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Sandro Bondi e Nichi Vendola due poeti in fuga dalla politica – “Vado verso la vita”, urlò D’Annunzio. Oggi lo seguono Sandro Bondi e Nichi Vendola. Dalla politica, tornano alle liriche – di Stefano Di Michele

Sandro Bondi

Sandro Bondi

da “Il Foglio quotidiano” 19 aprile 2015

 Urlò D’Annunzio – il sempre vociante Vate: “Vado verso la vita!”, transitando fulmineo dai banchi della Destra a quelli della Sinistra. Più temerariamente, Sandro Bondi e Nichi Vendola verso la poesia sono già andati. E ora, quasi orbi della politica, alla stessa si apprestano a tornare – e la Musa Calliope, priva di scampo, forse rassegnata attende. Sandro – l’uomo di Berlusconi, da cui dolorosamente si separa, e Nichi – l’uomo di Eddy, di cui è felicissimo fidanzato, sono stati (pur su fronti opposti) i versificatori del ventennio che si chiude, i rimatori dei giorni andati, i verseggiatori delle loro buone cause. Uomini dal pensiero rapido, dalla metafora veloce, la terzina pronta in canna, hanno scandito il loro percorso politico tra rime e liriche, con fervore di scrittura (e non sempre adeguata critica a sostegno, piuttosto malevola, a dire il vero). E ora che la stagione si avvia a conclusione – un sottrarsi, un dileguarsi, un commiato comunque – facile prevedere che sui marosi della poetica le loro vite future troveranno ancora e sempre conforto. Il pur temibile Fatto così l’altro ieri titolava l’abbandono di Bondi, ora rifugiato nella pace di Novi Ligure come Catullo nella villa di Sirmione: “Vorrei essere dimenticato” – e annotava il quotidiano, sul senatore che fu berlusconiano di cuore e di poemi: “E chiede un favore con una terzina: ‘Io vorrei essere dimenticato / io vorrei che il mio nome non fosse più importante / io vorrei chiudere qui la mia esperienza politica’”. Dolente abbandono, anima ulcerata: avrebbe forse un giorno composto. Ben diversa l’uscita di scena di Vendola, che in tal modo il suo abbandono ha argomentato: “Il mio obiettivo più grande è quello di recuperare l’allegria, la cosa che mi è più mancata in questi anni. E poi voglio riprendere a leggere: per dieci anni non ho scritto un verso e non ho letto un libro di poesie”. Sandro, più mesto, pare prendere congedo con le parole del “collega” (diciamo) Pablo Neruda – “Amare è così breve, e dimenticare così lungo”; Nichi, di suo, si apposta più nei pressi della Vanoni e di Vinicius de Moraes – “Buonanotte all’incertezza / ai problemi all’amarezza / sento il carnevale entrare in me. / E sento crescere la voglia, la pazzia / l’innocenza e l’allegria…”.

