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Angela Passarello, Bestie sulla scena Milano, edizioni del verri, 2018 pp. 90 € 12 con una Nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

Gif Humphrey Bogart

Angela Passarello, agrigentina, vive e lavora a Milano. E’ stata redattrice della rivista Il Monte Analogo. Ha collaborato con “La Mosca” di Milano. Ha pubblicato la raccolta di racconti Asina Pazza ( Greco e Greco, Milano1997), la raccolta di poesie La carne dell’Angelo( ed. joker, Novi Ligure 2002), le prose poetiche Ananta delle voci bianche ( Quaderni di Correnti, Crema 2008). Piano Argento (edizioni del verri 2014 ). Pani Scrittu ( edizioni del Pulcino Elefante 2015). Bestie sulla scena ed. del verri 2018.

Nota di Lettura di Giorgio Linguaglossa

Il Bestiario di Angela Passarello è la tipica operazione di sortita dalla scrittura di scuola. Si ricorre al bestiario per allestire una scrittura di esemplarità animali che rimandano ad esemplarità umane, è una galleria allegorica che possiamo indicare come non-fantasmi che esistono nella normalità di ogni giorno: sono gli animali che condividono il nostro tetto, che incontriamo tutti i giorni. È il segnale, a mio avviso, di una stanchezza delle scritture poetiche oggi in auge, quelle di scuola romana e lombarda, le scritture corporali dell’io, le scritture topografiche che riguardano la propria città. Raramente troveremo in questo Bestiario qualche evento eccezionale, qualche rivelazione, qualche stupore  spettacolare: non ci deve trarre in inganno la dicitura di “fantastico” con cui classifichiamo la scrittura della Passarello, piuttosto in questo libro l’elemento fantastico non viene né indicato né descritto, ma presentato. La Passarello conosce l’importanza del ritmo del poemetto in prosa, del calibrare le parti e  le pause per costruire qualcosa che si presenti davanti agli occhi del lettore. Il fantastico della Passarello è un inaspettato senza sorpresa. Quest’effetto è rafforzato dall’utilizzo di un linguaggio piano, quotidiano, che non offre spiegazioni ma si limita a presentare le situazioni, che agisce per sottrazione mostrando che la precarietà della realtà è una cosa estremamente.   

La sua esperienza le suggerisce che il racconto breve differisce dalla struttura della prosa ed è più assimilabile alla poesia; infatti, l’efficacia del racconto dipende da quei medesimi valori che contraddistinguono la poesia.

Abbiamo parlato di non-fantasmi perché, a tutti gli effetti, quello di Angela Passarello  è un bestiario senza fantasmi, non c’è nessun animale bizzarro, sono semplicemente «bestie sulla scena» quelle che popolano il suo proscenio. Sono «le bestie che provengono dall’infanzia» come scrive nella prefazione Milli Graffi, «animali cittadini». Non c’è nella scrittura nessun evento eccezionale, tutto è normale, le «bestie» sono elencate nella loro normalità, nel loro stare nel posto che compete loro; la scrittura (prosa poetica o componimento poetico) ritrae questo loro «stare» ontologicamente determinato. È una scrittura che non prevede lo spaesamento o l’estraniazione ma il normale-quotidiano, una scrittura per deriva, per dislocamento. Diversamente da quegli scrittori che prediligono il surreale e il fantastico, la Passarello si muove in sul margine del realismo,  nel quale non si dà alcun evento eccezionale. 

La forma letteraria scelta per la maggior parte della propria produzione non è un casuale: la condensazione, la tensione, il traslato contraddistinguono questo genere di scrittura. Se il film può avvantaggiarsi di uno sviluppo anche non lineare del plot, nel racconto breve o nella poesia l’autore deve operare, sin da subito, una sintesi del materiale narrativo: nulla è gratuito; nel racconto breve o nella poesia, non sono permessi passi falsi, ogni lungaggine viene esposta al pubblico ludibrio. Questo è il merito della Passarello. Perché il racconto breve sia efficace e faccia centro nel lettore occorre una forma rotonda che deve scaturire dal centro del racconto, che ha una essenza eminentemente sferica. Lo sviluppo narrativo deve scaturire dall’interno, per arrivare al dispiegamento massimo senza ricorrere ad effetti speciali che invece sono consentiti in altri generi come il giallo o il racconto fantasy. Per essere davvero efficace, per poter coinvolgere il lettore, il racconto breve deve nascere come ponte, deve nascere passaggio tra il reale e il fantastico. 

