mandel’štam si iscrive alla prestigiosa scuola Teniševskij, sul cui annuario, nel 1907, appare la sua prima poesia. Nel 1908  entra alla Sorbona di Parigi per studiare letteratura e filosofia, ma già l’anno seguente si trasferisce all’Università di Heidelberg e, nel 1911, a quella di San Pietroburgo. Nel 1911 aderisce alla «Gilda dei poeti», fondata da Nikolaj Gumilëv e da Sergej Gorodeckij, gruppo intorno al quale si svilupperà il movimento letterario dell’acmeismo di cui Mandel’štam, nel 1913, redige in gran parte il manifesto che verrà pubblicato nel 1919. Nello stesso anno appare la sua prima raccolta di poesie, Kamen’ (Pietra). Nel 1922  si trasferisce a Mosca con la moglie Nadežda, sposata l’anno precedente e pubblica la sua seconda raccolta, Tristia. Da questa data escono vari scritti di saggistica, critica letteraria, memorie: Il rumore del tempo e Fedosia, entrambe del 1925, e brevi testi in prosa, Il francobollo egiziano, del 1928. Nel 1933 pubblica una poesia contro Stalin, una sarcastica critica del regime comunista. Sei mesi più tardi viene arrestato una prima volta dal Nkvd, e inviato con la moglie al confino sugli Urali, a Čerdyn’. In seguito, dopo un suo tentativo di suicidio, la pena verrà attenuata in divieto di ingresso nelle grandi città e, con Nadežda, sceglie di stabilirsi a Voronež. Nel 1938  viene nuovamente arrestato. Condannato ai lavori forzati, è trasferito all’estremo oriente della Siberia dove muore a fine dicembre nel gulag di Vtoraja  rečka, un campo di transito presso Vladivostok.

Antonio Sagredo Alfredo de Palchi

Antonio Sagredo con Alfredo de Palchi

Il punto di vista di Antonio Sagredo

Con chi parla Mandel’štam?
Con il Tutto e con tutti; comincia con la parola, poi con la quotidianità; poi forzato a parlare con la scopolamina, poi Stalin, e infine al telefono, ecc.ecc.

da: Mezzanotte a Mosca

È tempo che sappiate, anch’io sono contemporaneo,
io sono un uomo dell’epoca del Moskovšvéj,
guardate, come è stropicciata la mia giacca,
come so parlare e camminare bene!
Provatevi a strapparmi dal secolo! –
vi avverto, vi romperete il collo!

Io parlo con l’epoca, ma forse
la sua anima è la canapa, e forse
essa si è acclimatata da noi in maniera ignobile,
come una bestiolina grinzosa in un tempio tibetano, –
si gratta anche in una vasca di zinco –
descrivicela, Maria Ivanna!

(maggio – 4 giugno 1932 )

*
E che voglia ho io di scatenarmi,
di mettermi a parlare, di pronunciare la verità,
mandare la malinconia alla nebbia, al diavolo, alla forca,
prendere qualcuno per mano: – Sii gentile… –
digli, – noi andiamo per la stessa strada con te…

luglio-settembre 1931. Mosca.

*

Leningrad   

Sono tornato nella mia città, nota sino alle lacrime,
sino alle nervature, sino alle glandole gonfie dell’infanzia.

Tu sei tornato qui – dunque inghiotti al più presto
l’olio di pesce dei fanali del fiume di Leningrado!

 Riconosci al più presto il giorno di dicembre,
dove il sinistro catrame è mescolato al giallo d’uovo.

Pietroburgo, io non voglio ancora morire:
tu hai i numeri dei miei telefoni.

Pietroburgo! Io posseggo ancora gli indirizzi,
dove  troverò la voce dei morti.

Io vivo su una scala nera, e sulla tempia
mi batte un campanello strappato con la carne.

E tutta la notte io aspetto ospiti cari,
squassando i ceppi delle catenelle della porta.

(dicembre 1930. Leningrado)

 (trad. A. M. Ripellino)

antonio sagredo-1971

antonio sagredo-1971

(mia nota 179 dal Corso su Mandel’štam 1974-75 di Angelo Maria Ripellino)

Osip Mandel’štam, Lettera da Voronež. E a proposito di spedire prodotti e alimenti. All’epoca del Secondo quaderno di Voronež (6 dicembre 1936-fine febbraio 1937), quando Nadežda era insieme ad Osip, sappiamo che “il fratello di Nadežda Jakovlevna spediva loro ogni mese i duecento rubli che V. Višnevskij e V. Šklovskij gli consegnavano”. Cambia drasticamente lo stato del poeta, in peggio, all’epoca del Terzo quaderno di Voronež (marzo-maggio 1937). Il poeta scriverà a Kornej Čukovskij agli inizi del ’37 “Mio fratello Evgenyj Emilevič non mi dà un centesimo!” e in una lettera precedente allo stesso: “Sono malato. Non posso restare solo neanche per un momento. Adesso si prende cura di me la madre di mia moglie, una vecchietta. Se restassi solo mi sbatterebbero in un manicomio” (vedi Nadežda Mandel’štam, Le mie memorie, op. cit. 396; e cap. Lettere di Mandel’štam, pagg. 389-400). Di certo, Nadežda è sostituita da sua madre, poi che è partita per Mosca, dove cercherà aiuto non solo materiale, p.e. dai poeti Pasternàk e Achmatova; cerca anche un lavoro per non chiedere soldi agli amici; tenterà poi di parlare con qualche autorità per rendere più vivibili le condizioni del poeta. In questo stato terribile il poeta non si perde d’animo: ha fede nella sua poesia tanto che a Jurij Tynjanov [il celeberrimo critico formalista] scrive: “È atroce. È già un quarto di secolo che, mischiando le cose serie alle sciocchezze, sputo sulla poesia russa; ma presto i miei versi entreranno in lei mutando qualcosa nella sua struttura e nel suo corpo”.(lettera da Voronež del 21 gennaio 1937). A questa fede si alterna il momento della disperazione: ”Ormai non posso fare niente altro che chiedere aiuto a chi non vuole che io soccomba fisicamente”.(dalla lettera K. Čukovskij dell’inizio 1937); da Nadežda Mandel’štam, Le mie memorie, op.cit. pgg.396-397.

