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Seamus Heaney Morte di un naturalista e altre poesie,  Lo Specchio, Mondadori, 2014 pp. 118 € 17 traduzione di Marco Sonzogni, Commento di Donatella Costantina Giancaspero

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Seamus Heaney (Castledawson, 13 aprile 1939 – Dublino, 30 agosto 2013), Premio Nobel per la Letteratura nel 1995, Seamus Heaney (1939- 2013) è nato nella contea nord irlandese di Derry. Dal 1976 ha insegnato letteratura inglese al Carysfort College di Dublino. Nel 1984 è stato nominato “Boylston Professor of Rhetoric and Oratory” presso la Harvard University. Tra il 1989 e il 1994 ha ricoperto la cattedra di poesia a Oxford. A partire dalla raccolta d’esordio, Morte di un naturalista (1966), ha pubblicato numerosi titoli di poesia. Tra i più recenti: Veder cose (1991), The Spirit Level (1996), Electric Light (2001), District e Circle (2006), Catena umana (2010). Mondadori – Lo Specchio. Sempre per Mondadori nel 2016 è uscito un “Meridiano” delle poesie di Seamus Heaney.

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Commento di Donatella Costantina Giancaspero

 Il Meridiano riunisce due corpose antologie d’autore: la prima è relativa agli anni 1966-1987, mentre la seconda è stata approntata dal poeta appositamente per il Meridiano e pubblicata postuma da Faber nel 2014. Sono dunque presentate senza soluzione di continuità tutte le poesie scelte da Heaney come pietre miliari del suo cammino poetico: quasi cinquant’anni di versi con cui Heaney ha esplorato in profondità le corde della natura umana, raccontando la responsabilità di scelte individuali e collettive.

 Morte di un naturalista, la prima raccolta del poeta irlandese recentemente edita in Italia da Mondadori (2014) per la cura e traduzione di Marco Sonzogni, risale al 1966, opera in seguito rivisitata e pubblicata da Faber and Faber a Londra nel 2014, rappresenta il punto più alto della poesia di Heaney. Nella poesia di Heaney si ha un legame tra la memoria simbolizzata e il quotidiano presentificato, è questa la cifra che racchiude tutta l’opera di Heaney: ricorrono i toni pacati con la crudeltà dei gesti del quotidiano. Le rime (alternate, baciate, interrotte e riprese etc.), le paronomasie, le allitterazioni, le assonanze costituiscono l’ossatura sonora della sua poesia nel senso più pieno della classica poesia modernista novecentesca. Peraltro, la figuralità della storia e la riflessione sulla storia sembrano lontane e aliene dalla sensibilità del poeta irlandese ma sono introiettate nelle «cose».

La natura occupa un posto preponderante nella poesia di Heaney, fa da contraltare alle vicende degli uomini quasi come un correlativo oggettivo delle loro tempeste psicologiche. Un correlativo «positivo» del «negativo» della storia degli uomini. Nella poesia di Heaney il «positivo» si nutre direi naturalmente del «negativo». Ritornano nella poesia di Heaney le metafore, i personaggi, i luoghi e i simboli della sua famiglia rurale: «il rozzo scarpone», «la vanga», «mio nonno», «mio padre»,  la «torbiera di Toner» etc. Questa spiccata fedeltà e attenzione ai luoghi della memoria e ai luoghi ancestrali della sua Irlanda cattolica trasmette alla poesia di Heaney ben più di una sfumatura localistica, una lentezza esasperata pur nella orchestrazione fono simbolica di tipo conservatrice;  non a caso la critica anglosassone ha parlato, con un’enfasi propriamente non del tutto positiva, di «regionalismo» a proposito della sua poesia, rimarcandola presenza di questo elemento retrò nella sua poesia. La questione non è del tutto peregrina, anzi la ritengo fondata: se da un lato questo attaccamento alle radici della contrada familiare conferisce alla poesia di Heaney una terrestrità quasi terragna, con un che di primordiale, dall’altro ha finito per limitare il raggio simbolico delle sue «figure», ed ha finito con l’avere un riflesso limitante anche sulla portata innovativa della sua poesia, che rimane probabilmente l’ultimo avamposto di un modernismo europeo tipico di un certo novecento, quello, per intenderci, alieno dall’assorbire il portato critico delle post-avanguardie europee.

In questa accezione, la mia sensibilità estetica affinata dalla adozione della «nuova ontologia estetica», si rivela estranea alla sensiblerie di questa poesia, la ritengo un prodotto della fase terminale del modernismo europeo ancorata ad un concetto di poesia come pentagramma sonoro, oserei dire un concetto più pasternakiano, piuttosto che mandel’stamiano o eliotiano di poesia.

Digging

Between my finger and my thumb
The squat pen rests; as snug as a gun.
Under my window a clean rasping sound
When the spade sinks into gravelly ground:
My father, digging. I look down
Till his straining rump among the flowerbeds
Bends low, comes up twenty years away
Stooping in rhythm through potato drills
Where he was digging.
The coarse boot nestled on the lug, the shaft
Against the inside knee was levered firmly.
He rooted out tall tops, buried the bright edge deep
To scatter new potatoes that we picked
Loving their cool hardness in our hands.
By God, the old man could handle a spade,
Just like his old man.
My grandfather could cut more turf in a day
Than any other man on Toner’s bog.
Once I carried him milk in a bottle
Corked sloppily with paper. He straightened up
To drink it, then fell to right away
Nicking and slicing neatly, heaving sods
Over his shoulder, digging down and down
For the good turf. Digging.
The cold smell of potato mold, the squelch and slap
Of soggy peat, the curt cuts of an edge
Through living roots awaken in my head.
But I’ve no spade to follow men like them.
Between my finger and my thumb
The squat pen rests.
I’ll dig with it.

Scavare

Tra il mio pollice e l’indice
la tozza penna, comoda come una pistola.
Da sotto la finestra, un suono aspro e netto
quando la vanga affonda nella terra ghiaiosa:
mio padre, che scava. Mi affaccio e guardo
finché la sua groppa tesa nello sforzo tra le aiuole
s’abbassa, si rialza vent’anni addietro
curvandosi ritmicamente tra i solchi di patate
dove stava scavando.
Il rozzo scarpone andato sulla staffa, il manico
saldo contro l’interno del ginocchio a fare leva.
Sradicava gli alti ciuffi, affondava la lama lucente
per sparpagliare le patate novelle che raccoglievamo
stringendole con piacere fredde e dure fra le mani.
Per Dio, il mio vecchio la sapeva maneggiare, la vanga.
E così il suo.
Mio nonno tagliava più torba in una giornata
di ogni altro nella torbiera di Toner.
Una volta gli portai del latte in una bottiglia
con un tappo di carta abborracciato. Si raddrizzò
per bere, poi si rimise subito al lavoro,
fendenti e affondi lenti, gettandosi le zolle
sopra la spalla, andando sempre più giù
dove la torba era migliore. Scavare.
L’odore freddo del terriccio sulle patate, il risucchio e lo schiaffo
della torba impregnata, i tagli netti di una lama
su radici vive mi si ridestano nella mente.
Ma non ho vanga per seguire uomini come loro.
Tra il mio pollice e l’indice riposa
la tozza penna.
Scaverò con questa.
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Ian Seed,  Poesie scelte – dalla raccolta Sognatore di sogni vuoti  / Makers of empty dreams (2014) – a cura di Iris Hajdari

 

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Lo inseguo da anni per le vie bagnate dalla pioggia. Una mattina abbandono la caccia e prendo la strada che porta fuori città

Ian Seed è professore associato presso il Dipartimento di Letteratura Inglese  dell’Università di Chester in Inghilterra, con un dottorato anche in Letteratura Italiana. Per un po’ di anni ha vissuto anche in Italia (Ivrea, Torino e Milano), dapprima come insegnante di Inglese per stranieri, e in seguito come traduttore e scrittore tecnico. Ora vive nel Regno Unito, ma conserva sempre una grande nostalgia per l’Italia. Le raccolte di Seed includono Identity Papers (Shearsman, 2016), The thief of Talant (Wakefiel, 2016) è la prima traduzione in Inglese del lungo poema poco conosciuto di Pierre Reverdy, Makers of Empty Dreams (Shearsman, 2014), e The straw which comes apart (Oystercatcher, 2010) dalle poesie Italiane di Ivano Fermini. Sia Identity Papers che Makers of Empty Dreams sono apparse in BBC Radio 3 The Verb nel 2016. Il suo lavoro è incluso in diverse antologie come The Best Small Fictions 2017 (Braddock Avenue Books), The Forward Book of Poetry 2017  (Faber&Faber), e Poets in Solidarity with Refugees (Five Leaves Press), e The Best British Poetry 2014 (Salt).” Le raccolte di Seed in poemi in prosa e di brevi racconti, New York Hotel, sarà pubblicato da Shearsman nel 2018.

*

«Il mistero e la tristezza delle stanze vuote, gli incontri casuali per strada, i treni che viaggiano in un paesaggio di neve diventano magici nelle poesie di Ian Seed.»