(Giorgio Linguaglossa)

Angela Passarello, Bestie sulla scena

Capponi

Aveva appena smesso di lanciare il suo chicchirichì. Il giorno prima, era stato vincitore, a pari merito, nell’ennesimo combattimento con il suo rivale. Lo avevano afferrato per le ali, e, tenuto stretto, a testa in giù, con le zampe, incrociate come un cristo. L’anziana, l’esperta, ogni anno, sceglieva, tra i galli, quello più adatto. Nostrano, aveva penne dai colori rossastri, con riflessi verde violaceo e meravigliose piume blu di prussia, che ornavano il suo corpo. Costretto, se ne stava immobile, tra le cosce della donna che, dopo avergli fatto un taglio, con le dita gli portava via i testicoli, attraverso quell’unico buco, allargato dal taglio. Dopo avere cucito con filo e ago la ferita; risistemava con maestria il gallo tra le cosce, e, tagliata la sua cresta, lo medicava, con un ciuffo di piume, strappate dal suo petto. Così, deprivato dall’identità, veniva riammesso nel pollaio. Irriconoscibile, smarrito, per giorni zimbello, girava nel cortile, subendo le beccate delle galline e del gallo numero uno, suo antico rivale. Isolato, ingrassava, come era stato stabilito. I pochi mesi di vita che gli restavano li trascorreva beccando e chiocciando.

 

Falena

Si fermava sul tetto delle vetture parcheggiate, poi proseguiva fendendo l’aria. Raggiunto l’angolo, al bivio, si era ritrovata, non si sa come, dentro il Café Monet, dove gli abitué dell’Accademia, consumavano il loro cappuccino. Si era posata delicatamente sopra la foglia tatuata, sul braccio di una giovane giapponese, intenta a fare colazione. “E’ una bella natura morta”, disse l’uomo che le stava accanto al bancone, in attesa del suo caffé. “Foglia di pesco giapponese”, rispose la giovane. E la falena ?”, insistette, curioso. “Ah, è una gradita ospite di passaggio”, continuò, mentre guardava le piccole ali oscillare sulla sua pelle. “Bello, il suo tatuaggio, la natura morta e la vivente”, ribatté con entusiasmo l’uomo. Posso fare una foto con il mio smartphone ? – Of course-   sussurrò mostrando disinvolta il braccio.

Dopo averla immortalata nello scatto, lasciò il bar.

Si accorse, cercando nello Smartphone, che nella foto non appariva nessuna falena, ma soltanto la foglia di pesco giapponese.

 

Il calabrone

Tutte le estati il ronzio lo annunciava. Cercavano di cacciarlo e sventagliavano verso di lui foulards, tovaglioli, fogli di cartone e altro. Urlavano “ u lapuni! U lapuni! (1); forse erano il colore e il ronzio sgradevole, a terrorizzarli. Nessuno aveva mai tentato di ucciderlo; come se fosse intoccabile, paurosamente sacro. La donna più anziana, invece, ripeteva un’antica filastrocca, come un mantra, fino a quando il calabrone lasciava il giardino, e, ronzante, si dirigeva verso il mare:

           2) Si veni pi beni pigliati a seggia e sedi/ si veni pi mali stoccati l’ali e jettati a ‘mmari/ si vo pi muglieri pigliati a mia/ si vo a carni vatinni a Vucciria

[traduzione dal dialetto agrigentino]

1) u lapuni= il calabrone

2)”Se vieni per farci del bene prendi una sedia e siediti / se vieni per il male spezzati le ali e buttati nel mare/ se vuoi una moglie prendi me/ se vuoi la carne vattene alla Vucciria/”