(dal Corso su Mandel’štam 1974-75 di Angelo Maria Ripellino – pag. 50) Continua a leggere

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Arkadij Kutilov (1940 – 1985) POESIE SCELTE a cura di Paolo Statuti

 

Critica della ragione sufficiente Cover Def

L’illusione è la realtà che si guarda allo specchio

Presentazione di Paolo Statuti

Poeta, prosatore e pittore russo. E’ nato il 30 maggio 1940 nel villaggio di Rys’ja (regione di Irkutsk) ed è morto a Omsk nel mese di giugno del 1985. E’ uno dei più luminosi e originali poeti russi del XX secolo. Trascorse l’infanzia e l’adolescenza nel villaggio di Bražnikovo, nella regione di Omsk. Un ruolo  particolarmente importante nella sua formazione ebbero la sua insegnante di russo e il bibliotecario, che consigliava il giovane nella scelta dei libri. Nella biblioteca del posto Kutilov trovò una piccola raccolta di Marina Cvetaeva e, grazie a ciò, fece per la prima volta conoscenza con la poesia caduta in disgrazia. La forza e la bellezza dei versi della Cvetaeva fecero nascere in lui un irresistibile interesse per la poesia. Le prime sue composizioni poetiche risalgono al 1957 (fino all’età di diciassette anni la sua passione principale era stata la pittura). Iniziò con versi il cui contenuto era genericamente chiamato “lirica della taigà”. All’inizio degli anni ’60 svolse il servizio militare a Smolensk, dove in veste di poeta principiante entrò nell’ambiente letterario, e partecipò a numerosi seminari. I suoi versi apparvero su diverse riviste locali. Un fatale avvenimento lasciò in lui un marchio che influì sul suo futuro destino. Il poeta e un gruppo di commilitoni presero una sbornia bevendo liquido antigelo. Restò vivo soltanto Kutilov. Per questo motivo dopo la cura che ne seguì, fu congedato. Tornò a Bražnikovo. Su questo periodo il poeta scrisse in una nota autobiografica: «Nel mio stato depressivo, avendo perso interesse per ogni cosa, vivevo nel villaggio, contando sullo scorrere della vita. Il fatto più brillante di quel tempo è stato il momento in cui per la prima volta ho apprezzato seriamente la vodca. Lavoravo come corrisponente per una rivista regionale, bevevo smodatamente, conducevo una vita scapestrata e neanche provavo a migliorare la mia condizione.» Dopo qualche mese fu licenziato dalla rivista per ubriachezza. Nel 1965 sue poesie apparvero sul giornale di Omsk “Il giovane siberiano”. Dopo la morte della madre, avvenuta nel 1967, Arkadij Kutilov con la giovane moglie e il figlio tornò nella regione di Irkutsk, sua terra natale, dedicando molto tempo ai viaggi. Discordie famigliari costrinsero poi  il poeta a tornare a Omsk.

Per un certo tempo condusse una vita nomade di giornalista di campagna, lavorando per diversi giornali, senza mai trattenersi a lungo in un luogo. Iniziò il periodo di vagabondaggio che durerà diciassette anni: la sua casa e il suo studio diventarono le soffitte e le cantine, dormiva nelle stazioni e nei cimiteri.

…Triste mondo nel balbettio del transistor,
la gente canta canzoni non proprie…
E nel Paese dei minchioni gemono i cigni,
piangono le pietre e gracidano gli usignoli… 

 Fu ritenuto incapace di adattarsi socialmente e psicologicamente malato, e quindi costretto a intraprendere una cura psichiatrica e, conformemente alla legislazione sovietica, fu accusato di parassitismo e vagabondaggio. Nel 1971, trovandosi in carcere, scrisse il racconto “Il granello di polvere”. Dalla metà degli anni ’70 Kutilov scriveva ormai senza alcuna speranza di vedere i suoi lavori pubblicati, e perfino il suo nome era interdetto, a causa dei suoi versi ritenuti sovversivi, degli scandali letterari e politici, delle “mostre” provocatorie di quadri e disegni nel centro della città, del disprezzo del passaporto sovietico, le cui pagine aveva riempito di poesie.

Alla fine di giugno del 1985 il poeta fu trovato morto in un giardinetto di Omsk con gli abiti sporchi e stracciati. Le circostanze della morte non furono mai chiarite. Si dice che sia stato ucciso per motivi politici, in quanto dissidente. Il cadavere fu identificato, ma nessuno richiese la salma all’obitorio. A lungo il luogo esatto della sepoltura del poeta, alla periferia di Omsk, restò sconosciuto. Finalmente nel 2011 riuscì a scoprirlo Nelli Arzamasceva, direttrice del museo “Arkadij Kutilov”. Il poeta Evgenij Evtušenko scrisse di lui: «Nella città di Leonid Martynov è vissuto un altro meritevole poeta, non apprezzato da noi quando era in vita. I suoi versi, sono diversamente giudicati, ma in essi ci sono lampi di genialità.»

La sua unica raccolta di poesie pubblicata, uscita a Omsk nel 1990, ha un titolo che si  addice perfettamente al suo tragico destino –

Lo scheletro di una stella:
La mia stella lavora bene,
la mia cara privata stella…
Si è accesa alquanto di recente,
di recente…Pensavo – per sempre…
Ma si raffredda nel gelido buio,
e di colpo si spegnerà quest’anno…
Il deserto – ai leoni, il bosco – agli uccelli,
e a me – accendete una nuova stella!

Si  ritiene che abbia scritto più di 2000 poesie, testi di prosa stupefacente, e abbia creato un’intera galleria di opere figurative. Purtroppo gran parte di questa produzione non ci è pervenuta.

Le sue poesie sono già tradotte in diverse lingue, non so se anche in italiano. In ogni caso ho pensato di rendere un omaggio personale a questo geniale e infelice poeta russo, forse il più dimenticato del XX secolo, la cui breve vita raminga e turbolenta, e la misera fine mi ricordano Chlebnikov e Esenin.

Arkadij Kutilov image

Io vedo il suono e il silenzio

Poesie di Arkadij Kutilov

Io vedo il suono e il silenzio

Io vedo il suono e il silenzio,
c’è l’antimondo nel mio quaderno…
Io vedo il paese-Africa,
dalla finestra innevata…

Io sento il buio e la luce lunare,
e dietro la parete del vicino
sento di notte il decrepito nonno
litigare con la moglie nel sonno.

La vecchia, è vero, è morta,
e il nonno mi fa compassione…
Ma così stanno le cose con noi:
noi vediamo ciò che nessuno vede.