Nichi Vendola

Nichi Vendola

 Peraltro, volendo ben poetare, l’allegria è sentimento da tenere a bada – troppo vicino costeggia la soddisfazione, essendo questa “sentimento di natura tiepida, e di qualità inferiore”, come scriveva Natalia Ginzburg recensendo le poesie (“non mi piacciono affatto”) del volume “Epitaffio” del suo amico Giorgio Bassani, “perché mi sembrano piene di soddisfazione”. Scrisse pure: “Un mio amico, Cesare Garboli, dice che sono insieme Carducci e Magritte. Io però non riesco a vederci né Carducci né Magritte. Ci vedo soltanto la soddisfazione”. Perciò l’eccesso di buonumore la felicità creativa non sostiene – e in effetti, a pensarci bene, Vendola è stato finora poeta più propenso se non al tragico al gravoso impegno, sorta di pensoso Hikmet del Salento, “la lotta è il mio canto, e la gioia, e la sorte radiosa degli amici”, così che, quasi sulle orme del “Lamento per Ignacio Sánchez Mejías” di García Lorca, compone il suo più esteso e sollecito (morte a luglio, poema a settembre: neanche un cambio di stagione, ché a volte la poesia, nell’urgenza delle cose, è come un ascesso dentale: pulsa e preme) “Lamento in morte di Carlo Giuliani”: “Lascia che io pianga muto / senza quel tuo limone / limone asfalto e sputo (…) di un celerino a uccello / ti spezzano i carati / del sogno tuo degli anni / l’ora del manganello / rintocca nei tuoi panni…”. Pure qui – né Carducci né Magritte, e latita magari García Lorca. Ma Vendola è pur sempre un generoso militante del pensiero e dell’impegno, e in una memorabile intervista tanto seppe definire la sua poesia, “credo nella poesia come parto doloroso, come partita gioiosa, come partenza verso territori semantici tutti da scoprire”, quanto alzare la voce contro il degrado del poetare attuale – avendo il karaoke e il povero Apicella “ferito quasi a morte tutte le Muse”, un eccidio. E dunque, nella vasta morìa circostante, posa lo sguardo: “Siamo assediati da pessima poesia, rime leggere e di facili costumi, senza studio né gravidanze scritturali autentiche…” – che poi chissà: ma che cazzo so’, le rime di facili costumi?

Ugo Foscolo

Ugo Foscolo

 Di suo, nella mestizia dell’addio – quasi addio al se stesso dell’ultimo ventennio – Bondi figura in una disposizione d’animo più adatta a mutarsi definitivamente in poeta, idealmente trasfigurato a metà tra il Foscolo dei “Sepolcri” e il sempre caro Neruda, “posso scrivere i versi più tristi, questa notte”. Non a caso “delicato Sandrone” lo chiama il Messaggero – quasi fosse un fragilissimo John Keats, “il cui nome fu scritto nell’acqua”, ché a tale delicata dissipazione pare ora aspirare pure Bondi. Che poi, quasi dantesco contrapasso (“così s’osserva in me lo contrapasso”) sembra il suo: che generosamente su molti il generoso fiorire della sua poetica riversò – davvero “rosa aulente, / splendiente” dei giorni dorati del berlusconismo ora per sempre persi: a cascata, a settimanale impegno su Vanity Fair, in arabescate trasfigurazioni che solo le anime più vili e grevi potevano percepire quale eccesso di piaggeria e non piuttosto come amorosa/amorevole estensione del suo universo. A riprova, non solo le poesie dedicate a Silvio (adesso, nell’abbandono e nell’invocata dimenticanza, certo un sussulto leopardiano deve percorrerlo – Silvio, rimembri ancora?), alla consorte sua, alla mamma (“Madre di Dio”, pensa tu), persino alla segretaria Marinella, “muto segreto / inconfessata attesa”, e chissà come Dudù sfuggì; ma anche alla più stretta colleganza di partito, così da cantare il “fiore reclinato” della Brambilla o il “presente d’amore” di Letta (Gianni), o le nozze di Elio Vito, “tra le tue braccia magico silenzio”, del resto sempre ottima cosa. E persino Cicchitto in dono ebbe da Bondi uno tra i suoi componimenti elaborati, con periglioso, si potrebbe dire oculistico, abbandono: “La mia fede / è la tenerezza dei tuoi sguardi”, e mai prima di allora (e per la verità mai dopo di allora) gli sguardi di Cicchitto furono oggetto di pubblica attenzione poetica. Ma è proprio qui ciò che solo la poesia può: come Mario Tessuto con “Lisa dagli occhi blu” o, meglio ancora, Montale con “La casa dei doganieri” – chi, prima di lui, l’aveva mai avvistata? Ma pure ai suoi avversari, generosamente Bondi non negò il piacere di appositi lirismi: così a Veltroni, “Tenero padre, / madre dei miei sogni”, così alla fascinosa Anna Finocchiaro, “Nero sublime / Lento abbandono / Violento rosso”, quasi quasi evocando certi sussulti amorosi di Kavafis: “I versi suoi! Infuocati sguardi / Dove ripalpitano i suoi miraggi”. Eugenio Scalfari, uno mica di facili gusti, “per l’alto mare aperto” abituato a navigare, figurarsi a Novi Ligure dove nemmeno c’è il porto, durante un dibattito si lasciò andare: “Per come parla Sandro Bondi, lo incarterei e porterei a casa”. Son soddisfazioni massime, queste. E ora, questo suo sospiroso e laterale sortire dalla scena pubblica, quasi lo avvicina a un poeta che più distante da lui non potrebbe essere, il Charles Bukowski di sbronze e mignotte e ippodromi: “Scrivere una poesia non è difficile, difficile è viverla”.