John Ashbery

«Ian Seed è il nostro più brillante esponente di quel genere per nulla britannico di poesia in prosa. Divertente e sconvolgente, i suoi brevi racconti magistralmente controllati ci conducono in un mondo che presto si rivela essere tanto pericoloso quanto magico. Il suo lavoro dovrebbe essere seriamente accompagnato da qualche avvertimento, per quei poemi che non sono solo eccitanti, ma che possono creare addirittura dipendenza.»

Mark Ford

 «Questi sono degli stralci eccezionali che ci danno un’idea di un’entroterra europeo tradotto in controluce piene di note musicali di pericolo e desiderio. Li ho letti nella mia veranda a Barnsley e istantaneamente sono stato catapultato in una città che conoscevo poco, piena di persone che volevo incontrare o evitare. La migliore espressione della prosa poetica».

Ian Mcmillan

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La mia fidanzata ed io avevamo sete dopo aver camminato per ore a Parigi.

Rispetto alla poesia contemporanea francese, che continua ad essere prigioniera delle avanguardie del Novecento, diventando sempre più intellettualistica, un po’ per colpa dei poeti stessi, un po’ per colpa degli editori, quella inglese, nonostante tutto, si può dire per alcuni versi che è rimasta ancora legata alla memoria, al racconto e alla quotidianità. Questo accade forse perché gli inglesi sono più attaccati alle radici, alle loro saghe, alla terra e al mistero della vita.

La poesia di Ian Seed è la poesia della memoria, è una prosa poetica che racconta destini, amori e storie di uomini e donne che il poeta stesso ha incontrato e conosciuto nel corso degli anni viaggiando per i mondi. Infatti i suoi libri assomigliano a un  album diaristico che attraversano luoghi, lingue, voci e volti. Una leggera ironia e nostalgia insieme percorre i suoi versi che spesso fanno riflettere sul senso dell’esistenza e del vivere. La poesia dell’autore inglese evita il Decadentismo malato che ormai e purtroppo ha invaso quasi tutta la panorama poetica contemporanea europea. Tutto questo fa del nostro poeta una voce particolare e fuori da coro nella tradizione poetica britannica di oggi, merito questo riconosciuto dalla critica. Ian Seed è la voce della quotidianità, testimone del nostro tempo: «Ho afferrato la mano della mia fidanzata e l’ho portata via./  Abbiamo passeggiato, mordendo la mela a turno.» 

(Iris Hajdari)

Testi tratti dalla raccolta Sognatore di sogni vuoti  / Makers of empty dreams del poeta inglese Ian Seed – Traduzione di Iris Hajdari

(MAKERS OF EMPTY DREAMS)

First published in the United Kingdom in 2014 by Shearsman Books 50, Westons Hill Drive Bristol.

Appunto di Giorgio Linguaglossa

 Una prosaica autobiografia in prosa, questa di Ian Seed, un diario di avvenimenti insignificanti, piccole cose, eventi tristi perché dimenticati, il poeta inglese con il suo minimalismo misurato e flessibile ci dice molto di più sul mondo di oggi di quanto lo possano fare i minimalisti inconsapevoli, coloro i quali usano il «commento» a fatti del quotidiano e a fatti di cronaca tanto per rimpolpare la propria poesia in crisi di identità. Il poeta inglese ci narra di porte girevoli, di porte di vetro, di un tubo bianco luminoso, di tre bellissime gemelle italiane, delle giacche nel negozio di vestiti usati, di una passeggiata a Parigi, di una sosta a Milano, di un incontro fortuito con una sua vecchia fidanzata finita nel soppalco dell’oblio, di una mendicante all’entrata della metro che rivela essere stata un agente segreto, di sogni trattenuti nei rami degli alberi, di strade battute dalla pioggia, di mendicanti che bussano ai vetri delle macchine ferme nel traffico, di autisti inferociti dalle soste insopportabilmente lunghe e pronti a inseguire gli stessi molesti mendicanti, salvo poi, con una virata straordinariamente efficace di scrittura, ritrovarli comodamente seduti ai tavolini d’un ristorante italiano, coperti da monete tintinnanti frutto della questua quotidiana; eventi  del nostro microcosmo, gli atti e i fatti del quotidiano degli uomini e delle donne del XXI secolo che disegnano una realtà ultronea, incomprensibile, o forse troppo comprensibile; la narrazione è la tranquilla esposizione dei fatti nudi e crudi, lo stile è dichiarativo, privo di orpellismi. Un diario di un sognatore di sogni vuoti.

Exile

    There’s the path if you chuse it

                    – John Clare

I pursue him for years through spattered streets. One morning I abandon the chase and take the road out of town. Puffs of cloud keep pace with me. I am nothing, and alone, and everything is possible. I walk until the air grows brown, weaving dreams around trees. Their branches brush my face like fingers, or tear as if their stories would draw blood.

 Esilio

 Il percorso c’è se lo scegli

– John Clare

Lo inseguo da anni per le vie bagnate dalla pioggia. Una mattina abbandono la caccia e prendo la strada che porta fuori città. Nuvole di nube mi seguivano. Sono nulla, e solo, e tutto è possibile. Cammino fino a quando l’aria non inizia a diventare scura, sventolando i sogni negli alberi. I loro rami mi sfiorano il volto come delle dita, o lacrime come se dalle loro storie scorresse il sangue. Continua a leggere

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Gerda Stevenson: Poesie scelte di una poetessa scozzese Traduzione a cura di Laura Maniero

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Gerda Stevenson è scrittrice, attrice, regista, cantante e poeta. Si è formata presso la Royal Academy of Dramatic Art, a Londra, vincendo il Vanburgh Award. Ha lavorato, e tuttora lavora instancabilmente per il teatro, la radio, la televisione e il cinema, nel Regno Unito e all’estero. Le sue opere sono apparse in numerose riviste e antologie, tra le quali: Edinburgh Review, Gutter, The Scotsman, The Herald, New Writing Scotland, Chapman, Cencrastus, The Eildon Tree, Spectrum, Parnassus Poetry in Review (New York), Cleave (Two Ravens Press), Southlight, Cork Literary Review.

Nella sua carriera ha ottenuto numerose riconoscenze e titoli. Ha vinto il Premio BAFTA come miglior attrice per il suo ruolo di Margaret Tait nel film Blue Black Permanent. Nel 2011 ha ricevuto la nomina dall’LPTW (League of Professional Theatre Women, New York), per il premio internazionale Rosamond Gilder/Martha Coigney. Ha ricevuto due volte la nomina per il premio CATS (Critics Awards for Theatre in Scotland). Il suo pezzo teatrale in lingua scozzese, Federer Versus Murray, è stato ampiamente applaudito e nel 2011 ha ottenuto il podio come ‘Best Scottish Contribution to Drama’. Nel marzo 2012, il testo dell’opera teatrale è stato pubblicato dalla prestigiosa rivista letteraria newyorkese Salmagundi.

Nel 2013, la sua poesia in lingua scozzese, Hame-Comin, ha vinto il premio YES in occasione dell’Arts Festival Poetry Challenge.  Nello stesso anno, Gerda Stevenson ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie If This Were Real (Smokestack Books).

Proveniente da una famiglia di musicisti – il padre era il famoso compositore Ronald Stevenson, la sorella Savourna è una delle migliori arpiste scozzesi e la nipote Anna-Wendy è una violinista di straordinaria sensibilità – Gerda Stevenson ha pubblicato nel 2014 il CD Night Touches Day con le sue canzoni e composizioni in lingua inglese e scozzese, ricevendo la nomina di cantante scozzese dell’anno per la MG Alba Scots Trad Music Awards.

Nel 2014, la Saltire Society l’ha nominata una delle ‘Outstanding Women’ della Scozia.  Gerda sta ora lavorando alla sua seconda raccolta di poesie.

Pittura Mnemosyne di Dante Gabriele Rossetti

Mnemosyne di Dante Gabriele Rossetti

INTRODUZIONE SULL’OPERA DI GERDA STEVENSON IF THIS WERE REAL, Smokestack Books, 2013

If This Were Real è la prima raccolta di poesie dell’autrice scozzese Gerda Stevenson, pubblicata nel 2013 da Smokestack Books, piccola casa editrice inglese, tra le più rispettabili e vivaci nel panorama editoriale inglese a occuparsi di poesia.

La raccolta è intrisa di musica: rime danzanti, versi cadenzati, a tratti soavi, a tratti gioiosi o severi; un lamento che sfuma in una ninna nanna. L’autrice canta di farfalle, di bacche bianche, del vento della brughiera, di colline, delle rose di Sarajevo, di cimiteri, dell’Eden perduto dell’infanzia. Le dolci amicizie, il tempo aspro, tombe anonime, la Bosnia, l’Iraq, la Siria, i Pirenei, la Scozia, tutto ciò per la Stevenson diventa tema poetico.

If This Were Real è stata definita come una sorta di autobiografia in versi. Il lettore viene trasportato in un turbinio di esperienze di vita familiare, di bellezze naturali, di meraviglie e orrori, di eventi storici in un passato lontano o molto più recente, nella terra nativa dell’autrice, la Scozia, fino a superarne i confini.