Noi dell’ardente sangue di Puškin,
per noi – sette venerdì a settimana,
per noi – un usignolo a gennaio,
e d’estate – musica con bufera.

E a marzo dai tetti lungo i muri
scorre la voce di Nefertiti…
O mio lettore! io mi batto,
perché tu possa scorgere il mondo.

 

*
Idee selvatiche ingoio,
leggo Brehm e Diderot…
Tutta la notte siedo, immagino
un piatto, un cucchiaio e un secchio…

James Watt è il mio capo diretto,
tutto il mondo non è che merce…
Ho immaginato una teiera,
una bicicletta e un samovar…

Un raggio di stella ho scisso in anelli,
ho scoperto una nuova specie di pesci.
Ai confini della musica e del canto
ho immaginato il cigolio di un carro.

Io dal cielo le stelle non afferro,
ma scroscia l’estasi creativa…
E io di nuovo immagino
un’ascia, una sega e un water…

Io – esclusione di ogni principio,
con distorta visione del mondo…
Col cervello tragicamente guasto,
e niente può più ripararlo!

 

*
E nell’infanzia tutte le inezie
sono piene di significato e ragione:
la luce del giorno, il buio della notte,
un’ala, un remo e l’altalena…

E una scaglia di luccio screziato,
un pulcino ucciso da un nibbio,
e il grido della civetta e un maggiolino,
e un prato dopo averlo rasato.

Come nel sangue – una molecola di vino,
come in un cervello sensibile – un verso,
come in una notte di luglio – la luna, –
nella coscienza entra il punto di vista.

Foto Oxford

Perché non mi amavi,/ mi sopportavi, torcendo la bocca?

Il figliastro

Una buona volta in un’azzurra sera,
senza pensieri, senza amore e sogni,
a un tratto lascerò la Russia,
cominciando a darle del “tu”…

Perché non mi amavi,
mi sopportavi, torcendo la bocca?..
Negli assalti di mite ardore
io con te stringevo un legame.

Mi sono arreso alle tue promesse,
aspettavo a lungo una dichiarazione.
Prendi adesso, nell’ora dell’addio,
la mia testa come amuleto!

Addio, e dimentica i falsi giudizi.
La gente per essi è portata!
…Gli otturatori della mia doppietta
scatteranno – e tutti sull’attenti!

Alla fine di una notte lirica,
quando una mucca muggirà,
i miei occhi sbatteranno le ciglia
e rumorosi nell’azzurro voleranno!

 

Divorzio

Se ne va l’amore. Gelo nell’anima.
Sbiadiscono parole e oggetti.
Sul caro volto appare ormai
La maschera postuma di Giulietta.

La ragione frena il bollore del sangue…
Il tuo sguardo è più azzurro d’un pugnale…
E, forse, non il dito, ma la gola dell’amore
L’anello nuziale ha serrato.

E’ invecchiato settembre e la tua figura,
I tuoi contorni si fanno grossolani…

Sembra che mi stiano per fucilare,
E I NOSTRI NON ARRIVERANNO MAI.

 

*
Vita mia, poesia, amica…
Io nei versi annegavo, ardevo e gelavo…
Gli occhi la tormenta non mi ha cavato,
benché abbia percorso tante verste.
Diranno: è una posa? Sì è possibile…
La vita è fatta di pose e altre inezie.
Che perisca la rosa schiacciata,
e nel marcio spunti un cardo!
Io l’immortalità non aspetto,
a me è più caro – le dita sulle corde –
sedere con le prostitute che parlano
allegramente di me.

 

Bosco d’inverno

Si gelano i pini e gli abeti,
il bosco non allieta lo sguardo.
Il bosco ha un abito nuovo –
d’un biancore mortale.

Come un vecchio sul letto,
condannato a morire…
Come in una stanza d’ospedale,
solo un medico – l’orso.

Questo sembra da lontano,
questo sembra così…
Ma svolazzano le cince
e i fringuelli sui cespugli…

E, accostando alle tremule
la guancia, come un figlio,
senti battere forte
la loro anima.

 

Allegato al mio libretto del lavoro

Ecco io morirò e subito piangerà
la pazza stirpe di beoni e randagi…
…Io ero un pope, – e ciò è importante.
Io ero un organizzatore, – e non è poco!

Io ho scavato con la draga da ubriaco.
Io con l’ascia penetravo nel bosco azzurro.
Io ero pescatore e nel fiume Vitim
il mio zar-pesce nuota ancora.

Io ero nella compagnia di mia zia.
E a Smolensk le mucche altrui pascolavo.
Io ero corrispondente di un giornale
e alla tomba due redattori ho scortato.

Ho insegnato ai bambini a leggere
e a diventare dittatori della Terra…
E un anno dopo gli allegri marmocchi
mi hanno incendiato la casa!

Ho gestito il club di un villaggio.
Ho diretto il dramma “Carnevale all’inferno”…
E il protagonista, dalla scena, col fucile
ha ucciso un papavero del partito.

Ero un randagio e mi celavo ai cieli.
Ero in bancarotta – non ho potuto uccidermi…
Ero…ero…ero…Chi non sono stato!
Me stesso?.. Ma come si può esserlo?..

 

*
Non sono un poeta. La poesia è una cosa sacra.
In essa tutto è lieve, tenero e luminoso…
Dammi un oggetto che toccandolo – canti per me,
o che per lo meno mi bruci le dita.

*
La poesia non è una posa o un ruolo.
E’ una lotta eterna, come la vita sotto il sole,
la poesia è la mia reazione al dolore,
la mia autodifesa e la mia vendetta!

*

Versi miei, miei santi peccati,
Prolifici come microbo letale…
Sentiti della morte i comuni indizi,
Inchioderò per loro una bara speciale.

E questa cassa con garbo e cortesia
Il postero dalla terra riceverà…
E dallo zinco e dal freddo l’esperanto –
Nel cuore del postero la gru canterà!

E balzerà la pace da questo canto,
E balzerò anch’io dal funereo torpore…
Il mio compito è concluso con onore:
Il postero piange.
Forse per me…

 

Foto Musée D'Orsay

Non sono un poeta. La poesia è una cosa sacra.

