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Sandro Bondi e Nichi Vendola due poeti in fuga dalla politica – “Vado verso la vita”, urlò D’Annunzio. Oggi lo seguono Sandro Bondi e Nichi Vendola. Dalla politica, tornano alle liriche – di Stefano Di Michele

Sandro Bondi

Sandro Bondi

da “Il Foglio quotidiano” 19 aprile 2015

 Urlò D’Annunzio – il sempre vociante Vate: “Vado verso la vita!”, transitando fulmineo dai banchi della Destra a quelli della Sinistra. Più temerariamente, Sandro Bondi e Nichi Vendola verso la poesia sono già andati. E ora, quasi orbi della politica, alla stessa si apprestano a tornare – e la Musa Calliope, priva di scampo, forse rassegnata attende. Sandro – l’uomo di Berlusconi, da cui dolorosamente si separa, e Nichi – l’uomo di Eddy, di cui è felicissimo fidanzato, sono stati (pur su fronti opposti) i versificatori del ventennio che si chiude, i rimatori dei giorni andati, i verseggiatori delle loro buone cause. Uomini dal pensiero rapido, dalla metafora veloce, la terzina pronta in canna, hanno scandito il loro percorso politico tra rime e liriche, con fervore di scrittura (e non sempre adeguata critica a sostegno, piuttosto malevola, a dire il vero). E ora che la stagione si avvia a conclusione – un sottrarsi, un dileguarsi, un commiato comunque – facile prevedere che sui marosi della poetica le loro vite future troveranno ancora e sempre conforto. Il pur temibile Fatto così l’altro ieri titolava l’abbandono di Bondi, ora rifugiato nella pace di Novi Ligure come Catullo nella villa di Sirmione: “Vorrei essere dimenticato” – e annotava il quotidiano, sul senatore che fu berlusconiano di cuore e di poemi: “E chiede un favore con una terzina: ‘Io vorrei essere dimenticato / io vorrei che il mio nome non fosse più importante / io vorrei chiudere qui la mia esperienza politica’”. Dolente abbandono, anima ulcerata: avrebbe forse un giorno composto. Ben diversa l’uscita di scena di Vendola, che in tal modo il suo abbandono ha argomentato: “Il mio obiettivo più grande è quello di recuperare l’allegria, la cosa che mi è più mancata in questi anni. E poi voglio riprendere a leggere: per dieci anni non ho scritto un verso e non ho letto un libro di poesie”. Sandro, più mesto, pare prendere congedo con le parole del “collega” (diciamo) Pablo Neruda – “Amare è così breve, e dimenticare così lungo”; Nichi, di suo, si apposta più nei pressi della Vanoni e di Vinicius de Moraes – “Buonanotte all’incertezza / ai problemi all’amarezza / sento il carnevale entrare in me. / E sento crescere la voglia, la pazzia / l’innocenza e l’allegria…”.

Nichi Vendola

Nichi Vendola

 Peraltro, volendo ben poetare, l’allegria è sentimento da tenere a bada – troppo vicino costeggia la soddisfazione, essendo questa “sentimento di natura tiepida, e di qualità inferiore”, come scriveva Natalia Ginzburg recensendo le poesie (“non mi piacciono affatto”) del volume “Epitaffio” del suo amico Giorgio Bassani, “perché mi sembrano piene di soddisfazione”. Scrisse pure: “Un mio amico, Cesare Garboli, dice che sono insieme Carducci e Magritte. Io però non riesco a vederci né Carducci né Magritte. Ci vedo soltanto la soddisfazione”. Perciò l’eccesso di buonumore la felicità creativa non sostiene – e in effetti, a pensarci bene, Vendola è stato finora poeta più propenso se non al tragico al gravoso impegno, sorta di pensoso Hikmet del Salento, “la lotta è il mio canto, e la gioia, e la sorte radiosa degli amici”, così che, quasi sulle orme del “Lamento per Ignacio Sánchez Mejías” di García Lorca, compone il suo più esteso e sollecito (morte a luglio, poema a settembre: neanche un cambio di stagione, ché a volte la poesia, nell’urgenza delle cose, è come un ascesso dentale: pulsa e preme) “Lamento in morte di Carlo Giuliani”: “Lascia che io pianga muto / senza quel tuo limone / limone asfalto e sputo (…) di un celerino a uccello / ti spezzano i carati / del sogno tuo degli anni / l’ora del manganello / rintocca nei tuoi panni…”. Pure qui – né Carducci né Magritte, e latita magari García Lorca. Ma Vendola è pur sempre un generoso militante del pensiero e dell’impegno, e in una memorabile intervista tanto seppe definire la sua poesia, “credo nella poesia come parto doloroso, come partita gioiosa, come partenza verso territori semantici tutti da scoprire”, quanto alzare la voce contro il degrado del poetare attuale – avendo il karaoke e il povero Apicella “ferito quasi a morte tutte le Muse”, un eccidio. E dunque, nella vasta morìa circostante, posa lo sguardo: “Siamo assediati da pessima poesia, rime leggere e di facili costumi, senza studio né gravidanze scritturali autentiche…” – che poi chissà: ma che cazzo so’, le rime di facili costumi?

