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A PROPOSITO DELLA POESIA EROTICA: IL SENSO ABITA IL LINGUAGGIO, LA PULSIONE STA FUORI DEL LINGUAGGIO – Considerazioni sulla nuova ontologia estetica – Poesie di Margaret Atwood, Francesca Dono, Mario Gabriele, Mariella Colonna – Commenti di Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Claudio Borghi, Lucio Mayoor Tosi, Walter Benjamin, Giacomo Brignolo, Steven Grieco-Rathgeb

Con poesia Linguaglossa 1

Grafica di Lucio Mayoor Tosi

Giorgio Linguaglossa

La frase di Chomsky Colourless green ideas sleep furiously (‘Verdi idee senza colore dormono furiosamente’), mostra come, nonostante essa sia priva Bedeutung (significazione), non per questo sia priva di «senso»; pur tuttavia risulta comprensibile al lettore, comunica qualcosa.

La proposizione grammaticalmente compiuta, in questo caso non ostacola il senso, non impedisce che la frase possa avere una sua comprensibilità; sebbene sia priva di significato e non voglia propriamente dire nulla di preciso; il che rende manifesta una cosa, «che tutto quanto è semplice grammatica fa senso» 1].
L’esempio fornito è utile per chiarire quale sia il posizionamento dell’inconscio rispetto al linguaggio.
L’inconscio si rivela in questa separazione fra Senso e Significato (Bedeutung) in cui il soggetto si trova coinvolto. I sogni, come tutti i sintomi, possono non avere significato, possono, apparentemente, non voler dire nulla. Tuttavia, quanto ci insegna Freud è che il lavoro di interpretazione serve a svelare la loro Bedeutung, il significato che questi sintomi e le rappresentazioni oniriche hanno per il soggetto.

Cosa significa tutto ciò? Significa che l’alienazione primaria inerente al linguaggio, operazione che s’impone al soggetto (al prezzo del suo essere), rivela lo statuto del soggetto dell’inconscio, rivela che il senso non approda al significato se non in un secondo tempo, nella costruzione dell’interpretazione.

Analogamente, una poesia erotica (e non solo) può non avere Bedeutung (Significato) pur mantenendo un qualche «senso», ma il «senso» di una poesia erotica sta fuori del congegno linguistico, questo è il fatto.

La frase di Chomsky fa «senso», ma non significa nulla, lascia il soggetto nel vacillamento al cospetto del linguaggio.
Ma «fa senso» significa: esiste nel mondo del linguaggio. Solo nel mondo del linguaggio, solo perché, nel mondo del linguaggio, senso e significazione non sono la stessa cosa, sono anzi la condizione intorno a cui si può parlare di alienazione significante, in virtù della quale esiste una tale condizione. Il «senso» sta nel linguaggio, il significato sta «fuori» del linguaggio. La problematicità tipica della poesia erotica è che tra «senso» e «significato» si apre una forbice divaricantesi, un baratro…

La struttura grammaticale è l’essenza dell’Es. L’Es infatti ricorre, torna, in quanto parla, in quanto non smette di parlare e di articolare la pulsione, Trieb, Drive, Deriva… ma la pulsione una volta arrivata a compimento, smette di essere pulsione cieca e diventa linguaggio. E siamo di nuovo daccapo: Il senso abita il linguaggio, il significato sta fuori di esso…

La nuova scrittura poetica può essere compresa se si tiene fermo il concetto di una scrittura dell’inconscio, è l’inconscio che si situa nella scissura tra senso e significato…

1] J. Lacan, Livre XIV. La logique du fantasme, lezione dell’11 gennaio 1967

Onto mario Gabriele_1

giorgio linguaglossa

31 luglio 2017 alle 16:08

«Penso dove non sono e sono dove non penso».
Questo motto lacaniano ci indica allusivamente la zona occupata dall’Es e dall’inconscio (linguistico)…
Una poesia come quella della nuova ontologia estetica (in modo generalissimo) non si può comprendere appieno senza tenere nel debito conto il ruolo centrale svolto dall’Es nella strutturazione del discorso linguistico (poetico).

Negli autori della NOE un grandissimo ruolo è giocato dall’Es (gli atti linguistici dell’Es), e noi sappiamo che l’Es rifugge dai concetti di «bello»-«brutto», accettabile non-accettabile, di buon-gusto non-di-buon-gusto, erotico e pornografico, tutte categorie ideologiche dell’Io che è una istanza eminentemente auto organizzatoria, organizza cioè la regolare partizione delle categorie  grammaticali ed ideologiche…

L’Es è quanto resta della struttura dell’io penso – È l’insieme del discorso meno (con il segno -): o io non penso o io non sono, rappresenta la verità dell’alienazione, il «resto» dell’operazione di divisione del soggetto, ossia tutto ciò che è “non-io ”.

Non a caso, una volta arrivati a individuare il luogo dell’Es, Lacan introduce la questione del «fantasma».

Francesca Dono

31 luglio 2017 alle 16:50

– glossario di disciplina –

violedilava sul tuo corpo-parola inchiodato.
Le mosche quasi adulte.
A malapena tre tavolini.
Fritz stava con un mozzicone di sigaro in mano.
Lei dall’altra parte.
Qualcuno ci raggiunse dal fragore delle palme.
L’autunno nel lembo di un telone.
Il buio solare.
Mentre lo straniero smisurava io
e
mio padre
ai lati mimetici dell’altalena oscillante sul prato.
Il suono di un aereo.
Le molliche scalene dietro la siepe montuosa.
Prima del vento le monache dal nero risvolto abbandonato.
Il peluche di gomma.
Un tovagliolo a quadri.
La ciotola con gli arachidi nudi e salati.
Gli stracci immobili.
I camerieri ci versarono vino frizzante nel lamento di una filastrocca senza fine.
Non ho parlato con nessuno.
C’era un gradino sotto la sedia.

Gif Corridoio astratto.gif

corridoio curvantesi, onda di bohm

giorgio linguaglossa

1 agosto 2017 alle 19:00

a proposito del «glossario di disciplina» di Francesca Dono, avrei da dire alcune cose:

1) l’ordine del senso è altro dall’ordine dell’essere. Conseguenza di ciò è la nascita del «soggetto» come risultato di un’operazione infirmante in cui ne va del suo essere. Ma l’alienazione primaria è nel linguaggio. Non c’è linguaggio che non sia alienato ab origine, non c’è parola che sia pura, e questo lo dimostra il linguaggio dell’Es, il linguaggio più personale è sempre il linguaggio dell’Altro; qui è evidente che l’esperienza della Parola del soggetto parlante è un’esperienza alienante in quanto la struttura del linguaggio si articola di fronte alla barra (S/s) che separa il significato dal suo significante.

2) È in virtù di questa articolazione che il «soggetto» viene ad occupare dei luoghi vacanti. I sintagmi deliranti della poesia di Francesca Dono ne sono la riprova, non c’è nulla in loro che non sia campato in aria, non c’è nulla diorganizzato in quanto l’istanza organizzatoria propria dell’io qui è fuori gioco, è una istanza esclusa: l’Es esclude l’io, lo dribbla. E questo io è un “rien ” a cui costantemente è rimandato allorquando prova a significarsi, “rien” che inchioda l’io al linguaggio alienato ab origine in cui consiste la logica stessa del rinvio come logica differenziale dell’articolazione del significante.

3) Tutto ciò che si determinerà successivamente – desiderio, pulsione, domanda, fantasma – avrà in questa premessa la sua condizione preminente, la sua origine: nell’assunto che il linguaggio è quanto ci dribbla, non occasionalmente, bensì costitutivamente. E in cosa ci dribbla? Nella possibilità di formulare la domanda “chi sono? ” e nell’impossibilità, allo stesso tempo, di reperire una risposta, nell’ostacolo che il linguaggio presenta verso ogni appello all’essenza, all’essere.

4) Sottolineare la dimensione rappresentativa del linguaggio non vuol dire così altro che segnalare la distanza, la differenza, e altresì la spaziatura che divarica il soggetto dal suo essere. Indipendentemente dal significante maître che viene a suturare e ricucire di volta in volta il soggetto dalla sua divisione, resta il dato irriducibile che il linguaggio non può, in virtù di quanto accennato, interpretare – se non in termini illusori e finzionali – l’ordine dell’essere dal quale esso stesso estromette.

5) Il segno linguistico inaugura quella dimensione rappresentativa e al contempo abissale che infirma il «soggetto» e che vela la Cosa della vita, che spezza l’unità del binomio di senso e presenza.
Anche nella poesia della Dono i singoli sintagmi hanno pur sempre un «senso» senza che abbiano alcun «significato»

“ Il fondamento di questa ambiguità del significante è in quella frattura originale della presenza che è inseparabile dall’esperienza occidentale dell’essere e per la quale tutto ciò che viene alla presenza, viene alla presenza come luogo di un differimento e di un’esclusione, nel senso che il suo manifestarsi è, nello stesso tempo, un nascondersi, il suo esser presente un mancare ”1]

Per quanto l’io possa armarsi di «disciplina» e dotarsi di un «glossario» personalissimo, sarà sempre costitutivamente sotto la legislazione dell’Es che dovrà sottomettersi, in ciò rivelando il ruolo primario e originario che l’Es occupa nella vita quotidiana come anche nel discorso poetico della nuova poesia.

1] 1] G. Agamben, Stanze. La parola e il fantasma nella cultura occidentale, Einaudi, Torino 1977,1993 e 2006, pp. 160-1.

Onto Mario Gabriele_2

Lucio Mayoor Tosi
31 luglio 2017 alle 16:58

di Francesca Dono, alcuni estratti, cose belle:

Guardami. Il tuo glande scarcerato.
Ogni cavità irta nel ditalino sfrontato. Non stancarti.
Vuoi morire? Grandioso il tuo culo nero da cavallo.
Tutta questa notte ancora…

_Che si alzi l’animale nel lemma del tuo parlato.
Niente di poetico.
Nulla che si possa definire: osceno.
__Deliziosamente il lascito
su una scacchiera scomposta di mosse.
Re e Regina.
Fitte aderenze
verso le colonne rosse dell’ultima casa.
Ora sboccio. Una rosa tra le dita.
Prendila.
_________Ma prima legami.

“Tutta questa notte ancora…” e “Ma prima legami” sono versi che appartengono al gioco. Lei, Francesca Dono, non lo sta a spiegare. Non perde tempo, non vede cherubini e serafini, tantomeno balene. E’ immersa nell’accadimento. Gode e gioisce.
L’intera filosofia Tantrica è dominata dal SI’, nel Tantra non vi è nulla di proibito. Chi vedesse in queste poesie di Francesca solo voyeurismo ed esibizione si sbaglia grandemente: non sa giocare, ma soprattutto legge in modo prevenuto.

Steven Grieco-Rathgeb

31 luglio 2017 alle 17:06

Alla poesia appena postata da Francesca Dono, tanto di cappello.
Versi bellissimi.

gif-porte

«apro una porta» T. Tranströmer

giorgio linguaglossa

30 luglio 2017 alle 9:09

LA NOE (nuova ontologia estetica) ALTRO NON è CHE LA COSCIENZA CHE UNA DIREZIONE (TRADIZIONE) DI PENSIERO POETICO SI è DEFINITIVAMENTE CHIUSA

caro Lucio Mayoor Tosi,

Tu mi metti una grande responsabilità sulle spalle dandomi l’epiteto di “poeta”, già ce ne sono decine di migliaia che si accreditano tale titolo e altre decine di migliaia si fanno promuovere come tale, io mi limito ad essere un «calzolaio della poesia» e come calzolaio mi pongo delle domande e metto in dubbio ciò che sapevo fino a ieri. Il metodo cartesiano bisogna applicarlo di continuo, mettere in dubbio le verità ricevute, tutte, chiedersi, come fanno i bambini, «perché»… ma noi siamo figli del discorso logico e filosofico che non può non muoversi all’interno del circolo ermeneutico: domanda-risposta. Con gli strumenti della logica e del pensiero che si fonda sul principio di non contraddizione non possiamo uscire dal binario del pensiero logico…

Però, però c’è anche un’altra forma di pensiero: il pensiero mitico. In questa forma di pensiero noi possiamo stare, contemporaneamente, qui e là, nel tempo e fuori del tempo, nello spazio e fuori dello spazio. Il nocciolo della «nuova ontologia estetica» è questo, credo, in consonanza con il pensiero espresso dalla filosofia recente, da Vincenzo Vitiello nelle due domande postate ieri e in accordo con il pensiero di Massimo Donà secondo il quale la «libertà» mette a soqquadro il Logos, la «libertà» infrange la «necessità» (Ananke).

