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POESIE di Costantino Kavafis nella traduzione di Filippo Maria Pontani introdotte da una prosa inedita “Sulla cera” di Letizia Leone e una scelta di frammenti di Gaston Bachelard da “La fiamma di una candela” (SE, Milano, 1996) – L’ontologia del poeta solitario. L’immaginazione letteraria e la rêverie poetica sulla piccola fiamma di candela. 

grecia La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

Letizia Leone – SULLA CERA

Si può vivere anche così, inabissati in una camera senza finestre, e si può vivere bene, trascorrere un’esistenza vivace, ricca di imprevisti e affollata di fantasmi.
Non è mai solo, Costantino, tra le quattro pareti della sua stanza che potrebbero delimitare il peristilio di un tempio classico quando l’ardore dell’immaginazione trasfigura gli arredi, spacca i muri ed erge la fila delle colonne.
“Tana breve” chiama questa sua piccola camera-palcoscenico dove il lumen gagliardo di un candelabro celebra ogni sera il teatro delle Ombre. Qui come in una chiesa bizantina i lunghi ceri cultuali resistono accesi dall’ora della compieta per l’intera traversata notturna confortando gli avventori trafelati. Poiché quasi sempre nell’ora più alta della notte arrivano, luminosi, presso il suo tavolo da lavoro i lemuri e considerando che hanno scavalcato secoli, cento, mille e più anni, si rivelano sorprendenti nell’aspetto.
Non serbano affatto l’aura delle effigi delineate sulle icone o tumulate nelle pagine ingiallite di libri fuori commercio, non somigliano alle statue di marmo degli eroi conservate nelle sale vuote dei musei, no, sono ragazzi allegri e belli che irrompono rumorosi da un punto di luce ellenica. Un punto murato nell’universo che per qualche mistero si schiude in un fulgore di giardini ionici, sovrani e profumati. Forse Costantino ha trovato la formula arcana per disserrare quel varco ed è qualcosa che ha a che fare con il buio, la luce calda della lucerna e la notte. Chissà. Lui di certo non se ne preoccupa e fa solo il suo lavoro con concentrazione e generosità: sognare.

Sognare nel debole riverbero di una piccola combustione ma senza alcun sentimentalismo d’accatto, sognare in modo serio, magico, da negromante, un sogno ad occhi aperti in grado di insufflare vita estrema nelle parole di un morto.
Si, sono emozionato perché oggi ho un appuntamento con il maestro.
L’ho incontrato pochi giorni fa in un caffè di Alessandria e mi ha concesso l’onore di un’intervista. Conosco a memoria i suoi versi e ho già in mente le cose da chiedergli, e poi nel quartiere si chiacchiera. La sua dimora, un seminterrato al quale si accede scendendo una decina di scalini è il luogo misero e sublime di incontri clandestini, efebi, giovani poeti, fantasmi ardenti che sfilano muti e bussano alla sua porta.

Muore piano l’illuminazione nella stanza, si fa esangue vacillante di fiamme che bruciano sul candelabro davanti al reliquiario dei libri. Né gli spicchi di fuoco di cento candele riuscirebbero a intiepidire l’aria umida di sepoltura, qui il silenzio pone i suoi semi ed erompe in una quiete sovrana e profonda, non umana. Un uomo seduto al tavolo da lavoro in fondo alla parete sta leggendo da un quaderno, sono appunti scritti a mano, frammenti di versi erotici di Paolo Silenziario ricopiati da qualche versione dell’antologia palatina.

Ci sono. Mi siedo accanto al poeta, percepisco il mormorio sospiroso della recitazione nella gioia pacata della concentrazione. La poesia ormai è uno stato dell’essere che colma tutta la vita inavvertitamente. E così continua a leggere, nella sua condizione dura e lussuosa di esiliato, noncurante della mia presenza: continua a leggere per tutto il tempo della nostra conversazione ma non è maleducazione la sua. Tutto gli è lecito per la venerazione nei riguardi della Musa e, quanto a me è già troppo avere ottenuto udienza.