L’esperienza della Stevenson come attrice, scrittrice di canzoni e cantante è evidente nella struttura ritmica e sonora delle sue poesie. “Quelle della Stevenson sono poesie che richiedono, non solo di essere lette, ma di essere recitate”, riporta la recensione di Smokestack Books.

Giudizi della stampa sulla prima raccolta di poesie di Gerda Stevenson, If This Were Real, Smokestack Books, 2013

“The best of the new in contemporary Scottish poetry – not to be missed”.

“Il meglio del nuovo nella poesia scozzese contemporanea. Da non perdere”.

Ron Butlin, Sunday Herald, December 2013

“Stevenson’s talent as an actress brings a quality to her readings [of her poems] which is quite brilliant. There is no gap between the essence of the poem and the delivery, which is immediate and intense”.

“Il talento scenico della Stevenson si riflette nella lettura [delle sue poesie] e il risultato è straordinario. Non c’è distacco tra l’essenza della poesia e la sua fruizione, che è immediata e intensa”.

Pagina web di Atkinson-Pryce Bookshop Events, 5 Settembre 2013

“This is Stevenson’s first full-length collection and it arrives with a considerable weight of expectation. […]If This Were Real is described as an autobiography in verse and it brings to life a journey that is personal and political, intense and wide-ranging. Stevenson’s way is compassionate, defiant and honest. […]Stevenson’s lines are clean, clear, musical. The inherent fallibilities and sad frailties of humankind and nature alike are explored with an edgy panache”.

“Si tratta della prima raccolta completa della Stevenson e la sua pubblicazione è molto attesa. If This Were Real viene descritta come un’autobiografia in versi che racconta un viaggio personale, politico, intenso, vario. La Stevenson ha uno stile compassionevole, ribelle, onesto. […]I suoi versi sono puliti, chiari, musicali. Le fragilità della natura e del genere umano vengono esplorate con audace eleganza.

Kevin MacNeil, ASLS magazine, The Bottle Imp, 2014

“Brings a fresh eye and a wise head to familiar Scottish themes”.

“Tratta temi scozzesi familiari con occhi nuovi e con una mente saggia”.

Tribune Magazine, July 2013

“[…] depth, humanity, music. Love poems in the widest sense”.

[…] profondità, umanità, musica. Poesie d’amore nel senso più ampio.

The Eildon Tree Magazine, 2013

Seconda raccolta di poesia di Gerda Stevenson:

L’autrice scozzese Gerda Stevenson sta ora lavorando alla sua seconda raccolta di poesie. L’opera è in fase di stesura e, al momento, non se ne conosce il titolo. Alcune scritte in inglese, altre in scozzese, le 50 poesie della raccolta saranno ritratti di donne scozzesi che nel corso dei secoli hanno contribuito in modo straordinario alla storia e alla cultura della Scozia, non vedendosi però mai pienamente riconosciuto il merito dovuto, proprio per il fatto di essere donne.

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I AM THE ESPERANCE
commemorating the Upper Clyde Shipbuilders’ work-in

I am the Esperance, I sail in your wake,
canvas unfurled, bellied with hope
as you pour into Glasgow Green –
we are your chorus, my sisters and I,
your creation, a fleet of belief, heading back to the Clyde
from the seven seas: veteran Hikitia, floating crane,
the only one of her kind in the world, she’s home again
from Wellington; and Empire Nan, our stout tug;
Delta Queen – her great stern wheel churns the foam
as she steams in from the Mississippi; and bold Akasha,
laden with memories of the Nile; we shimmer for you,
our riggings clink, our funnels boom to your cry:
“The Right To Work, Not a Yard Will Close,
Not a Man Down the Road,” your banners and flags
like waves before us, drawing us home in one great tide,
Umoja’s here, her name bearing our purpose today –
unity – a gleam on her prow; Moonstone and Seva,
who well as any know all about salvage –
and there’s Uhuru, named for freedom,
Uhuru, Uhuru, my sister Uhuru, sailing with me
in your wake, my canvas unfurled, freighted with hope,
as wave upon wave, you surge into Glasgow Green.

IO SONO LA ESPERANCE
In ricordo dell’autogestione dell’Upper Clyde Shipbuilders

Io sono la Esperance, navigo sulla vostra scia,
le vele spiegate, nel ventre la speranza,
mentre voi affluite nel Glasgow Green –
siamo il vostro coro, io e le mie sorelle,
vostra creazione, una flotta di fiducia, di ritorno al Clyde
dai sette mari: la veterana Hikitia, gru galleggiante,
unica al mondo nel suo genere, è di nuovo a casa
da Wellington; e la Empire Nan, il nostro tozzo rimorchiatore,
la Delta Queen – la sua grande ruota sciaborda a poppa la schiuma
mentre avanza tra gli sbuffi sul Mississippi; e l’audace Akasha,
carica di memorie dal Nilo; scintilliamo per voi,
con le sartie cigolanti e i fumaioli roboanti al vostro grido:
‘Diritto Al Lavoro, No alla Chiusura dei Cantieri,
Non Resta A Casa Nessuno’, i vostri vessilli e striscioni
come onde dinanzi a noi, ci sospingono a casa in una grande marea,
qui c’è la Umoja, il suo nome riassume il nostro intento odierno –
unità – un luccichio a prua; la Moonstone e la Seva,
nessuna come loro sa tutto sui recuperi –
e lì c’è Uhuru, il cui nome sta per libertà,
Uhuru, Uhuru, mia sorella Uhuru, naviga con me
sulla vostra scia, le mie vele spiegate, un carico di speranza,
mentre voi vi riversate nel Glasgow Green, onda dopo onda.

.
Gardening with Galina

Every word we’ve planted,
you and I, has been
so slow to grow,
each a seed bedded deep
in your mind’s loam.
In the silence, we’ve waited,
as the seasons change, and meantime
learned that hands can speak;
until, at last,
shoots of green sound reach
from roots through your throat’s reed,
leaves unfurl, spilling sunflowers from your lips:
dark seeds wreathed in gold for us to sow,
more and more golden words for us to grow.

Giardinaggio con Galina

Ogni parola che, io e te,
abbiamo piantato è cresciuta
con così grande lentezza:
ciascuna un seme riposto profondo,
nel terriccio della tua mente.
In silenzio, abbiamo atteso,
nel susseguirsi delle stagioni, e nel frattempo
appreso che le mani sanno parlare;
finché, alla fine,
germogli di suoni acerbi s’estendono
dalle radici fino all’ancia della tua gola,
le foglie s’aprono, i girasoli traboccano dalle tue labbra:
semi scuri intrecciati d’oro per noi da piantare,
ancora e ancora parole dorate per noi da coltivare.

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Sgathach
(warrior queen of legend, and martial arts teacher, Isle of Skye)

I’m a shadow, only a murmur now,
on a scattered choir of tongues,
‘though sunlight still splinters the waves
through my crumbling castle’s arch,
like the knives I taught Cu Chulainn how to throw;
across the bay, the Cuillin still leaps from where the sun
once flung its spear, black crags clawing the sky
in ragged gabbro; the hazel woods of Tokavaig
still whisper the wisdom I gathered there to share
with my fledgling warriors. But my art has long
been lost – the way of patience, to balance anger
on a blade of grass in the machair’s wind,
and let it cool, till you grasp the devastation it might
have wrought; how many times, to no avail, I warned
Cu Chulainn that his rage would slay his own son:
“That temper of yours”, I told him, “will scorch a land
for many moons, where peace might have prevailed.
Hunt down your own fear first,” I said. “Feel the heat
of your breath on the bow-string as you pull, then
hold it, and take pause before you strike
the heart of what you do not need to kill.”

.
Sgathach
(leggendaria regina guerriera e maestra di arti marziali, Isola di Skye)

Sono un’ombra, solo un mormorio, ora,
in cori sparsi di lingue,
pur se ancora la luce del sole infrange le onde
nell’arco del mio castello in frantumi,
come i coltelli che io insegnavo a Cu Chulainn a scagliare;
oltre la baia, s’ergono ancora i Cuillin, là dove un tempo
il sole vibrò una lancia; rupi scure ch’artigliano il cielo
di gabbro lacero; a Tokavaig, i boschi di nocciolo
bisbigliano ancora la saggezza che qui radunavo e impartivo
ai miei guerrieri inesperti. Ma da tempo
la mia arte è perduta: la via della pazienza, che tiene l’ira
in equilibrio su un filo d’erba, al vento della piana,
a stemperare, finché si colga lo sfacelo
ch’avrebbe inflitto; quante volte invano ammonivo
Cu Chulainn che la sua furia avrebbe ammazzato suo figlio:
“Quella tua indole”, gli dicevo, “per molte lune
farà terra bruciata, là dove la pace avrebbe forse prevalso.
“Stana prima le tue paure”, dicevo. “Senti il calore del respiro
sulla corda dell’arco mentre scocchi il dardo, poi,
trattienilo, e attendi, prima di colpire
al cuore ciò che non serve uccidere”.

Horsehead Nebula Speaks
(in memoriam Williamina Paton Fleming, Scottish astronomer, 1857-1911.)