[La vucciria è il mercato storico di Palermo]

 

L’asina

Quando l’asina era stata abbattuta, il corpo, deposto vicino alla chiesetta della Rupe Atenea, ancora caldo, fremeva. Si era sparsa la voce. Tutti sapevano dove trovarla. In tanti si erano accalcati per portarne via un pezzetto. Dalla finestra, nella notte, il padrone intravedeva ancora un susseguirsi di torce, un vocio sommesso che spariva nella discesa, lungo la trizzera1 dove la vittima li aveva attirati. Allora aveva chiuso le imposte per non sentire i passi né vedere ancora illuminata la strada. Soltanto al mattino decise di aprire la finestra. Nel silenzio del giardino, attaccata ad un chiodo, la sella sembrava un feticcio. Nelle vicinanze invece trovò, tra l’erba calpestata, la sua coda, accanto a un tronco rinsecchito. Sembrava ragliasse. La seppellì. Sopra la terra lasciò inclinato un ramo come segnale                    

In dialetto agrigentino la”trizzera” è la strada di campagna.

 

La coniglia

Nella bocca spaccata della quartara 1 lasciava cadere il suo pelo. I cuccioli con gli occhietti chiusi vi fluttuavano dentro. Ruminava foglie di cavolo verde e muoveva il naso in lenti tirabaci, poi saltava dentro la quartara per allattare. Le orecchie lunghe, inclinate verso il suolo, come due antenne. Quando la cucciolata cominciava a ruminare il cavolo verde, mani grandi la portavano via.

[In dialetto siciliano quartara indica una brocca di terra cotta]

La gallina                          

Si aggirava tra le altre con fare irrequieto e, anche dopo avere deposto il suo uovo, usciva dal nido starnazzando per il cortile come in preda a un attacco di isteria. Tre volte al giorno lanciava il suo canto e, alla Rupe Atenea, gli abitanti nell’udirla, facevano gesti di scongiuro. Una mattina il gallo, dopo mesi di sfida, gli si era scagliato addosso, ma si era rialzato barcollante e accecato dalle sue feroci beccate. Da quel giorno la gallina capeggiò il pollaio. L’arrivo del nuovo gallo aveva segnato la sua fine. Il collo le venne tirato al tramonto dopo che ebbe lanciato il suo lugubre canto. L’indomani il fuoco, preparato per la sua cottura, invase il cortile. Del pollaio rimase un mucchietto di cenere nera. Tra gli abitanti qualcuno diceva di intravedere la sua ombra vagare nel vecchio pollaio

U’ cumpareddu

La cecità non impediva a essi di viaggiare né di moltiplicarsi nelle profondità del terreno. Sensibili alla luce e al buio esplicavano la loro funzione in modo perfetto. Dai solchi, scavati dall’aratro, ne venivano fuori a centinaia.

Alcuni pensavano che fossero una delle forme visibili degli esseri infernali. La loro vista non incuteva nessun terrore, ma repulsione. Tra quelli dissotterrati ogni anno veniva fuori un esemplare bianco, segmentato, diverso dal rosa pallido degli altri, sembrava provvisto di sguardo. L’agricoltore lo raccoglieva, e, sul palmo della mano, ne osservava il leggero movimento. Lo aveva chiamato u’ cumpareddu. Non ignorava che quel nome non sarebbe stato trovato in nessun trattato. Richiuso nel solco, di esso, in superfice, non rimaneva nessuna traccia.

[U’ cumpareddu–   nome in dialetto agrigentino di uno dei vermi bianchi]

Passero

Era entrato dalla finestra. Sorpresa! Sorpresa! Continuava a ripetere Ada. Le avevano sempre detto che la visita dei passeri porta notizie buone. Lei aveva bisogno di notizie buone e belle. Sapeva che tra il bello e il buono c’è molta differenza. Credeva negli astri, nei segni. In questo, sentiva di avere delle affinità con la protagonista di Le rayon vert di Rohmer. Aveva sempre apprezzato chi era veramente capace di leggere le tracce nel fondo del caffé. Chissà di quale novella era messaggero il piccolo volatile. Ada cercava di ricostruire il movimento del suo volo nella stanza. Sembrava fosse rimasto disegnato nell’ aria.