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Da alcuni anni pubblica le sue versioni poetiche sulla rivista internazionale “Poesia”. Nel 1987 sono usciti in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è stata pubblicata anche in Polonia con il titolo “L’albero che era un principe” (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).
Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.
Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia.
A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica anche le sue traduzioni di poesia polacca, russa e inglese. Negli ultimi anni sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie polacche di: Marek Baterowicz, Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska, Konstanty Ildefons Gałczyński, Anna Kamieńska, Anna Świrszczyńska. Della poesia russa: 32 poesie di Aleksander Puškin, “Il demone” di Michail Lermontov, poesie scelte di Boris Pasternak e Osip Mandel’štam. A gennaio del 2016 è uscita la sua prima raccolta di poesie “La stella errante” (Ed. GSE).
Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

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POESIE EDITE E INEDITE di MARINA CVETAEVA (1892-1941) e ARSENIJ TARKOVSKIJ (1907-1989) – Una storia d’amore in versi – A cura di Donata De Bartolomeo e Kamila Gayazova

arsenij 6

Arsenij Tarkovskij

Nessuna di queste poesie di Marina Cvetaeva è stata tradotta in italiano ad eccezione di “Elabuga”, pubblicata e tradotta da Gario Zappi nel suo Poesie scelte di Arsenij Tarkovskij, Scheiwiller, Milano, 1988.
Si tratta di un ciclo di poesie palesemente scritte da Arsenij Tarkovskij à la màniere della Cvetaeva (vedi l’uso delle lineette). L’uno risponde all’altra.

“Io ascolto, non dormo, mi chiami, Marina…”
Gli ultimi anni della vita di Marina Cvetaeva sono stati studiati a fondo ma l’esatta data del suo incontro con Arsenij Tarkovskij non si trova da nessuna parte. E’ noto che pretesto della conoscenza fu la traduzione da parte di Tarkovskij dei versi del poeta turkmeno Kemine. Il titolo completo dell’opera è “Raccolta di canti e versi nella traduzione di Arsenji Tarkovskji con l’aggiunta di racconti popolari scelti sulla vita del celebre poeta”. L’accordo per l’edizione fu stipulato il 12 settembre del 1940 ed il libro uscì probabilmente dopo un mese.
La famosa brutta copia della lettera della Cvetaeva a Tarkovskji, appuntata nel quaderno di ottobre del 1940, fu ricopiata per qualcuno da Ariadna Efron. (1)

marina cvetaeva 1914

Marina Cvetaeva, 1914

“…Caro com.(pagno) T.(arkovskij),
la Vostra traduzione è una meraviglia. Che cosa potete fare – quando siete Voi stesso?
Perché per un altro poeta potete – tutto. Trovate (amate) – e le parole saranno vostre.
Presto Vi inviterò – una di queste sere – ad ascoltare versi (i miei) di un libro futuro. Per questo datemi il vostro indirizzo affinché l’invito non vada vagando – o non resti qui come questa lettera.
Vi pregherei molto di non mostrare a nessuno questa mia letterina, io sono una persona appartata e scrivo a Voi – a che vi servono gli altri? (mani ed occhi) e non dite a nessuno che presto, uno di questi giorni, sentirete le mie poesie, presto ci sarà da me una serata aperta ed allora verranno tutti. Io adesso Vi chiamo da amico.
Ogni manoscritto – è indifeso. Io nella mia interezza – sono un manoscritto
M. C.”

Questa tarda lettera dell’ultima Cvetaeva è totalmente giovanile nello spirito.
La traduzione di Tarkovskij capitò alla Cvetaeva, probabilmente, tramite una sua intima conoscente, la traduttrice Nina Gherasimovna Berner Yakovleva. In gioventù aveva preso parte ad un circolo artistico-letterario alla Bolshaya Dmitrovka, di cui era coordinatore Brjusov. Lì aveva visto per la prima volta Marina ed Asja Cvetaeva, accompagnate da Maximilian Voloscin.
Se giudichiamo dalla lettera, essa è indirizzata ad un uomo già conosciuto, per il quale è nata una simpatia. I due poeti potevano già essersi incontrati a qualche serata letteraria o ad una riunione di traduttori … Ma la Berner asserisce che si conobbero proprio da lei.
E’ sicuramente noto il loro incontro nella casa di Nina Gerasimovna nel vicolo Telegrafnij.

Marja Belkina ricorda quella stanza nella “kommunal’ka” : “…pareti verdi, dove si trovava una mobilia antiquata fatta di un legno rosso e negli scaffali libri francesi con le copertine di pelle.”

Marina Arsen’evna Tarkovskaja, figlia del poeta, nel suo libro Schegge di specchio, uscito di recente, ricorda così: “Sono andata laggiù diverse volte con la mamma – lei era amica di Nina Gherasimovna. La stanza era pitturata di un color verde antico – questo in un’epoca di carta da parati a basso prezzo e decorazioni di argento costoso. Ricordo che c’era lì una mobilia di un legno rosso – uno scrittoio, un divano e una credenza sormontata da un antico specchio. Sia il colore delle pareti che il mobilio si addicevano molto alla padrona di casa , una snella bella donna dai capelli rossi che anche negli anni maturi era assai piacente.”
La stessa Nina Gherasimovna ricordava: “ Si sono conosciuti a casa mia quel giorno. Ricordo molto bene quella giornata. Per qualche motivo uscii dalla stanza. Quando tornai, erano seduti vicini sul divano. Dai loro volti emozionati capii: era successa la stessa cosa alla Duncan e ad Esenin. Si sono incontrati, si sono librati in alto, si slanciati l’uno verso l’altro. Un poeta verso un altro poeta…”.

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Un poeta verso un altro poeta… Questo è molto importante. Quando Tarkovskij giunse nel 1925 a Mosca per studiare, Marina Cvetaeva già da tre anni viveva in Cecoslovacchia. Ma i suoi versi erano molto conosciuti da coloro i quali si interessavano di poesia. I suoi testi si potevano trovare nei negozi di libri usati, potevano essere letti o scambiati tra amici. Il giovane poeta stimava molto la Cvetaeva come un maestro, come un “maitre”, una collega più grande. Marina Arsen’evna scrive che a lei, nata nel 1934, Tarkovskij aveva dato il nome Marina in onore del poeta Cvetaeva.

