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Ivan Pozzoni da “Patroclo non deve morire” (2013) POESIE SCELTE – “Rubrica: La poesia della nuova generazione” con nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976; si è laureato in diritto con una tesi sul filosofo ferrarese Mario Calderoni. Ha dedicato molti articoli a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste. Tra 2008 e 2012 ha curato i volumi: Grecità marginale e nascita della cultura occidentale (Limina Mentis), Cent’anni di Giovanni Vailati (Limina Mentis), I Milesii (Limina Mentis), Voci dall’Ottocento I II e III (Limina Mentis), Benedetto Croce (Limina Mentis), Voci dal Novecento I, II e III (Limina Mentis), Voci di filosofi italiani del Novecento (IF Press), La fortuna della Schola Pythagorica (Limina Mentis) e Pragmata. Per una ricostruzione storiografica dei Pragmatismi (IF Press); nel 2009 sono usciti i suoi: Il pragmatismo analitico italiano di Mario Calderoni (IF Press) e L’ontologia civica di Eraclito d’Efeso (Liminamentis); Carmina non dant damen, Villasanta, Limina Mentis Editrice, 2012 e Patroclo non deve morire (2013) È direttore culturale della Limina Mentis Editore; è direttore de L’arrivista – Quaderni democratici. In un’azienda della D. O. è logistico.

Patroclo non deve morire (def)

COCKTAIL MOLOTOV

«Riempire una bottiglia di benzina»
[Mi nutro di vita]
«Avvolgere uno straccio attorno al collo della bottiglia»
[Penso ad una soluzione]
«Bagnare di benzina lo straccio»
[Chiamo: nessuna risposta]
«Accendere l’innesco»
[L’animo indignato si infiamma]
«Spaccare la bottiglia tra le mani»
[La morte dell’artigianato]

Le istruzioni, viviamo ormai senza cartine, sono impresse a sangue
negli ostraka ateniesi, o su vasi dozzinali etruschi,
sui muri dei bordelli di Pompei, o negli intonaci delle celle di esicasti bizantini,
sulle lettere di cambio dei mercanti veneziani, o nelle trincee della Grande Guerra,
tramandandosi / tramandandoci di era in era, di millennio in millennio,
dai cantastorie aedici ai contastorie cibernetici,
e continuano a ustionar l’(in)umano, comburente e combustibile allo stesso tempo,
consumandolo nelle fiamme dell’incendio, inesauribile, dell’arte,
che brucia, spegnendoti, senza mai spegnersi.

le gambe in fila

 

 

 

 

 

RADIOBÀN

Siam caduti entrambi nella crisi, crisi doppiamente,
crisi del mondo occidentale e crisi del mondo occipitale,
messi sotto stress mortale da due transizioni transeunti
l’una dall’esterno verso il nostro schiacciamento, soffocamento,
e l’altra dall’interno, incontro alla nostra implosione,
minuscole schegge di acciaio, detritate, sbuffate via dai venti dell’est.

La tua voglia smisurata di sparire misura la mia ansia d’abbandono del posto fisso,
batti i chiodi nelle mie mani, messe a croce, con i tuoi scontri,
crash-test dei tuoi sogni da ragazza, contro il muro di una vita
che cammina troppo avanti, rottamandoti, rott-amandoci,
lo stesso muro, anche mio, visto dall’altro lato dell’oblò di un aereo che decolla,
che mi chiama ad essere, barone rosso, solo e senza paracadute.

Caos totale, sbalzi d’umore, attacchi di panico, angoscia, speranze improvvise,
ricadute, rialzate, ricadute, rialzate, ricadute, casino totale, baby, casino totale, tilt.
Non uccidiamoci, davvero, non uccidiamoci a vicenda:
io ho ancora la mia forza di sognare, riafferrandoti dal disincanto,
e tu di slanciare una mano alta, nel cielo, facendomi credere di riuscire
a tenermi in sospeso su un aereo in fiamme.
Non uccidiamoci: la vita è breve, e le ferite che non ci uccideranno,
ci faranno sopravvivere, e morire a stento.

C’è il cruccio tardo-moderno del rischio di innamorarsi o non innamorarsi?
A te rimarrà una strada dimenticata da tutti, su cui consumare i tacchi
delle scarpe che ti facevano male; a me resterà la bella storia da raccontare ai figli,
ai nipotini che non avrò mai, che sarà valsa la pena annientarli,
pur di cercare di averti al mio fianco.

[fine delle comunicazioni serali]

le gambe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I MIEI VERSI HANNO TITOLI DIFFICILI

La dimensione narcisistica dell’ego
spiazza ogni tentativo di scendere in piazza
schizza ogni abbozzo di mistico schizzo
condannando l’artista all’impiego,
salario fisso, a far da torcia, lungo la via Salaria
votandosi a mendicare voti, di casa editrice
in rivista, insinua la mania di esaurire un’inusitata collezione
di bollini di presenza da incollare a una tessera annonaria.

Il maestro A consiglia maggiore stringatezza,
il maestro B non teme vincoli d’estensione
il maestro C inneggia a maggior levigatezza
il maestro D chiede abrasione,
e, in mezzo, l’autore junior a barattare illibatezza
contro un warholiano quarto d’ora d’attenzione.

Scrivi sulle città in fiamme,
no, canta della società annacquata,
oh, infiamma di sesso i versi,
ehi, versati acqua nelle mutande,
metti su fogli bianchi A4
il contrario di ciò che ti chiedono i critici
o una critica di ciò che ti chiedono i contrari,
accetta l’omaggio di tutti, tutti sono maestri di tutto.

Tu resta, a vita, l’allievo d’un sogno distrutto.

le gambe ok
PENSIERI D’ARTISTA

Perché continuiamo a scrivere,
travolti dal rischio di non esser chiari
ai nostri vicini di casa, all’amico,
alla merciaia dell’angolo,
mai sazi di vergar lettere
controcorrente, come arabi,
lontani dalla linearità delle bollette
della luce, dello scontrino del barbiere,
d’un conto del solito ristorante cinese?

L’arte non resuscita i morti
dalle camere ardenti, o forse sì,
non sottrae i malati dalle celle
delle cliniche, o forse sì,
non ci sottrae dai risultati in ribasso
delle borse, o forse sì,
non ci trova collocazione stabile
nel mondo del lavoro, o forse sì.

L’arte è memoria, viscida sfera di contatto
con morti, malati, borse, lavoro,
con essa versano inchiostro e affanni
intere generazioni d’homo sapiens
in cerca di un capro espiatorio,
nell’intenzione, tutta artistica, di dar fastidio ai vivi,
non lasciandoli dormire.

Scrivere è sonnifero a doppio taglio,
con cui radere al suolo chi vuol vendersi al dettaglio.

gambe-delle-donne-indossano-i-tacchi-alti

SOGNO UN MONDO ALL’INCONTRARIO: LA LADRA D’ANTAN

Nonna Angela, classe 1936,
nata sotto l’auspicio del Frente Popular spagnolo, della dichiarazione dell’Impero dell’Africa Orientale Italiana,
dell’impresa razzista di Jesse Owens alle Olimpiadi hitleriane, della sottoscrizione dell’Asse Roma – Berlino,
costretta a scartabellare cartellini prezzi ai supermercati Pam, salumi, no, mozzarella, no, aria, no, Continua a leggere

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