Ada sorrideva, l’idea che sarebbe arrivata una notizia la rallegrava. Cominciava ad assaporare il senso delle parole buone nuove, le ricordavano le buone novelle. Preferiva dire novità a notizia. Dalla finestra spalancata dal vento si vedeva il passero volare. Mentre Ada restava in attesa delle bonnes nouvelles .

Ragnetto costruttore

Era stato trovato in un angolo del sottoscala. Non si muoveva. Dopo averlo osservato con cura, venne stabilito che era morto. La piccola carcassa mostrava la sua forma. Non aveva zampe, ma, in corrispondenza di essi, si prolungavano fili sottilissimi che formavano dei quadrilateri, dai lati perfetti. Un capolavoro geometrico. Il corpicino e i quadrilateri, intersecandosi, si proiettavano nello spazio. Si trattava di una raffinata prospettiva, originata da unico essere che, con straordinaria eleganza, mostrava con la morte, il vuoto della propria carcassa. Nell’immobilità, la leggerezza lo rendeva vivo. Nel disegno si intravedeva il vuoto, e, nel vuoto, il senso, il progetto del suo fare, la costruzione della sua tela, non realizzata.

Lumaca

E’venuta fuori, improvvisamente, non si sa da dove, con le antenne aperte verso il cielo. Sembra essere scivolata da uno dei giardini pensili che danno ai grattacieli del quartiere Isola un tocco di nature. Sicuramente è stato il temporale di stanotte, o le piogge di queste giornate tropicali, a farla scivolare sulla strada. L’ammiro mentre cerca di attraversare il marciapiede.

La sua bava disegna sull’asfalto un’ellissi argentea.

Lentamente si incammina.

Si rinchiude.

Riapre la sua casa di conchiglia striata, fa capolino con le sue antenne. La raccolgo per proteggerla da un auto in corsa, dal pedone distratto. La porto a casa.

La battezzo.

La chiamo.

Il nome sembra piacergli. George come George Sand.

Durante la cena resta attaccata su una lattuga.

Adora l’insalata, io le proteine vegetali.

Siamo due vegane pure.

 

La tacchina

Ingorda, gloglottava allontanandosi dall’aia a zampe larghe. Il gutturale richiamo la distingueva dai bipedi che la circondavano. Solitaria si dirigeva verso le canne secche. L’uovo gigante, ovale, rimaneva nel nido, nascosto dal canneto. Ma la luna, di notte, veniva a mangiarselo. Così dicevano, mentre la tacchina ritornava a deporne un altro. Essa lo covava. Tutta nera con il bargiglio rosso puntellato di viola. Somigliava ad una sovrana in meditazione tra ovali di uova e lune primordiali.

 

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Lodovica San Guedoro, Le memorie di una gatta – romanzo Felix Krull Editore, (2018)  pp. 288  € 17.56 con una Nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

 

Gif firmamento

romanzo che utilizza l’artificio retorico del mondo alla rovescia

Attraverso l’artificio retorico del mondo alla rovescia che richiede la complicità disimpegnata del lettore, Lodovica San Guedoro rivela in questo romanzo la sua capacità di scrittura che mette a fuoco le intenzioni umoristiche e l’innocua vanagloriosa caricatura delle pose e delle manie degli umani, la loro logica illogica e irrazionale. Leggiamo un incipit:

«Domani è oggi. E siccome, a differenza dell’altra notte, questa ho dormito saporitamente, non vedo ostacolo a mettermi all’opera. Il titolo poi è deciso, niente più ripensamenti, sarà appunto:  Le memorie di una gatta.

«Ho deciso anche che queste memorie le scriverò come se le raccontassi davvero a un amico, standomene magari raggomitolata di fronte a lui su una panca, all’ombra di un pergolato di vite, in un lungo pomeriggio d’estate, o accanto al fuoco del camino, nel corso di numerose veglie invernali.

