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Ieri è morto lo scrittore Predrag Matvejevic (1932-2017). Ci scrive la collega di redazione Duska Vrhovac: Aveva 85 anni, era una grande personalità e un uomo buono. Lo conoscevo fin dagli anni settanta. Poi, per me, la morte è sempre una sorpresa, anche se solo la morte è certa. Matvejevic è stato membro della redazione de L’Ombra delle Parole che seguiva compatibilmente con le sue condizioni di salute già compromesse

pittura René Magritte La memoire

Salutiamo con commozione un grande scrittore dell’Europa già candidato al Nobel  che seguiva con attenzione il nostro lavoro di rinnovamento della poesia italiana.

Predrag Matvejevic‘ è nato a Mostar nel 1932: padre russo, madre croata della Bosnia-Erzegovina. Professore all’Università di Zagabria e poi alla Sorbona a Parigi, insegnava letterature slave all’Università La Sapienza di Roma e, nel 1999, ha tenuto lezioni all’università di Lovanio.

Viveva tra Parigi e L’Italia. Dopo la “caduta del muro”, si è opposto a tutti le moderne “democrature”, ossia, come egli stesso li definisce, i nuovi regimi instauratisi in alcuni paesi dell’est, che si dichiarano formalmente democratici senza che la società presenti una struttura effettivamente democratica. Nel gennaio del 2000 Predrag ha ricevuto un incarico dall’Alto Commisariato dell’Onu per i territori della ex-Jugoslavia.

Tra le sue опере: Breviario Mediterraneo (1987), Pour une poétique de l’événement (1979), Epistolario dell’Altra Europa (1992).

Nel suo lavoro si è sempre confrontato con il concetto aperto di identità etnica-culturale, soprattutto per indagare il rapporto e la storia dei popoli del Mediterraneo e tra di loro. Il lettore s’imbattè per la prima volta da studente  nel Breviario mediterraneo del croato Predrag Matvejevic (uscito nel 1987). Ora lo rilegge anche sporadicamente e «aforisticamente».

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(Pubblicato su La Stampa  il 29/06/2013) 

Breviario Mediterraneo ricostruisce in modo narrativo la storia geopoetica del Mediterraneo e dei paesi che vi si affacciano: considerato dalla critica come un “saggio poetico”, un “poema in prosa”, un “diario di bordo” o un “romanzo sui luoghi”, infine una “gaia scienza” secondo lo stesso autore, questo “libro geniale, fulminante, inatteso” secondo Claudio Magris è tradotto in una ventina di lingue.

Se penso a un libro che mi ha accompagnato fedele in molti viaggi ed è stato generoso di sempre nuovi stimoli di riflessione e di immagini tratte dal susseguirsi delle civiltà marittime, fuse e sovrapposte nella stratificazione secolare degli eventi e delle lingue, questo è il Breviario mediterraneo di Predrag Matvejevic, impegnato intellettuale croato, nativo di Mostar, raffinato e cosmopolita, profondo e fulmineo come le sue pagine per me memorabili. Portolano letterario e diario di bordo, periplo e cronaca di viaggio, raccolta di appunti e narrazioni intessute come un avvincente midrash del mare e delle storie dei suoi porti e delle rotte delle sue navi, quest’opera sfugge quasi impertinente e riottosa ad ogni genere codificato tradizionale.

È, infatti, al tempo stesso una finestra spalancata sulle forme dei moli e delle banchine, sulle sagome delle chiese e sugli stili e sull’architettura delle case e dei fari delle coste e delle riviere, è un percorso affascinante attraverso le pagine dei portolani e gli itinerari delle carte nautiche ed infine è un sorprendente dizionario di gerghi, espressioni ed idiomi.

predrag-matvejevic-breviario-coverCome l’orologiaio catalano conosciuto da Matvejevic stesso ad Alessandria d’Egitto, e colto nella titanica impresa di compilare con puntiglio l’interminabile catalogo della celebre biblioteca distrutta dal califfo Omar, così la filologia del mare del Breviario si può affermare che assomigli a quello sforzo epico per il rigore scientifico e culturale e per l’audacia della passione del suo autore.

Mi piace ricordare quando conobbi e lessi questo libro per la prima volta nel 1987 da studente liceale sedicenne: una sorpresa per me del traduttore dal croato, caro amico familiare, ed ecco che negli anni le pagine del Breviario mediterraneo, accarezzate dai venti della Grecia e delle «isole dalmate verdi come smeraldi» della mia adolescenza e giovinezza, mi hanno accompagnato attraverso i mille viaggi simbolici dell’eterno nostos di Odisseo. E’ grazie a questo libro che le onde e le risacche, le rose dei venti, i cespugli e le bitte, i coralli e le saline, gli atlanti e le ceramiche, gli ex voto, le preghiere della sera e i nomi delle strade e degli angiporti, i colori delle carte nautiche e i viaggi avventurosi delle parole e delle loro trasformazioni da un popolo all’altro nel tumulto delle civiltà, il vino e l’olio, i sorrisi delle statue delle dee, i nomi dei santi, quelli dei pesci e degli uccelli marini, tutto questo, insomma, ha acquisito con il tempo e le sollecitazioni della vita e degli incontri che essa mi ha tanto offerto un aspetto nuovo ai miei occhi, a tal punto che per anni il libro di Matvejevic è stato, direi, un’esegesi itinerante, sorta di Talmud laico, eppure con continui afflati di un Divino sempre vicino, sempre presente, per il mio spirito vagante.

Conclude così l’autore il suo saggio-romanzo: «Sul Mediterraneo ho navigato con gli equipaggi e con compagni di viaggio; ho percorso i fiumi e le loro foci in solitudine». Il Mediterraneo di Predrag Matvejevic e anche quello reale non lasciano mai soli: mare delle tempeste dei conflitti, ma soprattutto mare dei cieli limpidissimi delle culture che si sono incontrate e si sono sovrapposte tra loro come un groviglio di alberi o una mescolanza di dialetti è vero che è chiuso tra le sue coste, ma forse è il mare più ricco e più libero del mondo.