Allora, sarà chiaro quanto andiamo dicendo e facendo: che la poesia deve ritornare ad essere MITO; si badi non racconto mitopoietico o applicazione e uso strumentale della mitologia, ma «mito». Innalzare a «mito» il racconto del «reale», un po’ quello che ha fatto Kafka nei suoi romanzi e racconti, quello che ha fatto Mandel’stam nelle sue poesie della maturità, quello che fa la poesia svedese di oggi, ad esempio, tre nomi per tutti: Werner Aspenström, Tomas Traströmer, Kjell Espmark.

È finito un concetto di «reale» – Inizia un nuovo realismo

Il limite della poesia italiana di questi ultimi cinquanta anni è che è restata ingabbiata all’interno di un concetto di «reale linguistico» asfittico, chiuso (vedi l’egemonia di un certo lombardismo stilistico molto affine alla prosa), un concetto di reale che seguiva pedantemente la struttura della sintassi in uso nella narrativa media italiana, un positivismo sintattico che alla fine si è dimostrato una ghigliottina per la poesia italiana, un collo di bottiglia sempre più stretto… Ad un certo punto, i poeti italiani più avvertiti e sensibili si sono accorti che in quella direzione non c’era alcuna via di uscita, e hanno cercato di cambiare strada… La «nuova ontologia estetica» altro non è che la presa di consapevolezza che una direzione e una tradizione di pensiero poetico si erano definitivamente chiuse e non restava altro da fare che cercare qualcosa di diverso…

 

(Gino Rago e Mariella Colonna, grafica di Lucio Mayoor Tosi)

Gino Rago

30 luglio 2017 alle 9:20

Walter Benjamin, STRADA A SENSO UNICO – la nuova ontologia estetica
brandello tratto da POIESIS, Numeri 23 – 24, anno 2002

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/29/gino-rago-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa-lucio-mayoor-tosi-salvatore-martino-ghiannis-ritsos-vincenzo-petronelli-andrea-emo-martin-heidegger-massimo-dona-sul-nichilismo-lonto/comment-page-1/#comment-22132

“(…)
Gli sciami di cavallette della scrittura, che già oggi oscurano agli abitanti
delle grandi città il sole del cosiddetto spirito, sono destinati di anno in anno
a diventare più compatti. Le mutate esigenze del mondo degli affari faranno
il resto.
Lo schedario porterà alla conquista della scrittura ‘tridimensionale’.
(…)
Alla scrittura per “immagini” i poeti, che allora, come all’alba dei tempi,
saranno per prima cosa e soprattutto esperti di scrittura, potranno collaborare solo se dischiuderanno a se stessi i campi in cui si compie senza distinzioni la costruzione di essa: quelli del diagramma statistico e tecnico.
(…)
(i poeti) rinnoveranno la propria autorità nella vita dei popoli e si scopriranno
una funzione in confronto alla quale tutte le aspirazioni al rinnovamento della
retorica si riveleranno antiquate fantasie…”

(Si badi bene: eravamo nel 2002, or sono 15 anni. Tre lustri nel tempo della poesia e della scrittura poetica son una eternità. Eppure…)

gino rago

30 luglio 2017 alle 19:24

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/29/gino-rago-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa-lucio-mayoor-tosi-salvatore-martino-ghiannis-ritsos-vincenzo-petronelli-andrea-emo-martin-heidegger-massimo-dona-sul-nichilismo-lonto/comment-page-1/#comment-22137

Margaret Atwood

Elena balla sul balcone

Il mondo è pieno di donne
pronte a dirmi che dovrei vergognarmi
se solo potessero: Smetti di ballare.
Ritrova il tuo contegno
e un lavoro normale.
Certo. E il minimo sindacale,
e le vene varicose a stare in piedi per otto ore
dietro al solito bancone di vetro
imbacuccata fino al collo, anziché
nuda come un hamburger.
A vendere guanti, o cose del genere
invece di quel che vendo io.
Ci vuole talento
a spacciare qualcosa di così nebuloso
e senza forma materiale.
Sfruttata, direbbero. Certo, senza ombra
di dubbio, ma perlomeno posso scegliere
il modo, e poi mi prendo i soldi.
Il mio è un buon rapporto qualità-prezzo.
Come i predicatori, vendo visioni,
come la pubblicità del profumo, desiderio
o il suo facsimile. Come nelle barzellette
o in guerra, è tutta questione di tempismo.
Rivendo agli uomini i loro peggiori sospetti:
che tutto abbia un prezzo,
un pezzo per volta. Mi guardano e vedono
un massacro con la motosega appena prima che avvenga,
quando coscia, culo, macchia, fessura, tetta, e capezzolo
sono ancora uniti insieme.
Quanto odio gli batte dentro,
i miei adoratori gonfi di birra! Odio, o un ebbro
disperato amore. Vedendo la fila di teste
e occhi rovesciati, imploranti
ma pronti ad azzannarmi le caviglie,
capisco i diluvi e i terremoti, e l’impulso di pestare
le formiche. Mi muovo a ritmo,
e danzo per loro, perché
non lo sanno fare. La musica ha un odore volpino,
crepita come metallo riscaldato
e brucia le narici
o afosa come l’agosto, caliginoso e languido
come una città il giorno dopo il saccheggio,
quando lo stupro è fatto,
e la carneficina,
e i sopravvissuti vanno in giro
a cercare cibo
fra i rifiuti, e c’è solo un cupo sfinimento.
A proposito, è il sorriso
che mi estenua di più.
Il sorriso, e il far finta
di non sentirli.
Non li sento, infatti, perché dopo tutto
sono straniera per loro.
La loro parlata è ispida e gutturale,
ovvia come una fetta di spalla cotta,
ma io vengo dalla provincia degli dèi
dove i significati sono lirici e obliqui.
Io non mi svelo a tutti,
se ti avvicini all’orecchio te lo sussurro:
Mia madre fu stuprata da un sacro cigno.
Ci credi? Mi puoi portare fuori a cena.
È quello che diciamo a tutti i mariti.
Davvero, ci son tanti uccelli pericolosi in giro.
Certo che qua dentro solo tu
mi puoi capire.
Gli altri vorrebbero guardare
senza sentire nulla. Ridurmi alle componenti
come in una fabbrica di orologi o un mattatoio.
Spremere fuori il mistero.
Murarmi viva
nel mio stesso corpo.
Vorrebbero leggermi dentro,
ma non c’è niente di più opaco
della trasparenza totale.
Guarda – i miei piedi nemmeno toccano il marmo!
Come fiato o aerostato, mi sollevo,
lievito a quindici centimetri da terra. Pensi che non sia una dea?
Mettimi alla prova.
nella mia luce di fiammeggiante uovo di cigno.

È una canzone- torcia la mia.
Se mi tocchi bruci.

Sono i versi di “Elena balla sul balcone” della Atwood. Esempio “altro” di metodo mitico su cui magari più in là potrebbe aprirsi un dibattito…
Anche questi versi sono stati magnificamente commentati dalle alunne del
Liceo Vittorio Alfieri di Asti nell’ottimo e-book realizzato sotto la guida dotta
e competentissima della Prof.ssa Rossana Levati.

(Zbigniew Herbert e Samuel Beckett)

Gino Rago

30 luglio 2017 alle 19:56

Elena di Troia balla sul bancone” di M. Atwood
commento di Giacomo Brignolo

Vergognarsi: non è da Elena.
Il pudore: inutile valore dell’umanità.
Il corpo: “qualcosa di così nebuloso e senza forma materiale.”
L’Elena della Atwood è così, disillusa, sfrontata, consapevole dell’ipocrisia umana.
E’ pronta a vendere il suo corpo, senza pudore, perchè non c’è proprio nulla di strano in questo: tutti lo vendiamo, chi in un modo, chi in un altro: “come i predicatori, vendo visioni, come la pubblicità del profumo”
Inutile professarsi portatori di valori che non esistono.
Lei stessa, Elena figlia di Zeus, la splendida Elena dall’abbagliante bellezza, è consapevole che a nessuno importa la sua origine divina; questa diventa solo un pretesto per farsi pagare, per farsi apprezzare: “che tutto abbia un prezzo, un pezzo per volta”, e allora non resta che fare l’elenco dei pezzi del suo corpo.

Di Zeus-cigni ne è pieno il mondo, ovvero di mogli fedifraghe pronte a rinnegare un tradimento con mille invenzioni.
Tutti vorrebbero leggere l’anima di Elena, ma nessuno può, non vi è nulla oltre al corpo: un corpo in cui Elena non vuole essere murata viva, che non può diventare un sacro, intangibile modello.

Elena viene così traslata ai giorni nostri e del tutto descralizzata, ormai lontana dal mito e paragonabile quasi ad una modella o ad una moderna “velina”, a una ballerina di varietà
che fa della danza un vero e proprio lavoro che le consente di poter rifiutare un lavoro ”normale”. E se danzare sul bancone non è decoroso e tutte le donne vorrebbero esortarla a un lavoro meno provocante, Elena rivendica la sua scelta, facendosi protagonista della sua vita: meglio vendere il proprio corpo, un pezzo per volta, agli occhi spalancati di uomini adoranti che stare otto ore in piedi, a vendere altre merci dietro il banco, facendosi venire le vene varicose per il “minimo sindacale”.

Abbandona ogni ricerca di significato, anche nel linguaggio: l’uomo del XXI secolo parla in modo ovvio, scontato, pragmatico.

Il mondo moderno non ha piú a che fare con quello classico, non possiamo più comprendere un’Elena, possiamo però credere alle leggende che ci vogliono raccontare: “Ci credi?” chiede Elena, pronta a raccontare il suo mito a chi lo vuole sentire, il mito di una nascita divina, dal cigno in cui Zeus prese forma.
E’ lei la prima venditrice del suo mito: “Ma io vengo dalla provincia degli dei dove i significati sono lirici e obliqui”. E se un amante crede a questo mito, allora potrà portare Elena a cena. Un contratto in piena regola, in un mondo che vive di contratti e condizioni chiare.
Ed è l’ultimo verso che ancora ci dice, richiamandosi all’etimologia classica di Elena “la splendente”, “la fiaccola” che può illuminare o incendiare: “È una canzone torcia la mia. Se mi tocchi bruci”.

(Giacomo Brignolo – Liceo Classico “V.Alfieri” di Asti, guidato e illuminato nel commento
dalla finissima civiltà letteraria della Prof.ssa Rossana Levati.)

giorgio linguaglossa
2 agosto 2017 alle 11:29

Proprio adesso leggo una poesia inedita (erotica) di Mariella Colonna che lei ha mandato alla mia email, la posto:

Mariella Colonna

Carolyn è una creatura perfetta:
alta, mora, carnagione compatta, aria sognante.
Gli alberi si piegano al suo passare,
la sfiorano con i rami, lei, occhi profondi
guarda lontano il mare e il mare guarda lei…
i sospiri delle onde richiamano il vento.
Rintocca il mezzogiorno con il suono delle campane
a Beaulieu sur mer.
Carolyn non sa che nel lontano Afghanistan
un soldato americano sogna il suo corpo
le lunghe gambe, la vita sottile, gli ondosi capelli.
Il soldato non sa che, dentro quel corpo perfetto,
gravitano mondi e ampi spazi sono attraversati
da neutrini e microparticelle.
Neppure Carolyn lo sa. E ignora che il suo cuore
ha un numero molto molto grande ma limitato
di battiti e che un giorno, come tutti,
anche lei dovrà morire.
Per questo Carolyn è felice di esistere
e il soldato felice di sognarla
anche se non la conosce. L’ha immaginata
e non sa che esiste davvero…
Troppe cose si sanno, troppe non si sanno.
Chissà, forse le sa Marianita, la cubana
che fa le carte per 50 centesimi.