Kavafis

Kavafis

 Nichi e Sandro – i due poeti che la plebea scena politica nostra hanno attraversato, e che ora abbandonano uno evocando dimenticanza l’altro bramoso di allegria – hanno vissuto in maniera diversa questa loro duplice veste di eletti e di versificatori. Sempre in Nichi, pure nel dibattere e comiziare, il poetare premeva sulla favella – frusciare e ammonticchiare festoso, tipo: “Le primarie sono una vera spinta di vita, immettono un alito profumato nel centrosinistra…”, magari: “La poesia libera l’anima. Appena posso mi rifugio nella poesia…”, oppure: “Io sono reo di porto abusivo di sogno…” (codesta ammissione risultava nel distico per la presentazione dei due dvd “Le parole del futuro”, nientemeno, “La ballata di Nichi Vendola”), così quasi uno si aspetta di sentirlo andare avanti attacando alle parole sue quelle di Lee Masters, “voi che vivete, siete davvero degli sciocchi / voi che non conoscete le vie del vento”. In Sandro, lo sdoppiamento era assoluto – mai il politico concedeva, nel pubblico confronto, il volo sognante che il poeta serbava per momenti di maggiore estro. Dualismo che lo stesso tenero vate di Fivizzano riconosceva (intervista con Sabelli Fioretti): “Ci sono due Bondi. Il primo è quello che sono, quello che credo di essere, che sento di essere. Il secondo è un altro Bondi. Quando mi rivedo in televisione mi meraviglio di me stesso. Molta gente me lo dice”. In Sandro, sempre verso l’assoluto la poesia tende – “Perdonare Dio” il titolo di una sua raccolta, “Vita vitale / Vita ritrovata / Vita splendente” certi versi dedicati a Berlusconi: senza, peraltro, voler minimamente affiancare i due soggetti. Nichi, che a sette anni debuttò con una poesia intitolata “Mamma” (un pizzico di Ungaretti e un sospetto di Gino Latilla, “son tutte belle le mamme del mondo / quando un bambino si stringono al cuor!”), fu persino capace di una bellissima filastrocca – che da Sandro Penna piuttosto felicemente dalle parti di Rodari lo spostava: “C’era una volta una piccola bocca che ripeteva la filastrocca di una gattina color albicocca che miagolava in una bicocca dove viveva una fata un po’ tocca che raccontava la storia bislacca di una bambina che sta sulla rocca e che ripete la mia filastrocca nata un po’ allocca e cresciuta barocca…”. Poi, purtroppo, con ricadute piuttosto dolorose nel quotidiano, come quando per sponsorizzare la lista Tsipras (gli sta bene!) fece il verso alla famosa poesia “If” di Kipling: “Se pensi che le persono sono più importanti delle merci. / Se pensi che la comunità sia più importante del denaro…”. Con giustificato spavento, sia i lettori sia gli elettori si defilarono.