Nel piccolo monastero di San Nicola nella cittadina dalmata di Traù a un passo da Spalato, per concludere, è conservato un superbo bassorilievo raffigurante il giovane dio greco Kairos, nume del momento propizio. Così per me la lettura anche sporadica, anche disordinata e aforistica del Breviario mediterraneo è sempre stata un’occasione puntuale di godimento e di bellezza: nella trama sapiente del suo tessuto narrativo ancora oggi i mille frammenti di questo unicum letterario (di simile mi viene in mente solo l’elegantissimo Danubio di Claudio Magris) mi si presentano fascinosi come la sinuosa Afrodite che emerge dalle acque e nitidi come i perfetti meccanismi di un astrolabio.

(Marco Martin)

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Pane Nostro

COSA DICE LA CRITICA ITALIANA

«Matvejevic’ rivela le sorprese del più comune degli alimenti. E ci guida in un viaggio curioso tra antropologia e storia…
Quello di Matvejevic’ è un viaggio, bello e sorprendente, alla ricerca della nostre radici, un saggio di antropologia, ma anche di letteratura, di storia, di linguistica…»
( Paolo Mauri, « La Repubblica», 11. 09. 2010)

«Le scintille del saggio-diario-autobibografia di Matvejevic’, intitolato PANE NOSTRO, sono le semi di un racconto
avvolgente, senza l’adipe dello storico o dell’erudito da cui apprendiamo tutto, o quasi…. Un racconto che scorre sottotraccia, nella narrazione ricca e fluida dove i punti di vista si intrecciano e si fondono … La simbologia di un alimento che è diventato non solo l’emblema dell’intera varietà degli alimenti, ma metafora del nutrimento spirituale.”
(Renato Minore, «Il Messaggero» 29.09. 2010)

“ Il nuovo libro di Matvejevic’ rappresenta insieme un omaggio poetico all’alimento più semplice inventato dall’uomo e un excursus tra mitologia, religione, storia, arte… Pagine coltissime e appassionate, una cavalcata che parte dalla prima informe focaccia nata all’alba della storia sulla cenere e la pietra.
(Sergio Frigo, “Il Gazzettino”, 22. 10. 2010)

“ Pane nostro è una opera ricchissima di riferimenti storici e letterari, di citazioni dalle quali la vicenda del nostro primo
alimento emerge in una sorprendente e poetica molteplicità di prospettive. Pane nostro è un’opera insolita che rivela
il desiderio forte di riassaporare anche moralmente la quieta umiltà di un alimento che ci collega direttamente con la terra e con l’elaborazione elementare e necessaria del suo frutto. Un libro che suggerisce, sottostante ma ben viva, la necessità di ritrovare un rapporto autentico con la realtà più semplice ed essenziale, in un tempo che sembra muoversi più verso il superfluo e lo spreco”.
(Maurizio Cucchi, “La Stampa”, 16. 10, 2010)

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“Solo a uno scrittore come Predrag Matvejevic’, che già ci regalò, ormai molti anni fa, quello storico, geniale, imprevedibile e fulmineo ‘Breviario Mediterraneo’, poteva farsi l’idea di scrivere una storia…del pane, intesa come metafora di saggezza e di speranza, sullo sfondo di percorsi umani a volte faticosi, a volte dolorosissimi…. Quella del pane, per come Matvejevic’ la narra in questo suo libro, è una grande storia, ricca di sapienza e di poesia, d’arte e di fede. Anche il sapore e il profumo del pane è legato ai ricordi.”
(Domenico Nunnari, “Gazzetta del Sud”, 23. 10. 2010)

«Se il ‘Breviario mediterraneo’ di Matvejevic’, pur affrontando contenuti storici e geopolitici, appariva come una cosmogonia immaginaria, ‘Pane nostro’ sembra invece una sorta di scavo archeologico sul tema del pane, un tentativo di restituzione di valori che stanno sotto, nascosti in profondità… E’ una preghiera laica alla ricerca di una piattaforma sulla quale fondare codici necessari per trasformare il presente diseguale e ingiusto.”
(Tommaso di Francesco: “Il Manifesto”, 07. 09.2010 )

“In questo lungo viaggio alla ricerca del pane, lo scrittore di Mostar racconta storie delle Storia, popoli e antiche saggezze, guerre, tradimenti e illuminazioni sacre… Proprio fra cielo e terra, da secoli ormai, il pane ha svolto una difficile mediazione. …Ci sono voluti venti’anni per scrivere PANE NOSTRO. Per dargli forma”.
( Alessandro Mezzena Lona, “Il Piccolo” 29. 08. 2010)

“L’archeologia, la glottologia, il folklore, le stesse religioni ci hanno lasciato una parte abbastanza ampia da consentire questa fantastica ed erudita cavalcata tra millenni, continenti e culture. Il ‘dacci oggi in nostro pane quotidiano’ del Vangelo e il
pane che ‘sapeva di sale’ dell’esilio di Dante”…
(“Il Foglio”, 20.10. 2010)

“È sinonimo di vita e di sostentamento. Il pane parla di sapienza e di poesia, di cultura e di culture, d’arte e di fede. Ed è anche protagonista del nuovo libro di Predrag Matvejevic’ – PANE NOSTRO, edito da Garzanti.”
(“La Repubblica” di Torino, 14. 12. 2010)