Quando si incontrarono, Marina era appena tornata dalla Francia. Tarkovskij in quell’estate del 1939 con la sua seconda moglie Antonina al e la loro figlia Elena viveva in Cecenia Inguscezia, dove traduceva i poeti locali.
Aveva alle spalle l’antico, amaro amore per Maria Gustavovna Fal’z, dopo il fortunato matrimonio con Maria Ivanovna Visnjakova, la nascita in famiglia dei due figli Andrej e Marina, poi l’uscita dalla famiglia per Antonina Aleksandrovna Trenina per un amore appassionato… Scrive i suoi splendidi versi ma per l’uscita del suo primo libro ci volevano ancora degli anni, per cui la vita lo costringeva a darsi da fare con le traduzioni.
Tarkovskij non è semplicemente un poeta – è un vero poeta.
Egli non poteva non apprezzare i versi di Marina Cvetaeva, non poteva non passarle accanto anche nella vita senza fermarsi.
Si, sugli anni ’40 della Cvetaeva è stato scritto non poco. Fu un periodo difficile, pesante, insopportabile…tutte queste parole sono appropriate… Tuttavia per un poeta sempre- al di là di tutte le sciagure ed infelicità – più terribile di tutto è il vuoto del cuore.
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Stefania Pavan, saggio su Odissej Telemaku  (Odisseo a Telemaco) di Iosif Brodskij – La guerra di Troia / è terminata. Chi abbia vinto, non lo ricordo).

Testata azzurro intenso

Laboratorio gezim e altri

Realizzazioni grafiche di Lucio Mayoor Tosi

da http://www.collana-lilsi.unifi.it/upload/sub/libro%20pavan/pavan_libro_collana.pdf

Iosif Brodskij

Odisseo a Telemaco

Telemaco mio,
la guerra di Troia è finita.
Chi ha vinto non ricordo.
Probabilmente i greci: tanti morti
fuori di casa sanno spargere
i greci solamente. Ma la strada
di casa è risultata troppo lunga.
Dilatava lo spazio Poseidone
mentre laggiù noi perdevamo il tempo.

Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
brutta, baracche, arbusti, porci e un parco
trasandato e dei sassi e una regina.
Le isole, se viaggi tanto a lungo,
si somigliano tutte, mio Telemaco:
si svia il cervello, contando le onde,
lacrima l’occhio – l’orizzonte è un bruscolo -,
la carne acquatica tura l’udito.
Com’è finita la guerra di Troia
io non so più e non so più la tua età.

Cresci Telemaco. Solo gli Dei
sanno se mai ci rivedremo ancora.
Ma certo non sei più quel pargoletto
davanti al quale io trattenni i buoi.
Vivremmo insieme, senza Palamede.
Ma forse ha fatto bene: senza me
dai tormenti di Edipo tu sei libero,
e sono puri i tuoi sogni, Telemaco.

(1972, traduzione di Giovanni Buttafava)

ОДИССЕЙ ТЕЛЕМАКУ

Мой Tелемак,
Tроянская война
окончена. Кто победил – не помню.
Должно быть, греки: столько мертвецов
вне дома бросить могут только греки…
И все-таки ведущая домой
дорога оказалась слишком длинной,
как будто Посейдон, пока мы там
теряли время, растянул пространство.

Мне неизвестно, где я нахожусь,
что предо мной. Какой-то грязный остров,
кусты, постройки, хрюканье свиней,
заросший сад, какая-то царица,
трава да камни… Милый Телемак,
все острова похожи друг на друга,
когда так долго странствуешь; и мозг
уже сбивается, считая волны,
глаз, засоренный горизонтом, плачет,
и водяное мясо застит слух.
Не помню я, чем кончилась война,
и сколько лет тебе сейчас, не помню.

Расти большой, мой Телемак, расти.
Лишь боги знают, свидимся ли снова.
Ты и сейчас уже не тот младенец,
перед которым я сдержал быков.
Когда б не Паламед, мы жили вместе.
Но может быть и прав он: без меня
ты от страстей Эдиповых избавлен,
и сны твои, мой Телемак, безгрешны.

Testata azzurra

grafica di Lucio Mayoor Tosi

Questa poesia è stata scritta da Brodskij nel 1972 ed è senza dubbio una di quelle che maggiormente ha attirato l’attenzione dei critici. Ljudmila Zubova ha analizzato con molta attenzione Odissej Telemaku (Odisseo a Telemaco), mettendone in rilievo i numerosissimi riferimenti intertestuali: con altre poesie dello stesso Brodskij e quindi con la sua biografi a, pur evitando interpretazioni semplicistiche; con altri poeti russi; con poeti italiani; quello che invece è restato alquanto nell’ombra, o non è stato sufficientemente messo in luce che dir si voglia, è l’intertesto greco e latino. Questo articolo di Zubova, preziosissimo e denso di suggerimenti, fornisce sin dall’inizio la tesi interpretativa, all’interno della quale viene quindi analizzata la poesia.

La poesia «Odisseo a Telemaco», scritta nel 1972, quando Iosif Brodskij fu costretto ad emigrare, parla dell’esilio come destino e tira le somme dell’esistenza già trascorsa. Zubova prosegue citando le famosissime frasi di Brodskij sul proprio interesse verso il tempo e quello che il tempo fa all’uomo, come metafora di quello che il tempo fa allo spazio e al mondo. In tal senso, aggiungiamo, è logico dedurre che il tempo sopravanza la storia, narrazione di cui gli uomini sentono la necessità per illudersi di comprendere e quindi dominare il tempo.

Irina Koval’ëva, a sua volta, dedica alcune pagine a questa poesia nel saggio209, dove sottolinea la novità e l’importanza dell’intertesto con la poesia di Umberto Saba Lettera e porta un nuovo rimando alla poesia del 1910 di Kavafi s Itaca, utilizzata da Brodskij con inversione del significato dei motivi.

Brodskij ha tradotto Itaca assieme a Šmakov, anzi sarebbe forse meglio dire che Šmakov ha tradotto Kavafi s e che Brodskij ha curato soprattutto la redazione della traduzione quando l’amico era già gravemente malato210. Brodskij ha anche tradotto svariate poesie di Umberto Saba, poeta che ammirava moltissimo, e tra queste anche Lettera. A proposito di Saba, vanno però fatte alcune osservazioni: la poesia di Saba che rimanda più direttamente a Odissej Telemaku è invece e più probabilmente Ulisse che, ad una prima lettura, si presta ad essere interpretata come una metafora della vita, cammino difficilissimo che va sempre e comunque affrontato ed accettato. Si può anche ricordare come Saba, a causa delle leggi razziali del 1938, dovette lasciare Trieste per Roma e quindi per Milano, e ritornò a Trieste solo nel 1948; le origini ebraiche erano tratto comune sia di Brodskij che di Saba e hanno contribuito a rendere ancora più complicato il loro viaggio esistenziale.