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi

 Sono stati gli ultimi due esponenti del politico/poeta, Bondi e Vendola – razza in estinzione che forse mai più si ripresenterà. Oddio, vero che il poetare è cosa somma e insieme cosa facile e incontrollabile (chi mai ci tutela da ogni matita e ogni pezzo di carta?), così che pure il genio che vergò le parole: “A XY andai / a te pensai / e questo ricordo ti portai”, così da porterle imprimere volendo sulla cotognata di Bari o sotto la gondola di plastica di Venezia o nei pressi di Padre Pio, potrebbe aspirare alla categoria. Ma se a un politico/poeta si deve pensare, inevitabilmente il pensiero corre al comunista Pietro Ingrao, appena fresco centenario, che ha pubblicato diversi libri, come “Il dubbio dei vincitori” e “L’alta febbre del fare” – senza similitudini tra questo e quelli. “Chi nel campo arde / fascine / mai saprà / di che sete nel consumarsi / è l’acre fumo / che fugge” – così certi suoi versi. E così: “Senza giurare, / quando il chiaro dorme, spalancate le fonti. / Ponete i nomi”. Spiegò Ingrao, nella sua autobiografia: “Valse allora per me la risonanza della parola e la successione dei suoi significati, il loro dilatarsi a formare una trama”. Scrisse il Manifesto (Massimo Raffaelli), esteticamente e politicamente rapito: “Per Ingrao, la poesia è infatti non una riposta anticipata o differita ai problemi del fare e dell’agire ma, al contrario, è la domanda perpetua sul senso del fare dell’agire, individuale e collettivo…”. Ci fu anche un democristiano poeta, ormai dimenticato, Bernardo d’Arezzo (ministro e pure commercialista), che diede dalla stampe due raccolte, una con prefazione di Domenico Rea e l’altra del comunista Antonello Tormbadori – e il volume presentato da Eduardo De Filippo (però). E tra i poeti un altro comunista, Maurizio Ferrara, coi suoi sonetti romaneschi da Anonimo Romano (ché “ultimo, anonimo e minuscolo fedele del Belli” Ferrara si definiva) – “Er male è com’un fumo che ciài drento, / che ’gniquarvorta er corpo fa ’na mossa / la fa lui puro, ar movese s’ingrossa / come fa la fumata sotto er vento”.

Aldo Palazzeschi

Aldo Palazzeschi

 Per il resto, piuttosto che comporre di loro, per fortuna i politici preferiscono citare. Nei momenti più solenni, più solenne s’alza la citazione. Così Occhetto, che dismette il Pci, all’ultimo congresso lacrima e chiama in soccorso Tennyson: “Venite, amici, che non è mai troppo tardi per scoprire un nuovo mondo. / Io vi propongo di andare più in là dell’orizzonte…”. E Forlani, nel cupo di Tangentopoli, reagì con Dante e il suo Inferno: “Oscura e profonda era e nebulosa / tanto che, per ficcar lo viso a fondo. / io non vi discernea alcuna cosa…”. Più prosaicamente, nel 1994, alla radio con Livio Zanetti, Berlusconi preferì farsi trasportare dai meno impegnativi versi di “Rio Bo” di Aldo Palazzeschi: “Tre casettine / dai tetti aguzzi, / un verde praticello, / un esiguo ruscello: Rio Bo, / un vigile cipresso…”. L’aveva ripassata sabato sera coi suoi figli, spiegò: “C’era la gara tra tutti i bambini per vedere chi l’imparava prima, alla fine l’ho imparata anche io”. Però. (Comunque, anni fa Berlusconi si lanciò a sorpresa in un omaggio nostalgico alla Prima Repubblica, “quando si era capaci di recitare i versi di Guido Cavalcanti per rafforzare un argomento e si era abili nel giocare di fioretto un attimo dopo aver tirato sciabolate”, e il riferimento era alla famosa disputa tra il segretario del Pci Palmiro Togliatti e il giornalista Vittorio Gorresio sull’argomento). Bertinotti, nei momenti di maggiore pathos sempre alla splendida “Itaca” di Kavafis ha fatto ricorso (un po’ metafora dell’andare a zonzo piuttosto che arrivare: perfetta per la sinistra): “Itaca ti ha dato il bel viaggio / senza di lei mai ti saresti messo / sulla strada: che cos’altro ti aspetti?”. D’Alema, quando tra i filare della sua vigna ha presentato a un perplesso e vigile Alan Friedman il suo cagnone di settanta chili, a nome Aiace, lo ha fatto citando Vincenzo Cardarelli: “Sempre obliasti, Ajace Telamonio, / ogni prudenza in guerra, ogni preghiera…”. E Veltroni, per anni e anni, si è tirato dietro certi bellissimi versi di Borges, “I giusti” – per spiegare la sua idea di sinistra, come distico al suo libro “Senza Patricio”, per conquistare la platea argentina durante un viaggio ministeriale da quelle parti: “Chi accarezza un animale addormentato. / Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto…”.