“L’autore di PANE NOSTRO lega passato e presente, nord e sud, con il filo di una riflessione che sa spaziare nel tempo, nello spazio e nei concetti creando una sorta di frastagliato amalgama, un senso di continuità e di consequenzialità… L’autore dello splendido BREVIARIO MEDITERRANEO dimostra una particolare abilità de ‘leggere’ la nostra realtà”.
( Lucia Aviani:“Il Messaggero Veneto”, 15. O4. 2011)

“La pagina di questo libro regge sulla ripetizione, su un ritmo sincopato ed ellittico… Un libro scritto mettendo a fuoco gli scambi e le mescolanze indotte dalle vie di mare. .. Quella di Matvejevic’ è stata una nobile presenza laica e illuminata nel decennio di orrori e di estremismi etnocomunitari che ha segnato la fine del suo Paese.”
(Piero del Giudice, Osservatorio –Balcani, 15. 10. 2010)

“Un libro intenso e davvero unico, un ‘parto’ così travagliato in cui il pane viene presentato come un simbolo e una considerazione sulle origini dell’uomo.”
( Ardea Stanisic, “La voce del popolo”, Fiume 13. 10. 2010)

estratti

«Dopo il ‘Breviario mediterraneo’, nel suo nuovo libro Matvejevic’ analizza un elemento base della storia mediterranea… Seguendo le vie del pane , come fa Matvejevic’, è evidente la relazione tra’mare nostrum’ e ‘pane nostrum’… In pochi avevano intrapreso un viaggio nella storia millenaria del pane. Matvejevic’ lo ha fattto nel suo ultimo libro, da poco edito da Garzanti: PANE NOSTRO.»
( Alessandro Leogrande, «Corriere del Mezzogiorno», 02.09. 2010)

“L’Universo comincia con il pane”, scrive Diogene Laerzio tramandando un detto antico di Pitagora: genealogia umile e intensa da cui muovono ora le pagine nomadi di Predrag Matvejevic’, una navigazione che non è quella del ‘Breviario Mediterraneo’, ma che ha erranze e approdi non molto diversi di quelli del suo celebre portolano. A ogni sosta, in ogni luogo, il pane sembra parlare di una differenza.
(Luigi Mascilli Migliorini , “24 ore”, 23. 03. 2011)

“Il giardino di pensieri sul pane di Matvejevic’ è senza dubbio une dei giardini più belli che un lettore odierno possa visitare. In questo giardino il lettore può procedere cavalcando oppure passeggiando, tra paesaggi storici, filosofici, antropologici, teologici. Non solo. Il lettore può assaggiare il sapore della storia dell’umanità, può provare la sua amarezza e la sua dolcezza, può immergersi nei deserti più lontani… E non rimarrà mai deluso, perché la bellezza di questo giardino è perfetta nella sua
trasparenza e semplicità”
(Ivana Gaspic , “Campi Immaginabili”, No 42-43, 2011)

“Intorno a questo mare miracoloso sorge anche la leggenda del pane. Il cibo più buono che possiamo trovare sulla nostra tavola, declinato in migliaia di forme e di sapori, memoria incancellabile di profumi legati alla casa e all’infanzia, a cui non vorremmo mai rinunciare…. Lo scrittore ne parla con amore inesauribile, in una meravigliosa navigazione che attraversa la storia”.
(Gianfranco Angelucci, La Voce di Romagna, 09.04. 2011)

“Pane. Prodotto atavico. Archetipico. In ultima analisi, l’anima del cibo. Carico di simbolismi. Rimane un mistero, scrive Predrag Matvejevic’ nel suo recente e bellissimo PANE NOSTRO.”
(“Corriere di Bologna”, 19.XI 2010)

“Ci sono tanti ‘forse’ nel libro di Predrag Matvejevic’, e anche per questo c’è tanta poesia per cui il dubbio, l’incertezza diventano elemento strutturale di un testo che è insieme scientifico e letterario, filologico, storico e antropologico. Torna qui il divagare del‘Breviario mediterraneo’: invece di seguire portolani andiamo dietro ai chicchi di grano”
(Salvatore Scalia: “La Sicilia”, 21. 11. 2010)

“ La lettura di questo libro è un viaggio alla scoperta del pane inteso come ‘la manna della terra, opera laica a immagine e somiglianza di quella caduta nella quarantena del deserto’(dalla Postfazione di Erri De Luca), un valore di cui oggi si è perso il senso, ma che è necessario riscoprire perché contiene ‘il valore aggiunto dei popoli” e fa parte della nostra storia.
(Lucia Truzzi: “REGNO”, 15. 03, 2011)

“Storia della fame e della abbondanza. Storia della povertà e della ricchezza. Storia di guerre e paci. Di libertà e di dipendenza. Da parassiti e di generosi. Storia dei nostri sensi, atrofizzati alla fragranza e al gusto di una pagnotta. ‘Pane nostro’ di Matvejevic’ è insomma una storia del uomo attraverso i percorsi e i simboli della spiga (Garzanti ed). Ma non possiamo raccontarlo, bensì solo invitare a leggerlo, a gustare le pagine.”
(Gino Dato : “La gazzetta del mezzogiorno”, 27. 09. 2010)

“Pane nostro è un titolo universale che parla di un libro universale, quello al quale Matvejevic’ ha dedicato venti’anni di ricerche… E’ un libro della vita.”
( Maurizio Bait : “Il Gazzettino di Udine”, 7. 11. 2010)

“ Dopo aver raccontato la grande epopea spirituale del Mediterraneo (nell’indimenticato ‘Breviario mediterraneo’), una Venezia ‘minima’ e laterale ( in “L’altra Venezia”), lo scrittore e filosofo Predrag Matvejevic’ nel suo nuovo lavoro ‘Pane nostro’ racconta magistralmente l’epopea del pane utilizzando la tradizione letteraria, storica e religiosa. Compone un affresco poetico fortemente ancorato nella cultura materiale e spirituale.”
(Andrea di Consoli : “Il tempo”, 08. 11. 2010)