There I am, bucking my head below Orion’s belt,
free rein in that constellation’s fiery dust,
riding the stellar waves for millennia, unnoticed, till
a woman with eyes like burning stars takes one look,
has me harnessed, measured, catalogued, and tamed.
I’m proud to be groomed with such exquisite care
by one who can do it all – a maid, she was,
at the professor’s kitchen sink, until he saw
her quiet gift for seeing light with a precision
that far outstripped his Harvard team of men;

and then, the men come in. I’m claimed
as their discovery, and named: “Grim Reaper,”
“Black Knight of the chessboard,” they say,
failing to notice I’m a mare.
They make me want to leap
from this photographic plate,
leave it miraculously blank,
and take her with me,
my lady of the stars who found me first –
we’d race the heavens together,
gallop across light years, stream
through Zeta’s glittering rays, bareback,
all along the Hunter’s belt,
from Mintaka to Alnitak.

Parla la nebulosa Testa di Cavallo
(in memoria di Williamina Paton Fleming, astronoma scozzese, 1857-1911)

Eccomi qua, sotto la cintura di Orione a dimenare la testa,
al galoppo tra la polvere infuocata della mia costellazione;
per millenni ho cavalcato onde stellari, nell’ignoto, finché
una donna dagli occhi come stelle ardenti posa lo sguardo,
m’imbriglia, misura, cataloga e doma.
M’inorgoglisco, poiché a strigliarmi con tanta deliziosa cura
è qualcuno capace in tutto – una domestica, era lei,
all’acquaio, nella cucina del professore, finché lui s’accorse
della sua mite dote di scorgere la luce, con una precisione
che di molto superava i suoi uomini di Harvard;

e poi, s’intromettono gli uomini. Mi reclamano
come loro scoperta, e mi chiamano: “Cupo Mietitore”,
“Cavallo Nero degli scacchi”, dicono,
ma neppure notano che sono una giumenta.
Mi vien voglia di saltar giù
da questa piastra fotografica,
lasciandola per miracolo vuota,
per portarla con me,
la mia signora delle stelle, che per prima mi avvistò –
insieme gareggeremmo nel cielo,
galoppando negli anni luce, gettandoci
senza sella, tra i scintillanti raggi di Zeta,
lungo tutta la cintura del Cacciatore,
da Mintaka fino ad Alnitak.

Biobibliografia di Laura Maniero

Nel 2007 consegue la Laurea Triennale in Mediazione Linguistica e Culturale all’Università degli Studi di Padova presentando la Tesi “L’ironia nella comunicazione: analisi del linguaggio, problematiche di traduzione e sottotitolaggio nel film Io e Annie di Woody Allen”.

A luglio 2010 consegue la Laurea Specialistica in Lingue e Letterature Europee, Americane e Postcoloniali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia con la Tesi “An Investigation of Ben Jonson’s Epiceoene: The Construction of the Gendered Self”, ottenendo il massimo dei voti e la Lode. Collabora poi con una piccola casa editrice del veneziano in qualità di redattrice e traduttrice di testi (EN<>IT) per le riviste, in parte bilingui, di attualità, cultura, scienza e turismo, da essa pubblicate.

Nel 2015 consegue il Master in Traduzione di testi postcoloniali in lingua inglese: narrativa, poesia, teatro ed editoria, Università di Pisa.

Comincia poi una collaborazione con il Professore Marco Fazzini, docente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e docente del Master all’Università di Pisa, poeta e traduttore, come traduttrice di una selezione di poesie postcoloniali in lingua inglese e scozzese.

Il lavoro di traduzione si focalizza principalmente sull’artista sudafricano Roger Lucey, di cui traduce alcune tra le sue numerose poem-songs, canzoni di protesta contro l’apartheid, tratte dal CD Now is the Time, e sulla poliedrica artista scozzese Gerda Stevenson, scrittrice, attrice, regista, cantante e poeta, di cui traduce alcune poesie della prima raccolta If This Were Real (Smokestack Books, 2013) e alcune canzoni del CD Night Touches Day, Gean Records 2014.

Ha poi tradotto alcuni testi di Sandeep Parmar, James Byrne, Steven Fowler. Le traduzioni sono state presentate in occasione di “Poetry Vicenza 2016”, rassegna di poesia contemporanea e musica curata da Marco Fazzini che ospita nella città di Vicenza poeti e musicisti provenienti da vari paesi del mondo. I testi tradotti sono stati presentati anche a “Incroci di Civiltà, Festival Internazionale di Letteratura a Venezia”, Università Ca’ Foscari di Venezia. 

Ha pubblicato alcune delle sue traduzioni dall’inglese e dallo scozzese nel testo “Poetry Vicenza 2016, rassegna di poesia contemporanea e musica”, a cura di Marco Fazzini, Diagosfera, Edizioni ETS, 2016.

La sua traduzione dell’intervista all’acquarellista Doug Lew è inclusa nel testo “Doug Lew, Watercolor on the Move, ventisette opere all’acquarello”, a cura di Marco Fazzini, Edizioni ETS 2015. Lavora come docente di corsi di lingua inglese e di italiano per stranieri con enti, tra i quali, Ascom di Padova e Venezia, Trinity House School of Languages, Università Popolare di Spinea. Dal 2016 collabora in modo continuativo con un’agenzia di traduzioni di Roma come traduttrice (dall’inglese e dal tedesco) di riviste Playmobil e Panini Magazines rivolte a lettori in età scolare.

Sempre per la stessa agenzia, ad Agosto e Settembre 2016, ha lavorato alla traduzione di un romanzo a fumetti dal titolo Enigma: The Imitation Game, sulla vita del genio matematico Alan Turing. La traduzione è in fase di pubblicazione. Uscirà a breve sotto il marchio IF (Idee editoriali Feltrinelli) o direttamente con Feltrinelli.

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ANTOLOGIA DELLE POESIE di JAMES HARPUR (1956) a cura di Francesca Diano (Parte I)

François Clouet

François Clouet

Pubblicato sul n°304 di POESIA, Crocetti Editore (Maggio 2015)

N.B. I testi qui riprodotti sono una parte di quelli pubblicati nella monografia del numero di POESIA citato.

INTRODUZIONE di Francesca Diano

In un primo momento abbaglia, poi stordisce, poi oscura, poi consola. Infine illumina, seppur di una flebile luce, la tenebra in cui ti ha fatto penetrare. È quanto si prova nel leggere la parola di James Harpur e il suo inglese corrusco.

Un lungo percorso di ricerca escatologica, tanto personale quanto collettiva, il suo, che emerge chiarissimo dalle sue stesse parole. “Sono giunto alla poesia solo negli anni dell’università. D’un tratto mi sono trovato ad obbedire a un impulso sotterraneo e decisi che la poesia era un’impresa nobile e un mezzo per esplorare le fondamentali questioni spirituali, quali l’esistenza di un Dio, se la vita abbia un senso, cosa c’è dopo la morte, ecc. questioni che nella mia vita sono sempre state una forza centrale e propulsiva. Forse tutti quegli uomini di chiesa nel mio DNA… La poesia mi apparve una missione, il mezzo che mi avrebbe permesso di penetrare l’escatologia della vita o, almeno, di venire a patti con i miei rapporti personali, con i grandi temi dell’esistenza. Da questo punto di vista, per me scrivere era ed è tuttora un’attività sacra, quasi quanto la meditazione e la preghiera.” [1]

Non sono molti, oggi, i poeti che vedono nella poesia un’attività che li collega al Sacro, così com’era alle sue origini. Ma Harpur è un poeta delle origini. Un Urdichter, si potrebbe dire, poiché la sua poesia attinge proprio a quel magma originario da cui la Parola emerge come lògos, come portatrice di tutti i significati possibili e, allo stesso tempo, come potenza ordinatrice dell’universo. Che separa, distingue, nomina e ordina.

Che questa sia la funzione che Harpur le attribuisce è forse sommamente evidente nel lungo poemetto Voices of the Book of Kells, (Voci del Libro di Kells) esplorazione della genesi di questo prodigioso Evangeliario miniato, dell’animo degli anonimi monaci irlandesi che lo miniarono e, allo stesso tempo, della genesi dell’arte. In quella sfera misteriosa della creazione, che è anche lotta costante fra la materia e lo spirito.

Nato in Inghilterra nel 1956, da padre irlandese e madre inglese, di antiche ascendenze anglonormanne, Harpur tiene a spiegare che il significato originario del suo cognome, documentato già nel XII secolo, è arpista, dunque poeta. Lo fu sicuramente un suo antenato. Ma discende anche da una tradizione familiare di uomini di chiesa, Church of Ireland, come lo fu suo nonno e altri prima di lui. Tuttavia Harpur ha scelto un’altra strada.  In lui si sono fuse l’anima dell’arpista medievale e quella del mistico. Perché Harpur è un cantore del Sacro. Nel senso più ampio del termine.