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ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL RAPPORTO TRA CULTURA E POLITICA IN ITALIA di Roberto Onofrio

italia tripartita Roberto Onofrio è nato a Roma nel 1963. Ha studiato fisica presso l’Università “La Sapienza” di Roma conseguendo la laurea nel 1986 ed il dottorato nel 1991. Ricercatore presso il dipartimento di fisica ed astronomia “Galileo Galilei” dell’Università di Padova dal 1991, ha trascorso diversi periodi di ricerca presso l’Università di Rochester, NY, il Massachussetts Institute of Technology, MA, i Los Alamos National Laboratories, NM. Attualmente è visiting scientist presso l’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics di Cambridge, MA, e visiting professor presso il Dartmouth College, NH. È Fellow dell’American Physical Society dal 2009, e autore di oltre centotrenta articoli su rivista e comunicazioni a congressi su tematiche di teoria quantistica della misura, fenomeni macroscopici in elettrodinamica quantistica, atomi ultrafreddi, fisica delle particelle elementari ed astrofisica.

Roberto Onofrio, fisico teorico negli USA

Roberto Onofrio

Ispirato dall’articolo di Marco Onofrio apparso su questo blog il 15 ottobre 2014, ho provato a raccogliere alcune delle mie riflessioni sul problema della meritocrazia in Italia. Data la mia visuale un po’ anomala rispetto alla maggioranza dei commentatori del blog, come scienziato che trascorre una parte consistente dell’anno all’estero, spero che i miei commenti siano stimolanti, o almeno possano far capire meglio alcune caratteristiche, in apparenza sorprendenti, del ‘sistema Italia’. La mia tesi di fondo è che non ci si può stupire della situazione attuale dato che essa è il risultato quasi deterministico, causale, della convoluzione di eventi storici peculiari della Penisola. Se si accetta questo assunto ne conseguono diversi vantaggi, anzitutto minori arrabbiature – in quanto si possono razionalizzare situazioni altrimenti percepite come grottesche –, e si può provare a convogliare energie intellettuali in direzioni più costruttive della pura demoralizzazione o dell’abbandono.

https://lombradelleparole.wordpress.com/2014/10/15/la-letteratura-invisibile-pensieri-a-briglia-sciolta-di-marco-onofrio-sul-sistema-letterario/

La prima domanda a cui proverò a rispondere brevemente nasce dal bisogno di capire la specificità del ‘sistema Italia’: cosa rappresenta di unico al mondo l’Italia? L’aspetto immediato che risalta del nostro Paese è che è l’unico tra i membri del G7 con una civiltà plurimillenaria ad alto impatto storico. Roma è al tempo stesso la capitale di un Paese industrializzato (come del resto lo sono Berlino, Londra, Ottawa, Parigi, Tokio, Washington) e la ex-capitale politica e culturale di una civiltà antica (come del resto Alessandria, Atene, Bagdad, Damasco, Gerusalemme, Istanbul, tra le altre). Questo aspetto unico, all’intersezione tra l’attuale e l’antico, affascina milioni di turisti e visitatori ed è qualcosa di cui essere ben orgogliosi, anche perché mostra una grande solidità e continuità storica, e una notevole capacità di resilienza.