Non ricordo quasi niente della mia primissima infanzia e i pochi ricordi che ho sono avvolti in una nebbia fitta e tremula, dalla quale emergono un attimo per riaffondare, poi, lasciandomi interdetta: sono ricordi o sono immagini suggerite dai racconti della mia padroncina? Questo non lo capirò mai.

Comunque, lei ha accennato più di una volta alle mie nobili origini. Sono nata a Firenze, nella casa di una nobildonna, in un palazzo dai muri possenti come quelli di un castello, e il pomeriggio che i padroncini mi vennero a prendere, la stanza, sul cui pavimento di pietra giacevo insieme ai miei fratelli, era tenuta in penombra.

La mia madre carnale era un’imponente persiana dal pelo rosso ruggine, che, mentre i miei padroncini confabulavano sulla scelta da fare, e anche quando il padroncino, mettendomi una mano sotto la pancia, mi sollevò da terra per non ridepormi più, non mostrò mai il suo viso. Se ne stette di spalle, immobile come un idolo, la nuca potente e fiera molto simile alla mia, dice la padroncina con un sorriso significativo.
[…]
Di mio padre non so altro che doveva essere un gatto comune, probabilmente nero, perché io sono venuta fuori nera. Si sa come vanno queste cose: la castellana sarà stata attratta dal fascino popolaresco, dai modi un po’ rustichelli, ma freschi e vivaci… ».

Non è possibile immaginare un incipit più screanzato e disincantato. È un racconto pirotecnico che mi ricorda uno straordinario racconto di Daniil Charms, Diario di un cane, degli anni Dieci, ancora mai pubblicato in Italia, dove è un cane che osserva e descrive le azioni degli adulti russi tentando di darne una spiegazione, ovviamente, canina. Un altro famoso precedente di questo genere letterario è senz’altro Cuore di cane di Michail Bulgakov, scritto nel 1925 e pubblicato, per via della censura, nel 1967. Il racconto tratta delle vicende bizzarre che capitano al cane randagio Pallino, il quale salvato dalla strada e curato dall’eccentrico e rispettabilissimo dottor Filip Filippovic, ci mostra dapprima Mosca e le sue strade, poi la casa e lo studio del Luminare, dalla bassa e olfattiva condizione di cane. Non appena adattato alla nuova condizione di animale domestico, arricchito perfino di collare di famiglia, il povero Pallino scopre che la causa della benevolenza nei suoi confronti non era motivata dalla ricerca di un animale domestico, ma invece, dall’esigenza di una cavia per un insensato e originale esperimento: trapiantare nel corpo di un animale l’ipofisi e le ghiandole seminali di un essere umano morto.

Qui invece il personaggio è una gatta, le sue memorie sono le sue idiosincrasie che ci offrono il panorama repertorio del mondo degli uomini di oggi, il mondo del capitalismo urbano dell’Occidente visto con gli occhi di un animale domestico che ben conosce i difetti e le poche virtù degli umani. Quello che ne esce è un racconto frivolo e leggero, disincantato, della leggerezza dell’essere del mondo umano; gli esseri umani sono visti come coloro che passano il tempo a menar il can per l’aia, cioè a non concludere nulla di importante, che si occupano di questioni quisquilie, di questioni del tutto secondarie; il racconto procede con gli incontri con «il gatto rosso» e un «ombrello nero», con i gatti randagi, con un combattimento con la lucertola, e poi di una infinità di altri eventi come l’incontro con un adulto che ha un macchinone, il Signor Olibòni che ha una macchina grande «con due mandibole di ferro» che fa un chiasso del diavolo. Leggiamo un brano:

«Dopo Olibòni, apparve un ragazzotto basso e rotondo come una botticella, con i capelli neri come verniciati sulla testa e i pomelli rossi ben risaltanti, quando rideva.

Questo era più simpatico degli altri due e non era vestito di sacchi.