La sua prima raccolta organica, A Vision of Comets, (Anvil Press) è del 1993 e raccoglie buona parte dei testi poetici scritti durante il suo soggiorno a Creta, dove ha vissuto per un anno insegnando inglese. L’isola egea gli fa esplodere dentro una potenza poetica e visionaria che diventerà negli anni la sua voce originale, e la poesia che dà titolo alla raccolta ne è riconoscimento e accoglimento.

Le raccolte successive, The Monk’s Dream, 1996 Oracle Bones, 2001 The Dark Age, 2007, Angels and Harvesters, 2012, tutte edite da Anvil Press, insieme a The Gospel of Joseph of Arimathea, (Iona Books) 2007 e Voices of the Book of Kells, (2012), confermano la natura esplorativa di questa ricerca, attraverso i due elementi che raccolgono e  alimentano la poesia di Harpur: la luce e la tenebra, che non solo non le è opposta, ma le è complemento speculare ed essenziale.

Uno degli aspetti più profondi e significativi della mentalità celtica è la fascinazione per tutto ciò che è passaggio, trasformazione, per il liminale, per quello spazio e quel tempo che si insinuano fra il momento in cui tutto finisce e quello in cui tutto inizia di nuovo, secondo un tempo ciclico, per quello iato abissale che si apre sul mistero che irrompe fra il “non più” e il “non ancora”. Il non casuale twilight di Yeats.  Questo spazio incommensurabile, temibile nel quale si inoltra il pensiero del mistico e dell’artista.

È questo spazio che Harpur esplora. Perché per lui il faticoso e misterioso processo creativo è simile a quello della ricerca spirituale. Lo afferma più volte lui stesso. Un’avventurosa, travagliata esplorazione come uomo e come artista, non immune dal dolore, che tanto somiglia al fortunoso viaggio di Brendano, cui del resto Harpur dedica in The Dark Age un testo qui presentato.

Renato Mambor

Renato Mambor

Come dice Adam Zagajevski, “nella poesia si mette ciò che non si sa”. Ma il non sapere richiede che solidi siano i supporti da cui muovere. Per non perdersi nelle fauci del nulla. Il percorso che Harpur si è scelto quindi, chiede strumenti adatti. La sua formazione classica (conosce perfettamente il greco e il latino e gli autori della classicità, di cui ha fatto alcune traduzioni) lo spinge ad esplorare le possibilità che la metrica antica, greca soprattutto, offre alla sua lingua. Trimetro giambico, pentametro, distico elegiaco suonano nel suo inglese con lo stesso elegante equilibrio classico dei testi redatti dagli antichi monaci e santi irlandesi che preservarono la cultura antica e la mantennero viva nelle abbazie, nei cenobi e nei monasteri da loro fondati. Ma l’attingere al patrimonio metrico degli antichi non è solo un espediente tecnico, è l’attingere direttamente alla fonte poetica di quella cultura, da cui non si sente affatto separato o lontano.

Tipicamente irlandese è questa fusione armonica – quasi un fluire dell’una nell’altro –  fra l’antica cultura celtica, rutilante di meandri, miti visionari, eroi luminosi anche se sconfitti, percorsi circolari e un cristianesimo coltissimo, esplorativo, costellato di santi anacoreti, misticismo, bizzarria e magia. Una spiritualità in fondo non poi così diversa, nelle sue componenti, da quanto l’ha preceduta in quell’isola.

Ed è infatti questo momento aurorale del cristianesimo, irlandese, ma anche latino, greco e siriaco,  che affascina Harpur.  Non meno del lento estinguersi dell’antica tradizione classica nei suoi epigoni. Si veda la sua traduzione di Boezio dal titolo  The Fortune’s Prisoner, oppure L’augure a riposo, in Ossa oracolari;  non meno del patrimonio mitologico  celtico, che è costantemente presente in sottofondo.

Nell’interazione fra questi due momenti nella storia dell’Occidente, fra il paganesimo e il cristianesimo, fra l’antico e la modernità,  Harpur non legge solo il passaggio fra due epoche, fra due culture, ma un aspetto ben più profondo e inquietante; la lotta, appunto, fra natura e spirito. Come è nel mito di fondazione della conversione irlandese al cristianesimo da parte di San Patrizio, in cui i serpenti che egli scaccia dall’Irlanda, non sono altro che i pericolosi “rettili della mente” di Blake, niente affatto sconfitti.

Il mio rapporto con la religione, col Cristianesimo e la chiesa è complesso. Mi considero un agnostico rinato, o un ricercatore spirituale. Sono attratto dai mistici di ogni religione e cultura, da Meister Eckhart a Rumi, a Kabir e dal più profondo e radicale maestro spirituale dei tempi moderni che io abbia mai incontrato, J. Krishnamurti. Nutro profonda diffidenza nei riguardi delle strutture religiose istituzionali e delle gerarchie e mi piace il commento di Blake, che, per il culto religioso, un pub sarebbe un luogo migliore di una chiesa”, afferma ancora Harpur nell’intervista già citata.

Fra quelle che Harpur definisce “questioni che nella mia vita sono state forza centrale e propulsiva”, non di secondaria importanza è il problema del Fato, il chiedersi se un destino segnato esista, se lo si possa cambiare. È sicuramente centrale in The Monk’s Dream, raccolta pubblicata nel 1996, successivamente alla morte del padre. La poesia che dà il titolo alla raccolta si riferisce alle sospette circostanze della morte del poco amato re Guglielmo II (1056-1100) in un incidente di caccia. Pare che un anonimo monaco avesse sognato la fine del re e l’avesse fatto avvertire, ma questo non cambiò il fato che lo attendeva. La sezione centrale di questa raccolta è dedicata interamente alla malattia, alla morte e ai funerali del padre di Harpur ed è una lunga meditatio mortis, ma anche una profonda riflessione sul destino finale di ogni vita. E ancora ritorna, come questione aperta, in Ossa oracolari, dove l’eroe nazionale Cuchulainn, protagonista del ciclo mitologico dell’Ulster, sfida il proprio destino già segnato, ignorando volutamente i segni premonitori e i tabù che non potrebbe infrangere, andando consapevolmente verso la morte. Morendo da eroe e da uomo libero.

Renato Mambor

Renato Mambor

Fondamentale è stata per lui, in età giovanile, la lettura di Jung e la scoperta della sua teoria dell’inconscio collettivo, che gli dischiudono una nuova visione del mito, quale narrazione fondante della psiche. Così Harpur legge, nelle vite dei santi, talvolta bizzarre e sorprendenti, una ricchezza di miti e leggende non meno articolati e variegati di quelli del mondo pagano e classico, tale da tracciare una mappa della psiche umana.

In questa inesausta ricerca della luce del Sacro attraverso la tenebra della psiche, individuale e collettiva, e della storia dell’uomo, Harpur conversa con i santi e i mistici e gli asceti pagani e cristiani, talvolta anonimi o immaginari, spesso realmente esistiti, ai quali non di rado dà voce. Con Jakob Böhme, con Giuliano di Norwich, con Richard Rolle, con Marguerite Porete. E, soprattutto, in un poemetto di circa 400 versi, con San Simeone lo Stilita, l’anacoreta la cui vita è una parabola della via negationis  che, non potendo fuggire dal mondo in orizzontale, lo fuggì in verticale, dimorando per trentasette anni su di una colonna alta quindici metri. Negando se stesso, la propria natura, la propria umanità, il mondo, alla ricerca dell’Assoluto. Ma solo per accorgersi poi, che il mondo accorreva a frotte verso di lui, talché sotto la sua colonna, come dice Harpur, si radunava una sorta di permanente Woodstock!

San Simeone, come lo scrittore, come il poeta, ha sete d’isolamento, di solitudine, ma come l’artista creatore, comprende poi di non poter trascendere, di non poter negare il mondo.  Così  come lo comprese Faust. Sostenute da un virtuosismo linguistico prodigioso, da una perizia tecnica degna di un antico bardo irlandese, tensione, ascensione, sete e cerca sono i punti nevralgici della sua poesia – poesia mistica, religiosa si potrebbe dire, consapevoli che per Harpur un mistico è anche l’artista – che forse ha solo in Gerard Manley Hopkins, seppur in modo e con origine del tutto diversi, un predecessore in lingua inglese. Forse soprattutto nella ricerca di un metro nuovo, di una lingua nuova, capaci di esprimere l’ineffabile, l’invisibile, l’ascesi, ma che nascono dalla consuetudine con l’antico,  ponendosi Harpur volutamente al di fuori delle correnti contemporanee postmoderne, e  tantomeno limitandosi a un chiuso mondo, in cui l’io rimane prigioniero delle cose cui arriva la sua vista fisica. No, il mondo di Harpur è fatto più di visioni, di rivelazioni che dalle cose emanano – della capacità di vedere il miracolo, il mistero,  irrompere nel quotidiano, come nel testo Angeli e mietitori che dà il nome all’ultima raccolta – e non ha confini né di tempo né di luogo. Ė terra incognita, l’oceano sconosciuto su cui si avventuravano Brendano e i suoi monaci alla ricerca dell’Isola dei Beati, incontrando nel corso del viaggio mostri minacciosi e dèmoni. È la sua stessa anima di poeta e di uomo.