Odissej Telemaku è del 1972; Ljudmila Zubova collega la poesia alla certezza dell’emigrazione coatta; Irina Koval’ëva rileva il possibile intertesto con la poesia 1972 god (anno 1972); né l’una né l’altra rilevano che Brodskij ha forse pensato di scrivere questa poesia in forma di lettera come testamento per il figlioletto Andrej, che sarebbe quindi adombrato nella figura di Telemaco. La prima variante della poesia è dei primi mesi del 1972; il poeta la rivede qualche mese dopo, quando è già negli Stati Uniti211. Senza voler entrare nella sfera del privato brodskiano in modo imbarazzante, sono noti l’attaccamento che in quegli anni egli ha nei confronti del primo figlio e il dispiacere perché costui non porta il suo cognome. Soprattutto la seconda parte della poesia, gli otto versi che la concludono, sembrano un lungo e doloroso saluto al figlio che deve abbandonare e che non potrà seguire da vicino né veder crescere: «Расти большой, мой Телемак, расти» (Diventa grande, mio Telemaco, grande), esorta il figlio a crescere, in senso fisico e metaforico; «Лишь боги знают, свидимся ли снова» (Solo gli dei sanno, se ci rivedremo), la nota è accorata e dolente, il dolore trattenuto e non urlato di un padre che forse sarà per sempre separato dal fi glio; «Но может быть и прав он: без меня / ты от страстей Эдиповых избавлен, / и сны твои, мой Телемак, безгрешны» (Forse, egli ha ragione: senza di me / sei preservato dalle passioni di Edipo, / e i tuoi sogni, mio Telemaco, sono innocenti), i riferimenti all’intertesto antico greco, che spiegano chi sia «egli», saranno esaminati più avanti, qui leggiamo solo la speranza, che lenisce il dolore del distacco, che dall’assenza del padre al figlio possa derivare del bene.

Testata viola

grafica di Lucio Mayoor Tosi

Passando all’analisi di Odissej Telemaku, cercando di tenere presente il mondo culturale dei miti classici, va notato come Brodskij scelga il nome Odisseo e non la variante latina Ulisse. Odisseo sarebbe stato generato da Sisifo che, per vendicarsi del furto della propria mandria di bestiame sull’istmo di Corinto da parte di Autolico, ne Odissej Telemaku  sedusse la figlia Anticlea; costei era già sposa di Laerte l’Argivo, padre ufficiale del bambino nato da quell’unione. Appunto le circostanze del concepimento ne spiegano l’astuzia e il soprannome di Ipsipilo, forma maschile di Ipsipile. Ora, Sisifo, nome interpretato dai Greci come ‘molto saggio’, è una variante greca di Tesup, il dio ittita del sole, che si identifica con Atabirio, il dio solare di Rodi cui era sacro il toro. Odisseo significa ‘iroso’ e si riferisce al volto rosso del re sacro. Allo scadere del termine concesso al re sacro, dopo che egli ha regnato per cinquanta mesi lunari come marito della grande sacerdotessa, venivano celebrati i giochi, sia Nemei che Olimpici.

Ulixēs, invece, è la variante latina, parola formata probabilmente da vulnus = ferita e ischia = cosce, con allusione alla cicatrice prodotta da una zampa di cinghiale, che la vecchia nutrice riconosce quando egli torna a Itaca dopo il suo lunghissimo viaggio. Odisseo si è procurato questa ferita alla coscia proprio durante una visita al padre Autolico. Le riflessioni sui nomi Odisseo/Ulisse permettono sia di escludere un ruolo qui dominante della letteratura latina sia di altre narrazioni, più moderne, del viaggio di Ulisse, quali ad esempio quella di Joyce, che Brodskij conosceva molto bene.

Le medesime riflessioni inducono, soprattutto, a prendere le distanze, a considerare con maggiore attenzione e cautela, la tesi invalsa secondo la quale tre precedenti poesie di Brodskij formino, nel loro complesso, il protesto di questa: Ja kak Uliss del 1961, Pis’mo v butylke (La lettera nella bottiglia) del 1964, Proščajte, mademuazel’ Veronika (Addio, mademoiselle Veronica) del 1967213.

La poesia è ancora una volta imitazione di una lettera, scritta da Odisseo al figlio Telemaco; la convenzione poetica, l’esistenza del genere, permette di accettare la mistificazione di una lettera che forse non raggiungerà mai il proprio destinatario. Chi scrive è Odisseo, il primo verso è formato dal normale inizio di una lettera: «Мой Телемак» (Mio Telemaco) e il secondo verso rispetta anche visivamente la composizione di una lettera, poiché esso inizia alla riga successiva e dopo uno spazio lasciato bianco, esattamente dopo la virgola: «Троянская война / окончена. Кто победил – не помню» (La guerra di Troia / è terminata. Chi abbia vinto, non lo ricordo). Odisseo, colui che ha escogitato lo stratagemma che ha posto fine alla guerra di Troia, non ricorda chi sia stato il vinto e chi il vincitore. Questi versi, apparentemente assurdi, sottolineano il lunghissimo lasso di tempo già intercorso dalla fine della guerra, da quando la nave di Odisseo ha lasciato le coste di quella Tracia dove la tradizione colloca l’antica città di Troia; il viaggio durò dieci lunghissimi anni, inaccettabili e incomprensibili a guardare la distanza relativamente breve che separava la città dall’isola di Itaca.

Testata polittico

alcuni poeti della NOE, grafica di Lucio Mayoor Tosi

A proposito del viaggio di Odisseo, della sua durata e del ritorno, Zubova osserva che:

Il ritorno di Odisseo, secondo l’antico sistema mitosimbolico corrisponde alla vittoria sulla morte, alla resurrezione, al ritorno dal mondo dei morti. Il «vello d’oro» di Odisseo acquisisce, in tal modo, il senso di vittoria sulla morte, sul naturale principio retrivo, privo di creatività del mondo materiale.

Zubova segue la lezione di Jerzy Farino, da lei citata, dove lo studioso affronta la narrazione del viaggio di Odisseo/Ulisse come motivo che più di ogni altro lega la poesia di Puškin a quella di Mandel’štam; a questa tesi fondamentale lo studioso aggiunge una digressione che prende succintamente in esame anche la poesia di Brodskij, e sottolinea la particolarità per cui il suo è un Odisseo che non fa ritorno a casa.