“Un viaggio nel tempo e nello spazio alimentato da una straordinaria ricchezza di notizie e di riferimenti tanto a fare provare, a chi lo segue, la sensazione di essere come inghiottito da un fiume in piena. E non è certo per una costruzione erudita, davvero imponente, che l’autore attinge a tutte le fonti possibili… L’ottica è quella di fare parlare la realtà partendo dalla cultura materiale e, con i mille fili, tessere una vera e proprio narrazione. L’opera è per il lettore che vi si accosta, un saggio magistrale”.
(Giuliano Ligabue, “Confronti”, XI. 2010)

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“Predrag Matvejevic’ è uno degli intellettuale più attivi dell’ Est europeo, sempre pronto a rivendicare l’importanza
della ‘Culla dell’Europa’ – il Mediterraneo come base di partenza per una vera Europa dei popoli… ‘Pane nostro’ , un libro ampio, è un percorso circolare per raccontare il pane.”
(Elio Paiano : “Corriere – Lecce”, 27. X 2010)

“La letteratura di questa saga è appassionante… Con l’aiuto di queste pagine ci si insinua prima in uno stato d’animo, in una vita situata sempre un po’ sui margini di nuovi ‘aprodi’, e poi si riesce a comprendere a pieno l’esigenza di ripercorrere la nascita del pane, più antico della scrittura, la cui storia è una sincera ricerca di radici che affondano nel Mediterraneo.”
(Dorella Cianci: “Incroci”, giugno 2011)

“In pochi avevano intrapreso un viaggio nella storia millenaria del pane, prima di Matvejevic’.. Per secoli, il pane è stato l’unico contraltare alla carestia, alle epidemie, alla morte per inedia, l’unico elemento – comunitario – in grado idi separare la sopravivenza dal baratro della fame. Pertanto c’è stato anche uno straordinario simbolo in tutte le religioni.”
( Lo Straniero, ottobre 2010)

“La storia del pane si perde nella notte dei tempi, ci ricorda proprio Matvejevic’ in apertura di questo nuovo, enciclopedico lavoro. Un altro attesissimo ‘Breviario’, per citare il titolo del suo più famoso libro dedicato al Mediterraneo…Questo racconto è un inno alla vita, ai piaceri quotidiani che il pane regala, e proprio di queste gioie che l’autore ci offre.”
(Faboio Fiori : “Corriere Romagna”, novembre 2010)

“ Una saga del pane, alimento primario e intessuto di storia e antropologia quanto pochi altri, narrata da un famoso scrittore… Il pane quale fondamento della civiltà”.
( Massimiliano Panarari, “Il Venerdì di Repubblica”, 24. 09. 2010)

“ C’è qualche cosa di epico, di maestoso, di travolgente, d’inarrestabile, nello scorrere della narrazione di Matvejevic’. I mille disparati rivoli di esempi, citazioni, racconti che emergono in apparenza quasi dal caso, non sono destinati a disperdersi, ma al contrario a ingrossare un fiume sempre più impetuoso che trascina il lettore fino all’ultima pagina di un percorso indefinibile fra il rigore del saggio e l’avventura romanzesca… Coralità senza retorica, la maestosità dei canti epici delle genti slave dalle sue pagine si fa visibile.
(Guido Vitale, “Pagine ebraiche”, No. 10, 2010)

“Tutta la storia è traversata dal tema del pane o della mancanza del pane, o dall’intimo, profondo rapporto fra l’uomo il suo principale alimento. Matvejevic’ la ripercorre rapsodicamente perdendosi e ritrovandosi in mille storie, memorie, citazioni. Alcune di quelle si propongono al ricordo di tutti noi come l’indimenticato dantesco:’Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui.”
(Marino Freschi: “Il Mattino”, 27.09. 2010)

“Lo scrittore nato a Mostar di padre russo e di madre croata, grande osservatore dell’universo balcanico, ha negli occhi l’immagine del pane… Al pane, filo conduttore dell’umanità, alimento, gesto sacro, simbolo, Matvejevic’ ha dedicato il libro
PANE NOSTRO, esito di un lavoro durato vent’anni”.
(Marino Mastroluca, “L’Unità”, 5 – 10 2010)

“L’acqua, la farina – figlia della terra – e il fuoco: in un qualunque pezzo di pane c’è dentro tutto il cosmo. I nostri nonni raccontavano che Gesù scese dall’asinello per raccogliere una briciola di pane. E nelle pagine di Matvejevic’ troviamo la stessa antica sapienza mentre ci racconta la storia del pane, alimento e religione universale.”
(P. Peg. “La famiglia cristiana”, 5. 12. 2010)

“Quella del pane è una grande storia, ricca di sapienza e di poesia, d’arte e di fede. Abbraccia l’intera storia dell’umanità: in tutte le civiltà e in tutte le religioni è il sigillo di una conquista sapienziale… Predrag Matvejevic’ ha scritto un libro molto bello sul pane, PANE NOSTRO (Garzanti).
(Aldo Grasso, “Corriere della sera”, 18. 11. 2010)

“PANE NOSTRO È uno dei libri ì più affascinanti e eruditi del 2010… Il libro rincorre il pane dalle origini, una vicenda epica indagata nell’area del ‘mare nostrum’ produttore del ‘pane nostrum’… Addentrandosi in ‘questo libro si ha spesso la rassicurante sensazione di trovarsi dinanzi un romanzo con leggere incursioni nella liricità.”
(Dorella Cianci: “L’Attacco” , 22 gennaio 2011)

“ E’ soprattutto famoso il notevole Mediterraneo di Matvejevic’. Ora esce questo piacevolissimo saggio – frutto di vent’anni di lavoro – che racconta una storia luna cinquemila anni, quella del pane.”
( (P.C. , Quotidiano”, 18. 11. 2010)