Claudio Borghi
2 agosto 2017 alle 12:10

Prova lampante e significativa di quanto il non detto poeticamente sia più espressivo del detto, lo spirito del desiderio più importante del contatto carnale, l’eros del sesso, la distanza della vicinanza. Siamo tutti sostanze provvisorie chiuse in corpi, attraversati da miriadi di microparticelle, confini labili che si illudono di essere consistenti, e l’amore non è mai possesso, sempre tensione verso un altrove, un corpo di senso e sensazione che mai sarà nostro, che possiamo solo inventare e immaginare, nella speranza di contatto interiore e sensibile.
Grazie, Mariella, per questi versi.

Onto Colonna_1

(Mariella Colonna, grafica di Lucio Mayoor Tosi)

londadeltempo
2 agosto 2017 alle 12:50

Grazie, Claudio, per aver letto i miei versi. Per me è già tanto, perché scrivere una poesia non è un gesto rivolto a se stessi soltanto, è soprattutto un gesto di comunicazione: noi siamo nati per stare insieme agli altri, nel bene e nel male, per dare e ricevere dagli altri. E una poesia può essere un gesto d’amore (non in senso erotico-sessuale o romantico) verso chi la leggerà.
E’ un vero peccato che non arrivi a destinazione!

(Mariella Colonna)

Mario M. Gabriele
2 agosto 2017 alle 12:23

Non vorrei estraniarmi dalla poesia erotica. Per questo ne inserisco una, facendomi perdonare da Linguaglossa. E’ secondo il mio punto di vista un testo che usa il linguaggio aristocratico pur essendo l’erotismo dentro l’anima e il cuore. Basta captarne le frasi. Mi perfori l’anima.

Credevo appassiti i fiori di Corneile
come i pensieri di Leibniz, e I Cenci di Shelley
e quei maledetti giorni
in cui Romeo estrasse l’anima per Giulietta.
Deve essere accaduto qualcosa a Gelinda
se febbraio le ha ridotto giorni e ore.
Quale ferita mi porti Ornella?
Pasqua ti riabilita, mette in repertorio
Take Five di David Brubreck.
Questa notte non verrà nessuno
ad allinearci con i fantasmi,
prima che sia svanito il repairwear sul tuo viso.
Ci abbeveriamo alla fonte dei ricordi:
un belvedere sugli sterpi della giornata.
Quel barbuto di Whitman
ha curato con amore le Foglie d’erba.
Non passerà profumo che tu non voglia.
Eduard ha finito di scrivere Les ciffres du temps.
passando le bozze all’Harmattan.
Entra nel mio cuore e restaci come il gheriglio nella noce.
La stagione non è da amare, né da buttare.
E’ un ciclo che va e viene.
-Hai altro da dire, Signore, prima che faccia buio?-.
I niggers sdraiati sugli scalini
cantano le canzoni del Bronx.
Le frasi non hanno l’amo da pesca!.
Che vuoi che ti dica Eduard?
L’arte è come la natura dice Marina Cvetaeva.
Ne ho fatto una croce,
e sempre una stagione d’inferno con i cappellini sulla testa.
Ci siamo imbarcati sul Danubio
con una piccola barca senza Freud.
C’erano Dimitra, la zoppa,
Suares con il cane,
e Shultz, l’aguzzino di Erzegovina.
Una buccia di luna rischiara la tomba di Majakovskij.
C’è più posto all’aperto ora che Blondi ha rimesso a nuovo
Via delle Dalie e dei Gelsomini,
e la medium ha finito di parlare di Metafisica
e di Berlin Alexanderplatz.
Kerouac ha finito di correre.
Ginsberg non ha più L’Urlo in gola.
Parlando con Beckett ci è sembrato
di avere lo stesso peso d’anima di chi
ha solo il Nulla tra le mani:
spento aperto vero rifugio senza uscita.
Le notizie che arrivano , e perché mai
dovrebbero essere liete?
non hanno mai risolto il problema di Laura Palmer.
La nuvola nera su Taiwan oscura il fiume Gaoping.
La quiete è impossibile.
Anche le formiche si sono allarmate.
Mi accorgo solo ora che l’artrite deforma le mani.
Ti stringerò lo stesso, Natalie. Vedi?
Tutto è cominciato cadendo dalle scale.

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IL “NUOVO REALISMO” e il PROBLEMA DELLA “NUOVA ONTOLOGIA”. Il Silenzio, Il Limite, il Linguaggio, la Morte – COLLOQUIO A PIÙ VOCI (Flavio Almerighi, Gabriele Fratini, Giorgio Linguaglossa, Lucia Gaddo, Giorgio Fontana) avvenuto su questa Rivista il 28 ottobre 2015 CON UNA POESIA di Czesław Miłosz “Ars poetica” (1957) nella traduzione di Paolo Statuti e Pietro Marchesani

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Giorgio Linguaglossa

28 ottobre 2015

  1. Scrive Umberto Eco nel post https://lombradelleparole.wordpress.com/2014/03/19/umberto-eco-il-realismo-minimo-il-dibattito-sulla-fine-del-postmoderno-non-tutto-e-interpretazione/ 

«Noi abbiamo invece la fondamentale esperienza di un Limite di fronte al quale il nostro linguaggio sfuma nel silenzio: è l’esperienza della Morte. Siccome mi avvicino al mondo sapendo che almeno un limite c’è, non posso che proseguire la mia interrogazione per vedere se, per caso, di limiti non ce ne siano altri ancora».

Il problema posto da Eco, quello del “Limite”, coglie nel segno. Non c’è solo il “Limite” della “Morte” ma anche il “Limite” del linguaggio. E dove è che il linguaggio mostra con maggiore evidenza il suo statuto di “limite”? La mia morte, la morte dell’ente uomo equivale alla morte del mio linguaggio. Il limite del mio linguaggio è la mia morte. Ma, al contempo, i linguaggi sopravvivono con gli altri esseri umani. E allora, qual è quella cosa che ci rende manifesta la presenza del «limite»? È ovvio: nell’arte e nella poesia che adombra (mai termine è stato più adatto, nel senso che fa ombra e ne è l’ombra) il “Silenzio“. Ogni Lingua ha i propri confini nel «silenzio». Il mare magnum della lingua confina e sconfina nel “silenzio”, e tutte le lingue messe insieme confinano e sconfinano nel “silenzio”. Il “silenzio” è ciò che sta al di là della lingua (e al di qua), ed è lui l’attore che mette in moto la forza inerziale delle lingue. Il “silenzio”, dunque, è il vero motore immobile che mette in azione tutte le lingue, ma questo silenzio noi lo avvertiamo, ne possiamo percepire la presenza soltanto per il mezzo della poesia e dell’arte suprema. In tal senso, ed entro questa problematica, io credo che dobbiamo porre la questione del “realismo”. Il “realismo” sta dentro la lingua, utilizza le sue categorie logiche e filosofiche, ma la lingua, ogni lingua, muta, è immersa in un viaggio perenne, in un moto di traslazione, è sorretta da una forza inerziale che ha dato il via alla traslazione delle lingue verso… verso il silenzio dell’universo al termine del pianeta terra e di esso universo.

Ritengo utilissimo il concetto di «limite» come quel qualcosa contro cui va a sbattere ogni categoria sia essa debole o forte. Per quanto grande sia la volontà di potenza del mondo della tecnica, anche essa dovrà prima o poi arrestarsi impotente di fronte alla barriera del «limite».

«Il primo principio delle cose è il nulla» scrive Leopardi il 7 agosto 1821. Il motivo è che per Leopardi «nessuna cosa è assolutamente necessaria, cioè non v’è ragione assoluta perch’ella non possa non essere o non essere in quel modo (P. 1341). Perché la solidità delle cose ha come principio il nulla, «tutto è nulla, solido nulla». (Leopardi)

Mi sembra che il modo più autentico con cui possiamo affrontare la questione del “realismo” sia questo: tenere sempre presente i concetti di “limite” e di “nulla”. E ha fatto bene Eco a ricordare che il Lenin di Materialismo ed empiriocriticismo pecca di realismo ingenuo, cioè di un concetto di realismo come lo può avere un analfabeta del secolo XX. E sappiamo quanti guasti abbia fatto il pensiero così semplificato nel secolo XX. Semplificare il pensiero significa portarsi dentro la barbarie.

  1. Roy Lichtenstein 1993 – LARGE INTERIOR WITH THREE REFLECTIONS – Tape, painted and pirnted paper on board (87 x 233 cm)

    Roy Lichtenstein 1993 – LARGE INTERIOR WITH THREE REFLECTIONS – Tape, painted and pirnted paper on board (87 x 233 cm)

    gabriele fratini

28 ottobre 2015 alle 12:55 Modifica

Interessante articolo che mi aggiorna sul vacuo percorso della filosofia negli ultimi sette anni, da quando lasciai l’università nella crescente convinzione che la filosofia si stesse incartando in sottigliezze sempre più vane. Sono comunque compiaciuto che si torni a parlare di realismo, sia pure in modi rivedibili. Un saluto.

  1. almerighi

28 ottobre 2015 alle 12:55

Io penso che il bello della filosofia sia proprio nel fatto che all’atto pratico il pensiero filosofico non serve assolutamente a niente, anzi si tende a dire che uno che “filosofeggia” praticamente sta gettando il suo tempo. Eppure è il pensiero filosofico che assume una valenza gigantesca quale terreno fertile per nuovi modi di concepire qualsiasi cosa, dalla politica, all’arte e soprattutto poesia, fino a alla costruzione delle scienze, quelle esatte escluse. Quindi parlare di filosofia realista a mio avviso è un ossimoro anche piuttosto sgraziato. Diciamo piuttosto che mancano i pensatori, quelli buoni sono invecchiati, di giovani l’orizzonte è scarso.

  1. Roy Lichtenstein Masterpiece

    Roy Lichtenstein Masterpiece

    giorgio linguaglossa

28 ottobre 2015 alle 18:32

Ecco una perspicua sintesi del pensiero di Maurizio Ferraris. Dal sito editori Laterza:

«Non si può fare a meno del reale, del suo starci di fronte e non essere disponibile a negoziare. Sia quello che sia, ci renda felici o infelici, è qualcosa che resiste e che insiste, ora e sempre, come un fatto che non sopporta di essere ridotto a interpretazione, come un reale che non ha voglia di svaporare in reality.

La realtà è socialmente costruita e infinitamente manipolabile? La verità è una nozione inutile? Il ‘nuovo realismo’ è anzitutto la presa d’atto di un cambio di stagione. L’esperienza storica dei populismi mediatici, delle guerre post 11 settembre e della recente crisi economica ha portato una pesantissima smentita di due dogmi centrali del postmoderno: l’idea che la realtà sia socialmente costruita e infinitamente manipolabile, e che la verità e l’oggettività siano nozioni inutili. Le necessità reali, le vite e le morti reali, che non sopportano di essere ridotte a interpretazioni, sono tornate a far valere i loro diritti.

Quello che ora è necessario non è tanto una nuova teoria della realtà (né meno che mai una ‘teoria della nuova realtà’, che suona minacciosa anche solo a leggerla), quanto piuttosto un lavoro che sappia distinguere, con pazienza e caso per caso, che cosa è naturale e cosa è culturale, che cosa è costruito e cosa no. È qui che si aprono le grandi sfide, etiche e politiche, e si disegna un nuovo spazio per la filosofia.

È questo il senso di queste pagine, sintesi del lavoro degli ultimi vent’anni di Ferraris, nelle quali la critica del postmoderno è solo una premessa necessaria. È questo, soprattutto, il senso di una grande trasformazione che – a livello mondiale – ha investito la filosofia, portandola fuori dai vicoli ciechi che nel secolo scorso hanno indotto molti a parlare della sua fine».