Ugo Foscolo

Ugo Foscolo

 Di suo, nella mestizia dell’addio – quasi addio al se stesso dell’ultimo ventennio – Bondi figura in una disposizione d’animo più adatta a mutarsi definitivamente in poeta, idealmente trasfigurato a metà tra il Foscolo dei “Sepolcri” e il sempre caro Neruda, “posso scrivere i versi più tristi, questa notte”. Non a caso “delicato Sandrone” lo chiama il Messaggero – quasi fosse un fragilissimo John Keats, “il cui nome fu scritto nell’acqua”, ché a tale delicata dissipazione pare ora aspirare pure Bondi. Che poi, quasi dantesco contrapasso (“così s’osserva in me lo contrapasso”) sembra il suo: che generosamente su molti il generoso fiorire della sua poetica riversò – davvero “rosa aulente, / splendiente” dei giorni dorati del berlusconismo ora per sempre persi: a cascata, a settimanale impegno su Vanity Fair, in arabescate trasfigurazioni che solo le anime più vili e grevi potevano percepire quale eccesso di piaggeria e non piuttosto come amorosa/amorevole estensione del suo universo. A riprova, non solo le poesie dedicate a Silvio (adesso, nell’abbandono e nell’invocata dimenticanza, certo un sussulto leopardiano deve percorrerlo – Silvio, rimembri ancora?), alla consorte sua, alla mamma (“Madre di Dio”, pensa tu), persino alla segretaria Marinella, “muto segreto / inconfessata attesa”, e chissà come Dudù sfuggì; ma anche alla più stretta colleganza di partito, così da cantare il “fiore reclinato” della Brambilla o il “presente d’amore” di Letta (Gianni), o le nozze di Elio Vito, “tra le tue braccia magico silenzio”, del resto sempre ottima cosa. E persino Cicchitto in dono ebbe da Bondi uno tra i suoi componimenti elaborati, con periglioso, si potrebbe dire oculistico, abbandono: “La mia fede / è la tenerezza dei tuoi sguardi”, e mai prima di allora (e per la verità mai dopo di allora) gli sguardi di Cicchitto furono oggetto di pubblica attenzione poetica. Ma è proprio qui ciò che solo la poesia può: come Mario Tessuto con “Lisa dagli occhi blu” o, meglio ancora, Montale con “La casa dei doganieri” – chi, prima di lui, l’aveva mai avvistata? Ma pure ai suoi avversari, generosamente Bondi non negò il piacere di appositi lirismi: così a Veltroni, “Tenero padre, / madre dei miei sogni”, così alla fascinosa Anna Finocchiaro, “Nero sublime / Lento abbandono / Violento rosso”, quasi quasi evocando certi sussulti amorosi di Kavafis: “I versi suoi! Infuocati sguardi / Dove ripalpitano i suoi miraggi”. Eugenio Scalfari, uno mica di facili gusti, “per l’alto mare aperto” abituato a navigare, figurarsi a Novi Ligure dove nemmeno c’è il porto, durante un dibattito si lasciò andare: “Per come parla Sandro Bondi, lo incarterei e porterei a casa”. Son soddisfazioni massime, queste. E ora, questo suo sospiroso e laterale sortire dalla scena pubblica, quasi lo avvicina a un poeta che più distante da lui non potrebbe essere, il Charles Bukowski di sbronze e mignotte e ippodromi: “Scrivere una poesia non è difficile, difficile è viverla”.