“ Si tratta della saga di qualcosa che è più antico della scrittura e del libri, che è cultura universale, che è il simbolo religioso di pace, di comunione. “Matvejevic’ racconta il mistero del mondo e della vita rinchiuso in un chicco di grano… L’autore ha impegnato venti’anni per completare il lavoro dal quale è scaturito questo libro. Nulla è stato tralasciato: dalle ‘guerre sanguinose’ al grido di‘pane, pane’”
(“Il tempo”, 10.10. 2010)

“In un saggio che è un romanzo epopeico della più grande risorsa umana,’PANE NOSTRO’, lo scrittore Predrag Matvejevic’ racconta, come scrive Erri De Luca nella postfazione il grandioso vagabondaggio del grano, la lunga selezione e specializzazione trasmessa dalle generazioni. Un elemento vitale diventato simbolo.”
( Alessandro Censi, “Giornale di Brescia”, 4.09, 2010)

“La considerazione nasce spontaneamente. Leggenddo il ‘PANE NOSTRO’ mi sono accorta che essa viene indotta, quasi costretta dalla tecnica con cui è costruito questo ‘saggio d’amore’. E’ la tecnica del montaggio. Anima del montaggio è il taglio, l’ellissi. Nel ellissi giace il non detto, come il pezzetto di lievito, come il seme”…
(Silvia Schiavoni , “ Venezia Nuova, 22.06. 2011)

“E’ l’uomo che coltiva un sogno. L’uomo del dissenso – che ha pagato con l’esilio l’opposizione ai fabbricanti di odio e di morte da Belgrado a Sarajevo, e ha rischiato il carcere dopo il suo ritorno a Zagabria – l’uomo che sostiene necessità e utilità del dialogo mediterraneo, e dell’incontro politico e umano tra cristiani, musulmani e ebrei…ne ha fatto un saggio memorabile con ‘Breviario mediterraneo’. Ora lo fa con un libro-leggenda: PANE NOSTRO”.
( Sergio Buonadonna: “Messaggero veneto” 8. 09. 2010)

“Che per raccontare un passato tanto denso occorressero sapienza, studio, impegno e arte lo dimostrano le pagine di questa saga mediterranea sul pane. Difficile da incasellare in un unico genere ‘PANE NOSTRO’ – non è una enciclopedia né un saggio neppure un romanzo, ma tutti e tre insieme. Una poetica, più che una summa, sul cibo che ha accompagnato i destini dell’uomo.”
( Rossana Sisti , “Avvenire”, 2, 10. 2010)

“ Storia della fame e dell’ abbondanza, della povertà e della ricchezza. Storia di guerre e paci, Di violenze e amori. Di libertà e dipendenza. Storia della nostra pelle, che non trasmette più brividi al tocco rugoso di una crosta. Storia di nostri sensi. PANE NOSTRO di Predrag Matvejevic’ è insomma la storia dell’uomo attraverso i percorsi e i simboli della spiga (Garzanti ed.). Ma non possiamo raccontarlo bensì solo invitare a leggerlo.”
(Gino Dato: “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 27.09. 2010)

“Il pane è più antico della scrittura e del libro, ci ricorda Matvejevic’ in apertura del suo nuovo, enciclopedico lavoro; un altro attesissimo ‘breviario’, per citare il titolo del suo più famoso libro dedicato al Mediterraneo….. Il suo racconto restituisce pure i piaceri quotidiani che il pane regala. Ci ricorda in maniera magistrale nel suo nuovo libro PANE NOSTRO che “il paese dove siamo nati e dove siamo cresciuti ci ha donato il sapore dl suo pane.”
( Fabrio Fiori, “Corriere di Rimini e San Marino” , 06.12, 2010)

“P. Matvejevic’ ha scritto un gran poema sul pane. Il pane come la vita, come il mondo, dal tempo dei tempi. Ancora oggi…Non ha problemi stilistici, Matvejevic’ nel raccontare. C’è tutto e di tutto nel suo libro, tra antropologia, religione, storia. L’autore è un pozzo di saperi.
( Corrado Stojano : Corriere della Sera, Milano,12. I. 2011)

“Oggi il pane e il Mediterraneo sono al centro dei recenti avvenimenti . PANE NOSTRO di Matvejevic’, uscito recentemente in Italia nei tipi di Garzanti, sembra esser stato profetico”
(Gennaro d’Amato , “Il Manifesto 26.01.2011)

Nel libro PANE NOSTRO di Predrag Matvejevic valutiamo un dono di poesia, di arte, di fede e di antropologia, il frutto di vent’anni di lavoro, un dono di scrittura…
( Sebastiano Saglimbeni : “La Sicilia”, 28.05. 2011)

“ Al Mediterraneo, alla sua storia, ai suoi popoli, alle sue tensioni, alle sue speranze, Matvejevic’ ha dedicato tre libri di grande successo: ‘Breviario mediterraneo’ ( 11 edizioni da Garzanti, tradotto in 23 lingue), ‘Il Mediterraneo e l’Europa’ (Garzanti) e il recente, profetico, ‘Pane nostro’… Per la sua sensibilità culturale per il suo percorso di vita, Matvejevic’ è scrittore che più e meglio può cogliere il senso e le pulsioni delle rivolte che stanno scuotendo il Magreb e il Vicino oriente.”
( Umberto de Giovannangeli: “l’Unità”, 28. 2. 2O11)

“Una splendida saga sul pane dove si parla di Dio, degli uomini, della storia, delle guerre e della pace, della violenza e dell’amore….. Il pane divenuto sinonimo della comunita’, di esistenze collettive, il sigillo della cultura”.
( Giuliana Bagnasco: “Provincia” 10. 06. 2011)