Come fa a vivere nella penombra? Gli chiedo.

grecia Eveone, Un efebo serve il vino al banchetto. Lato A da una kylix attica

Eveone, Un efebo serve il vino al banchetto. Lato A da una kylix attica

Lui ha detto una volta che è solito passeggiare senza scampo su e giù per tenebrose camere dove l’irruzione della luce da una finestra potrebbe essere un’altra tortura. Ma quale luce può essere dolorosa, mi scusi? Quella solare, accecante? E poi in fondo la Poesia non è bisogno di luce? Luce di una qualità segreta, forse, atta a generare visioni.

Quindi alla mia domanda sembra già aver risposto: chi non abbia mai indugiato sul mistero della Luce accennata dal filtro di una piccola fiamma non è predisposto alla poesia, all’esercizio interiore dello stupore e della metafora. Poi scrive dei versi e me li regala nell’attimo stesso della creazione: Una candela. Via, stasera, dalla camera troppe luci. Mi sia dato fantasticare preso nella malìa suggestiva del sogno…

Ormai è stanco di spiegare ad ogni avventore la sua felicità tra le solide mura di una cantina dove a volte dal soffitto impazza, invisibile, azzurro purissimo.
Lo splendido squallore di qualche convegno erotico, in segreto, sul divano o sul letto sfatto del solitario, a celebrare il più intimo rito della carne. Voluttà proibite. In questo momento c’è un ragazzo seduto sul divano che è venuto per ascoltare e ascolta con tutto il corpo, non solo con gli occhi ma anche con la bocca mentre tu Kostantinos gli porgi vino, miele, focacce sacrali.

Vorrei andarmene, mi sento un intruso.

Intanto la cera va consumando, libera il suo odore mieloso di chiesa e la fiamma si è appiattita come per effetto di correnti leggere, come se qualcuno avesse respirato…
Il mio poeta è laggiù, seduto nell’angolo, mentre io vado vagolando.

grecia scena di un banchetto

scena di un banchetto

Non t’illudere che sia stato un sogno, una sola e breve vita questa e tutte quelle che hai vissuto ogni notte: Demetrio, i sovrani Tolomei, Tèmeto D’Antiochia l’amante giovane, i profughi dei sottosuoli …non è l’unica occasione questa, si potrà rinascere nelle taverne e nei bordelli di Bèrito. Anche se la carne è nuova porterà incisa qualche ruga di memoria.
Resto incredulo, forse è l’effetto dell’aria guasta da questo odore nauseante di fiori decomposti misto all’odore del pane di cera, una penetrante esalazione che svela un presentimento.

Il fatto è che ora Kostantinos Kavafis ha spento le candele e tutte le lampade a olio. La tenebra fortifica se stessa. Poter sforare la densità e tentare una carezza sul volto di chi dorme.
Ne avrei voglia solo per sapere chi è tra me e lui la larva, lo spettro, il fantasma che succhia tepore dalle candele e dalle membra dei vivi.

teseo Greek Pottery Art Hercules Of greek vase painting

Greek Pottery Art Hercules Of greek vase painting

Gaston Bachelard – Frammenti da “La fiamma di una candela” (SE – collana Testi e Documenti. Traduzione di G. Alberti)

La fiamma ci chiama a vedere come se fosse la prima volta: ne abbiamo mille ricordi, ne sogniamo grazie all’individualità personale di un’antichissima memoria…il sognatore vive in un passato che non è unicamente il suo, nel passato dei primi fuochi del mondo.

La meditazione della fiamma ha offerto allo psichismo del sognatore un nutrimento di verticalità, un alimento verticalizzante.

Non è più tempo di lucignoli e candelabri. A oggetti desueti ormai non si accompagnano che sogni superati. A queste obiezioni la risposta è facile: sogni e rêverie non si modernizzano così rapidamente come le nostre azioni. Le nostre rêverie sono vere e proprie abitudini psichiche fortemente radicate. La vita attiva non le sconvolge in nulla.

… sembra che in noi ci siano angoli oscuri che tollerano soltanto una luce vacillante. Un cuore sensibile ama i valori fragili.

Un sognatore di lampada comprenderà d’istinto che le immagini della piccola luce sono intime fiammelle.
Il sognatore di fiamma unisce quel che vede a quel che ha visto. Conosce la fusione dell’immaginazione e della memoria. Si apre allora a tutte le avventure della rêverie; accetta l’aiuto dei grandi sognatori, entra nel mondo dei poeti.