«La realtà è socialmente costruita e infinitamente manipolabile e la verità è una nozione inutile: questo è stato il pensiero “postmoderno” che ha dominato negli ultimi decenni. Una visione della vita per cui non esistono fatti ma solo interpretazioni, possibilmente da non prendere troppo sul serio, e un approccio al mondo per cui basta desiderare e siamo in grado di cambiare la nostra vita. Il postmoderno ha pervaso ogni ambito della quotidianità, dalla politica, all’arte, alla letteratura, alla dipendenza dal linguaggio delle fiction e dei reality, così finto da sembrare vero. Maurizio Ferraris critica senza riserve questo modo di pensare e propone di tornare alla realtà dei fatti e delle verità appurabili, che esistono e sono evidenti, inemendabili. In questo “Manifesto del nuovo realismo”, che sintetizza gli ultimi venti anni del suo lavoro, indaga su alcuni concetti chiave degli ultimi decenni: emancipazione, autorità, illuminismo, decostruzione, critica, realtà, verità. Ferraris sostiene con forza il ruolo della filosofia per argomentare e difendere il realismo filosofico. “L’umanità deve salvarsi, e occorrono il sapere, la verità e la realtà. Non accettarli, come hanno fatto il postmoderno filosofico e il populismo politico, significa seguire l’alternativa, sempre possibile, che propone il Grande Inquisitore; seguire la via del miracolo, del mistero e dell’autorità”».

Ritengo che se si intende il “reale” come quella cosa-che-sta-di-fronte, sicuramente siamo fuori strada, per il semplice fatto che il “reale” sono anch’io che lo osservo e che lo guardo vivere (anche io mi posso guardare vivere mentre che vivo, ma è soltanto una astrazione mia mentale questa). Dunque, prima di parlare di “realismo” dobbiamo domandarci che cosa sia il “reale”, a patto, però, di non ricadere nelle forme di realismo ingenuo come quello di Tommaso e di Lenin di «Materialismo ed empiriocriticismo», ma mentre il primo viveva nel mondo chiuso e totalitario della Scolastica, il secondo preparava il mondo chiuso e totalitario del comunismo. Io, francamente, vorrei evitare che qualcuno tornasse a pensare in modo analogo, che si tornasse a una filosofia come quella di Tommaso e di Lenin.

Il problema che io mi pongo e che vorrei sapere dai filosofi è questo: è tutto il discorso riducibile alla ontologia? Non si dovrebbe allora parlare di una Nuova Ontologia prima di discutere di un “nuovo realismo”? Ecco, vorrei tanto avere dei lumi in proposito.

  1. roy lichtenstein interior with Built in Bar

    roy lichtenstein interior with Built in Bar

    giorgio linguaglossa

28 ottobre 2015 alle 19:41

Ars Poetica  – Czesław Miłosz (1957)

Ho sempre aspirato a una forma più capace,
che non fosse né troppo poesia né troppo prosa
e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
né l’autore né il lettore, a sofferenze insigni.
.
Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
sbattiamo quindi gli occhi come se fosse sbalzata fuori una tigre,
ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.
.
Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi di un angelo.
È difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.
.
Quale uomo ragionevole vuole essere dominio dei demoni
che si comportano in lui come in casa propria, parlano molte lingue,
e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?
.
Perché ciò che è morboso è oggi apprezzato,
qualcuno può pensare che io stia solo scherzando
o abbia trovato un altro modo ancora
per lodare l’Arte servendomi dell’ironia.
.
C’è stato un tempo in cui si leggevano solo libri saggi
che ci aiutavano a sopportare il dolore e l’infelicità.
Ciò tuttavia non è lo stesso che sfogliare mille
opere provenienti direttamente da una clinica psichiatrica.
.
Eppure il mondo è diverso da come ci sembra
e noi siamo diversi dal nostro farneticare.
La gente conserva quindi una silenziosa onestà,
conquistando così la stima di parenti e vicini.
.
L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
e ospiti invisibili entrano ed escono.
.
Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia,
perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.

(Czesław Miłosz, Poesie Adelphi, Milano, 1983, traduzione di Pietro Marchesani)

Ars poetica?

.

Ho sempre desiderato una forma pù capiente,
che non fosse né troppo poesia né troppo prosa
e permettesse di capirci non esponendo nessuno,
né l’autore né il lettore, a sublimi tormenti.

.

Nell’essenza stessa della poesia c’è un non so che di sconveniente:
nasce da noi una cosa che non sapevamo fosse in noi,
quindi battiamo gli occhi come se saltasse fuori una tigre
e immersa nella luce si sferzasse i fianchi con la coda.

.

Perciò giustamente si dice che la poesia sia dettata dal daimonion,
anche se è esagerato affermare che sia di sicuro un angelo.
Difficile dire da dove nasca l’orgoglio dei poeti,
se spesso si vergognano che si veda la loro debolezza.

.

Quale uomo ragionevole vorrà essere una città di dèmoni,
che fanno i padroni in casa sua, che parlano molte lingue,
e come se non bastasse loro di rubargli bocca e mano,
provino per propria comodità a cambiargli il destino?

.

Poiché oggi è apprezzato ciò che è morboso,
qualcuno può pensare che io stia scherzando
o che abbia scoperto un modo nuovo
di elogiare l’Arte tramite l’ironia.

.

Un tempo si leggevano soltanto saggi libri
che aiutavano a sopportare dolore e infelicità.
Ciò tuttavia non è come guardare mille
opere provenienti da una clinica psichiatrica.

.

E inoltre il mondo non è come ci sembra che sia
e noi siamo diversi da come ci vediamo nel nostro delirio.
La gente quindi mantiene una taciturna integrità,
guadagnandosi così il rispetto di parenti e vicini.

.

Scopo della poesia è quello di rammentarci
come sia difficile restare la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta è senza chiave
e invisibili ospiti vanno e vengono.

.

Ciò di cui qui parlo non è affatto poesia.
Perché i versi si possono scrivere di rado e malvolentieri,
con una insopportabile costrizione e solo sperando
che non i cattivi ma i buoni spiriti ci scelgano come loro strumento.
 (1957, Versione di Paolo Statuti)

Versione inglese

Translated By Czeslaw Milosz and Lillian Vallee

I have always aspired to a more spacious form   
that would be free from the claims of poetry or prose   
and would let us understand each other without exposing   
the author or reader to sublime agonies.
.
   In the very essence of poetry there is something indecent:   
a thing is brought forth which we didn’t know we had in us,   
so we blink our eyes, as if a tiger had sprung out   
and stood in the light, lashing his tail.   
.
That’s why poetry is rightly said to be dictated by a daimonion,   
though it’s an exaggeration to maintain that he must be an angel.   
It’s hard to guess where that pride of poets comes from,   
when so often they’re put to shame by the disclosure of their frailty.   
.
What reasonable man would like to be a city of demons,   
who behave as if they were at home, speak in many tongues,   
and who, not satisfied with stealing his lips or hand,   
work at changing his destiny for their convenience? 
. 
It’s true that what is morbid is highly valued today,   
and so you may think that I am only joking   
or that I’ve devised just one more means   
of praising Art with the help of irony. 
There was a time when only wise books were read,   
helping us to bear our pain and misery.   
This, after all, is not quite the same   
as leafing through a thousand works fresh from psychiatric clinics.
.   
And yet the world is different from what it seems to be   
and we are other than how we see ourselves in our ravings.
People therefore preserve silent integrity,   
thus earning the respect of their relatives and neighbors.  
.
The purpose of poetry is to remind us   
how difficult it is to remain just one person,   
for our house is open, there are no keys in the doors,   
and invisible guests come in and out at will.
.
What I’m saying here is not, I agree, poetry,   
as poems should be written rarely and reluctantly,   
under unbearable duress and only with the hope   
that good spirits, not evil ones, choose us for their instrument.
.
(Berkeley, 1968)

Commentando questa poesia di Czeslaw Milosz Ars poetica del 1957, scrivevo su questo blog:

Proviamo a ragionare intorno a ciò che vuole dirci il poeta polacco nella poesia sopra citata:
Il momento espressivo-metaforico della forma-poesia è uno spazio espressivo integrale (che può essere colto in un sistema concettuale filosofico, che oggi non c’è per via della latitanza di pensiero estetico da parte dei filosofi). Il momento espressivo coincide con il linguaggio, e il linguaggio è condizionato dai linguaggi che l’hanno preceduto… se il momento espressivo si erige come un qualcosa di più di esso, degenera in non-forma (si badi non parlo qui di informale in pittura come in poesia!), degenera in mera visione del mondo, cioè in politica, in punto di vista condizionato dagli interessi di parte, in chiacchiera, in opinione, in varianti dell’opinione, in sfoghi personali, in personalismi etc. (cose legittime, s’intende ma che non appartengono alla poesia intesa come «forma» di un «evento»).

Il problema di fondo (filosofico, ed estetico) della poesia della seconda metà del Novecento (che si prolunga per ignavia di pensiero in questo post-Novecento che è il nuovo secolo), è il non pensare che il problema di una «forma» non può essere disgiunto dal problema di uno «spazio», e quest’ultimo non può essere disgiunto dal problema del «tempo» (tempus regit actum, dicevano i giuristi romani). Ora, il digiuno di filosofia di cui si nutrono molti auto poeti, dico il problema di pensare questi tre concetti in correlazione reciproca, ha determinato, in Italia, una poesia scontatamente lineare unidirezionale (che segue pedissequamente e acriticamente il tempo della linearità metrica), cioè che procede in una sola dimensione: quella della linea, della superficie… ne è derivata una poesia superficiaria e unidimensionale. E, si badi: io dico e ripeto da sempre che il maggiore responsabile di questa situazione di imballo della poesia italiana è stato il maggior poeta del Novecento: Eugenio Montale con Satura (1971), seguito a ruota da Pasolini con Trasumanar e organizzar (1968). Ma queste cose io le ho già spiegate nel mio studio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana 1945-2010 edito da EiLet di Roma nel 2011.

In questa sede posso solo tracciare il punto di arrivo di questo lungo processo: il minimalismo e il post-minimalismo.
Con questa conclusione intendevo tracciare una linea di riflessione che attraversa la poesia del secondo Novecento, una linea di riflessione che diventa una linea di demarcazione.
Delle due l’una: o si accetta la poesia unidirezionale del post-minimalismo magrelliano (legittima s’intende), che prosegue la linea di una poesia superficiaria e unidirezionale che ha antichi antenati e antichi responsabili (parlo di responsabilità estetica) precisi; o si opta una linea di inversione di tendenza da una poesia superficiaria a una poesia tridimensionale che accetta di misurarsi con una «forma più spaziosa», seguendo e traendo le conseguenze dalla impostazione che ha dato Milosz al problema della poesia dell’avvenire. La poesia citata di Milosz è un vero e proprio manifesto per la poesia dell’avvenire, chi non comprende questo semplice nesso non potrà che continuare a fare poesia superficiaria (beninteso, legittimamente), ma un tipo di poesia di cui possiamo sinceramente farne a meno.

  1. roy lichtenstein interior series

    roy lichtenstein interior series

    Lucia Gaddo Zanovello

28 ottobre 2015 alle 22:03

Post parecchio interessante, come pure i commenti. Ritengo l’esercizio della filosofia un corroborante (talora però sterilmente defatigante) ginnasio del pensiero, che si nutre del confronto delle idee fra ‘atleti della mente’. Ora mi sto esercitando sulla bontà di certe ‘decisioni prese a maggioranza’ e su alcuni mutamenti registrati su alcune ‘verità’ o significati che paiono imparentati più col costume (che muta) che con l’assoluto. Poi penserò, mi auguro con maggior profitto di quanto non ne abbia tratto finora, a cosa si intende per ‘buon senso’ e ‘senso comune’.
D’altro canto, anche per me, fortissimamente, la poesia è una delle vie della conoscenza. Nel mio caso, temo, l’unica possibile. Ma se ‘credo’ di vedere per davvero qualcosa che mi fa paura, muoio di paura per davvero, cosa c’è di oggettivo in questo, se non l’allucinazione?
Forse una sorta di corruzione salvifica del pensiero ‘prosastico’, fattosi inabile o insufficiente, trasforma in evento poetico quella particolare scelta estetico stilistica del linguaggio, che è anche il risultato sinergico della rete espressiva determinata dalle circostanze linguistiche e spazio temporali che hanno preceduto l’evento.

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  1. roy lichtenstein citazione make-up

    roy lichtenstein citazione make-up

    giorgio linguaglossa

29 ottobre 2015 alle 10:31

Giorgio Fontana su Il Sole 24 ore del 12 marzo 2013 così scrive a proposito del saggio di Walter Siti Il realismo è l’impossibile:

Siti chiarisce subito che la metafora delle parole come specchio della realtà — di un mondo già dato e interpretato, che è sufficiente “raccontare” — è un errore capitale. L’unica arma nelle mani della letteratura è quella di uno specchio deformante, o persino un colpo di magia: il giovane Dickens che guarda la scritta di un bar attraverso la porta a vetri e invece di coffee room legge moor eeffoc, ed è colpito da quel dettaglio. Dall’esatto contrario del quotidiano.