In realtà, bisogna invece ricordare che il ritorno dal viaggio nel sistema mitopoietico non corrisponde soltanto alla vittoria sulla morte, quanto alla rinascita ad una nuova vita, alla vita di adulto, e in tal senso ci si trova sovente di fronte ad un’azione rituale e non solo ad una narrazione; ancora più importante, il viaggio e il raggiungimento della meta è topos del viaggio dell’anima, del suo peregrinare lungo il cammino impervio della conoscenza. La conoscenza, meta suprema dell’uomo, isola irraggiungibile: «Pàntes ànthropoi toù eidenai orégontai phýsei» (Tutti gli uomini tendono per natura al sapere).

La poesia, come già osservato, si apre con i primi due versi che, anche graficamente, ricordano una lettera e, soprattutto, una lettera molto personale, familiare, che inizia con quell’aggettivo possessivo «мой» (mio) denso di amore. È vero, come sostiene Zubova, che l’uso dell’aggettivo possessivo prima del nome proprio non pertiene alla norma del vocativo russo e denota quindi un evidente significato di possesso; in questo caso, però, bisogna  ricordare la grande tradizione di epistolé e epistulae nelle letterature greca e latina, persino Dante e Petrarca, che Brodskij conosce molto bene, sono stati autori di Epistulae, scritte in latino in conformità alle leggi della retorica.

Onto brodskij

grafica di Lucio Mayoor Tosi, Brodskij

Odissej Telemaku

I pis’ma (lettere) in Brodskij rappresentano un documento umano, notevole in sé come segno di confessione, che costruisce davanti al lettore il sé del poeta e dell’uomo. Sono un documento poetico per intendere la biografia umana e artistica del poeta; sono una testimonianza artistica di vita spirituale, che modella anche l’immagine dei corrispondenti; sono materia personale che diviene materia di poesia e di riflessione metafisica; sono modello di stile e disciplina classiche.

Odisseo è, comunque, un principe greco, un guerriero che ha partecipato alla lunghissima guerra contro Troia, una guerra che ha sconvolto e interrotto la sua vita e questo evento costituisce il primo argomento della lettera: «Троянская война / окончена. Кто победил – не помню» (La guerra di Troia / è terminata./ Chi ha vinto, non ricordo). Odisseo sa che la guerra è terminata ma, il che ci appare assurdo, non ricorda il nome del vincitore: greci o troiani? La tradizione non ci consegna un Odisseo immemore di chi abbia vinto la guerra estenuante, poiché è stata proprio la sua astuzia ad escogitare lo stratagemma che vi ha posto fine. Si apre un ventaglio di ipotesi.

I due versi possono voler indicare il lunghissimo lasso di tempo già intercorso dal termine della guerra, da quando Odisseo ha lasciato sulla sua nave e assieme ai suoi compagni le coste dell’Asia Minore. Odisseo è stanco e provato dal viaggio che sembra non avere fine, le speranze di un ritorno a Itaca si sono affievolite e il risultato bellico non ha importanza, l’evento non è più tanto significativo da dover essere conservato nella memoria dell’eroe. Opportuno, a questo punto, ricordare che Odisseo è un eroe anomalo nell’epos antico-greco: il suo valore di guerriero, ma soprattutto la sua forza, non sono messi in dubbio, basti ricordare come ha saputo tendere l’arco e quindi sterminare i Proci dopo il ritorno ad Itaca; la sua caratteristica principale è però l’astuzia, non il coraggio e la curiosità intellettuale in lui non coincide propriamente con l’esperienza culturale; l’Iliade non ci tramanda episodi rilevanti sul coraggio di Odisseo, consegna invece alla nostra memoria culturale un eroe dall’astuzia eccezionale, quella stessa astuzia che lo sorregge durante il viaggio di ritorno e gli permette di riacquisire il posto e il ruolo che gli spettano. Non a caso, egli è protetto da Atena e non da Ares. Continua a leggere

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Fëdor Ivanovič Tjutčev Ultimo amore Poesie in vita e in morte di Elena A. Denis’eva – a cura di Christoph Ferber, Traduzione di Christoph Ferber e Aurelio Buletti

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“Beato e fatale” chiamò Fedor Ivanovič Tjutčev (1803-1873), poeta russo fra i più importanti dell’Ottocento, il giorno in cui si innamorò di Elena Aleksandrovna Denis’eva, di ventitré anni più giovane di lui, e svegliò in lei una passione che fu – come l’autore ammette – più forte nell’amata che in lui. Tjutčev era un diplomatico, sposato, padre di quattro figlie adulte. Elena aveva frequentato l’esclusivo Istituto Smol’nyj per Nobili Fanciulle a San Pietroburgo ed era anche nipote dell’ispettrice. Il legame doveva diventare uno scandalo, che colpì la donna molto più che il poeta: la particolare tragicità della loro relazione è legata in buona parte, anche se non solo, proprio a questo squilibrio di sofferenza. Alcune delle circa venticinque poesie, nelle quali l’autore esamina questa sua più profonda relazione d’amore, diventano così un resoconto severo e passionale – e il poeta si addossa tutta la colpa. Immediatezza e sincerità di queste poesie, in parte apparse postume, l’ultima nel 1932, non sarebbero pensabili se l’autore non le avesse scritte per sé stesso ma per il pubblico dei lettori. È questo che maggiormente le distingue dai versi di altri poeti e assegna loro un posto nella storia della poesia amorosa russa che non solo è altissimo, ma anche unico.

Le poesie di questo “romanzo psicologico”, come fu definito spesso, sono qui riunite per la prima volta in lingua italiana.

(Christoph Ferber)

Poesie di Fedor Ivanovič Tjutčev

Sulla Neva

E una stella ancora gioca sopra la Neva
nella leggera schiuma delle onde
e ancora l’amore le affida
la sua segretissima barca.

La barca scivola fra schiuma e stella
come dentro in un sogno
e porta due fantasmi insieme a sé
lungo l’onda, lontano.

Porta bambini che in futile lentezza
sprecano il tempo della quiete notturna?
O due beate ombre
che se ne vanno dal mondo terrestre?

Tu, estesa come il mare,
meravigliosa-rigogliosa onda,
tuteli nel tuo spazio
il segreto di quell’umile barca.

Luglio 1850

*

Per quanto fiati il mezzogiorno afoso
dalla finestra aperta,
in questa camera tranquilla dove
tutto è calmo e scuro,

dove profumi vivi
si aggirano nell’ora del crepuscolo,
dolce crepuscolo del dormicchiare,
immergiti e riposa!