Ricostruendo per noi stessi le immagini della cella del filosofo in meditazione, vediamo sul suo tavolo la candela e la clessidra, due esseri che indicano entrambi il tempo umano, ma in stili quanto diversi! La fiamma è una clessidra che scorre verso l’alto.

La fiamma non è più un oggetto di percezione. Si è trasformata in un oggetto filosofico. Allora tutto è possibile. Il filosofo può ben immaginare davanti alla sua candela di essere il testimone di un mondo in combustione.

Nella fiamma lo spazio vacilla, il tempo si agita.

La fiamma della candela sul tavolo del solitario prepara tutte le rêverie della verticalità. La fiamma è una verticale intrepida e fragile. Un soffio scompone la fiamma, ma la fiamma si raddrizza. Una forza ascensionale riafferma il suo prestigio.
Die Kerzenflamme, die sich purpurn bäumt (Fiamma di candela che purpurea s’impenna) dice un verso di Trakl.

…questi aforismi verranno accolti nel quadro di una poetica. Qui la fiamma è creatrice. Ci trasmette intuizioni poetiche affinché possiamo partecipare alla vita infiammata del mondo. La fiamma è allora una sostanza vivente, una sostanza poetizzante.

La lampadina elettrica non ci darà mai le stesse rêverie della lampada viva che traeva la sua luce dall’olio. Siamo entrati nell’era della luce amministrata. Nostro unico ruolo è girare un interruttore.

Ma queste rêverie sulle cosmogonie della luce non appartengono più al nostro tempo. Le evochiamo qui soltanto per segnalare l’onirismo sconosciuto, l’onirismo perduto, l’onirismo divenuto tutt’al più materia di storia, sapere di vecchio sapere.

Konstantinos (Costantinos) Kavafis (gr. Κωνσταντῖνος Καβάϕης), nacque a Alessandria d’Egitto il 29 aprile 1863 e morì nell’ospedale greco San Saba di Alessandria d’Egitto il 29 aprile 1933. Trascorse ad Alessandria la maggior parte della sua vita, visitando la Grecia solo tre volte (nel 1901, 1903 e 1932). Il greco, la sua lingua poetica, lo dovette reimparare durante l’adolescenza.
Kavafis vivendo in una città di mare, meta di viaggiatori ed emigranti in cerca di fortuna, si trovò in un felice crogiuolo di incontro tra persone di diverse culture. In Europa, in campo poetico, dominavano i simbolisti francesi, in Egitto vi era la grandissima e mirabile tradizione della poesia araba e per ragioni familiari Kavafis era vicino anche alla poesia ellenica di Omero, Saffo, Alceo, Anacreonte.
Impiegato per tutta la vita in un ufficio del ministero dei lavori pubblici d’Egitto coltivò quasi segretamente il suo amore per la poesia. In un primo tempo, compose i suoi versi in una lingua epurata ma dopo il 1903 si rivolse al parlato, arricchito di forme dialettali di Costantinopoli e di parole tratte dalla tradizione classica.
Le sue liriche pubblicate postume nel 1936, si possono suddividere in due gruppi: quelle scritte prima del 1910, che risentono dell’influenza dei parnassiani e dei simbolisti, e quelle che, composte dopo il 1910, rappresentano la parte migliore della sua produzione. Formatasi al di fuori della tradizione, la sua opera segna una reazione agli ideali cantati da Palamas.

Poesie di Cstantino Kavafis nella traduzione di Filippo Maria Pontani (Mondadori, 2000)

CANDELE

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese –
dorate, calde, vivide.

Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine dànno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.

Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,
la memoria m’accora del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.

.
CANDELABRO

Una camera piccola e vuota. Ivi s’accampa,
fra quattro mura nude, con un verde parato,
un candelabro splendido: divampa,
e brucia, dentro ciascuna sua vampa,
una lascivia, un impeto di lascivo calore.

Nella piccola camera che il candelabro allieta
del suo gagliardo, vivido lume riverberato,
quella fiamma è del tutto inconsueta:
non è per una carne vile e vieta
la forte voluttà di quell’ardore.

DALLE NOVE

Dodici e mezza. È scorso presto il tempo,
dalle nove, che accesi la lampada
e mi sedetti. Fermo, senza leggere,
senza parlare. Con chi mai parlare,
qua, solitario, in questa casa vuota!