Veniva con un’automobile che si trascinava dietro come il recinto di un orticello, dentro il quale notai che poteva esserci di tutto: potevano esserci sacchi di carta gonfi di chissà che, bastoni simili alle zappe, ma con la parte di ferro larga, ferri chilometrici, tubi più grossi di quello usato dai padroncini per innaffiare le piante, una specie di pentolone, una volta c’era pure, tutto incrostato di terra e senza coperchio, con un tubicino nero sottile molto lungo che gli usciva da dietro…

Un giorno, insieme a lui, spuntò un altro giovanotto.

questo era biondo e alto, ma con una faccia insipida e presuntuosa.

Che voleva? Boh!, non saprei proprio.

A mezzogiorno, lo trovai seduto a tavola insieme a Pirisinu (così si chiamava il primo) e ai padroncini, che anche loro non sembravano entusiasti di lui…».

[…]

«Mentre succedevano tutte queste cose umane e disumane, mentre tutti parlavano e nessuno creava, mentre nel mondo, in definitiva, non succedeva un bel niente, perché in verità, sotto le spoglie di un gran daffare, regnava solo Madama La Morte, la Natura meravigliosa si era rinnovata e cresceva.

Cresceva e cresceva in modo stupefacente, senza chiedere permesso a nessuno, senza sprecare parole, nei prati e nei boschi; e anche negli orti, con poco aiuto e vitalità smisurata, costruiva prodigiose architetture di foglie, che con gagliarda fantasiosità davano l’assalto al cielo, mostrando agli uomini che, se avessero voluto, avrebbero potuto fare altrettanto: creare, cioè, e non distruggere e oziare.

Questo glielo avrebbero potuto far capire anche le sinfonie di Beethoven e i concerti di Mozart, che come foglie di una foresta sublime crescevano anch’essi potenti e leggiadri, scherzosi e ridenti, verso il cielo, il cielo, che non a caso è infinito, il sogno, il sorriso, la poesia, la libertà…

Ma che capivano gli uomini? Un bel nulla! Avevano smarrito il comprendonio, e facevano come se non lo avessero mai avuto, come se prima di loro tutti fossero stati altrettanto stupidi e grigi.

e dimenticavano le parrucche e le calze bianche e gli scarpini, i nei finti e i merletti, gli spadini e le labbra colorate di rosso, dimenticavano quanto fossero liberi e briosi, già nel vestire, i loro antenati.

Ve lo figurate, voi, oggi, un uomo con gli orecchini e il rossetto? Farebbe solo scandalo.

Tutto questo l’ho detto per dirlo… È come se non fosse stato detto.»

 *

Il romanzo di Lodovica San Guedoro ha dunque per protagonista una gatta, i suoi pensieri, le sue elucubrazioni, le sue reazioni di fronte alle azioni inspiegabili degli umani. La scrittura valorizza le atmosfere fitte di dettagli, usa una lente che ingrandisce i luoghi dove sono costipati quegli oggetti misteriosi che sono gli esseri umani, i loro discorsi e i loro progetti che la protagonista recepisce per ciò che può capire una gatta, secondo una psicologia gattesca; gli accadimenti sono vissuti come un accatastarsi di eventi inspiegabili, collegati paratatticamente ma scollegati logicamente, ne deriva un mondo privo di metafisica, privo di sfondo e di fondo, un mondo senza profondità dove, sembra assurdo, la vera profondità è data dal racconto della gatta, dai suoi sgnaulìi, dai suoi pensieri sgrammaticati che bene illustrano, per contrasto, la goffaggine di quell’inspiegabile mondo degli umani. La gatta va felice e fiera del proprio ozio, gaia di aver compreso il segreto per compiacere gli umani, le piccole truffe, i piccoli espedienti che però le consentono una vita migliore: come accaparrarsi la fiducia e la benevolenza degli umani.

Il romanzo si rivela davvero interessante e leggibile per via della fugace solennità della scrittura, che sfocia agevolmente nell’iperbole e nelle situazioni catacretiche e nella leggerezza dei capitoli brevi e rapidi. È un mondo visto à rebours, come da un cannocchiale rovesciato attraverso il racconto pur sempre efficace ed effimero di una gatta svagata, distratta, ragionevole pur nella irragione del mondo di oggi.