Kavafis

Kavafis

 Nichi e Sandro – i due poeti che la plebea scena politica nostra hanno attraversato, e che ora abbandonano uno evocando dimenticanza l’altro bramoso di allegria – hanno vissuto in maniera diversa questa loro duplice veste di eletti e di versificatori. Sempre in Nichi, pure nel dibattere e comiziare, il poetare premeva sulla favella – frusciare e ammonticchiare festoso, tipo: “Le primarie sono una vera spinta di vita, immettono un alito profumato nel centrosinistra…”, magari: “La poesia libera l’anima. Appena posso mi rifugio nella poesia…”, oppure: “Io sono reo di porto abusivo di sogno…” (codesta ammissione risultava nel distico per la presentazione dei due dvd “Le parole del futuro”, nientemeno, “La ballata di Nichi Vendola”), così quasi uno si aspetta di sentirlo andare avanti attacando alle parole sue quelle di Lee Masters, “voi che vivete, siete davvero degli sciocchi / voi che non conoscete le vie del vento”. In Sandro, lo sdoppiamento era assoluto – mai il politico concedeva, nel pubblico confronto, il volo sognante che il poeta serbava per momenti di maggiore estro. Dualismo che lo stesso tenero vate di Fivizzano riconosceva (intervista con Sabelli Fioretti): “Ci sono due Bondi. Il primo è quello che sono, quello che credo di essere, che sento di essere. Il secondo è un altro Bondi. Quando mi rivedo in televisione mi meraviglio di me stesso. Molta gente me lo dice”. In Sandro, sempre verso l’assoluto la poesia tende – “Perdonare Dio” il titolo di una sua raccolta, “Vita vitale / Vita ritrovata / Vita splendente” certi versi dedicati a Berlusconi: senza, peraltro, voler minimamente affiancare i due soggetti. Nichi, che a sette anni debuttò con una poesia intitolata “Mamma” (un pizzico di Ungaretti e un sospetto di Gino Latilla, “son tutte belle le mamme del mondo / quando un bambino si stringono al cuor!”), fu persino capace di una bellissima filastrocca – che da Sandro Penna piuttosto felicemente dalle parti di Rodari lo spostava: “C’era una volta una piccola bocca che ripeteva la filastrocca di una gattina color albicocca che miagolava in una bicocca dove viveva una fata un po’ tocca che raccontava la storia bislacca di una bambina che sta sulla rocca e che ripete la mia filastrocca nata un po’ allocca e cresciuta barocca…”. Poi, purtroppo, con ricadute piuttosto dolorose nel quotidiano, come quando per sponsorizzare la lista Tsipras (gli sta bene!) fece il verso alla famosa poesia “If” di Kipling: “Se pensi che le persono sono più importanti delle merci. / Se pensi che la comunità sia più importante del denaro…”. Con giustificato spavento, sia i lettori sia gli elettori si defilarono.

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi

 Sono stati gli ultimi due esponenti del politico/poeta, Bondi e Vendola – razza in estinzione che forse mai più si ripresenterà. Oddio, vero che il poetare è cosa somma e insieme cosa facile e incontrollabile (chi mai ci tutela da ogni matita e ogni pezzo di carta?), così che pure il genio che vergò le parole: “A XY andai / a te pensai / e questo ricordo ti portai”, così da porterle imprimere volendo sulla cotognata di Bari o sotto la gondola di plastica di Venezia o nei pressi di Padre Pio, potrebbe aspirare alla categoria. Ma se a un politico/poeta si deve pensare, inevitabilmente il pensiero corre al comunista Pietro Ingrao, appena fresco centenario, che ha pubblicato diversi libri, come “Il dubbio dei vincitori” e “L’alta febbre del fare” – senza similitudini tra questo e quelli. “Chi nel campo arde / fascine / mai saprà / di che sete nel consumarsi / è l’acre fumo / che fugge” – così certi suoi versi. E così: “Senza giurare, / quando il chiaro dorme, spalancate le fonti. / Ponete i nomi”. Spiegò Ingrao, nella sua autobiografia: “Valse allora per me la risonanza della parola e la successione dei suoi significati, il loro dilatarsi a formare una trama”. Scrisse il Manifesto (Massimo Raffaelli), esteticamente e politicamente rapito: “Per Ingrao, la poesia è infatti non una riposta anticipata o differita ai problemi del fare e dell’agire ma, al contrario, è la domanda perpetua sul senso del fare dell’agire, individuale e collettivo…”. Ci fu anche un democristiano poeta, ormai dimenticato, Bernardo d’Arezzo (ministro e pure commercialista), che diede dalla stampe due raccolte, una con prefazione di Domenico Rea e l’altra del comunista Antonello Tormbadori – e il volume presentato da Eduardo De Filippo (però). E tra i poeti un altro comunista, Maurizio Ferrara, coi suoi sonetti romaneschi da Anonimo Romano (ché “ultimo, anonimo e minuscolo fedele del Belli” Ferrara si definiva) – “Er male è com’un fumo che ciài drento, / che ’gniquarvorta er corpo fa ’na mossa / la fa lui puro, ar movese s’ingrossa / come fa la fumata sotto er vento”.