E la parvenza del mio corpo giovine,
dalle nove che accesi la lampada,
venne, e mi colse; e mi destò memoria
di certe stanze chiuse profumate,
d’un remoto piacere (e temerario!)
E mi recò dinanzi agli occhi strade
che nessuno conosce più, locali
colmi di movimento, ora spariti,
e teatri, e caffè, che c’erano una volta.

E la parvenza del mio corpo giovine
venne e m’addusse le memorie amare:
separazioni, lutti di famiglia,
sentimenti dei miei, sentimenti
dei morti, di così poco rilievo.

Dodici e mezza. Com’è scorso il tempo.
Dodici e mezza. Come scorsi gli anni.

PERCHÉ GIUNGANO

Una candela, e più nulla. Quel lume fievole
meglio s’addice, più fascinoso sarà,
quando le Ombre giungano, Ombre di Voluttà.

Una candela. Via, stasera, dalla camera
troppe luci. Mi sia dato fantasticare,
perso nella malìa suggestiva del sogno,
abbandonato al sogno entro quel lume fievole,
perché le Ombre giungano, Ombre di Voluttà.

.
BRAME

Corpi belli di morti, che vecchiezza non colse:
li chiusero, con lacrime, in mausolei preziosi,
con gelsomini ai piedi e al capo rose.
Tali sono le brame che trascorsero
Inadempiute, senza voluttuose
Notti, senza mattini luminosi.

.
LE FINESTRE

In queste tenebrose camere, dove vivo
giorni grevi, di qua di là m’aggiro
per trovare finestre ( sarà
scampo se una finestra s’apre). Ma
finestre non si trovano, o non so
trovarle. Meglio non trovarle, forse.
Forse sarà la luce altra tortura.
Chi sa che cose nuove mostrerà.

I PASSI

Sopra il suo letto d’ebano, adornato
d’aquile coralline, dorme fondo
Nerone – inconscio, placido, e felice,
florido di carnale sanità,
di rigogliosa giovinezza bello.

Ma nella stanza alabastrina, ov’è racchiuso
Degli Enobarbi l’avito larario,
come inquieti s’affannano i suoi Lari!
Gli dei piccini tremano,
nell’ansia di nascondere i loro corpi esigui:
hanno udito una voce sinistra,
voce di morte che ascende la scala;
e gli scalini crollano sotto ferrigni passi.
Ora i Lari meschini, scoraggiti
Si sommergono a fondo del larario,
e l’uno l’altro spinge e risospinge,
un minuscolo dio su l’altro cade:
hanno compreso quale voce sia,
han conosciuto i passi delle Erinni.

MURA

Senza riguardo, senza pudore né pietà,
m’han fabbricato intorno erte, solide mura.

E ora mi dispero, inerte, qua.
Altro non penso: tutto mi rode questa dura

Sorte. Avevo da fare tante cose là fuori.
Ma quando fabbricavano come fui così assente!

Non ho sentito mai né voci né rumori.
M’hanno escluso dal mondo inavvertitamente.

.
IONICA

Se, frantumati i loro simulacri,
noi li scacciammo via dai loro templi,
non sono morti per ciò gli dei.
O terra della Ionia, ancora t’amano,
l’anima loro ti ricorda ancora.
Come aggiorna su te l’alba d’agosto,
nell’aria varca della loro vita un èmpito,
e un’eteria parvenza d’efebo,
indefinita, con passo celere,
varca talora sulle tue colline.

.
IN CHIESA

Amo la chiesa con i suoi labari, con i suoi
Amboni e le sue luci, e le immagini, e i suoi
Candelabri, e l’argento dei vassoi.

Com’entro là, nella chiesa dei Greci,
con gl’incensi fragranti, con le sue liturgie
risonanti di voci e d’armonie,
con le parvenze dignitose e pie
dei preti, il ritmo greve di gesti e movimenti,
il fulgore dei lunghi paramenti,
corre la mente all’èra bizantina, alle splendide
glorie di nostra gente.

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QUANDO SI DESTANO

Di conservarle sfòrzati, poeta,
anche se poche sono che s’arrestano,
le tue visioni erotiche.
Semicelate inducile nei versi.
Di possederle sfòrzati, poeta,
quando dentro la tua mente si destano,
la notte, o nell’avvampo del meriggio.