Con una definizione magistrale, il realismo è dunque “quella postura verbale o iconica (talvolta casuale, talvolta ottenuta a forza di tecnica) che coglie impreparata la realtà, o ci coglie impreparati di fronte alla realtà”. O più poeticamente, “una forma di innamoramento”.
Il vero realismo cade infatti sotto l’incantesimo di una scena, di un dettaglio, e da essi estrae un mondo intero: perché li ama con “parole folgoranti che azzerano i distinguo […], dettagli sottratti al flusso della consuetudine e gettati a illuminare il mistero”. Si invaghisce degli oggetti per ciò che sono, e il loro “effetto di reale” è tanto più inutile al preteso funzionamento di una storia tanto più è autentico. In una frase, “secolarizza il mondo solo per re-incantarlo”.

Questa professione di fede in un realismo che sembra quasi rovesciarsi nel misticismo è anche una dichiarazione di poetica, e aiuta a comprendere meglio l’opera dello stesso Siti — ma soprattutto, aiuta a illuminare certe zone d’ombra della narrativa contemporanea.
Le nuove correnti “pseudo-realiste” — racconti del precariato, romanzi storici, autobiografismo spinto e ritorno al romanzo psicologista — falliscono nel loro intento proprio perché vengono sedotte dall’immagine dello specchio: sono così disperatamente bisognose di documentare che dimenticano le possibilità del proprio mezzo. La dignità dell’esperienza è elevata a dignità del racconto “perché è successa davvero”, “perché assomiglia alla realtà”, e tanto basta.

Ma il vero scrittore realista (Stendhal, Flaubert, Zola) disvela un mondo possibile che non è mai dato come ovvio, bensì è “un intarsio traforato e instabile che può crollare in un soffio se lo scrittore appena si distrae”. Il cosmo sottoposto all’incantesimo della narrazione è estremamente fragile, e non ha nulla a che vedere con il bisogno di verosimiglianza.

36 commenti

Archiviato in Crisi della poesia, critica dell'estetica, critica della poesia, Ontologia, Senza categoria

Noemi Paolini Giachery: Note sull’arrembaggio del “new realism” dibattito iniziato da Maurizio Ferraris (Parte II) Il problema dell’Ontologia, Il Progresso, l’Illuminismo, Socrate, La vita individuale, gli oggetti naturali, gli oggetti sociali, l’esperimento della ciabatta, Il suicidio della filosofia, etc.

de chirico piazza

de chirico piazza

Sull’argomento del «new realism» vedi su questo blog:

https://lombradelleparole.wordpress.com/2015/10/28/noemi-paolini-giachery-note-sullarrembaggio-del-new-realism-dibattito-iniziato-da-maurizio-ferraris-parte-i/

https://lombradelleparole.wordpress.com/2014/04/02/giorgio-linguaglossa-il-suicidio-della-filosofia-un-appunto-per-il-nuovo-realismo-negativo/

https://lombradelleparole.wordpress.com/2014/03/19/umberto-eco-il-realismo-minimo-il-dibattito-sulla-fine-del-postmoderno-non-tutto-e-interpretazione/

Il dibattito filosofico sul «new realism» è stato avviato da Maurizio Ferraris, autore del «Manifesto del Nuovo Realismo» (Laterza, pagine 126, € 15).

Sandro Modeo nell’articolo Il suicidio della filosofia il «new realism», contenuto ne “La Lettura” (supplemento Corriere della Sera) 1 aprile 2012 e pubblicato in stralci su questo blog, richiama la discussione innescata dal libro di Maurizio Ferraris (Manifesto del Nuovo Realismo) e la serie di convegni sul «new realism»,  rileva come ciò potrebbe indurre qualcuno a pensare che il «reale»  sia finalmente rientrato nel discorso filosofico.

 “La sua, scrive Modeo,  eclissi andrebbe ricondotta, per Ferraris, soprattutto al pensiero postmodernista, le cui buone intenzioni si sono rovesciate in altrettanti effetti-paradosso: il sogno di una società più solidale e liberata dalla «tirannia della ragione» si è tradotto nel populismo mediatico e nell’allucinazione permanente del reality; e il relativismo anti-illuminista (con la «verità» alleggerita tra virgolette ironiche) ha spianato la strada ai dogmi della Chiesa”.

de chirico l'eterno ritorno

de chirico l’eterno ritorno

(da  un diario estivo del 2011) di Noemi Paolini Giachery

Una volta enunciata la scelta realistica, presto emergono le “novità” specifiche del pensiero di Ferraris. Condannata l’ importanza concessa alla gnoseologia dalla analitica ricerca kantiana, ci si prepara ad illustrare una «filosofia della percezione» . La percezione costituirebbe infatti l’approccio più diretto alla realtà delle cose, il più capace di verificare l’ «inemendabilità» dell’oggetto reale, e all’autore basta questo tipo di verifica per compiacersi di aver rilanciato «l’ontologia come scienza dell’essere, della molteplicità degli oggetti che – dalla percezione alla società – [strano accostamento che troverà forse una strana spiegazione] costituiscono un ambito di analisi non necessariamente subordinato alle scienze della natura». Kant, anzi, avrebbe fatto male a rinunciare « al nome risonante di ontologia» per la conoscenza umana.

Sulla percezione si fonderebbero «Ontologia, Critica, Illuminismo, […], tre parole chiave che vogliono reagire ad altrettante fallacie del postmoderno, la fallacia dell’essere sapere, la fallacia dell’accertare accettare e la fallacia del sapere potere», «Ontologia  significa semplicemente: il mondo esiste e ha le sue leggi e le fa rispettare». Ammette, l’autore, che, «per sapere  che l’acqua è H2O ho bisogno di linguaggio, di schemi e di categorie». Più importante sarebbe  però verificare, «l’esperienza non scientifica , [che] l’acqua bagna e il fuoco scotta sia che io lo sappia sia che io non lo sappia indipendentemente da linguaggi, schemi, categorie» (pp.28-30)  (schemi concettuali a cui però devo ricorrere,  direi, non solo per scoprire ed enunciare la formula chimica, ma anche per usare la parola acqua o la parola bagna, terza persona del presente di bagnare).

La camicia gialla (dora maar), 1939 di picasso

La camicia gialla (dora maar), 1939 di picasso

Critica significa che accertare non corrisponde necessariamente ad accettare, perché «al realista è aperta la possibilità di criticare (purché lo voglia) e di trasformare (purché lo possa), in forza dello stesso banale motivo per cui la diagnosi è la premessa della terapia». E qui, mancando una qualsiasi analisi gnoseologica che vada oltre l’esperienza sensoriale  per recuperare, giustificare e raccordare la facoltà razionale e altre possibili facoltà conoscitive e pratiche umane, il salto apodittico fa un certo effetto al lettore. Per esempio, il problema, essenziale per un vero filosofo, del libero arbitrio, sollevato dal riferimento al “volere”, non è neppure sfiorato.

Ma a questo studioso sta a cuore solo la prassi politica e sceglie una visione filosofica solo se la ritiene politicamente «emancipativa». Così, arrivato alla terza chiave, l’Illuminismo realistico, si limita ad annunciare trionfalisticamente  il ritorno all’idea di progresso storico-politico,  finalmente usciti dalle tenebre (dal «cuore di tenebra») dell’anti-illuminismo.  Perché l’illuminismo, «come diceva Kant [qui riabilitato], è  “osare sapere” e  segna “l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso”».

Si apre ora il secondo capitolo, Realismo. Cose che esistono dall’inizio del mondo, con la contestazione di una concezione antirealista  «“ermeneutica” o “kantiana”» secondo la quale «anche il fatto che sulla Luna si trovino montagne alte più di 4000 metri non sarebbe indipendente dai nostri schemi concettuali o anche semplicemente dalle parole che usiamo». L’autore ha qui ripreso il suo esempio da  una domanda retorica, che ritengo interpretata impropriamente, di Diego Marconi in un articolo pubblicato su Repubblica del 3 dicembre 2011: «Davvero potremmo dire che ci sono montagne sulla luna se non possedessimo i concetti o le parole “montagna”, “luna” ecc.? ».

Nell’articolo, molto equilibrato, di Marconi, che riconosce le ragioni delle due diverse «intuizioni», la realistica e l’ermeneutica, che vorrebbe in qualche modo conciliare, si afferma semplicemente che per dire,  cioè per trasformare in parole il dato esterno,  e non per creare lo stesso “fatto” che si trovino sulla Luna queste che noi chiamiamo “montagne”, ricorriamo a quegli schemi conoscitivi che io stessa riconoscevo filtro necessario per parlare di acqua e di bagnato. (In quel  contesto il riferimento, non polemico, a Kant era motivato).

Picasso Buste de femme au chapeau (Dora Maar) 1939

Picasso Buste de femme au chapeau (Dora Maar) 1939

Siamo a questo punto un po’ confusi ma ci illuminerà, alle pagine 39-43, l’«esperimento della ciabatta» (l’oggetto scelto, umile e casereccio, risponde a una volontà,  che chiamerei populista, di dare una veste democraticamente affabile e popolare al discorso filosofico). L’esempio è inserito nel paragrafo Uomini e notiamo che del soggetto uomo qui si parla solo al plurale. Cominciamo forse a capire quella strana associazione di «percezione» e di «società» ricordando che, come ho premesso, anche certo decostruzionismo, chiamato qui «costruzionismo» perché pretenderebbe di costruire la realtà,  partiva da una apodittica ammissione dell’esistenza non del soggetto individuale  ma della società che crea il mondo.

Qui si dimostra all’ avversario postmoderno che una ciabatta su un tappeto la vede il singolo individuo ma la vede anche un altro che ubbidisce alla richiesta di spostarla, e la vede anche un cane che, pur non usando un linguaggio umano, ubbidisce alla stessa richiesta, e la percepisce anche il verme che decide (anche lui si suppone dotato di libero arbitrio) se aggirarla o passarci sopra. La ciabatta dunque c’è, esiste, è reale.

Il lettore ingenuo può domandarsi: ma non era più semplice e anche più serio, dovendo capire se esiste davvero ciò che è fuori di noi, cominciare a chiedersi se esiste davvero l’altro uomo? Dopo una risposta a questa domanda sarebbe superfluo chiedersi se esistono cane, verme e ciabatta. Ma il lettore ingenuo non ha capito ancora che  per molti postmoderni a cominciare da Derrida), e per lo stesso Ferraris, un a priori non messo in discussione è, o era, – ripeto ancora una volta – l’esistenza non del singolo uomo ma della società; per Derrida, addirittura (lo apprendo indirettamente dall’altro testo, già citato, di Ferraris) l’individuo non avrebbe dovuto neppure avere una qualsiasi definizione nominale perché questa poteva mettere in pericolo l’uguaglianza. Del suo ex maestro  Ferraris conserva, a fianco della sua personale rivendicazione della oggettività e autonomia del mondo naturale, l’ esclusivo riferimento, a proposito dell’uomo, alla dimensione collettiva e sociale e ciò perché, forse più ancora del maestro, finalizza la sua ricerca “filosofica” a risultati politici.

Woman-art-font-b-painting-b-font-Pablo-Picasso

Woman-art-font-b-painting-b-font-Pablo-Picasso

Così nel suo panorama si distinguono nettamente gli «oggetti naturali» e gli «oggetti sociali»: autonomi e “inemendabili” i primi; dipendenti, i secondi, dalla società che li crea e li interpreta.

Ferraris contesta i movimenti filosofici che, dagli scettici a Cartesio a Hegel, hanno sminuito il valore conoscitivo dei sensi (che «possono ingannare»)  e conferisce invece «una peculiare valenza ontologica al recupero del valore dell’estetica come teoria della sensibilità, elaborando la teoria dell’inemendabilità». Non è però facile persuadersi che possa bastare bagnarsi e scottarsi o percepire un colore per dire di essere a conoscenza dell’essere. Può accontentarsi, sul momento, di questo la madre che prepara il bagnetto per il figlio misurandosi con il bagnare e con lo scottare, o anche l’autista arrivato al semaforo, o anche, e soprattutto, il pittore che prepara la sua tavolozza. Mi accorgo che sto mimando il tono leggero del mio autore, insieme nemico e amico. ma dovrei anche, spostandomi sul versante tragico, pensare a chi ha subito i danni degli incendi e delle inondazioni: in definitiva dovrei pensare al normale svolgimento della vita quotidiana, esperienza diversa dalla ricerca filosofica.