L’uso di immagini sorprendenti e inattese, il concatenarsi delle metafore, la fluidificazione del mito, che scorre potente verso di noi con l’ardore bruciante della fiamma ma con veste rinnovata, e della sua potenza visionaria, la profonda conoscenza del patrimonio culturale dell’Irlanda celtica, della cultura classica, della tradizione cristiana, l’uso sottilissimo del linguaggio, fanno di Harpur il più irlandese dei poeti irlandesi. Perché è su queste basi culturali che si è formata l’Irlanda moderna. Tutta la sua produzione poetica è un unico, ininterrotto dialogo, che fluisce lungo quel costone semi-illuminato che è il passaggio dal mondo antico e pagano alla modernità, e dalla modernità alla contemporaneità. È una poesia fortemente impregnata di spiritualità dunque, molto nella grande tradizione  poetica bardica irlandese, ma una spiritualità che ha una profondissima connessione con la modernità.

Il travaglio del passaggio da un’epoca a un’altra infatti è l’eco del nostro, le domande  che torturano i suoi asceti, cristiani e pagani, i dubbi che attanagliano i suoi uomini,  i suoi peccatori, i suoi indovini, i suoi monaci, sospesi tra un mondo e un altro, sono i nostri, la fine drammatica  di un’epoca che si avvia incerta verso l’ignoto è la nostra.

Francesca Diano

James Harpur

James Harpur

James Harpur è nato nel 1956 da genitori angloirlandesi e da molti anni si è trasferito a vivere  nella Contea di Cork, a Clonakilty. Ha compiuto studi  classici, approfondendo poi la storia e la letteratura irlandese dei primi secoli del cristianesimo, ma possiede anche una solida formazione di latinista e di grecista, ha studiato l’ebraico e ha soggiornato per lunghi periodi sull’isola di Creta, ambiente che ha ispirato molte delle sue opere.

Ha pubblicato  varie raccolte di testi poetici con la Anvil Press e una meravigliosa traduzione di Boezio, che ha intitolato Fortune’s Prisoner. Ma traduzioni ha pubblicato anche da Dante, da Virgilio, da Eschilo, da Plotino  ecc. Da A Vision of Comets, a The Monk’s Dream, da The Dark Age a Oracle Bones a Voices of the Book of Kells, le sue raccolte  poetiche gli hanno guadagnato moltissimi riconoscimenti e numerosi premi nazionali e internazionali. Nel 2007 ha pubblicato, con la Iona Books, The Gospel of Joseph of Arimathea, testo in prosa e versi.

Fra i molti premi e riconoscimenti, nel 1995 ha ricevuto the British National Poetry Prize, borse dalla Cork Arts Society, dall’Arts Council, dall’Eric Gregory Trust e dalla Society of Authors. Nel 2009 ha vinto il Michael Hartnett Award. Nel 2012 ha pubblicato la quinta raccolta poetica, Angels and Harvesters, sempre con la Anvil Press. E’ direttore della sezione poesia  di Southword, uno dei più importanti e autorevoli  periodici letterari irlandesi e della Temenos Academy Review.

È stato poeta residente per il Munster Literary Centre, la Princess Grace Kelly Irish Library di Monaco e la Cattedrale di Exeter.  Tiene corsi  di scrittura poetica in varie università sia in Irlanda che in Gran Bretagna, letture pubbliche, televisive e radiofoniche e attualmente sta conducendo un lavoro su Ulisse e l’Odissea.

Nota di traduzione

Ho incontrato la poesia di James Harpur circa otto anni fa, quando scoprii, durante alcune ricerche, il poemetto in quattro parti Voices of the Book of Kells e ne rimasi fulminata. Avevo visto l’Evangeliario a Dublino, ne avevo anche scritto e in questo suo testo lo ritrovavo in tutta la sua gloria, ma con il dono della Parola. Così lo tradussi subito, perché per me tradurre è il modo più diretto e profondo di conoscere un testo. Nemmeno la più attenta lettura permette di penetrare con altrettanta precisione nei meccanismi più profondi della creazione. Nel corso degli anni, con Harpur è nato un bellissimo rapporto epistolare, che mi ha permesso di conoscere non solo un grandissimo poeta, ma anche una persona di profonda  generosità e umanità.  Ho tradotto altre sue cose nel tempo e sono grata a Nicola Crocetti che, con la sua eccezionale sensibilità per la grande poesia e per i grandi poeti, ha immediatamente compreso, quando gliene ho parlato, il valore di un poeta di grande statura, famosissimo all’estero ma sconosciuto in Italia e ha voluto ospitarlo in anteprima nazionale nella sua rivista.

 Tradurre l’opera di Harpur non è cosa semplice, e per molti motivi; prima di tutto perché è un poeta grande, ormai entrato nella storia letteraria del suo paese; a poeti così ci si accosta con grande timore e reverenza. Poi perché il suo linguaggio, pur limpidissimo e cristallino, mai fumoso o scontato, è intessuto di rimandi, di stratificazioni culturali, di echi delle tante tradizioni culturali e letterarie che in lui si fondono. Poi per la musicalità e la preziosità della parola e per l’arte somma nella costruzione dei testi. Le allitterazioni, le assonanze, le rime usate con grande parsimonia e dunque particolarmente significative, la danza continua dei suoni. È un’impresa da far tremare i polsi.

Credo che, senza la mia lunga frequentazione della tradizione letteraria irlandese, senza il mio amore per quella terra, senza averci vissuto, e senza tutto quello che da mio padre mi è giunto in eredità dal mondo classico, senza il mio amore per le sfide, ma soprattutto senza l’approvazione di Harpur stesso delle mie traduzioni, non avrei avuto nemmeno il coraggio di accostarmi alla sua opera. In questo mio lavoro, che ho compiuto con grande rispetto e con la consapevolezza che mai riuscirò a rendere appieno la bellezza dell’originale, ho cercato, per quanto mi è stato possibile, di trasmette quello che ho capito e sentito nei suoi versi, le grandi emozioni che mi hanno comunicato traducendoli, la musica che ho cercato di ricreare in italiano con l’uso di endecasillabi, settenari, ottonari, alessandrini, assonanze e allitterazioni. Certo non ci sono riuscita che in piccola parte, ma ci ho messo tutta me stessa.

Francesca Diano

francesca diano

francesca diano

Francesca Diano è nata a Roma. Si è laureata in Storia della Critica d’Arte e ha vissuto a Oxford, Cambridge, Londra, dove ha lavorato al Courtauld Insitute e all’Istituto Italiano di Cultura e in Irlanda, dove ha insegnato all’Università di Cork. Dal 1981 è traduttrice letteraria di narrativa, poesia e saggistica e ha collaborato con Fratelli Fabbri, Cappelli, Neri Pozza, Donzelli, l’irlandese Collins e Guanda. È la traduttrice italiana delle opere della  grande scrittrice indiana Anita Nair. Autrice di poesia, saggi e narrativa, nel 2012 ha vinto il Premio Teramo. Ha tenuto corsi di Storia dell’Arte all’Università per Stranieri di Perugia e seminari di traduzione letteraria, ha organizzato convegni ed eventi, fra cui Terrazza sull’India per il Festival dei Due Mondi di Spoleto. Ha pubblicato una raccolta di racconti, Fiabe d’amor crudele, 2013 Edizioni La Gru e nel 2010 il romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese.

[1] Intervista su Poetry Ireland Review, N° 105 Inverno, 2011/12

Da Visione di comete

A Vision of Comets 1993
Mito modificato

La serpe stava immobile, l’essenza
Di generazioni di serpi compressa
In ciascun atomo di nervi e muscoli;
Le verdi spire oleose scintillanti
Con l’asciuttezza del colore a smalto.

Il santo sereno, sangue caldo
Si piegò e versò gocce d’acqua santa
Finché come uno spasmo di saetta forcuta
La serpe, crocefissa, sputò e risputò fuori
Il vangelo con sibili e veleno,
Sventagliando come un fioretto la lingua cieca,
Distaccata la testa dalla coda
Dal peso abnorme di solida carne.
Uscendo dalla pelle, iniziò a tremare,
Poi saettò attraverso le felci
Che crepitarono come pioggia su un’inferriata viva.

Ovunque andasse i serpenti svanivano:
Lui scagliava una croce,
Loro guizzavano in tane di volpe.
Lui schioccava le dita,
Loro sgusciavano fra le crepe di lapidi.
Diceva “Abracadabra”
E loro si scioglievano diventando miraggi.

Ma mentre il santo gettava via i sandali
Le serpi si fecero strada a morsi sottoterra,
E s’incontrarono, e serpe mangiò serpe
Finché un solo serpente, pregno dei propri succhi,
Il dorso incrostato dei colli dell’Irlanda
Stette immobile.

Ed ora sta in attesa,
S’ingrossa sotto l’esile pelle del Nuovo Testamento,
Attendendo che i santi su San Pietro
Crollino ad uno ad uno,
Come tante oche ritte al tirassegno.

.
Revised Myth

The snake lay still, the essence
Of snake generations compressed
Into each atom of nerve and muscle;
Its oily green coils glistening
With the dryness of glazed paint.