.
IL SOLE DEL POMERIGGIO

Questa camera, come la conosco!
Questa e l’altra, contigua, sono affittate, adesso,
a uffici commerciali. Tutta la casa, uffici
di sensali e mercanti, e Società.

Oh, quanto è familiare, questa camera!

Qui, vicino alla porta,
c’era il divano: un tappeto turco davanti,
e accanto lo scaffale con due vasi gialli.
A destra… no, di fronte… un grande armadio a specchio.
In mezzo il tavolo dove scriveva;
e le tre grandi seggiole di paglia.
Di fianco alla finestra c’era il letto,
dove ci siamo tante volte amati.

Poveri oggetti, ci saranno ancora, chissà dove!

Di fianco alla finestra c’era il letto.
E lo lambiva il sole del pomeriggio fino alla metà.

…Pomeriggio, le quattro: c’eravamo separati
per una settimana… Ahimè,
la settimana è divenuta eterna.

.
È VENUTO PER LEGGERE

È venuto per leggere. Aperti,
due, tre libri, di storici e poeti.
Ha letto appena per dieci minuti.
Poi basta. Sul divano
Sonnecchia. È tutto intero dei suoi libri
-pure, ha ventitré anni; è molto bello.
E questo pomeriggio è passato l’amore
nella carne stupenda, nella bocca.
Nella sua carne ch’è tutta beltà
corsa è la febbre della voluttà.
Senza grottesche remore alla forma del piacere…

letizia leone

letizia leone

Letizia Leone è nata a Roma. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF. Ha avuto riconoscimenti in vari premi (Segnalazione Premio Eugenio Montale, 1997; “Grande Dizionario della Lingua Italiana S. Battaglia”, UTET, 1998; “Nuove Scrittrici” Tracce, 1998 e 2002; Menzione d’onore “Lorenzo Montano” ed. Anterem; Selezione Miosotìs , Edizioni d’if, 2010 e 2012; Premiazione “Civetta di Minerva”). 

Ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi ,(2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011; la pièce teatrale Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015.

Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da cameraVersi erotici delle poetesse italiane- (2012). Attualmente organizza laboratori di lettura e scrittura poetica.

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Costantino Kavafis (1863-1933) DIECI POESIE “Itaca”, “Il sole del pomeriggio”,”Il tavolo vicino”, “Aspettando i barbari” “Una notte”, “Sulle scale”, “Dal cassetto”, “Per quanto sta in te”, “Candele” – con un Appunto impolitico di Giorgio Linguaglossa

grecia Eveone, Un efebo serve il vino al banchetto. Lato A da una kylix attica

Eveone, Un efebo serve il vino al banchetto. Lato A da una kylix attica

Konstantinos (Costantinos) Kavafis (gr. Κωνσταντῖνος Καβάϕης), nacque a Alessandria d’Egitto il 29 aprile 1863 e morì nell’ospedale greco San Saba di Alessandria d’Egitto il 29 aprile 1933. Trascorse ad Alessandria la maggior parte della sua vita, visitando la Grecia solo tre volte (nel 1901, 1903 e 1932). Il greco, la sua lingua poetica, lo dovette reimparare durante l’adolescenza.
Kavafis vivendo in una città di mare, meta di viaggiatori ed emigranti in cerca di fortuna, si trovò in un felice crogiuolo di incontro tra persone di diverse culture. In Europa, in campo poetico, dominavano i simbolisti francesi, in Egitto vi era la grandissima e mirabile tradizione della poesia araba e per ragioni familiari Kavafis era vicino anche alla poesia ellenica di Omero, Saffo, Alceo, Anacreonte.
Impiegato per tutta la vita in un ufficio del ministero dei lavori pubblici d’Egitto coltivò quasi segretamente il suo amore per la poesia.
In un primo tempo, compose i suoi versi in una lingua epurata ma dopo il 1903 si rivolse al parlato, arricchito di forme dialettali di Costantinopoli e di parole tratte dalla tradizione classica.
Le sue liriche pubblicate postume nel 1936, si possono suddividere in due gruppi: quelle scritte prima del 1910, che risentono dell’influenza dei parnassiani e dei simbolisti, e quelle che, composte dopo il 1910, rappresentano la parte migliore della sua produzione. Formatasi al di fuori della tradizione, la sua opera segna una reazione agli ideali cantati da Palamas.