Aldo Palazzeschi

Aldo Palazzeschi

 Per il resto, piuttosto che comporre di loro, per fortuna i politici preferiscono citare. Nei momenti più solenni, più solenne s’alza la citazione. Così Occhetto, che dismette il Pci, all’ultimo congresso lacrima e chiama in soccorso Tennyson: “Venite, amici, che non è mai troppo tardi per scoprire un nuovo mondo. / Io vi propongo di andare più in là dell’orizzonte…”. E Forlani, nel cupo di Tangentopoli, reagì con Dante e il suo Inferno: “Oscura e profonda era e nebulosa / tanto che, per ficcar lo viso a fondo. / io non vi discernea alcuna cosa…”. Più prosaicamente, nel 1994, alla radio con Livio Zanetti, Berlusconi preferì farsi trasportare dai meno impegnativi versi di “Rio Bo” di Aldo Palazzeschi: “Tre casettine / dai tetti aguzzi, / un verde praticello, / un esiguo ruscello: Rio Bo, / un vigile cipresso…”. L’aveva ripassata sabato sera coi suoi figli, spiegò: “C’era la gara tra tutti i bambini per vedere chi l’imparava prima, alla fine l’ho imparata anche io”. Però. (Comunque, anni fa Berlusconi si lanciò a sorpresa in un omaggio nostalgico alla Prima Repubblica, “quando si era capaci di recitare i versi di Guido Cavalcanti per rafforzare un argomento e si era abili nel giocare di fioretto un attimo dopo aver tirato sciabolate”, e il riferimento era alla famosa disputa tra il segretario del Pci Palmiro Togliatti e il giornalista Vittorio Gorresio sull’argomento). Bertinotti, nei momenti di maggiore pathos sempre alla splendida “Itaca” di Kavafis ha fatto ricorso (un po’ metafora dell’andare a zonzo piuttosto che arrivare: perfetta per la sinistra): “Itaca ti ha dato il bel viaggio / senza di lei mai ti saresti messo / sulla strada: che cos’altro ti aspetti?”. D’Alema, quando tra i filare della sua vigna ha presentato a un perplesso e vigile Alan Friedman il suo cagnone di settanta chili, a nome Aiace, lo ha fatto citando Vincenzo Cardarelli: “Sempre obliasti, Ajace Telamonio, / ogni prudenza in guerra, ogni preghiera…”. E Veltroni, per anni e anni, si è tirato dietro certi bellissimi versi di Borges, “I giusti” – per spiegare la sua idea di sinistra, come distico al suo libro “Senza Patricio”, per conquistare la platea argentina durante un viaggio ministeriale da quelle parti: “Chi accarezza un animale addormentato. / Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto…”.