The warm-blooded serene saint
Leant over and let drip drops of holy water
Until like a fork of lightning spasm
The snake, crucified, spat and spat
Back the gospel with hiss and venom,
Its blind tongue flickering foil-like,
Head and tail split from each other
By the great sackweight of solid flesh.
Unpeeling itself, it began to shudder,
Then rocketed through the bracken
That crackled like rain on a live rail.

Wherever he went, the snakes vanished:
He lobbed a cross.
They darted into foxholes.
He clicked his fingers,
They slipped between the cracks of gravestones.
He mouthed ‘Abracadabra’,
They melted into their own mirages.

But while the saint kicked off his sandals
The snakes chewed their way through thick earth,
And they met, and snake ate snake
Until just one serpent, sweating in its juices,
Its back crusted with the hills of Ireland,
Lay still.

And now it lies waiting,
Swelling under the thin skin of the New Testament,
Waiting for the saints on St Peter’s
To drop off, one by one,

Like stand-up ducks at a rifle range.

James Harpur

James Harpur

Visione di comete

Il volo era in ritardo.
Fuori, il cielo notturno era pulito,
E la terra che tutto il giorno aveva accolto il sole
Ora dormiva nel silenzio.
Poteva essere un’isola greca
O la nuova terra d’America.
Tornava a casa, una buona volta, o cattiva,
E il fermento di ricordi accumulati
Delle amicizie d’un tratto emerse dal centro
Dello stomaco in ondate di nausea inaspettate.
Il tempo ticchettava e i passeggeri sedevano in file
Sotto le tremolanti luci al neon
Cercando di alleviare l’inquietudine
Del non sapere quando il decollo venisse annunciato.
Ed infine, affondato del tutto
In emozioni dolorose di perdita e rimpianto,
Fu sorpreso da un senso di pace,
Da un’inspiegabile intima certezza
Che ritornare a casa fosse giusto.
D’improvviso si sentì sereno e, voltandosi,
Vide la gente alzarsi tutta insieme,
Radunando in fretta i bagagli e muoversi
Verso il gate per l’imbarco.
Tornò indietro risalendo la folla per cercare le borse
E salutare quelli che erano stati cari amici.
Stranamente, avvicinandosi al posto in cui era stato
Vide qualcosa che gli parve stellata oscurità –
Come se il muro si fosse dissolto –
E la gente svanire dai bordi della vista.

Gli parve di conoscere il giovane lì ritto.
Era certo all’esterno perché l’oscurità
Si dilatava intorno chiudendo gli orizzonti.
Si avvicinò all’uomo, che indicò il cielo.
E lì, a incendiare il buio di spruzzi d’oro,
Otto comete fulgide solcavano la notte dolcemente,
Lente levandosi, girando, scivolando, immergendosi
Come delfini aurei che balzano nell’azzurro dell’oceano.
Le loro code, da cui emissioni di scintille
Sprizzavano e svanivano, si intrecciavano, muovendosi
Come guidate da un’intelligenza,
Come se le comete fossero guidate con fili d’aquilone
Da questo giovane che muoveva le mani.
Poi le comete presero a dissolversi –
Ma le particole si riallinearono e si fusero
In tratti luminosi con punti e ghirigori –
E capì ch’erano parole ebraiche gigantesche,
Che gli dicevano quale fosse il suo scopo,
Quale la sua missione sulla terra.

.
A Vision of Comets

The flight was delayed.
Outside, the night sky was clear,
And the land that had received the sun all day
Now slept in silence.
It could have been a Greek island
Or the new land of America.
He was returning home, for good, or for bad,
And the welter of accumulated memories
And friendships loomed up from the pit
Of his stomach in sudden queasy waves.
Time tickled on and passengers sat in rows
Under the flickerings of neon
Slowly numbing themselves to the worry
Of wondering when the flight would flash up.
Eventually, sunk in the midst of
Painful feelings of regret and loss,
A sense of peace overtook him,
An inner inexplicable assurance
That his journey home was right.
He felt suddenly at ease and, turning round,
Saw people rising as one from their seats,
Quickly assembling their luggage and moving
Towards the gate for their departure.
He went back against the flow to find his bags
And say goodbye to those who had been his intimates.
Strangely, as he approached the place he’d been,
He saw what seemed to be starry darkness –
As if the wall had melted away –
And people vanishing into the fringe of his eyes.

He somehow knew the young man who stood there.
It must have been outside for the darkness
Stretched all around sealing the horizons.
He approached the man, who pointed to the sky,
And there, igniting the dark in golden sprays,
Eight glowing comets moved softly through the night,
Slowly rising, turning, dipping, gliding
Like gilded dolphins hooping through the ocean blue.
Their tails, from which auras of sparkle
Would fizz and fade, were interwoven and moving
As if guided by an intelligence,
As if the comets were on the kite strings controlled
By this young man as he moved his hands.
Then the comets began dissolving –
Yet their particles realigned and coalesced
Into luminous strokes with dots and squiggles –
And he realised they were giant words of Hebrew,
That they were telling him what his purpose was,
What his mission was on earth.
Da Il sogno del monaco
The Monk’s Dream
1996

moda iperrealismo

Il tuffatore di Paestum

Dipingi questo sarcofago di pietra
Con scene del mio convito funebre.
Raduna i miei compagni d’un tempo
E ponili sopra letti morbidi.

Fa’ che il vino sciolga loro la lingua
Carezza le carni dei loro efebi
Succhia a baci dai flauti melodie
Trai armonie pizzicando le lire.

Tutto mi son lasciato dietro.
Scorie di vino mi impastano la lingua
La musica fa stridere il silenzio
E pelle sulla pelle mi disgusta.

Dipingi tinte ricche e veritiere
Fa’ che la sensualità colori
Questo sepolcro gelido ed ascetico –
Ad eccezione dell’interno del coperchio:

Qui fai vedere l’oceano sconfinato
Uno o due alberi con rami come felci
La sagoma di un trampolino;
Che tutto sia essenziale e delicato.

E raffigurami senza veste alcuna
Un’anima nuda in volo e rilucente
Che attraverso la mia vita sensibile
Si tuffa nelle acque dell’oblio.

The Paestum Diver

Paint this stone sarcophagus
With scenes of my funeral feast.
Gather my old companions
And place them on soft couches.

Release their tongues with wine
Caress the flesh of their ephebes
Canoodle tunes from flutes
Pluck harmonics from their lyres.

I have left it all behind me.
My tongue is scummed with wine
Music shrills the silence
And skin on skin sickens.

Paint the colour rich and true.
Let sensuality stain
This cool ascetic tomb –
Except the inside of the lid:

Here show the boundless ocean
A tree or two with fernlike branches
The framework of a diving board;
Keep it delicate and simple.

And show me stripped to nothing
A naked shining soul in flight
Diving through my sensate life
To the waters of oblivion.

.
L’appartamento di mio padre

Discostando le tende tutti i giorni
Vedeva sempre, dal terzo piano, imponente
Un’ansa del Tamigi e gli alberi di Battersea

E la Pagoda giapponese, lì acquattata –
Che s’infiamma – parodia di un gazebo per la banda,
E ai quattro lati ostenta un Buddha d’oro.

Splendeva come lanterna accanto all’intreccio sfavillante
Dell’Albert Bridge di notte.
Se avesse attraversato
Il fiume avrebbe forse sentito un Rinuncia al mondo

Sfuggire dalle labbra dorate o visto Gautama immerso
Nel sonno mortale, il volto rilassato, la carne liberata;
Ad insegnare l’arte del morire persino nella morte.

Oltre il fiume, la notte due occhi ardono
Fissi sul pesante velluto delle tende.

.
My Father’s Flat

Tugging apart the curtains every day
He always saw, three storeys up, a grand
Sweep of the Thames, the trees of Battersea.

And, squatting there, the Japanese pagoda –
Inflaming – a parody of a bandstand,
Its four sides flaunting a golden Buddha.

It glowed like a lantern near the glitzy braid
Of Albert Bridge at night.
If he had crossed
The river he might have heard Renounce the world

Escape the gilded lips or seen Gautama lying
In mortal sleep, his face relaxed, his flesh released;
Even in death, teaching the art of dying.

At night, across the river two golden eyes burn
Into the heavy velvet of the curtain.

.
Il sogno del monaco

“È un monaco e, come monaco, sogna a pagamento;
dategli cento scellini”
Guglielmo II, come riferito da Guglielmo di Malmesbury

“Quello che ti raggiunge non poteva in alcun modo evitarti,
e quello che ti evita non poteva in alcun modo raggiungerti.”
Proverbio arabo

In quell’alba d’agosto, i campi imperlati di stelle luminose,
Un monaco straniero – non disse mai il suo nome –
Venne a dirmi del sogno fatto la notte prima
Insistendo perché lo raccontassi a Re William.

Trasudando malvagità, il re fece irruzione
In una chiesa deciso al sacrilegio:
Agguantato un crocefisso di legno prima
Rose le braccia aperte poi morse le gambe serrate

Quando d’un tratto il Cristo pungolato sferrò un calcio
E gettò a terra il re: mentre era in ginocchio le mascelle
S’aprirono come un pozzo infernale ed un getto
Di fuoco, proiettato in alto fino al cielo, fumigò le stelle.