roberto cicchinè untitled 2009

roberto cicchinè untitled 2009

Tuttavia, questo è in parte anche il tallone di Achille del ‘sistema Italia’. La complessità culturale sviluppata in circa trenta secoli ha portato anche ad una stratificazione su tutti gli aspetti che determinano la funzionalità di una nazione moderna. Il richiamo alle tradizioni è spesso invocato per evitare radicali cambiamenti di rotta, per cui tutto appare come eccessivamente complicato nella vita quotidiana, in particolare nel campo legislativo e giudiziario. Inoltre, in tempi non troppo lontani il continuo richiamo ad un passato glorioso e le conseguenti politiche imperialistiche hanno anche provocato tragedie, ad esempio i due interventi ritardati ed entusiastici (e quindi in principio con la piena conoscenza e coscienza delle difficoltà alle quali si andava incontro con la scelta belligerante) nelle due guerre mondiali del secolo scorso, con le gravi perdite umane, materiali e morali che scontiamo ancora oggi. Ma l’unicità dell’Italia ed alcuni dei suoi mali odierni nascono da molto lontano, e dal modo col quale si è reagito a forze storiche esterne alla Penisola, come cercherò di sintetizzare nel seguito, per quanto si possa riassumere la storia di un Paese così complesso in poche righe.

La repubblica romana, e il successivo impero nel quale essa si trasmutò, si basava su una disciplina ferrea, un forte senso dello Stato ed uno strumento militare efficiente. È interessante al proposito leggere un brano di Simone Weil: «I Romani hanno conquistato il mondo con la serietà, la disciplina, l’organizzazione, la continuità delle idee e del metodo, con la convinzione di essere una razza superiore e nata per comandare, con l’impiego meditato, calcolato della più spietata crudeltà, della fredda perfidia, della propaganda più ipocrita». Sebbene sia necessario contestualizzare queste considerazioni – Simone Weil le scrive nel 1940 tentando di tessere delle analogie con la Germania di allora; in realtà la civiltà romana nasce e si sviluppa come civiltà inclusiva e multietnica, a differenza della Germania nazionalsocialista – è chiaro che Roma ha costituito un codice di comportamento studiato, emulato e raffinato dai successivi imperi di stile occidentale fino ai giorni nostri. In questo contesto il rapporto tra cultura e politica si limita, essenzialmente soltanto dopo la conquista della Grecia e dei regni ellenistici, alla dimensione celebrativo-trionfalistica, soprattutto a compensazione delle viceversa molto umili origini di Roma stessa.

Italia tricolreLa situazione cambia drasticamente con la caduta dell’impero romano. Il vuoto di potere da esso lasciato nella Penisola viene colmato dalla Chiesa. Quest’ultima, pur dotata di una propria struttura militare, per ovvie ragioni di immagine morale edifica progressivamente un poderoso e capillare impianto ideologico-culturale, costringendo le opposizioni ad agire di conseguenza. È la nascita di quello che oggi chiameremmo ‘soft power’, ovvero potere esercitato non sulla base della forza bruta di tipo militare, ma sulla base del dialogo e del controllo culturale sia ai vertici, sia alla base, anche attraverso la costituzione di ordini religiosi con scopi ben definiti. Il successivo mecenatismo nei vari stati della penisola durante l’Umanesimo e il Rinascimento è il riflesso locale di questa scelta, e la relazione tra cultura e potere diviene ancora più stretta durante quella che potremmo definire come la prima controrivoluzione italiana, più comunemente nota come Controriforma. In reazione alla Protesta si decide per un irrigidimento della cultura, che deve essere filtrata attraverso alcuni meccanismi tesi a garantirne la conformità con i dogmi della variante cattolica del Cristianesimo.

Se da una parte l’Italia evita sanguinose guerre religiose come in Germania, Francia, Inghilterra – un risultato tutt’altro che trascurabile – d’altra parte ciò ritarda la nascita di quella diversità culturale che è caratteristica del mondo moderno. Ne sono vittime quelle personalità che avrebbero potuto portare la Penisola ad una civiltà avanzatissima per l’epoca. In particolare gli impedimenti alla diffusione delle opere di Giordano Bruno nell’ambito filosofico e cosmologico, di Tommaso Campanella in campo religioso e politico, e Galileo Galilei nel rapporto tra scienza, tecnologia e società, risultano in una autodecapitazione culturale dell’Italia, che da lì in poi si avvia ad un ruolo secondario di potenza culturale, cedendo la fiaccola del primato ai Paesi del nord Europa. Il latino, anziché essere concepito come lingua franca per le lettere e le scienze in grado di permettere il dialogo colto nell’intera Europa, diventa primariamente uno strumento di autoconservazione della classe dirigente e di intimidazione delle classi subalterne, come farà poi brillantemente notare il Manzoni nel suo capolavoro.