(Giorgio Linguaglossa)

lodovica-san-guedoroda una intervista di Lodovica San Guedoro

Lodovica San Guedoro, scrittrice di origini siciliane, per affermarsi ha dovuto espatriare, culturalmente, in Germania, dove gli editori l’hanno subito corteggiata mentre in Italia non era mai stata tenuta in considerazione. Ci ha raccontato questo e altro nella intervista che pubblichiamo, compresa l’esperienza, negativa, con “Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé…”, al Premio Strega, per il quale era stata candidata da Dacia Maraini e Maria Rosa Cutrufelli.

Ci parli un po’ di lei…

Sono nata a Napoli da genitori siciliani. A Napoli frequentai la Teresa Ravaschieri, l’Istituto Francese e la Fiorelli. A Roma, il Liceo Classico Manara, partecipando come simpatizzante dell’estrema sinistra ai moti studenteschi. Femminista della prima ora, feci parte del collettivo ultra di via Pompeo Magno. I miei studi di Filosofia alla Sapienza furono troncati dall’emergere di una forte vocazione letteraria. A meno di vent’anni volai a Parigi, dopo aver fatto il necessario gruzzolo al Liceo Linguistico di via Boncompagni con delle supplenze in Filosofia e Inglese. Poi sorse l’amore per la Letteratura tedesca… e ci fu l’incontro con Lerchenwald. Giovanissimi, lasciando tutti stupiti e interdetti, ci sposammo. Ben presto abbandonammo Roma e ci trasferimmo in campagna, tra Siena e Firenze. Sette anni bucolici, sette anni di creazione e di artigianati vari, tra cui l’apicoltura, di veglie con i vecchi, di giochi coi bimbi dei contadini… e di inutili tentativi con le case editrici. Dopo aver infine pubblicato in proprio un giallo letterario dal titolo “Incitazione a delinquere”, la lentezza con cui gocciolavano le recensioni mi esasperò al punto da spingermi all’esilio. Appena toccato il suolo tedesco, tre case editrici (tedesche naturalmente) chiesero l’opzione per il sunnominato romanzo. Mi decisi per la più prestigiosa, la Luchterhand, che era fornita di un netto profilo letterario. Ma, a traduzione fatta, questa fu improvvisamente venduta, e dovetti correre ai ripari offrendo il libro alla Nymphenburger, di taglio più commerciale. All’edizione hard cover seguì la pubblicazione a puntate sulla Westfaelische Rundschau e l’edizione tascabile nella Ullstein. Seguì, sempre nella Nymphenburger, una raccolta di racconti, l’edizione tascabile degli stessi, e seguitò il silenzio delle case editrici italiane…

La congiuntura mondiale era già allora fortemente antiletteraria, ma la mia vena creativa era troppo grande. Scrissi un dramma radiofonico, replicato più volte dalla Wdr di Colonia. A quarantott’anni tentai di mutare pelle e, trapiantatami a Vienna, mi diedi al teatro: commedie, un dramma fantasmagorico dedicato al Burgtheater, collaborazioni con riviste italiane, discese ricorrenti in Italia: ma l’unico risultato tangibile delle mie fatiche rimane una splendida lettura scenica de “La vita è un sogno” al Teatro Argot di Roma.

Ristabilitami, dopo tre anni di Vienna, a Monaco, pensando seriamente alla posterità, la prima cosa che feci fu di mettere al sicuro le mie opere, edite e no, nella Sezione  Manoscritti e Rari della BNCF (Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze): i tempi erano davvero bui e magari un incendio avrebbe potuto annientare tutto.

Poi un bel giorno incontrai un garbato e colto signore tedesco che mi confidò di avere da tempo giocato col pensiero di fondare una piccola casa editrice controcorrente: nacque così  Felix Krull Editore, presso il quale sono apparsi via via tutti i miei successivi libri e anche alcuni del tempo anteriore.

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