Matvejevic’ trasforma il più umile dei prodotti in una grande metafora, un ponte tra civiltà diverse, cresciute su sponde opposte dello stesso mare, ma accomunate da un retroterra culturale simile.
(An. Macc. : “Il Messaggero”, Ancona 02.09 22011)

“Ciascuno troverà in queste pagine pane per la sua fame: sia esso anelito di fede o attesa di giustizia, sia stupore per il seme che cresce misteriosamente oppure curiosità di ripercorrere le infinite vie nel tempo e nello spazio di questo cibo che nasce dalla stanzialità del contadino, sia ancora desiderio di conoscere le feconda fantasia dell’uomo che ha saputo dare forme e consistenze sempre diverse a quell’unico alimento così da renderlo appetibile e accessibile nelle situazioni più disparate.”
(dalla Prefazione di Enzo Bianchi, autore di Il pane di ieri)

“Il pane è la manna della terra. Predrag Matvejevic’ narra il grandioso vagabondaggio del grano, la lunga selezione e specializzazione trasmessa dalle generazioni.
(Dalla Postfazione di Erri de Luca)

Opere pubblicate in Italia

  • Breviario mediterraneo (Garzanti, Milano 1991, 2016);
  • Epistolario dell’altra Europa (Garzanti, Milano 1992);
  • Sarajevo (Motta, Milano 1995);
  • Ex Jugoslavia. Diario di una guerra (Magma, Milano 1995);
  • ”Mondo Ex: Confessioni” (Garzanti, Milano 1996);
  • ”Golfo di Venezia” (Consorzio Venezia Nuova, Venezia 1997);
  • Tra asilo ed esilio (Meltemi, Roma 1998);
  • Il Mediterraneo e l’Europa (Garzanti, Milano 1998);
  • I signori della guerra (Garzanti, Milano 1999);
  • ”Isolario Mediterraneo” (Motta, Milano 2000);
  • ”Sul Danubio” (Le impronte degli uccelli, Roma 2001);
  • ”Compendio d’irriverenza” (Casagrande, Lugano 2001);
  • ”Lo specchio del Mare mediterraneo” (Congedo, Lecce 2002);
  • ”L’altra Venezia” (Garzanti, Milano 2003);
  • Un’Europa maledetta (Baldini e Castoldi, Milano 2005);
  • “Il ponte che unisce Oriente e Occidente”, in Se dici guerra umanitaria, a cura di Corrado Veneziano e Domenico Gallo (Besa, Lecce 2005)
  • prefazione al Meridiano Mondadori dedicato a Ivo Andrić: Andrić, Ivo, Opere, Milano, Mondadori.
  • R come Religioni, in Massimiliano Finazzer Flory (a cura di), Il gioco serio dell’arte, Milano, Rizzoli, 2008, ISBN 978-88-17-02237-8.
  • “Pane nostro”(Garzanti, Milano 2010);[4]

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SEI POESIE DI BORA ĆOSIĆ SULLA RESPONSABILITA’ DEL “FARE” POESIA: DA  “ I MORTI – BERLINO DELLE MIE POESIE” (Mesogea, 2006) – LA TESTIMONIANZA DELLA POESIA SULL’EMIGRAZIONE EUROPEA. Traduzione di Lavinia Bissoli e Lola Vlatković Con un commento di Letizia Leone

Bora Cosic Ancora la Trg. Bana J. Jelacica con i tram a due assi 157 e 150 sulla linea “11”

Zagabria Ancora la Trg. Bana J. Jelacica con i tram a due assi 157 e 150 sulla linea “11”

Berlino delle mie poesie, Mesogea by GEM s.r.l., Messina, 2006; prefazione di Predrag Matvejević, a cura di Silvio Ferrari; Traduzione di Lavinia Bissoli e Lola Vlatković

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http://www.mesogea.it/casa-editrice-mesogea.html

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Bora Ćosić (1932) è uno dei più noti scrittori della ex Jugoslavia. Nasce a Zagabria e nel 1937 si trasferisce con la famiglia a Belgrado, dove più tardi intraprenderà gli studi di filosofia. Nei primi anni cinquanta collabora con diverse riviste letterarie, si dedica alla traduzione di alcuni autori classici della letteratura russa, tra cui Majakovskij e Chlebnikov, ma soprattutto diventa, giovanissimo, una delle personalità di spicco della vita culturale belgradese. Scrittore caustico per eccellenza, intellettuale anticonformista e déraciné, malvisto dalle autorità ma amatissimo dai suoi lettori, è sempre stato un autentico “apolide dello spirito”, come testimonia il suo Dnevnik apatrida [Diario di un senza patria, 1993], scritto durante le guerre jugoslave. Nel 1992, in seguito al collasso del proprio Paese e in aperta opposizione al regime di Milošević, si trasferisce prima in Istria, nella casa estiva di Rovigno, e poi a Berlino, città nella quale vive tuttora in una sorta di “asilio-esilio” e a cui ha dedicato un’intensa raccolta di poesie dal titolo I morti (2006). Ha ottenuto tra gli altri, il Leipzig Book Award.Dopo aver vissuto per molti anni a Belgrado, dove si è laureato in filosofia, nel 1992 ha dovuto lasciare la Serbia, a causa delle sue posizioni anti-nazionaliste, per emigrare a Rovigno, in Istria. Dal 1995 vive a Berlino dove ha ottenuto una borsa dal Deutscher Akademischer Austauchsdienst. Il ruolo della mia famiglia nella rivoluzione mondiale (e/o 1996), è il suo primo romanzo, apparso negli anni del “disgelo jugoslavo”, grazie al quale ha subito conosciuto il successo internazionale.