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“Delta del tuo fiume” di Gëzim Hajdari. “La poesia epica dell’esilio” Lettura di Marco Onofrio

Gezim Hajdari delta-del-tuo-fiume copDelta del tuo fiume (Ensemble, 2015, pp. 172, Euro 15) di Gëzim Hajdari è un libro di rara intensità poetica, uno dei più potenti e impressionanti che io abbia letto negli ultimi anni. È un libro che, come un arco teso, permette alla poesia di slanciarsi oltre i propri limiti, superare i confini della parola, significare ben al di là di ciò che dice. Malgrado Hajdari affermi di «pisciare sulle poetiche», conclude Delta del tuo fiume con una lunga poesia-manifesto, “Contadino della poesia”, che funge da specchio di autoconsapevolezza e chiave di accesso al libro. Hajdari coltiva un’idea di poesia come “bestemmia” – cioè preghiera laica rivolta al sacro elementare – che lacera il velo cosiddetto “civile” delle ipocrisie deputate a coprire la verità oscena dei rapporti sociali, l’inferno della convivenza, l’orrore eterno della Storia. La poesia è denuncia, atto inconciliabile d’accusa. La parola non conferma i patti disonesti, non regge il sacco ai ladri nel tempio profanato, ma è eversione che articola il dissenso e osa pronunciarlo con la massima sincerità possibile, costi quel che costi. È eresia, è “besa”, cioè promessa, parola data, confidente appartenenza al fondamento etico. È impegno di autenticità. È dignità che mette in gioco il valore della vita.

Essere “contadino della poesia” significa

tornare all’Essere
riscoprire le radici
bere alla fonte
parlare con i sassi
ascoltare la terra
rileggere il cielo e la terra
(…)
sapere chinarsi a raccogliere
chiamare le cose per nome (…)
lavarsi con la terra (…)
ridare la dignità perduta al Verbo, cioè
la dignità perduta all’uomo,

Gezim Hajdari cop inglesee dunque recuperare il «senso epico, musicale e civile della parola», ricostruire il «tempio della parola» distrutto dagli «eunuchi del minimalismo sterile». Questo significa scrivere in modo semplice ed essere profondi al tempo stesso. La poesia di Hajdari, infatti, è colta e insieme popolare – così come è, sempre, la poesia autentica. Una poesia umana e antropologica a 360°, aperta al dialogo con le realtà del mondo, al di là delle infinite gabbie di rappresentazione.

Scrive Neruda: «La poesia ha perso il suo legame con il lontano lettore … Deve recuperarlo … Deve camminare nell’oscurità e incontrarsi con il cuore dell’uomo, con gli occhi della donna, con gli sconosciuti della strada, quelli che a una certa ora del crepuscolo, o in piena notte stellata, hanno bisogno magari di un solo verso».

gezim hajdari copertinaA patto però – aggiunge idealmente Hajdari – di «essere poeta, non scrittore di poesia». Il preziosismo “laureato” del modello petrarchesco distolse la poesia dal suo cammino: emersero le vanità, le pose artificiali, i conti di ragioneria. Ancora Neruda: «la fonte della grandezza cominciò a estinguersi. Quest’antica sorgente aveva a che vedere con l’uomo intero, con la sua apertura, la sua abbondanza traboccante».

Hajdari scrive poesia con l’occhio che, penetrando le paludi della crisi, traguarda l’unità cosmica dell’uomo “come se” fosse ancora possibile. Occorre «sentirsi parte della totalità», cioè «vivere al confine / ubriaco di mondi»: «vivere negli altri», «attraversare la vita», «recuperare il legame tra parola e verità, tra poesia e vita»: «diventare carne e sangue delle proprie parole».

L’operazione poetica consegue alla discesa nel proprio «io centrale»: con la stessa inesorabile naturalità del fiume verso il proprio delta marino, o del maschio verso il nido caldo della donna che lo invita al ricongiungimento. L’«io centrale» è il nucleo dove convergono e partono i raggi del mondo: c’è un cosmo di vasi comunicanti sotto la superficie impediente, dove i dualismi apparenti si sciolgono in rapporti complementari, poiché “tout se tient”. È una via antitetica ad ogni operazione narcisistica: Narciso si specchia nel mondo e ovunque vede se stesso; Hajdari specchia il mondo nel proprio «io centrale», che coincide con la visione aperta, cosmica, globale di tutto l’esistente. La condizione che lo porta ad avere questo sguardo è quella dolorosa dell’«esule esiliato nell’esilio», che già strappò a Dante Alighieri versi immortali. Hajdari è in esilio come «traditore e nemico della patria» (la nativa Albania) per aver denunciato crimini e abusi della dittatura di Enver Hoxha. Hajdari ha accettato il prezzo della libertà, la solitudine terribile del lupo senza collare, la povertà, la fame, l’esilio. Solo così ha potuto «coniare la moneta del proprio Verbo» ed essere Poeta. Creativo perché libero, e libero perché creativo.