grecia scena di un banchetto

scena di un banchetto

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Appunto impolitico di Giorgio Linguaglossa

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Per Kavafis sono false le utopie delle grandi ideologie, sono falsi gli idoli della civiltà, è falsa la morale sessuale borghese; la verità non localizzata e temporalizzata nel corpo di un individuo non è verità ma menzogna. Vero è solo ciò che si può osservare da nessun luogo. Vero è il luogo del corpo. Kavafis guarda con sfiducia e sospetto alla cultura del suo tempo che si stava avviando alla più grande carneficina della storia. Per Kavafis l’uomo non è veramente umano se non è fedele ad un punto di vista che ha sede nel corpo. Allo stesso tempo, l’uomo non può disertare il suo posto, che però è sempre relativo, in tutte le epoche e in tutte le civiltà. Kavafis resta fedele all’unica certezza: alla dimensione individuale vitale, relativistica e prospettivistica; nella sua visione poetica il gesto definitivo non occupa alcun posto, c’è solo la prospettiva vitale che può dare un senso alla storia individuale e sociale. Per il poeta alessandrino la verità può essere soltanto una verità vitale e parziale, legata ai nostri sensi e ai nostri umori e alla nostra esistenza. Di conseguenza, sfiducia totale nella storia e sfiducia totale nelle ideologie della sua epoca e predilezione per una utopia rovesciata, la pittografia di una Alessandria astorica, irreale, pagana, nutrita dei fasti di un lontanissimo passato. È una Alessandria immaginaria, che non esiste, quella di Kavafis, frutto di una potente carica visionaria e fantastica. La fama di Kavafis comincia a diffondersi ad opera di Edward Morgan Forster, autore di romanzi piuttosto come Camera con Vista, Casa Howard, e Maurice, dai quali sono stati tratti film di successo.  Forster lo incontrò ad Alessandria, e fece pubblicare alcune sue poesie tradotte in inglese sulle riviste londinesi. Seguirono altri ammiratori illustri, come W.H.Auden, T.S.Eliot, Marguerite Yourcenar, e diversi italiani, tra cui Ungaretti, nativo di Alessandria d’Egitto.
Trovo limitativa la definizione della lingua poetica di Kavafis come «caotico universo linguistico» di Pier Paolo Pasolini, grande ammiratore di Kavafis, soprattutto per quella parte della sua opera poetica dedicata all’eros efebico. Il poeta alessandrino disegna invece una utopia all’incontrario, una Alessandria d’Egitto che non esiste.
Nella poesia di Kavafis sorge per la prima volta nella poesia europea il mito dell’Efebo. Una sorta di Antinoo dei suburbi della città, poiché tutte le vicende delle sue poesie si svolgono in una Alessandria levantina, ricca di luci soffuse e di ombre. Il corpo oggetto d’amore è sempre quello di un giovane, del quale Kavafis quasi sempre fa scivolare nella poesia, come per caso, l’età efebica. Si avverte nettamente una nostalgia, un rimorso, un ricordo di un amore del lontano passato ormai irraggiungibile.

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grecia scena erotica 1

scena erotica

Il tavolo vicino

Avrà ventidue anni appena.
Ma – altrettanti anni fa – son certo
d’averlo goduto quello stesso corpo.

Non è affatto eccitamento d’amore.
Ero entrato da poco nel Casino;
per bere molto non avevo tempo.
Lo stesso corpo io l’ho goduto.

E anche se non rammento dove – un’amnesia che conta?
Ecco, ora che siede al tavolo vicino
riconosco ogni gesto – e sotto i suoi vestiti
rivedo nude quelle membra amate.

Il sole del pomeriggio

Questa camera, come la conosco!
Questa e l’altra, contigua, sono affittate, adesso,
a uffici commerciali. Tutta la casa, uffici
di sensali e mercanti, e Società.
Oh, quanto è familiare, questa camera!