Italia stemma della repubblicaL’unificazione politica della Penisola apre delle speranze nella seconda metà dell’Ottocento, anche a causa di una struttura dichiaratamente laica dello Stato unitario. Tuttavia, con modalità che non solo a posteriori appaiono scellerate, lo Stato unitario si lancia in un vasto programma imperialista, sproporzionato alle risorse, ambendo a colonie e al controllo del Mediterraneo. Questo in alternativa alla soluzione più razionale e realistica, e cioè dedicarsi alla costruzione di uno Stato coinvolgente le masse popolari, con tangibili vantaggi per esse rispetto agli statarelli preesistenti, e come modello alternativo alle potenze coloniali: il che avrebbe suscitato l’ammirazione e la stima del mondo intero. L’ingordigia dell’Italia unita traspare da qualsiasi analisi oggettiva e disadorna dei deliri patriottici che si tramandano di generazione in generazione sui banchi di scuola. L’Italia ha sempre dichiarato guerra, mai subìto una singola dichiarazione di guerra; e spesso, a giochi fatti, ha chiesto più del dovuto in base agli effettivi risultati sul campo di battaglia. Il disprezzo dei vinti si manifesta evitando o rimandando la resa e la diretta cessione dei territori richiesti, spesso attraverso un intermediario. Questo avviene ad esempio con l’Impero austriaco nel 1859 dopo Solferino e San Martino, e nel 1866 dopo Custoza e Sadowa; con la Francia nel 1940; con la Grecia l’anno successivo. Del resto è un esperto di diplomazia del livello di Bismark ad osservare sarcasticamente che l’Italia ha denti piccoli ma grande appetito. La credibilità politica italiana e il prestigio culturale del Paese ne fanno le spese, e nascono innumerevoli incidenti politici e diplomatici. Queste profonde incomprensioni, unite a quella che viene percepita in Italia come la grande jacquerie del XX secolo, ovvero la formazione di un embrione di Stato dei lavoratori nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, sono tra i fattori principali ai quali l’Italia risponde, in linea con la sua natura, con una seconda controrivoluzione: il ventennio fascista.

Antonio Gramsci

Antonio Gramsci

È in tale contesto di forte controllo dello status quo e di capillare repressione politica che si inserisce il concetto di egemonia culturale di Antonio Gramsci, anche a causa della sua analisi del ‘soft power’ della Chiesa cattolica. La nascita di un solido partito comunista nel secondo dopoguerra si basa sull’idea di conquistare il potere estendendo man mano il consenso sia a livello popolare sia nell’élite culturale. Nasce una forte competizione dialettica tra i due maggiori partiti popolari nel Paese, che riporta temporaneamente l’Italia nel novero della nazioni creatrici di cultura: il neorealismo è solo l’aspetto più evidente di questa stagione felice. Il tutto anche alla luce di un ripensamento della politica internazionale che finalmente vede l’Italia rinunciare una volta per tutte a megalomanie imperialistiche, con una politica di raccolta nella ovvia ricostruzione materiale e morale del Paese. Competizione culturale tra i due maggiori partiti, reclutamento delle energie sul territorio, abbandono di velleità da grande potenza e forti aiuti economici esterni per impedire il passaggio dal campo capitalista al campo socialista, consentono all’Italia di godere di un periodo di rinascita che però, proprio per la fragilità di tutti questi elementi e per la mancanza di piani a lungo termine per sfruttare al meglio la situazione favorevole, si rivela effimero.

