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JUNZABURŌ NISHIWAKI. CINQUE POESIE TRATTE DA “FAVOLE MODERNE”. Un esempio di Poesia modernista giapponese, con traduzione di Ornella Civardi

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Junzaburō Nishiwaki (西脇 順三郎, 1894-1982) poeta giapponese, saggista e critico, specializzato in modernismo, dadaismo e surrealismo, è stato anche un abile pittore di acquarelli. Studia pittura con Fujishoma Takeji e Kuroda Seiki, ma deve rinunciare alla carriera artistica per la morte improvvisa del padre. All’Università studia latino, inglese, greco e tedesco, dimostrando una straordinaria attitudine alle lingue, e scrive la sua tesi di laurea direttamente in latino. Pubblica alcune poesie in inglese, pur avversando la poesia del romanticismo, in particolare nella forma estenuata e nuvolosa in voga nel Giappone del suo tempo. Famosa è la sua traduzione in giapponese della The waste land di Eliot. Nishiwaki sperimenta già giovanissimo nuove tecniche poetiche e inizia a scrivere poesia in giapponese. Nel 1927 pubblica alcune poesie su una rivista di poesia surrealista giapponese; l’anno seguente, con altri collaboratori, fonda la rivista Shi to Shiron («Poesia e Teoria poetica») e diventa il leader della nuova poesia giapponese. Nel 1933 pubblica Ambarvalia, una raccolta che mette insieme i tentativi poetici fatti fino a quel momento. Nel 1937, dopo lo scoppio della seconda guerra cino-giapponese, Nishiwaki cessa improvvisamente le pubblicazioni, annunciando l’intenzione di dedicarsi allo studio della poesia classica. È tra i 14 poeti arrestati con l’accusa di sedizione, dopo l’introduzione della Legge di mobilitazione nazionale: infatti la censura del governo interpreta alcune delle sue poesie surrealiste come rivelatrici di una posizione critica. Sconosciuto in Italia, fatta eccezione per il serio contributo dato in senso conoscitivo dalla rivista «In forma di parole» con il citato volume cui ci riferiamo, in Giappone Nishiwaki è ampiamente riconosciuto come il fondatore e maestro della poesia giapponese moderna. I critici tendono a sottolineare le influenze europee nella sua poesia, il che ha portato altri a mettere in discussione lo “stile giapponese” del suo canone, in particolare della sua poesia più tarda. Per esempio, Osea Hirata suggerisce che Nishiwaki sia tanto giapponese quanto occidentale, e che appartenga nello stesso tempo a entrambe le letterature. Hirata, critico inglese del lavoro di Nishiwaki, ha anche indagato la natura “traslazionale” del suo linguaggio poetico. Nishiwaki è morto all’età di 88 anni, il 5 giugno 1982, per infarto cardiaco.

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Per la strada di Kōshū

Discendi un lungo tratto ed ecco stridìo di cicale
Le bacche rosse ai viburni
Il ratto delle Sabine, ovvero una casa di sasso nello stile di Corinto
Guarda, ci sta il vecchio fabbricatore di tamburi
Col pigionante, maestro di francese
Che un giorno – dopo melanzane marinate e cavedani in sashimi
A furia di tracannare vino di canna
Ci si paralizzarono le lingue

Versi

Occhio intento al mondo
Trasparenza d’ali di cicala
Ormai solo l’occhio resta
Nell’uomo uccello
Dalla bella testa!
Per la fatale china lamento
Estate di rose
Qualcuno che ha portato fiori di malva
Terra color albicocca
E qualcuno che ha chiesto col braccio proteso indicando
— È quella
Casa tua?
Nel gomito del corso superiore del mercurio
Eruzione dorata di fiori d’altea
Tra le gambe della donna che s’arrampica sull’albero
Estasi a ventaglio
Inarcata crisi
Il giorno che la formica sale lungo il mirto crespo
Qualcuno in ozio sul ciglio della strada

Malinconia di Dolben poeta della natura

Stanza prima

Su gialle pasture
Sto in poltrona
Una foglia di trifoglio appiccicata nel mezzo della fronte
Lascio lo sguardo naufragare lontano

Affacciarsi da un arbusto di fatsia
E sorridere non è comodo ma insomma
Si può fare

Sdraiato come una forbice d’oro
Dentro un tappeto steso nel deserto
Ogni momento scruto verso la moschea
Che avvisa se di fumare il sigaro sia arrivata l’ora
Ma dalla torre non viene melodia

Stanza seconda

Colgo viole come un kōtō a sette corde nei campi a primavera
Rovescio il mare in una coppa di zaffiro
E ci affondo la basetta

Bevendo lo sciroppo
Il Serafino vola in cielo
Nero affonda clangore di bronzo
Punto il suo mento verso la donna
O custode levigato!

Stanza terza

E per finire sono diventato gommagutta

Ifigenia mutilata

1

È venuta
Color fiore di biancospino
Violetto di lillà
Chiome bionde
La donna androgina

Cristallo di benzina
Picasso
Nella catena delle sue metamorfosi
Trova ridendo la rosa

2

Storia d’una fessura tra le natiche
Nel blocco di pietra
Testa e braccia
Divelte
Una folta ciocca bionda
Recisa via
Rimane appiccicata sulla schiena
Brama di un’amputata dea di babilonia
Il sentimento del pensiero
Inatteso viene avanti.
Un’estate di sconforto viene avanti
Come viene l’ape ai fiori della vite

3

Hooo
Accarezza col fiato la finestra
Coppa di ghiande e spini
– Ancora non ho fatto mai l’amore
Ma la voce e la figura d’un uomo
M’inseguono da due giorni –
Ha scritto per lettera
La signora preoccupata

Su un disegno di Matisse

Nella nobile dimora antica provveduta
Di terrazza su Rue Bois
Prendendo colazione discorrevo
Con Madame Goiron
Intima di Jean Cocteau
Frumento nella campagna franca
E papaveri rossi dappertutto
Cantava il rossignol
Vigneti lungo la Ronne
Contadini ciarlanti
Con cappelli alla Van Gogh
Né dimentico poi
Sulle rose di rovo
La cesta d’albicocche
Per il vecchio che spiana delle donne
Ogni fossetta di mento o d’ombelico
Ha trovato il liscio disparito l’uomo
E come colui che inventi
Color di carne può ben essere chiamato
Alla festa dell’estate
Liscio, sogno sommo dell’umana stirpe!
La donna dell’estate – ape d’estate
Trafigge le pupille del reale
Dove sono gigli gialli
E l’alba tigre
Viso di donna o matita che compone sull’ardesia
Forse spigolo di gemma di tra volteggianti foglie di platano
Una donna
S’avvicina
Tra le foglie del platano
Viene avanti
Dritta verso di noi
E nel close-up scompare
Né l’uomo che attendeva la richiama
Prende una sigaretta
Alza le palpebre
E fissa la corteccia

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L’opera poetica Favole Moderne, a cura di Ornella Civardi, è apparsa in Italia su «In forma di parole», anno XXV, IV Serie, n. 1, gennaio-febbraio-marzo 2005.

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