Quando lo dissi al mio signore, lui ghignò e si lasciò sfuggire
Che lui pure, la notte precedente, aveva fatto un sogno:
Mentre gli praticavano un salasso, il sangue zampillò
Fino a offuscare il sole col suo flusso schiumoso.

E poi, sfidando Dio, il re se n’andò a caccia.
Il sole, folle occhio rosso, tramontava
Traendo ombre azzurre e oblique da ogni ramo e tronco
E con Walter Tyrell come compagno unico di William.

Scrutando in cerca di cervi la radura adornata di felci
Il re, il braccio dell’arco pronto al tiro, era in attesa.
Poi, fra la macchia frusciante, apparve un cervo:
Mirò, scoccò e mancò l’animale, che fuggì.

Walter ne vide immediatamente un altro
E scoccò un dardo… poi fermò il respiro
Poiché aveva colpito il corpo del sovrano,
Che piombò sulla freccia affrettando la morte.

Io, Robert Fitz Hamon, lascio testimonianza
Degli eventi accaduti come mi furon detti.
Venni poi a sapere che Walter fuggì all’estero
E che l’ignoto monaco non venne mai più visto.

Ma spesso io mi chiedo se il suo sogno
Avrebbe mai mutato il destino di William –
Siamo costretti a un piano già segnato dagli astri
O sono libere le nostre azioni?

Questo so: dobbiamo mondare la vita dal sangue
Far penitenza per i peccati del passato
Pregare per l’anima nostra e far pace con Dio
E vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo:

Poiché chissà quando la freccia in mano al fato
Con i muscoli tesi, nel fremito di uccidere
In un giorno ignoto od ignorato
Ci spedirà in paradiso o all’inferno.

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moda maschera

The Monk’s Dream

‘He is a monk, and dreams for money, like a monk;
give him a hundred shillings.’
William II, as reported by William of Malmesbury.

‘What reaches you could not possibly have missed you,
And what misses you could not possibly have reached you.’
Traditional Arab Saying

That August dawn, the fields star-dewed with light,
A foreign monk – he never said his name –
Came to tell me of his dream the previous night
Insisting I should tell it to King William.

Oozing maleficence, the king had burst
Into a church intent on sacrilege:
Seizing a wooden crucifix he first
Gnawed its outstretched arms then bit its bolted legs.

When suddenly the goaded Christ kicked out
And floored the king; as he lay prostrate, his jaws
Opened like the pit of hell and a spout
Of fire, streaking up to heaven, smoked the stars.

When I told my lord, he sneered and blurted
That the night before he too had had a dream:
His blood was being let when up it spurted
Until it dimmed the sun with its frothy stream.

Later, testing God, the king went off to hunt.
The sun, a mad red eye, was in decline
Slanting blue shadows from every branch and trunk
And Walter Tyrell, William’s sole companion.

Staring in the bracken-fretted glade for deer
The king, his bow arm at the ready, waited.
Then, through the twitching copse a stag appeared:
He aimed, fired and grazed the beast, which fled.

Straightaway Walter saw another one
And loosed an arrow… then held his breath
As it pierced the body of our sovereign,
Who plunged down on the shaft to hasten death.

I, Robert Fitz Hamon, leave this record
Of the day’s events as I was told them.
I later heard that Walter fled abroad
And the foreign monk was never seen again.

But I often wonder if his dream
Could have altered William’s destiny –
Are we constricted to a star-fixed scheme
Or can we execute our actions freely?

This I do know: we must cleanse our lives of blood
Do penance for transgressions of the past
Pray for our souls and make our peace with God
And live each day as if it were the last.

For who knows when the arrow gripped by fate
In muscled tension, quivering for the kill
On an ignored or unknown future date,
Will send us into paradise, or hell.
Da Ossa Oracolari
Oracle Bones 2001

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moda maschera 1

“Tendo le braccia”
Tendo le braccia come un cigno in volo
E, senza peso, guardo il mondo volgere
Tanto in alto io vedo – senza fine parrebbe
Roma e i suoi bianchi monti all’orizzonte,
Triremi all’ancora nella pigra Alessandria
Pescatori di perle tuffarsi dagli scogli
Ed il vento che vaga in lande desolate.
Il sole non trae ombre dallo gnomone.
Io son qui radicato, disfacendomi dentro
Non altra scelta ho avuto che questa pertica
Ed ora io più scegliere non posso
Ogni scelta compiuta è stata come un chiodo
Che inchioda le mie braccia ad abbracciare il mondo.

.
‘I stretch my arms’

I stretch my arms like a swan flying
And watch, weightless, the world turning
So high up I can see – endlessly it seems
Rome and white mountains rising beyond,
Triremes at anchor in still Alexandria
Pearl-divers practising from rocks
The wind wandering through the wilderness.
The sun casts no shadow of the compass.
I am rooted to the spot, rotting inside
I had no choice but to choose this perch
And now I cannot choose any more
Each choice I made was like a nail
Fixing my arms to embrace the world.

.
L’augure a riposo

Questo sì mi rincresce
Che sempre il coraggio m’è mancato
Di annientare le maschere
Di volti tesi nell’anticipazione.
L’ aspettativa era cibo per la mia aspettativa
O la mia anarchia paralizzava.
Troppo giovane e troppo diffidente
E immergere le mani
Nella pungente succulenza
Ad afferrare il fegato vischioso
Ed estrarlo ancora fumigante
Con un gesto ostentato e plateale
Possedeva una sua solennità
Un fascino di cui un tempo godevo.

Che cosa ha fatto sì che dèi immortali
S’affidassero a un pugno di fifoni ammuffiti
Per gracchiare i loro messaggi
Io non l’ho mai capito.
Ma il volo degli storni
Prima dell’alba
In un cielo invernale
Una massa di luci tratteggiate che s’espandeva
E si contraeva
In un disegno in continuo cangiante
Di momento in momento
E tuttavia mantenendo la forma
Come una rete da pesca lanciata
Sopra il mare
Si librava nell’aria liquescente
Spampanandosi molle –
Le sue linee d’ombra e di luce
S’avvicendavano filtrate dalle maglie
Per poi aprirsi in un flusso di splendore…
Il punto è la bellezza, non
La comunicazione degli dèi:
Un lampo di bellezza inaspettata
Penetrante e che non lascia traccia
Prima ancor che la mente getti luce
Sul suo significato preordinato.

Questo mondo s’avvia alla ragione
E le guerre civili son finite
Le speranze deposte sugli archi di trionfo
Ammassando cultura dalla fredda Britannia
Giù giù fino ai deserti di Giudea.
Che gli Etruschi rasati dal ventre prominente
Con le loro superstizioni deliranti
Buttino pur via la vita in profezie.
Che i riti continuino a impressionare
Come un’ostentazione di stabilità
Ma cessiamo, cessiamo
Di bramare la sfera della superstizione.
Non dei, non uccelli non statue essudanti
Ma i ceppi della legge
E lo staffile… la crocefissione
Introdurranno e assicureranno
Mille anni di pace.

Retired Augur

It is a matter of regret
I never had the confidence
To puncture the masks
Of taut anticipating faces.
Expectation fed my expectation
Or paralysed my anarchy.
I was too young and diffident
And to plunge my hand
In the stinging succulence
Clutch the slippery liver
And whip it out still steaming
With an ostentatious flourish
Had its own momentum
A fascination I once relished.

What made immortals gods
Pick out a clutch of dusty chickens
To cluck their messages
I never understood.
But the flight of starlings
Before the sun arose
Across a wintery sky
A mass of dotted light expanding
Contracting
The pattern always changing
Moment to moment
Yet held within the form
As a fishing net when swept
Above the sea
Poised in the liquid air
Unbuckles loosely –
Its lines of light and dark
Shifting in the sifting mesh
Then spreading in one glorious flow…
The point is beauty – not
Divine communication:
A flash of unprepared-for beauty
Penetrating, traceless
Before the mind can cast
Its predetermined meaning.

This world is moving into reason
The civil wars are over
Our hopes rest on triumphal arches
Staking culture from cold Britain
To the deserts of Judea.
Let bald fat-bellied Etruscans
Hawking crackpot superstitions
Piss away their lives in prophecy.
Let the rituals stagger on
As stabilising pageantry
But let us cease, cease
To crave the sphere of superstition.
Not gods, birds, sweating statues
But the manacles of law
The scourge… crucifixion
Shall usher in, ensure
A thousand years of peace.

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L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

Mario M. Gabriele

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

Francesca Dono ilgrovigliodeirampicanti

al poeta l'ignoto e un'ombra nascosta in ogni stanza

LA PRESENZA DI ÈRATO

La presenza di Èrato vuole essere la palestra della poesia e della critica della poesia operata sul campo, un libero e democratico agone delle idee, il luogo del confronto dei gusti e delle posizioni senza alcuna preclusione verso nessuna petizione di poetica e di poesia.

Un'anima e tre ali - Il blog di Paolo Statuti

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