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bora cosic 2

Bora Cosic

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Commento di Letizia Leone

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Pedrag Matvejević nel presentare Bora Ćosić non esita a collocarlo in un punto di oscillazione “tra asilo ed esilio”, condizione esistenziale che si rivela per un poeta inevitabilmente condizione linguistica: “L’epiteto jugoslava continua, nel suo caso, ad avere ancora un senso. Di origine serba, ma nato in Croazia, questo poeta e prosatore che vive adesso in Germania, ha abitato a Belgrado per molti anni prima di emigrare a “Rovigno” città istriana croato-italiana, all’epoca della guerra serbo-croato-bosniaco-montenegrina. Si troverebbe più difficilmente uno scrittore più europeo di lui. In un momento in cui i nazionalismi vogliono a ogni costo imporre il concetto di patria, lui si professa senza patria.”
È un esilio spontaneo ma necessario quello di Ćosić come di colui che ha perso il terreno sotto i piedi, quello del suo paese, la ex Jugoslavia risucchiata nel buco nero della storia. Il processo è stato violento, doloroso e il vessillo della morte sventola sulle sessanta poesie raccolte in questo libro. La morte fisica di un’intera nazione per disintegrazione identitaria e quella degli amici o dei grandi poeti che ormai è possibile   incontrare “in queste sue passeggiate…in fondo ai cimiteri”: È tutto il giorno che tasto il pavimento / cercando sotto la tavola il buco / dov’è finita la vita dell’amico / millecinquecento chilometri / più a sud…”
Dopo la dissoluzione della federazione jugoslava la lingua diventa lo strumento principale della nazionalizzazione generando situazioni paradossali come quella di chi, ormai straniero nel proprio paese, ne sperimenta la data di scadenza: Con un decreto speciale / è stata abolita la lingua del mio paese / sostituita da una nuova / tutto quello che finora avevo scritto / si considera non tradotto.
La narrazione poetica sembra adottare lo stile dell’assenza, quella “parola trasparente e “impassibile” inaugurata dallo straniero di Camus, una scrittura neutra che sgombra la pagina da ogni rivestimento estetico accessorio, da ornamenti, rovine, miti formali del linguaggio letterario novecentesco. “Se la scrittura è veramente neutra, se il linguaggio, invece di essere un atto ingombrante e indomabile, raggiunge lo stato di un’equazione pura, sottile come un’algebra davanti alla futilità dell’uomo, allora la Letteratura è vinta, la problematica umana è scoperta e rivelata senza colori, lo scrittore è per sempre un uomo onesto”, l’utopia della scrittura immacolata avanzata da Roland Barthes pare spostare il baricentro della riflessione  sull’aspetto morale, sulla funzione sociale della forma e sulla inevitabile “responsabilità che l’artista assume scegliendola”.
Questa forte tensione all’onestà informa tutto il libro. La poesia deve riprendere le misure, controllare e tarare la strumentazione nel grande arsenale retorico e letterario per ricalibrare la lingua attraverso il confronto con la società. Un tipo di scrittura da referto medico-legale, vicina al gergo giornalistico, che ha messo al bando con gli aggettivi qualificativi ogni intenzione estetico-formale e sposta il baricentro della riflessione dalla problematica estetica “senza contenuto” all’autenticità dell’Erlebnis: questo richiedono le contingenze drammatiche dei nostri giorni, sembra dirci Bora Ćosić.  
Un riposizionamento del punto di vista soggettivo, la morte della “persona metaforica” affinché il discorso poetico esca dal pantano della celebrazione nichilista del proprio oblio: Come se invece di un’enorme albero dell’Amazzonia /arrivassero a Amburgo /per esigenze di costruzione /solo le sue misure.
In questi testi selezionati, vere e proprie meditazioni su modi e ruoli del poeta di oggi, sembra superata quella lacerazione della coscienza che affligge l’artista moderno impegnato nella ricerca formale di un proprio principio artistico assoluto. Per Ćosić bisogna ricominciare a scrivere con il metodo che usava Mandel’štam nella sua cella (o Dante nel suo esilio e Campanella nella fossa del Camerone, potremmo aggiungere) e cioè poetare, “poietare” nel senso di produrre, dall’incandescenza della Storia usando il metodo di raffreddamento del pensiero.
Gli strali a qualche famoso collega burocrate della poesia, gigante del minimalismo che sa tutto di “cosa succede in quelle stanzette” evidenziano i rischi di degenerazione nell’estetismo (o inestetismo anestetico) inautentico:

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IL GIGANTE

Un grande poeta del mio paese
ha una statura che arriva al quarto piano
è per questo che sa
cosa succede in quelle stanzette
tra le ragazze in soffitta
e nel letto del malato
nello stesso corridoio
lui è capace di deviare tutto il fiume
dal suo letto
di sollevarlo sopra i suoi occhi
come una radice
di osservarlo accuratamente
e rimetterlo al suo posto
adesso siamo in guerra
senza sapere perché
lo vedo seduto tra gli assassini
allo stesso tavolo
chissà come ha fatto a mettercisi
forse si è rimpicciolito nel frattempo
forse ha dimenticato
come aveva trattato il fiume
che oggi è ghiacciato
perché non se ne serve
come di una mazza.

“Bora Ćosić costituisce, forse, uno degli ultimi legami fra quelle letterature serba e croata che oggi preferiscono ignorarsi.”: le parole di Matvejević siglano con nostalgia un fallimento civile e culturale.

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Bora Cosic Berlino Immagine

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LE MISURE

Adesso capisco Osip Mandeljštam
quando privo di matita
sceglie le parole russe
fissando il soffitto
dal suo giaciglio in carcere.
Perché la poesia non deve essere scritta
mentre sta dietro alle mie spalle
all’angolo della via Gervinus
come uno sbirro, come Rogožin, come la peste.
Lì nel prato vicino
cerco di scavare una piccola tomba
per l’amico
morto straniero nel proprio paese.
Si tratta di una fossa angusta
dove c’è posto solo per il piccolo pezzo
di quella creatura morta
che è toccato a me.
Come se invece di un’enorme albero dell’Amazzonia
arrivassero a Amburgo
per esigenze di costruzione
solo le sue misure.