Gezim  Hajdari con la sua testa in ceramica, opera dell'artista Marica Bisacchi

Gezim Hajdari con la sua testa in ceramica, opera dell’artista Marica Bisacchi

Fiero, irriducibile, allergico al potere e ai suoi mille compromessi, estraneo alle gerarchie letterarie “ufficiali”, Hajdari affida anzitutto al valore della pagina la rivendicazione del suo mandato poetico e la traccia della sua presenza di poeta-profeta e guerriero. E lo è anche nel raccontare «la ferita mortale dell’uomo svuotato dalla dittatura del denaro», gli infiniti tradimenti perpetrati dagli uomini all’Uomo, e al pianeta – l’unico che abbiamo – cui appartiene anche chi stoltamente ne provoca la distruzione. Il mondo è da sempre dominato da dinamiche di invidia cattiveria egoismo violenza prevaricazione malversazione ingiustizia ignoranza maleducazione… la jungla umana è più sottilmente feroce di quella animale. L’Amore è un autentico miracolo. Scrive Cesare Pavese: «Tu sarai amato quando potrai mostrare la tua debolezza senza che l’altro ne approfitti per affermare la propria forza». La poesia, infatti, è una Cassandra dal canto inascoltato: il mondo va, decisamente, da un’altra parte.

Scrive Hajdari:

Le nenie delle donne
non riescono ad asciugare il sangue degli uomini
versato lungo il confine nemico.

Eppure crede ancora nel «potere della poesia»; come in Congo, dove recitano i versi del poeta senegalese Senghòr – vate e ideologo della “négritude” – «al posto delle preghiere quotidiane». La poesia autentica propone allo sguardo una visione cosmica. Come quando, dall’aereo in volo, i confini geopolitici convenzionali, coi vari recinti di filo spinato, scompaiono magicamente: lo spazio vitale è tutt’uno, il mondo è uno, l’Uomo è lo stesso ovunque – oltre le infinite diversità – è il cielo è l’unica bandiera.

Gezim Hajdari a Venezia

Gezim Hajdari a Venezia

La scrittura, in Delta del tuo fiume, articola una poesia “in fuga” che nasce dalla condizione di esilio permanente del poeta: e sgorga non a caso da Roma, che Hajdari definisce «patria degli esuli», «città in fuga verso la leggenda e l’oblio del destino». Delta del tuo fiume è uno straordinario viaggio poetico, che parte dalla Roma eterna («nata dall’esilio» di Enea) e a Roma infine riconduce, la Roma storica di oggi (città degli scandali, da «scomunicare», secondo Hajdari, come capitale d’Italia: città delle banalità letterarie «osannate e glorificate dalla mafia politica e culturale» che determina la Curia dei “poeti ufficiali” in un gioco di corruzione, scambi di favori e ruberie – come nella vecchia gestione del Centro “Montale”, denunciata da Hajdari e Luigi Manzi nel 2003). Un viaggio da Roma a Roma: e nel frattempo si percorre il mondo. La poesia come Viaggio nel continente-Uomo: discorso che si produce “in movimento”, dall’incrocio paradigmatico dell’asse spaziale con quello temporale. Il poeta, attraverso lo spazio, raggiunge una dimensione storica pancrona, diventa contemporaneo di ogni epoca, dialoga con uomini che non potrebbe mai incontrare di persona. Ad esempio, va a trovare Rabindranàth Tagore in India; oppure giunge al Cairo e sprofonda nel tempo, per ricevere il benvenuto, al porto di Alessandria d’Egitto, da Alì Pascià – che visse tra il 1700 e il 1800 – per poi finire «nel letto di Cesare, tra balsami e incensi» dove lo guida «l’infedele Cleopatra»; oppure è ospite in Cina del poeta Li Po (che morì nel 762 d. C.) con cui si intrattiene a bere vino e a recitare versi.