Qui, vicino alla porta,
c’era il divano: un tappeto turco davanti,
e accanto lo scaffale con due vasi gialli.
A destra… no, di fronte… un grande armadio a specchio.
In mezzo il tavolo dove scriveva;
e le tre grandi seggiole di paglia.
Di fianco alla finestra c’era il letto,
dove ci siamo tante volte amati.

Poveri oggetti, ci saranno ancora, chissà dove!

Di fianco alla finestra c’era il letto.
E lo lambiva il sole del pomeriggio fino alla metà.

…Pomeriggio, le quattro: c’eravamo separati
per una settimana… Ahimè,
la settimana è divenuta eterna.

grecia scena erotica con efebo

scena erotica con efebo

Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta;
più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

(1911)

.

Una notte

Era volgare e squallida la stanza,
nascosta sull’equivoca taverna.
Dalla finestra si scorgeva il vicolo,
angusto e lercio. Di là sotto voci
salivano, frastuono d’operai
che giocavano a carte: erano allegri.
E là, sul vile, miserabile giaciglio,
ebbi il corpo d’amore, ebbi la bocca
voluttuosa, la rosata bocca
ditale ebbrezza, ch’io mi sento ancora,
mentre che scrivo (dopo sì gran tempo!),
nella casa solinga inebriare.

Ogni tanto lui giura

Ogni tanto lui giura
di cominciare una vita migliore.
Ma quando viene la notte a tentarlo
con le promesse e con le sue lusinghe,
ma quando viene la notte che domina
la carne, a quei piaceri consueti
del corpo che desidera, che vuole,
perdutamente ancora s’abbandona.

 

Sulle scale

Mentre scendevo l’ignobile scala,
tu entrasti dalla porta e per un istante
vidi il tuo volto sconosciuto e tu vedesti me.
Subito mi nascosi per non farmi vedere di nuovo e tu
passasti rapido nascondendo il volto
e ti infilasti nell’ignobile casa
dove non avresti trovato il piacere,
così come non l’avevo trovato io.
Eppure l’amore che volevi io l’avevo da darti,
l’amore che volevo – me l’hanno detto i tuoi occhi
stanchi e ambigui – tu l’avevi da darmi.
I nostri corpi si avvertirono e si cercarono,
il sangue e la pelle intuirono.
Ma noi, turbati, ci eclissammo.

 

grecia AENAOI NEFELAI - Efebo di Maratona

Efebo di Maratona

Aspettando I Barbari

.
Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

Oggi arrivano i barbari.

Perché mai tanta inerzia nel Senato?
E perché i senatori siedono e non fan leggi?

Oggi arrivano i barbari
Che leggi devon fare i senatori?
Quando verranno le faranno i barbari.

Perché l’imperatore s’è levato
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggiore, incoronato?

Oggi arrivano i barbari.
L’imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. E anzi ha già disposto
l’offerta d’una pergamena. E là
gli ha scritto molti titoli ed epiteti.

Perché i nostri due consoli e i pretori
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
Perché brandire le preziose mazze
coi bei caselli tutti d’oro e argento?

Oggi arrivano i barbari,
e questa roba fa impressione ai barbari.

Perché i valenti oratori non vengono
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

Oggi arrivano i barbari:
sdegnano la retorica e le arringhe.

Perché d’un tratto questo smarrimento
ansioso? (I volti come si son fatti seri)
Perché rapidamente e strade e piazze
si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.
(1908)
(traduzione di Filippo Maria Pontani)

.

Dal cassetto

Volevo appenderla a un muro della stanza.
Ma l’umidità del cassetto l’ha guastata.
Non la metto in un quadro questa foto.
Dovevo conservarla con più cura.
Queste le labbra, questo il viso…
ah, per un giorno solo, per un’ora
solo tornasse quel passato.
Non la metto in un quadro questa foto.
Mi fa soffrire vederla così guasta.
Del resto, se anche non fosse guasta,
che fastidio badare a non tradirmi…
una parola, o il tono della voce…
se mai qualcuno mi chiedesse chi era.

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efebo di Maratona part del braccio

Per quanto sta in te

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo per quanto sta in te:
non sciuparla nel troppo commercio con la gente
con troppe parole e in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano gioco balordo
degli incontri e degli inviti
fino a farne una stucchevole estranea

Candele

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese
dorate, calde e vivide.
Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.
Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,
la memoria m’accora il loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.
Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.

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