Con la caduta del muro di Berlino prima, e la dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche poco dopo, si dissolvono tutte queste condizioni. La competizione culturale non ha più ragione di esistere, la globalizzazione è in contrasto palese con la politica di raccolta prima praticata, gli Stati Uniti d’America si ritirano progressivamente investendo aiuti altrove, ad iniziare dai Paesi dell’Europa dell’est in precedenza membri del Patto di Varsavia. Infine, l’Italia torna, anche se in ambito europeo, ad una politica interventista con consistente impiego di uomini e mezzi in tutte le operazioni militari susseguenti, inclusi quei contesti, come nel caso libico, dove le azioni portano palesemente alla destabilizzazione di un’area limitrofa e alla parziale compromissione degli stessi interessi economici italiani. A questo si aggiungono mali di lunga durata, quali l’assenza di meccanismi sistematici di formazione della classe dirigente, che in un Paese moderno avvengono attraverso il sistema universitario. L’Italia del secondo dopoguerra emerge sì ferita da un dissesto umano, morale e materiale, ma è almeno rappresentata da personaggi della statura di Alcide De Gasperi, in precedenza rappresentante al Parlamento austriaco, e Palmiro Togliatti, braccio destro di Stalin. La visione globale assimilata da queste esperienze storiche risulta preziosa per la ricostruzione del Paese, e per il suo inserimento nel novero delle Nazioni Unite. Da questo punto di vista ogni paragone con la classe dirigente di oggi è, nella maggioranza dei casi, abbastanza patetico.

italia che taceNon che manchino le energie intellettuali, ma nel momento stesso in cui un Paese ha disseminato sul territorio più di un centinaio di sedi universitarie, la maggior parte delle quali carenti di infrastrutture necessarie per poter definire un luogo di studio quale ‘università’, manca il confronto tra idee diverse derivanti dalla presenza nella stessa sede di giovani provenienti da tutte le regioni. Il tutto degenera in un localismo (peraltro vulnerabile a corruzione locale nell’assegnazione di cattedre, di posizioni amministrative, di gestione dell’edilizia) ed un orizzonte limitato nello spazio che rendono uno scenario con l’emergenza degli equivalenti di De Gasperi o Togliatti altamente improbabile. Con pochissime eccezioni, le università italiane si muovono ormai in un ambito regionale, senza perseguire la formazione di una classe dirigente con visioni di ‘interesse nazionale’. Ciò rende il Paese molto suscettibile a spinte centrifughe, e non sarei sorpreso (fortunatamente non avrò la possibilità di verificarlo) se tra meno di un secolo l’Italia decidesse più o meno spontaneamente di tornare ad una confederazione di statarelli controllati da forze esterne. Sarebbe stato più opportuno incoraggiare studenti e docenti alla mobilità nazionale ed internazionale, concentrando gli investimenti su una trentina di università storiche di alto livello, con diritto assicurato allo studio, alloggi e mense per tutti, e solide infrastrutture di ricerca, affiancate ove possibile e necessario da istituzioni parauniversitarie finanziate da enti regionali e provinciali. Ora è troppo tardi per cambiare rotta, la situazione è purtroppo irrecuperabile.

Alla luce di queste brevi e superficiali considerazioni, sarebbe incredibile e quasi fantascientifico pretendere che il settore culturale propriamente detto segua una dinamica diversa dall’attuale involuzione politica ed economica del Paese. Il piattume culturale discusso nell’articolo di Marco Onofrio e nei successivi 125 commenti,  è assieme la causa e l’effetto di politiche effimere, opportunistiche, ambiziose oltre ogni misura, che si susseguono da secoli – per ragioni che poco hanno a che fare con la cultura nel senso stretto del termine. Ogni Paese sconta la mancanza di lungimiranza ed io mi stupisco, al contrario di Marco, del fatto che l’Italia sia ancora, nonostante tutto, un Paese vivace, nel quale parecchi individui lottano quotidianamente e producono cultura, se non di primo livello, almeno di discreta qualità, e con grande onestà intellettuale. Sono gli eredi dei Bruno, dei Campanella, dei Galilei, dei Gramsci, e come tali devono essere pronti a sconfitte locali e a grosse amarezze, quali l’Italia ha sempre riservato ai suoi figli migliori, salvo poi eventualmente idealizzarli post mortem.

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