La “condicio sine qua non” del Viaggio è la rottura con le menzogne della “civiltà” occidentale, i suoi «falsi altari impietriti», come già Rimbaud, Gauguin, Dino Campana et alii. «Vado via Europa, vecchia puttana viziata», scrive Hajdari. «I tuoi ruderi non mi incantano più». E quindi, «domani, di buon’ora / partirò con la prima nave del Tirreno, / dal porto del Circeo (…) / verso la Croce del Sud / senza voltarmi indietro». «Addio Europa del sangue versato in nome dei confini assassini / e delle bandiere insanguinate». Che è un modo anche per negare in blocco il “Sonderweg” dell’Europa, cioè il suo cammino speciale nella storia del mondo, apportatore di grandi conquiste civili e insieme di orrori indicibili; e inoltre un modo per chiamare la lingua a bruciare, a rinnovarsi dalle proprie ceneri, trasformando lo sguardo e il rapporto stesso con le cose: «Incendierò le vecchie lingue arrugginite, / mi scrollerò di dosso identità, cittadinanze e patrie matrigne».

Gezim Hajdari

Gezim Hajdari

Andar via dall’Europa significa anzitutto uscire dai vincoli della Forma: aprirsi all’incontro libero e diretto con la Vita, la carne calda, le labbra tumide, i seni dorati, le sabbie lunari dei deserti, i cieli stellati, i venti oceanici, il sale dei mari del Sud, gli spiriti delle cose, l’ombra delle parole, i richiami antichi, le lingue tribali sconosciute, i tuareg, i griot, gli sciamani. Emerge naturalmente la potenza ancestrale della Donna-femmina-terra-pube-origine, delta del fiume cosmico. Hajdari scrive, sul corpo della donna, versi erotici di accesa sensualità e di infinite risonanze universali:

Sei una dea negra imbevuta di astri di savana,
giunta dall’oblio dell’arco del tempo.
(…) I tuoi occhi di antilope – origine delle notti oceaniche,
la tua pelle di seta – profumo di mango (…).
Nei tuoi occhi verdeazzurro ho ascoltato il canto delle balene,
il richiamo dei felini in agonia,
e ho visto tramontare l’occhio inverdito del giorno (…).
I tuoi occhi tinti d’Africa, come l’oceano Indiano all’alba;
i tuoi seni pieni all’insù, come due colline nere e solitarie (…)
il tuo pube in fiamme, tra le cosce alte da gazzella,
come una conchiglia dorata.

E la splendida poesia “Custode della mia uva”, dove la donna stessa gli parla, invitandolo a celebrare insieme la vita:

mordi i miei capezzoli come mordevi i chicchi rossi
(…) bevi il mio collo di cerbiatta,
stringi tra le tue mani da profeta le mie grazie
(…). Uomo toro che profumi di eros,
appena mi guardi, mi inumidisco,
appena mi sfiori, mi sento donna,
(…) quando tu mi tocchi fino in fondo, io grido,
(…) quando tu muori in me, io rinasco in te.

Gezim Hajdari_1Ed ecco l’Africa, «Madre nostra», «donna stuprata» dai colonizzatori bianchi: «nei tuoi occhi di bambina grida il Verbo della grande solitudine, / si rinnova la stirpe umana». Ecco l’incontro spazio-temporale con la Tanzania, il Congo, il Niger, il Golfo Persico, il Marocco, il Sahara, il Mali, l’Etiopia, l’Eritrea, l’Uganda. I cronotopi si aprono “in fieri”, nel divenire avventuroso del viaggio, svelando l’anima dei luoghi. Un viaggio che discende nelle profondità ancestrali, e ovviamente non esclude gli incroci storici con l’Africa insanguinata dalle guerre, dove uomini con gli occhi sbarrati dal terrore «fuggono lungo il confine / insieme alle bestie impazzite». L’Africa ha stregato il poeta, lo ha messo in crisi, lo ha cambiato per sempre.

Tu, Africa, hai Scomunicato il mio Verbo.
Dal giorno che attraversai le curve negre dei tuoi giorni,
non sono più io.

L’Africa è «infinita nudità» che toglie le sovrastrutture, brucia le maschere, fa cadere tutti gli artifici. È la terra dove perdersi per ritrovarsi, dove dimenticare tutto per ricordare:

non ho più memoria (…)
ho perso il mio nome.

A forza del tuo amore, sono diventato Africa.