Qui un’inesauribile fontana
giorno e notte canta nell’angolo,
di rugiada invisibile cosparge
le tenebre incantate.

E nei chiarori della mezza luce
invasa già da segreta passione
aleggia il lieve sogno
del poeta innamorato.

Luglio 1850

 

Predestinazione

Ah! l’amore, l’amore! lo si dice
l’unione di due anime sorelle,
il loro accordarsi, la loro fusione,
il fatale fluire attorcigliate,
il loro inevitabile duello.
Tanto più dolce l’uno,
tanto più disuguale la lotta dei due cuori:
inevitabilmente, di sicuro,
ama e soffre il più tenero di più,
langue nella tristezza.
Senza più forza alla fine si spegne.

Prima metà 1851

*

Potresti biasimarmi, però non angustiarmi,
dei nostri due destini è il tuo più da invidiare,
il tuo amore per me è sincero e ardente,
io invece ti guardo con rabbia e gelosia.

Rimasto senza fede e misero stregone
in un mondo stregato creato da me stesso,
io riconosco arrossendo in me stesso
il morto simulacro dell’anima tua viva.

Prima metà 1851

*

Ho conosciuto occhi – quali occhi! –
e quanto li ho amati Dio lo sa:
magici come passioni notturne,
non ho potuto distoglierne l’anima.

E dentro quello sguardo inafferrabile
che svelava la vita denudandola
si percepiva una grande inquietudine
e la profondità della passione.

Era uno sguardo dal respiro triste,
fitto nell’ombra delle amate ciglia,
affaticato, pallido, dolcissimo,
intensamente sofferto, fatale.

Era uno sguardo che mai mi successe
d’incontrare – incantevoli momenti! –
senza sentire in me la commozione,
di averne meraviglia senza lacrime.

Prima metà 1851

*

Ultimo amore

Da vecchi amiamo con più tenerezza
e amando siamo più superstiziosi …
O splendi, splendi luce dell’addio,
dell’ultimo amore, del tramonto!

Metà del cielo l’ha avvolto l’ombra,
solo a occidente ancora qualche luce,
indugia, indugia, giorno serale,
dura ancora, dura, o incanto!

Certo avrò meno sangue nelle vene,
ma nel cuore non cala la dolcezza …
O tu, ultimo amore!
Beatitudine e disperazione.

Inizio 1854

*

Lei tutto il giorno avvolta nell’oblio
e già le ombre tutta la avvolgevano.
Cadeva una calda pioggia estiva,
frusciavano i suoi raggi nelle foglie.

E lentamente lei si risvegliava,
cominciava a ascoltare quel fruscio,
a lungo lo ascoltava – affascinata,
immersa in un pensiero consapevole.

Ed ecco, come dicendo a sé stessa,
cosciente del suo dire pronunciò
(io ero lì, annientato ma vivo):
“Oh, come ho amato tutto questo!”

………………………………………

Tu hai amato e così tanto amare
mai a nessuno era riuscito!
Sopravvivere, Dio, a tutto questo
senza che il cuore mi si strappi a pezzi!

Ottobre 1864

 

La bise si è calmata … Più leggera respira
l’azzurra onda delle acque ginevrine
e nuovamente la barca le solca
e vi scivola il cigno di bel nuovo.

Il sole è come estivo tutto il giorno,
variopinti gli alberi scintillano
e l’aria in un’amorevole onda
ne accarezza l’antica abbondanza.

E di là, in una calma regale,
dalla mattina, attorniata di nubi,
è rilucente la Montagna Bianca
come rivelazione non terrena.

Di tutto, qui, di tutta la sua pena
il cuore perderebbe la memoria
solo se là, nel paese natio,
una tomba di meno si contasse.

11 ottobre 1864

*

Ci sono nel campare mio straziato
ore e giornate più di altre crude
– giogo pesante, carico fatale –
ed il mio verso non le può esprimere.

Tutto muore ad un tratto – tenerezza
è vietata, tutto è vuoto e scuro,
non si libra il passato in ombra lieve
ma sotto terra come salma giace.

Ah, sopra, nella chiara realtà,
ma senza amore né raggi di sole,
lo stesso mondo c’è, disanimato,
ignaro ed immemore di lei.

Io, solitario, tristemente ottuso,
vorrei conoscermi e non ci riesco –
barca rotta portata via dall’onda
e senza nome su sponda selvaggia.

Dammi, o Signore, un soffrire ardente,
ravviva Tu la mia anima morta,
lei me l’hai presa, lasciami il ricordo,
la viva pena lasciami di lei.

Di lei che ha compiuto la sua opera
fino alla fine, in lotta disperata,
raggiante, a volte ardentemente amante
sfidando sia la gente che il destino.

Di lei che il suo destino non ha vinto
ma che da esso non s’è fatta abbattere,
che è riuscita fino alla fine
a soffrire, a pregare, a credere ed amare.

Fine marzo 1865

*

Sono quindici anni, oggi, amico,
dopo quel giorno beato e fatale
nel quale lei ha posto tutta l’anima
in me, donandomi tutta sé stessa.

E ora già da un anno, senza lamento e biasimo,
tutto avendo perduto, accetto il mio destino:
sarà fino alla fine del tutto solitario –
come solitario nella tomba sarò io.

15 luglio 1865

*

                                                              (in foto Christoph Ferber)

Alla vigilia dell’anniversario del 4 agosto 1864

Ecco che vado sulla strada lunga
nella luce tranquilla del crepuscolo …
Sento mancarmi le forze, sto male …
Ma tu mi vedi, cara mia amata?

Si fa sempre più scuro sulla terra,
se n’è andato l’ultimo bagliore …
È questo il mondo dove insieme fummo …
Ma tu mi vedi, caro mio angelo?

Domani, giorno di mesta preghiera,
avrò memoria di quel dì fatale.
Ma tu, angelo mio, ovunque sostino
le anime, mi vedi?

3 agosto 1865

fedor-tjutcev-copertina

Ediz Quaderni di Erba D’Arno

Un’altra volta sono ritornato
e ancora, come in un tempo passato,
guardo – che io sia ancora vivo? –
l’incanto delle acque della Neva.

Non c’è un bagliore nell’azzurro cielo
e tutto tace in un abbraccio pallido,
solo la luce chiara della luna
scivola sulla Neva pensierosa.

È in un sogno che mi appare questo
o guardo veramente, realmente
quello che con la medesima luna
l’un l’altro vivi guardavamo insieme?

Giugno 1868

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