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IL LETAMAIO

Io non so fino a dove si estende
una poesia
forse sono ancora disteso
nella frase di ieri
sto tastando intorno con la mano
solo cose taglienti e pericolose
lucchetti ghiaia viti e latta
il basamento di un letto
arrugginito nel basso fondale
del Mar Caspio
attraverso il materasso si sta infiltrando
la rotaia di una ferrovia siciliana
abbandonata
il guanciale facilmente marcisce
in quel letamaio
di Pomerania
il mio mondo è affondato
capisco mia sorella
che talora non ha voglia di alzarsi
anch’io avevo un amico poeta
che si è impiccato
nel bosco vicino a Zagabria
e una ragazza che è saltata giù dal ponte
non farò nessuna sciocchezza
chiedo solo molte spiegazioni fino a quando il quartiere di Kaslshost
sembrerà un cane bastonato
lasciato a crepare
non cedo né alla scalinata né alla via
di Belgrado
trasformata in porcile
sarebbe stupido dare tutta la colpa
alla stagione
che è oggi al potere
ho un piccolo motivo.

 

Bora Cosic 1

Bora Cosic

ESSERE E TEMPO

Non c’è molta realtà
nei nostri appartamenti
l’avvenimento
si è già svolto
prima
come quando arriva
una lettera d’oltreoceano
dalla quale fuoriesce
un tempo passato remoto

nell’angolo opposto della stanza
il mio inevitabile futuro
bisogna pagare i conti
andare all’assicurazione
vedere una buona volta quella gente
tutti i vari compiti ricevuti da Husserl

solo nel mezzo
là dov’è il tappeto
c’è un po’ del tempo presente
che non si può dimostrare
un casuale raggio di sole
caduto chissà da dove
sparito
come le promesse fatte a Kafka
e poi mancate.

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IL SOGGETTO

Un eroico agente segreto
ridotto all’assurdo
in seguito al nuovo ordine di potere
continua a camminare in quel film
come se la città fosse ancora divisa
non parla con nessuno
osserva le cose con la coda dell’occhio
ogni tanto entra in una cabina telefonica
per farsi vivo con il suo capo
e questo è tutto
lui stesso è il suo soggetto
cortese abile competente
un po’ solitario

Così anch’io mi guardo attorno
raccolgo i dati
del mio essere
come se si trovassero sulle facciate
ricompongo l’intreccio il complotto
il contenuto del mio dramma
con la tecnica del monologo muto
quando è stato eretto questo piano
questo assomiglia a Bruno Ganz
anzi è proprio Bruno Ganz
dai giornali vengo a sapere della morte dell’amico
tutto nel mondo solo al mondo
mi sto rotolando lungo il Kurfurstendamm
cannoneggiato dalla grande Berta
delle mie intenzioni
senza rumore
concepisco questa storia.

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DUE POESIE SULLA TRADUZIONE

1.

Quel taxi americano
sul quale è salito il poeta
Charles Simić
con la sua invisibile figlia
non è lo stesso
della traduzione di Enzensberger.
La differenza sta
nel tipo di traffico
nella larghezza delle strade
e nella grammatica.
Perché ogni veicolo
che attraversa l’Oceano della lingua
ha un passeggero nuovo
con idee mai viste prima.

Così ricevo dal mio paese le notizie
sulla mia scomparsa
come dopo l’affondamento di una nave.

Perciò mi attengo alla traduzione libera
grazie alla quale
cammino ancora per Berlino.

2.

Alla stazione Zoo
portando una borsa leggera
compro un giornale
cerco lo scompartimento
nel treno per Dresda
come una pallina
che cerca la casella
nel Flipper.

Mezzo secolo fa
gli occhi dei bambini nei Balcani
si rallegravano
all’incendio di quella città.
Poi è avvenuto il cambiamento
come quando una barca
entrando nel canale nel livello più basso del fiume
scopre una nuova uscita
con l’aiuto di un argano
e di altri sapienti congegni.
Dopo di che lo sappiamo:
a Dresda è stato commesso un crimine.

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ČECHOV

E io signori miei leggo molto Čechov
nei miei vasti possedimenti
di due stanze in via Sybel Charlottenburg
mi sembra strano di non essere finito
nelle grinfie dei creditori
sono solo moderatamente malinconico
tenendo presente la mia sorte
abbastanza russa non sono epilettico
non ho duellato con nessuno
mi aggiro per Berlino
come se fosse la steppa siberiana
osservo la gente
come se fossi in treno verso Tula
poi scrivo qualcosa
su questi argomenti
per un quotidiano berlinese
dicono che pubblicheranno ma sono molto stupiti
di fronte a questo modo di scrivere
cos’ero prima
c’era qualche storiella lirica
sì c’era
ma questa persona metaforica
è morta
il giardino dei ciliegi l’abbiamo venduto
i compratori l’hanno abbattuto.

Letizia Leone diwali

Letizia Leone

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Letizia Leone è nata a Roma. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF. Ha avuto riconoscimenti in vari premi (Segnalazione Premio Eugenio Montale, 1997; “Grande Dizionario della Lingua Italiana S. Battaglia”, UTET, 1998; “Nuove Scrittrici” Tracce, 1998 e 2002; Menzione d’onore “Lorenzo Montano” ed. Anterem; Selezione Miosotìs , Edizioni d’if, 2010 e 2012; Premiazione “Civetta di Minerva”). 
Ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi ,(2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011; la pièce teatrale Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015. Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da cameraVersi erotici delle poetesse italiane- (2012). Attualmente organizza laboratori di lettura e scrittura poetica.

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