E ancora: «Ho affidato alla sabbia la mia memoria». La sabbia del deserto: quanto di più mutevole e impermanente!

Gezim Hajdari Siena 2000

Gezim Hajdari Siena 2000

Non solo l’Africa, ma anche l’est asiatico: la Cina, il Vietnam, le Filippine. Manila e il fetore insopportabile della “smokey mountain” del quartiere Tondo – montagna di immondizie di cui si cibano migliaia di miserabili, tra cui opera il missionario Giovanni Gentilin. Andare lontano, sempre più lontano: «mai così lontano dalla patria e dai miei sassi cannibali». Sentirsi sperduto nel mondo. Sdraiato sull’erba, bere la luce degli astri. Parlare con gli altri senza conoscere una parola delle rispettive lingue: intendersi su un piano umano universale. Arrivare all’essenza. Eppure, malgrado i tentativi di dimenticarsi e confondersi nel mondo, non riesce a mitigare la profonda insoddisfazione:

Quando finirà questo esilio?
Albania sono ancora vivo (…)
Tace la tua ombra assassina (…)
La mia ombra non trova pace,
erra impazzita tra le dune della fuga.

Sullo sfondo di ogni luogo si sovrappone l’immagine straziante dell’Albania, patria e infanzia lacerata, che nelle vene del poeta ha seminato «solo panico e terrore», perché è un Paese – scrive Hajdari – che «nutre per uccidere», è terra matrigna che divora i propri figli. Anche nel «sonno nero» dell’Africa, sente la voce di sua madre:

“Gezim, copriti bene,
il freddo dei Balcani punge”.

Egli non può dimenticare la sua terra, nel bene e nel male. E la ritrova nei luoghi più impensati: a Calcutta, per esempio, incontra Madre Teresa, che è di origine albanese. L’Albania dialoga anche con l’origine mitica di Roma: Enea fa tappa a Butrint (luogo antico dell’Albania) prima di giungere sulle sponde del Tevere. Sono proprio gli albanesi ad accompagnarlo in Italia con le loro navi. Segnato per sempre dal regime di Enver Hoxha, Hajdari cerca ad ogni latitudine le radici eterne dell’odio e del terrore, che la Storia usa per limitare o estinguere la libertà dell’uomo, mortificando la bellezza delle sue energie creative. La Storia è piena di despoti che hanno riempito il mondo di crimini e sventolato governi-fantoccio a servizio dei poteri imperialistici. Il processo di “civilizzazione”, con le sue menzogne, ha santificato cose vergognose (come le guerre) e ricoperto di vergogna cose sacre (come il sesso).

Ma la poesia è dalla parte della vita, delle sue ragioni, delle sue verità. La poesia non si lascia ingannare, anzi: lotta perché l’uomo non venga più ingannato, perché apra gli occhi, si liberi di tutte le catene e sia finalmente felice. La poesia di Gëzim Hajdari è profondamente etica nella sua stessa vocazione ontologica, che la rende centrata sull’“essere parola” di ogni cosa, e dunque potenzialmente atta ad incarnare un’opzione di coscienza condivisa, a livello di trasformazione profonda, di cammino collettivo degli individui (ciascuno con il suo percorso). Il canto di Hajdari nasce dalla natura, come il vino dai raspi della vigna, e raccoglie tutta la cultura che conosciamo (cioè il senso di ciò che siamo e di ciò che potremmo essere, al di là di tutti gli impedimenti) per riconsegnarla infine alla natura, su un piano evolutivo superiore. Una poesia di cui c’è assoluta urgenza storica: proprio in quanto nuovamente, eternamente ancora umana, piena di luce cosciente e lontanissima dal grigiore di tante sterili lallazioni contemporanee.

Marco Onofrio legge emporium

Marco Onofrio legge emporium

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Ha pubblicato 21 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (Sovera, 2002), Autologia (Sovera, 2005), D’istruzioni (Sovera, 2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (Lepisma, 2013). La sua produzione letteraria è stata oggetto di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). Nel 1995 si è laureato, con lode, in Lettere moderne all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche di carattere culturale presso Radio Rai, emittenti private e web radio. Ha pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”. Ha fondato, insieme a Giorgio Linguaglossa, il blog lombradelleparole.wordpress.com

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