Ma chi è in cerca di una, sia pur approssimativa ma più profonda, verità fa bene a rendersi conto, per esempio, che dietro certe qualità c’è una  quantità e, se vuole andare oltre, che quella quantità forse è fatta di quanti. E che il suo stesso corpo, come quello di ogni membro della società (almeno così dice oggi la scienza) è forse fatto di quanti. E se ha un certo interesse per la filosofia è spiegabile che si domandi se questo universo di quanti ha qualche ragion d’essere, meccanica o finalistica, o d’altro genere, anche se su questo tema le ipotesi sono indimostrabili in termini razionali. Comunque una ricerca che, ragionevolmente, rinunciasse a porsi problemi che ritiene razionalmente insolubili dovrebbe chiamarsi, a mio parere, «pensiero debole».

Picasso-Dora-Maar

Picasso-Dora-Maar

E anche, direi, dovrebbe essere interessante per un ricercatore della verità il fatto che quelle sensazioni da cui siamo partiti entrano ogni volta in un singolare universo emotivo-conoscitivo che contrassegna ogni individuo, un universo unico e irripetibile che esiste anche se non è esteriormente registrato in ambito sociale. Un universo a cui io, per esempio, tengo particolarmente ma che mi sembra programmaticamente ignorato sia dai realisti, sia dai postmoderni, almeno da quelli in lizza nel discorso che seguiamo. (A questo punto vediamo che questo “pensiero forte” ma asettico non ha neppure l’intento di rinsanguare la vita riportandola sulla terra, come supponevo alla prima lettura).

Mi  sembra anche inevitabile che un vero filosofo non si limiti a esaltare il progresso ma cerchi un qualche fondamento per una idea non del tutto soggettiva e arbitraria di bene e di male, di giustizia e di ingiustizia, di moralità e di immoralità. E se risulta introvabile un  fondamento del genere (che non serviva, a dire il vero, al relativista Derrida per affermare una indecostruibile, assoluta — e di fatto  molto soggettiva  — idea di giustizia), il filosofo deve almeno render conto di questa aporia.

Ma l’idea di etica del nostro autore è molto particolare e lo scopriamo nella conclusione che trae, riferendosi a una situazione immaginata da Putnam. Quella di «uno scienziato pazzo [che] abbia messo dei cervelli [umani, suppongo] in una vasca e li alimenti artificialmente» dando loro «l’impressione di vivere in un mondo reale» in «situazioni che richiedono delle prese di posizione morale», e che le reazioni vadano dalla disonestà alla santità. Ferraris sostiene che «il solo pensiero non è sufficiente perché ci sia la morale e che questa incomincia nel momento in cui c’è un mondo esterno  che ci provoca e ci consente di compiere azioni, e non semplicemente di immaginarle». Fa notare che non si può comminare una pena detentiva in un processo alle intenzioni. Questo esempio dimostra che qui si confonde la morale con il diritto. Da un punto di vista morale, anche un invalido che non uccida chi vorrebbe uccidere solo perché ne è materialmente impedito non può essere certo arrestato ma, in un’etica evoluta e non utilitaristica è in difetto  anche nel caso in cui nessuno lo sappia, e non solo secondo un’idea confessionale di peccato. Ma questa ricerca che si definisce filosofica ha poca confidenza con l’interiorità dell’individuo in riferimento alla quale soltanto, a mio parere, si può parlare di morale. A proposito del cervello nella vasca si precisa a un certo punto, en passant,  che «nella fattispecie è stato fatto pensare», e qui finalmente emerge un problema che riguarda la responsabilità morale: quello del cosiddetto “libero arbitrio” cui più su ho accennato.  Il cervello nella vasca non era libero nelle sue scelte. E chi ci dice che anche i cervelli fuori della vasca non siano totalmente condizionati nelle loro scelte, apparentemente libere, da impulsi inavvertibili e incontrollabili? Questo sì è un problema serio anche se di difficile soluzione e da esso non può prescindere la riflessione etica.

Picasso. Ritratto di Dora Maar o Dora Maar seduta, olio su tela, cm. 92 x 65 particolare

Picasso. Ritratto di Dora Maar o Dora Maar seduta, olio su tela, cm. 92 x 65 particolare

Qui comincia un discorso per me arduo da seguire. Si imposta solennemente la netta distinzione tra gli «oggetti naturali» e gli «oggetti sociali»   (il lettore si domanda subito se lui è un oggetto naturale o un oggetto sociale). Gli oggetti naturali sono inemendabili e non costruiti dall’uomo. (Strano che tra i primi esempi vengano citati tavoli e sedie che, a mio parere, dimostrano una interazione tra le due oggettività). Gli oggetti sociali (e qui ritroviamo Derrida) sono determinati dai rapporti interpersonali; in principio è la promessa tra due persone e di lì si arriva alle scommesse, ai matrimoni, ai contratti, alle leggi, alle tasse, all’Iva,  al denaro, ai ruoli, alle istituzioni «che esistono solo perché noi crediamo che esistano». In questa lista ci sembra poco pertinente se non altro l’inclusione del denaro che esiste anche come oggetto materiale metallico o cartaceo ma diventa sociale solo attraverso l’interpretazione della sua funzione. Come le sedie e i tavolini, del resto, che diventano oggetti sociali  quando sono visti come supporti per sedere o per appoggiare qualche cosa, magari carte e contratti di affitto, quei contratti che esistono obiettivamente solo se sono registrati sulla carta o nella memoria. Anche registrati su una carta “inemendabile” per la percezione, sono emendabili, penso, perché possono essere stracciati o bruciati, ma un inemendabile albero non può essere bruciato o tagliato?

E qui sto entrando in un labirinto dal quale è difficile uscire. Mi sembra, tutto sommato, che il rapporto tra il sociale e il naturale sia più fluido e sfumato di quanto non appaia in questa schematizzazione. Perché l’uomo, una volta preso atto dell’esistenza della natura nella sua “inemendabilità” (parola che ci porta immediatamente sul piano della pratica ma vuole indicare una realtà esterna all’uomo di cui l’uomo non  può non riconoscere l’esistenza) opera nella natura e la trasforma attuando le sue intenzioni mentali e non è il solo essere a modificare la natura: penso ai nidi, ai termitai e alla compresenza di costruzioni materiali e di regole che vigono in società animali e i conti non mi tornano. Ferraris, del resto, non era portato, come Derrida, a considerare l’uomo  un animale un po’ più evoluto? E l’uomo stesso, in particolare per un realista, non è un oggetto naturale? Ma forse l’uomo, come singolo individuo, non esiste proprio: «La vita non esaminata non ha valore».

Picasso tete de femme (Portrait of Dora Maar)

Picasso tete de femme (Portrait of Dora Maar)

E in questo contesto ciò che caratterizza la vita individuale, specialmente come vita interiore, proprio non esiste. E mi domando come si possono esaltare, nella conclusione del libro, l’Illuminismo, il progresso democratico,  il libero pensiero quando finora l’uomo è comparso solo nelle sue funzioni collettive e indifferenziate. Un individuo  d’eccezione entra in scena alla fine: quel Socrate che a Nietzsche non piaceva. Ma Socrate è poco inquadrabile nel contesto di questa società indifferenziata  Socrate era un  “diverso” forse un po’ più di come erano “diversi” uno dall’altro i Trecento che lo hanno condannato. E ricordiamo a questo punto che il limite dell’Illuminismo era proprio il considerare poco le “differenze” tra gli uomini e tra le nazioni. Questa visione tutta esterna della società appiattisce l’umanità lasciando fuori tra l’altro la personale creatività artistica (nell’altro libro citato compariva almeno, tra gli «oggetti sociali», la poetica simbolista). Ma quel che è più grave è che resta fuori il dolore del mondo,  che è dolore di singoli individui, così come la gioia, l’amore, la paura, la morte, insomma resta fuori la vita. Emerge la speranza ma è una speranza solo politica.

È vero che una rivendicazione, a pagina 59, della differenza di questo nuovo realismo dal positivismo si fonda sul «rilancio della filosofia come ponte tra il mondo del senso comune, dei valori morali e delle opinioni e il mondo del sapere in generale (perché non c’è solo la fisica, ci sono anche il diritto, la storia, l’economia)». Ma resta ancora escluso dall’essere riconoscibile come tale ciò che appartiene alla singolarità dell’individuo.  Per non dire che nel discorso quel «ponte», per scarso interesse gnoseologico, resta solo un presupposto non spiegato.

Noemi Paolini Giachery Aleph di Roma Presentazione libro “Ungaretti: vita d'un uomo”

Noemi Paolini Giachery Aleph di Roma Presentazione libro “Ungaretti: vita d’un uomo”

Noemi Paolini saggista, vive a Roma. Nata da famiglia elbana, a Roma ha sempre vissuto e operato. Il suo interesse culturale si è molto presto rivolto alla dimensione dell’arte e in particolare della poesia (in senso lato) e della musica, in una ricerca particolarmente attenta alla portata conoscitiva che nell’arte si manifesta attraverso i valori formali. Significativo è il precoce amore, al tempo del liceo, per Giambattista Vico, poi scelto come argomento della tesi di laurea. Il grande filosofo aveva tra l’altro il merito di “aver riconosciuto il valore della poesia come forma di conoscenza autonoma rispetto alla conoscenza concettuale, e di essersi così affrancato dai limiti del razionalismo cartesiano”. Nella sua attività sia di insegnante sia di interprete e critico letterario l’impegno della studiosa si è sempre concentrato, soprattutto attraverso l’analisi testuale, sulla rivendicazione di questo alto valore in opposizione a metodologie ideologiche a lungo vigenti e ancora dure a morire: da una parte un formalismo astratto e asettico che aveva svalutato la dimensione semantica preparando il nichilismo di certa ermeneutica, dall’altra una poetica ostinatamente realistica che aveva ridotto il “senso” al rispecchiamento di una improbabile “cosa in sé”. Per la studiosa il “senso” della poesia e dell’arte in genere è invece arricchito proprio dall’apertura polisemica e ossimorica del messaggio (parola che va liberata dalla compromissione politica e moralistica). Tardivo è stato il matrimonio con Emerico Giachery con il quale ha poi collaborato anche alla stesura di due libri. Tardiva la pubblicazione dei suoi studi critici e di qualche breve scritto autobiografico incentrato prevalentemente sull’ “iniziazione” alla cultura. Bisogna dire che nell’ossimoro vivente riconoscibile nella sua personalità (e forse nella personalità di tutti noi) il carattere perentorio e spesso vivacemente polemico delle sue prese di posizione convive con una profonda coscienza del limite e della soggettività del pensare individuale. Si definisce, con una formula che ha inventato per il suo Svevo, “recensore autobiografico”.

Ha pubblicato: Vita d’un uomo: fenomenologia d’una ricerca ([1988]), Italo Svevo. Il superuomo dissimulato (1993); L’artefice l’orafo la bellezza (1997); Il volto bivalente. Saggi di letteratura italiana (1997), “Pas de deux” per la poesia di Alberto Caramella (2000, in coll. con E. Giachery), Ungaretti “verticale” (2000, in coll. con E. Giachery), Luoghi, tempi e oltre. Divagazioni di un’egotista (2001), In cerca della “pianta uomo” (2003); Le “mani tese” di Dolores. I romanzi di Dolores Prato (2008), Le ragioni dell’ovvio (rileggendo Svevo, Pascoli, Ungaretti, Montale) (2011). Oltre a molti saggi

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Noemi Paolini Giachery: Note sull’arrembaggio del “new realism” dibattito iniziato da Maurizio Ferraris (Parte I)

Giacomo Costa città immaginaria

Giacomo Costa città immaginaria

Sull’argomento del «new realism» vedi su questo blog:

https://lombradelleparole.wordpress.com/2014/04/02/giorgio-linguaglossa-il-suicidio-della-filosofia-un-appunto-per-il-nuovo-realismo-negativo/

https://lombradelleparole.wordpress.com/2014/03/19/umberto-eco-il-realismo-minimo-il-dibattito-sulla-fine-del-postmoderno-non-tutto-e-interpretazione/

Il dibattito filosofico sul «new realism» è stato avviato da Maurizio Ferraris, autore del «Manifesto del Nuovo Realismo» (Laterza, pagine 126, € 15).

Sandro Modeo nell’articolo Il suicidio della filosofia il «new realism», contenuto ne “La Lettura” (supplemento Corriere della Sera) 1 aprile 2012 e pubblicato in stralci su questo blog, richiama la discussione innescata dal libro di Maurizio Ferraris (Manifesto del Nuovo Realismo) e la serie di convegni sul «new realism»,  rileva come ciò potrebbe indurre qualcuno a pensare che il «reale»  sia finalmente rientrato nel discorso filosofico.

 “La sua, scrive Modeo,  eclissi andrebbe ricondotta, per Ferraris, soprattutto al pensiero postmodernista, le cui buone intenzioni si sono rovesciate in altrettanti effetti-paradosso: il sogno di una società più solidale e liberata dalla «tirannia della ragione» si è tradotto nel populismo mediatico e nell’allucinazione permanente del reality; e il relativismo anti-illuminista (con la «verità» alleggerita tra virgolette ironiche) ha spianato la strada ai dogmi della Chiesa”.

città di sera

città di sera

(da  un diario estivo del 2011) di Noemi Paolini Giachery

 L’ incursione nella dimensione filosofica non è nuova in queste  divagazioni (la tentazione filosofica è in me un vizio forse innato anche se mai seriamente coltivato).

Anche nel precedente capitolo non ho evitato di manifestare  un certo allarme nei confronti del pensiero nichilista non solo postmoderno. Nichilista, dico, e non relativista perché un sospetto relativistico si era già affacciato nella tredicenne quando annotava, tra i suoi “pensierini”, che “se lo scarafaggio fosse rosso e giallo forse lo faremmo passeggiare graziosamente sul palmo della mano”. Ma, molto prima, in me bambina piccola era nato il sospetto che fosse tutta falsa quella realtà che avevo appreso dai genitori e avevo poi trovato un appiglio, un fondamento, direi, riconoscendo che però la bugia, l’inganno (avrei dovuto dire “il concetto di inganno”) era una realtà vera”(“una cosa vera”, dicevo allora). 

Osservo ora, tornando al tema, che, passato molto tempo dalle riflessioni dell’incipit, un  rimedio peggiore del male si è clamorosamente annunciato. Si tratta di un realismo materialista, radicale e acritico, che negli ultimi tempi si era già intravisto operante in ambito  letterario.    

Ora che il “nuovo realismo” sembra avere invaso tutti gli spazi del dibattito culturale attuale per lo più attraverso proclamazioni dogmatiche, potrà avere forse qualche interesse riconsiderare, nei panni di un testimone sfavorevolmente colpito dall’evento, la prima irruzione, nei mesi estivi del 2011, fra i temi della stampa italiana, del dibattito tra “realismo” e “postmoderno” , dibattito nel quale, a dire il vero, il contestato “postmoderno” reagiva  piuttosto abbacchiato. Riproporrò a questo scopo alcune mie note quasi diaristiche, inedite, di carattere passionalmente risentito. Voglio solo informare che queste prime impressioni sono state in me confermate dalla successiva lettura del Manifesto del nuovo realismo e di altri testi di Maurizio Ferraris.

 

Maurizio Ferraris

Maurizio Ferraris

 Nel giro di pochi giorni due articoli della “Repubblica” e uno del “Corriere della Sera” confermavano l’impressione che un pragmatismo presuntuoso e totalizzante avesse ormai preso il posto della filosofia, almeno di quella per me degna di questo nome, continuando a chiamarsi filosofia, anzi «pensiero forte».

Il ritorno al pensiero forte. Dalla Germania all’Italia la nuova filosofia realista è il titolo (che percepisco nella lettura come gridato da uno “strillone”) di un articolo di Maurizio Ferraris su “La Repubblica”  dell’8 agosto, che celebrava la fine del postmoderno, identificato con il “pensiero debole” e in particolare con il relativismo dell’ermeneutica che aveva portato a estreme conseguenze nichilistiche l’affermazione di Nietzsche che «non ci sono fatti ma solo interpretazioni».

Come nuovo «pensiero forte» si salutava il ritorno del realismo e si annunciava un convegno intitolato “New Realism” che si sarebbe tenuto a Bonn la primavera seguente. Che cosa si dirà nel convegno è per me difficile prevederlo. Mi auguro solo che in esso non si convalidino le interpretazioni che del nuovo realismo propone qui Ferraris. Per lui «a far scricchiolare le certezze dei postmoderni [certezze delle non certezze] ha contribuito prima di tutto la politica. L’avvento del populismo mediatico – una circostanza tutt’altro che puramente immaginaria – ha fornito l’esempio di un addio alla realtà per niente “emancipativo”, senza parlare poi dell’uso spregiudicato della verità come costruzione ideologica “imperiale” da parte di Bush che ha scatenato una guerra sulla base di finte prove[…]». L’immediata reazione del lettore è la domanda: che c’entra tutto questo? Bisogna arrivare a scoprire questi casi politici per contestare gli eccessi nichilistici e le contraddizioni interne di certa ermeneutica? E siamo proprio sicuri che dopo il convegno sul nuovo realismo i nuovi Bush si vergogneranno a dire bugie?

 Ma quel che è peggio per me è che si torni a contestare una concezione filosofica chiamandone in causa i possibili effetti negativi sull’andamento della società. Il “pensiero debole” sarebbe da rifiutare per la sua presunta ripercussione sulla pratica politica? Il pensiero forte sarebbe quello che sceglie la verità cui aderire in ragione non della sua fondatezza teoretica  ma della sua funzionalità pratica? Addio autonomia del pensiero, addio filosofia.

film-belle-de-jour-5-con-catherine-deneuve di L. Bunuel

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Scopriamo poi che è considerato «pensiero forte» quello che annuncia con trionfalismo di recuperare l’ontologia (termine  ritenuto fino a oggi assai impegnativo) accontentandosi di fatto  del riconoscimento che «il mondo ha le sue leggi e le fa rispettare»:  sembra  che addirittura si attribuisca un valore ontologico a quelle “qualità” dell’oggetto legate alla percezione sensoriale che Galilei – e non era certo il primo – distingueva dalle “quantità”.  Basta riconoscere che «l’acqua bagna e il fuoco scotta sia che io lo sappia sia che non lo sappia, indipendentemente da linguaggi e da categorie».

  Credevo che, in una prospettiva filosofica, l’ontologia avesse proprio a che fare con la gnoseologia e con il suo rapporto con una ipotizzabile verità sostanziale. La filosofia è nata per cercare oltre le apparenze.  Il “nuovo realismo” ammette, è vero, che «c’è qualcosa che ci resiste» e che Ferraris chiama «inemendabilità» ma con questo termine il pensiero si ferma sull’ostacolo pratico costituito da questo quid, in sé poco interessante, mostrandosi indifferente al limite conoscitivo che era considerato, per esempio, nella Ragion pura kantiana, se non vogliamo risalire addirittura ai sofisti.

Ben più complessa ed equilibrata mi è sembrata finora la posizione di Umberto  Eco, che riconosce l’esistenza di uno “zoccolo duro” inconoscibile (non solo “inemendabile”) al di là delle nostre interpretazioni, mantenendosi lontano sia dall’estremismo nichilistico di certa ermeneutica, sia da ogni superficiale realismo, Anche lui, come Ferraris, dell’ermeneutica era stato un maestro, contrario, per esempio, in fatto di linguistica, al facile realismo ontologico di Chomsky.  Ci è rimasta impressa nella memoria l’epigrafe del Nome della rosa: «Stat rosa pristina nomine: nomina nuda tenemus».

Salman Rushdie, Vargas Llosa, Umberto Eco

Salman Rushdie, Vargas Llosa, Umberto Eco

La seconda sconcertante sorpresa era stata poi per me la risposta di Gianni Vattimo a Ferraris in un dibattito comparso in “La Repubblica” il 19 agosto. Vattimo, condividendo la concezione strumentale della filosofia, si riconosceva anche lui deluso dal pensiero postmoderno per «la persistente resistenza della “realtà”» solo in quanto  è per lui verità incontestabile che la verità sia  «una questione di potere» per cui al filosofo non resta altro che rinunciare a pensare e darsi alla pratica seguendo il facile criterio di agire sempre solo per contestare ciò che il potere vorrebbe attuare o semplicemente proporre. Vattimo propone una perenne rivolta “adolescenziale” ma ha il buon gusto di ammettere simpaticamente che lui come filosofo può considerarsi «emerito» (e questo riconoscimento lo innalza nel rapporto dialogico).

Anche la filosofia in questo panorama si può considerare “emerita” se un pensatore come Hylary  Putnam, impegnato per decenni a cercar di definire la verità oggettiva, dopo la proposta di un «realismo metafisico», è arrivato alla fine ad accontentarsi di ripiegare sul «senso comune». Sarebbe mai nata la filosofia se alcuni greci particolarmente intelligenti si fossero accontentati del senso comune?

So anche, per qualche diretta esperienza di lettura – e, a dire il vero, di scarsa condivisione – che la ricerca degli  intellettuali qui citati, è sempre stata sostenuta da una vasta cultura,  ma proprio per questo mi domando: perché offrire al lettore comune una sintesi così povera e paradossale del loro pensiero?

Un’interessante sincronia e sintonia con questo indirizzo mi pareva di cogliere nel dibattito sulle arti figurative riportato sul “Corriere della sera” dell’8 e del 9 agosto, in cui  emergevano aporie interessanti per la loro capacità di aprire domande, di insinuare dubbi e ripensamenti e il lettore particolarmente sensibile a questo problema poteva intravedere pericoli analoghi per  l’autonomia dell’arte intesa ancora da qualcuno (Francesco Bonami, ma con lui tutta una corrente) come  «strumento che ci parla del nostro mondo, quello che ci scorre davanti agli occhi». Dall’altra parte anche molta arte del Novecento e oltre, contestata dal noto critico Jean Clair, limitando la creatività alla performance, al puro gesto estetico, mentre sembrava rivendicare l’autonomia dell’estetica, impoveriva la singola opera della sua valutabilità in sé e per sé concentrando l’attenzione sulla poetica (se si accettavano una poetica o un autore se ne accettavano automaticamente tutte le singole opere) e, in fondo, le varie poetiche si confrontavano quasi sempre per loro, più o meno emergenti, implicazioni politiche.

città nel traffico urbano

città nel traffico urbano

Passati alcuni giorni il 31 agosto Emanuele Severino sul “Corriere della Sera” è finalmente intervenuto con molta energia denunciando «una certa leggerezza piuttosto occhieggiante» e riconoscendo come difetto «comune al “nuovo realismo” di Ferraris e al “pensiero debole”  di Vattimo» l’aver messo «in primo piano l’istanza politico-morale».

So che nel frattempo il dibattito si era esteso e altri importanti interventi erano apparsi, tra l’altro, sul “Foglio” e su “Micromega”.

Oso oggi, dopo quattro anni, rendere pubbliche le mie riflessioni – quasi paginette di diario limitate a un tempo breve e destinate a chiarire a me stessa le mie reazioni – come testimonianza dell’interesse che dibattiti come questo possono avere anche per chi non è filosofo di professione e, come me, si aggiorna prevalentemente sui giornali e sulle riviste. Può confortare il mio pianto per l’annunciata fine del pensiero veramente filosofico la grande  partecipazione di pubblico ai convegni di filosofia che si svolgono in alcune piazze d’Italia?

Appendice

 Nell’estate dell’11, quando mi accanii a contestare rabbiosamente il presunto “pensiero forte”  di Maurizio Ferraris, l’intollerante che agisce in me, nonostante l’affermato amore per il libero pensiero, trovò pace immaginando che in fondo si trattasse di un intervento paradossale e ironico, una boutade insomma, per dire che dai sofisti in poi il vizio filosofico di astrarre dalla realtà per chiedersi se la realtà fosse poi vera era, in fondo, un guastafeste in quanto impediva di godersi la vita senza pensare troppo e perciò bisognava liberarsene. Ma oggi ho riscontrato (internet è la mia scuola quotidiana) che quello che ora chiamerei un colpo di  stato ha avuto successo sottomettendo buona parte del pensiero ufficiale. Così non mi sembra del tutto fuori luogo e fuori tema aggiungere in appendice questa recensione che a suo tempo scrissi per me senza pensare di pubblicarla.

Per ribadire, in conclusione, che il vero è misterioso e l’approccio puramente sensoriale non garantisce un “pensiero forte” ma non è inutile utilizzare gli strumenti che possediamo (non solo quelli razionali) per approssimarci ad esso anche per vie di volta in volta diverse e addirittura personali. La stessa ricerca scientifica procede formulando sistemi diversi che io chiamerei dantescamente “umbriferi prefazi” (penso, per citare dal di fuori gli ultimi approdi, alla fisica relativista e alla fisica quantistica) in quanto tutti metaforici come metafora è la stessa parola.

Maurizio Ferraris,  Manifesto del realismo, Bari, Laterza, 2012

Heidegger nella casa di campagna Oso avventurarmi in un commento del notissimo Manifesto di Ferraris perché, per quanto consapevole dei gravi limiti della mia preparazione filosofica, questa volta nella mia analisi-contestazione ho l’impressione di avere a che fare con le idee non di un filosofo ma di un politico e sociologo  che si presenta nei panni del filosofo, annunciando, anzi, il ritorno, con il suo realismo, alla filosofia e al «pensiero forte».

La novità del suo messaggio è semplicemente un ritorno al “buon senso”,  che è l’ultimo approdo di Hilary Putnam e trova facile consenso nella opinione dei più, ma implica, a mio parere, una rinuncia alla vera filosofia – che è nata proprio per andare oltre il “buon senso” –.

Non è certo difficile contestare gli eccessi di certo decostruzionismo, identificato nel “postmoderno”, che è l’estrema conseguenza di una ricerca gnoseologica  perfezionistica e ipercritica, fino al paradosso e alla caduta nella contraddizione: in Ricostruiamo la decostruzione, del 2010, Ferraris aveva buoni argomenti per denunciare la stessa contraddittorietà del suo ex maestro Derrida. Meno buoni certi argomenti proposti qui, come, per anticipare due esempi, «l’esperimento della ciabatta» o anche l’individuazione di un percorso nella storia della filosofia che, da Cartesio attraverso Kant, condurrebbe, esaltando il valore conoscitivo del concetto, alla riduzione della realtà, da parte del pensiero “postmoderno”, a pura attività mentale della società (e qui, nel postulare a priori l’esistenza di una società di esseri umani al di fuori del soggetto individuale,  il  cui accertamento sarebbe meno arbitrario, è secondo me, uno dei limiti del rigore  di questa concezione che, come Ferraris, io stessa nelle sue conclusioni estreme non condivido).

Seguirò ora il  criterio, che esercito nell’esame dei testi letterari, di soffermarmi su parti essenziali del testo per dire la mia.

Bisogna ammettere che l’ampia pars destruens  è più spesso condivisibile, almeno in rapporto alla descrizione che Ferraris offre della prospettiva postmoderna. Come ho premesso, meno mi convincono i riferimenti a un Kant che avrebbe tolemaicamente «posto l’uomo al centro dell’universo, come fabbricante di mondi attraverso concetti» avviando così il prevalere, con la modernità, «degli schemi concettuali sul mondo esterno» (pp.10-11). A mio parere – e spero non solo mio – Kant, affermando non il carattere totalizzante della conoscenza intellettuale ma proprio il suo limite di fronte a un inafferrabile oggettivo “noumeno” (termine evitato da Ferraris anche nella sua lezione kantiana) esprime il suo bisogno di rivendicare l’autonomia dell’essere rispetto al conoscere (dell’ontologia rispetto all’epistemologia, direbbe Ferraris);  e insieme non ritiene vana una, sia pur inesauribile, tensione conoscitiva  verso l’assoluto, ma questa tensione riconduce ad altre facoltà conoscitive, altre “ragioni” presenti nell’uomo al di là della  “ragion pura”: la “ragion pratica” su cui cerca il suo fondamento un’etica non utilitaristica e non fideistica; e l’intuizione estetica che nella dimensione del sublime anticipa non solo il sublime  romantico ma lo stesso“tragico-dionisiaco” nietzscheano.  Il cosiddetto «desiderante» nietzscheano (diverso dal «desiderante» consumista della attuale sociologia) tende a una  corporeità sublimata  ed esalta la sua lotta per la “liberazione”, mentre Ferraris cita Nietzsche e lo stesso Wagner in posizione di anticipatori rispetto alla  «desublimazione» operata dal “postmoderno”. (Continua)

Noemi Paolini Giachery Aleph di Roma Presentazione libro “Ungaretti: vita d'un uomo”

Noemi Paolini Giachery Aleph di Roma Presentazione libro “Ungaretti: vita d’un uomo”

Noemi Paolini saggista, vive a Roma. Nata da famiglia elbana, a Roma ha sempre vissuto e operato. Il suo interesse culturale si è molto presto rivolto alla dimensione dell’arte e in particolare della poesia (in senso lato) e della musica, in una ricerca particolarmente attenta alla portata conoscitiva che nell’arte si manifesta attraverso i valori formali. Significativo è il precoce amore, al tempo del liceo, per Giambattista Vico, poi scelto come argomento della tesi di laurea. Il grande filosofo aveva tra l’altro il merito di “aver riconosciuto il valore della poesia come forma di conoscenza autonoma rispetto alla conoscenza concettuale, e di essersi così affrancato dai limiti del razionalismo cartesiano”. Nella sua attività sia di insegnante sia di interprete e critico letterario l’impegno della studiosa si è sempre concentrato, soprattutto attraverso l’analisi testuale, sulla rivendicazione di questo alto valore in opposizione a metodologie ideologiche a lungo vigenti e ancora dure a morire: da una parte un formalismo astratto e asettico che aveva svalutato la dimensione semantica preparando il nichilismo di certa ermeneutica, dall’altra una poetica ostinatamente realistica che aveva ridotto il “senso” al rispecchiamento di una improbabile “cosa in sé”. Per la studiosa il “senso” della poesia e dell’arte in genere è invece arricchito proprio dall’apertura polisemica e ossimorica del messaggio (parola che va liberata dalla compromissione politica e moralistica). Tardivo è stato il matrimonio con Emerico Giachery con il quale ha poi collaborato anche alla stesura di due libri. Tardiva la pubblicazione dei suoi studi critici e di qualche breve scritto autobiografico incentrato prevalentemente sull’ “iniziazione” alla cultura. Bisogna dire che nell’ossimoro vivente riconoscibile nella sua personalità (e forse nella personalità di tutti noi) il carattere perentorio e spesso vivacemente polemico delle sue prese di posizione convive con una profonda coscienza del limite e della soggettività del pensare individuale. Si definisce, con una formula che ha inventato per il suo Svevo, “recensore autobiografico”.

Ha pubblicato: Vita d’un uomo: fenomenologia d’una ricerca ([1988]), Italo Svevo. Il superuomo dissimulato (1993); L’artefice l’orafo la bellezza (1997); Il volto bivalente. Saggi di letteratura italiana (1997), “Pas de deux” per la poesia di Alberto Caramella (2000, in coll. con E. Giachery), Ungaretti “verticale” (2000, in coll. con E. Giachery), Luoghi, tempi e oltre. Divagazioni di un’egotista (2001), In cerca della “pianta uomo” (2003); Le “mani tese” di Dolores. I romanzi di Dolores Prato (2008), Le ragioni dell’ovvio (rileggendo Svevo, Pascoli, Ungaretti, Montale) (2011). Oltre a molti saggi su riviste.

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Umberto Eco IL REALISMO MINIMO. IL DIBATTITO SULLA FINE DEL POSTMODERNO: NON TUTTO È INTERPRETAZIONE

da: La Repubblica  11 marzo 2012

umberto Eco. Foto : Sin CrŽditoIl testo di Umberto Eco che qui riproduciamo integralmente è stato scritto in occasione di un convegno a New York che si è tenuto a novembre 2011 sul tema “postmoderno e neorealismo” organizzato da Maurizio Ferraris a cui hanno partecipato filosofi e studiosi internazionali con posizioni diverse sul tema. Il testo è ora pubblicato sul numero di marzo di Alfabeta2 che da molti mesi ospita interventi su questo tema. Il testo di Eco spiega la posizione del “realismo negativo” che si può riassumere nella formula: ogni ipotesi interpretativa è sempre rivedibile ma, se non si può mai dire definitivamente se una interpretazione sia giusta, si può sempre dire quando è sbagliata.

Ho letto in vari siti di internet o in articoli di pagine culturali che sarei coinvolto nel lancio di un Nuovo Realismo, e mi chiedo di che si tratti, o almeno che cosa ci sia di nuovo (per quanto mi riguarda) in posizioni che sostengo almeno dagli anni Sessanta e che avevo esposte poi nel saggio Brevi cenni sull’Essere, del 1985.

So qualche cosa del Vetero Realismo, anche perché la mia tesi di laurea era su Tommaso d’Aquino e Tommaso era certamente un Vetero Realista o, come si direbbe oggi, un Realista Esterno: il mondo sta fuori di noi indipendentemente dalla conoscenza che ne possiamo avere. Rispetto a tale mondo Tommaso sosteneva una teoria corrispondentista della verità: noi possiamo conoscere il mondo quale è come se la nostra mente fosse uno specchio, per adaequatio rei et intellectus. Non era solo Tommaso a pensarla in tal modo e potremmo divertirci a scoprire, tra i sostenitori di una teoria corrispondentista, persino il Lenin di Materialismo ed empiriocriticismo per arrivare alle forme più radicalmente tarskiane di una semantica dei valori di verità.

umberto eco4In opposizione al Vetero Realismo abbiamo poi visto una serie di posizioni per cui la conoscenza non funziona più a specchio bensì per collaborazione tra soggetto conoscente e spunto di conoscenza con varie accentuazioni del ruolo dell’uno o dell’altro polo di questa dialettica, dall’idealismo magico al relativismo (benché quest’ultimo termine sia stato oggi talmente inflazionato in senso negativo che tenderei ad espungerlo dal lessico filosofico), e in ogni caso basate sul principio che nella costruzione dell’oggetto di conoscenza, l’eventuale Cosa in Sé viene sempre attinta solo per via indiretta. E intanto si delineavano forme di Realismo Temperato, dall’Olismo al Realismo Interno – almeno sino a che Putnam non aveva ancora una volta cambiato idea su questi argomenti. Ma, arrivato a questo punto, non vedo come possa articolarsi un cosiddetto Nuovo Realismo, che non rischi di rappresentare un ritorno al Vetero.

Nel convocarci oggi qui, ieri a New York, domani a Bonn e poi chissà dove a discutere di queste cose, Maurizio Ferraris ha fissato dei confini alla nostra discussione. Il Nuovo Realismo sarebbe un modo di reagire alla filosofia del postmodernismo.

Ma qui nasce il problema di cosa si voglia intendere per postmodernismo, visto che questo termine viene usato equivocamente in tre casi che hanno pochissimo in comune. Il termine nasce, credo a opera di Charles Jenks, nell’ambito delle teorie dell’architettura, dove il postmoderno costituisce una reazione al modernismo e al razionalismo architettonico, e un invito a rivisitare le forme architettoniche del passato con leggerezza e ironia (e con una nuova prevalenza del decorativo sul funzionale).

umberto eco5L’elemento ironico accomuna il postmodernismo architettonico a quello letterario, almeno come era stato teorizzato negli anni Settanta da alcuni narratori o critici americani come John Barth, Donald Barthelme e Leslie Fiedler. Il moderno ci apparirebbe come il momento a cui si perviene alla crisi descritta da Nietzsche nella Seconda Inattuale, sul danno degli studi storici. Il passato ci condiziona, ci sta addosso, ci ricatta. L’avanguardia storica (come modello di Modernismo) aveva cercato di regolare i conti con il passato. Al grido di Abbasso il chiaro di luna aveva distrutto Continua a leggere

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