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POESIE INEDITE di Valerio Pedini “La casa dell’inappartenza”, “Pregando la pece nelle chiese di catrame”, “Odore di vomito nel bicchiere di petrolio”, “Quando sai che la piramide crolla non mummificarti”, “Dispersione cosmica”, “Lacrime e sangue intorno al corpo di nessuno”, SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Ferdinando Scianna, fotografia

Ferdinando Scianna, fotografia

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Valerio Pedini nasce il 16 giugno del 1995, di otto mesi, e viene tempestivamente scambiato nella culla: il misfatto viene subito scoperto. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di organizzare il suo primo evento culturale ad Artiamo (gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare); nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare e a scrivere, uscendo, in collaborazione col circolo narrativo AVAS – Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se poteteRigagnoli di consapevolezza e Ma tu da dove vieni?. Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme ad Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e ad Aurelia Mutti. A dicembre conosce Teresa Petrarca, in arte Teresa TP Plath, con cui inizia diversi progetti artistici: La formica e la cicalaEssence e Pan in blues e in jazz. Sta lavorando ad una monografia filosofica: Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali. A Maggio 2014 è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e, successivamente, sempre con deComporre Edizioni, uscirà nelle antologie Forme LiquideScenari ignoti e Glocalizzati.

Ferdinando Scianna fotografia

Ferdinando Scianna fotografia

 Commento di Giorgio Linguaglossa

Alcune considerazioni preliminari vanno fatte a proposito della non-poesia di Pedini. Pedini è un crossover, attraversa in lungo e in largo l’autostrada della “poesia” per farla saltare come sulla dinamite, viaggia a bordo di un fuoristrada al centro delle tre corsie autostradali, e si sposta di qua e di là, con improvvise sterzate. Fa un monologismo (monolinguismo) che fa le veci di un plurilogismo (o plurilinguismo), costruisce illogismi sinergici e perlocutivi ma in realtà la sua è una voce monologante che non intende dialogare con nessuna altra voce.
Pedini usa una parola “viva”. O, almeno che lui intende come “viva”. Che cos’è una parola viva? La parola viva è una parola già vissuta e che continua a vivere, che contiene, nella percezione del parlante, memoria dei suoi usi, sensazioni particolari per l’enunciatore e per gli occasionali enunciatari, e che, una volta pronunciata, può recare traccia della propria impostazione culturale, provenienza sociale, concezione ideologica etc. (quelle che Bachtin chiama «stratificazioni»). Questa parola è intrinsecamente sdoppiata, a due voci: mentre evoca l’oggetto dell’enunciazione, essa è ostacolata dalla «parola altrui», ossia dall’altrui giudizio sull’enunciato pensato come possibile dall’enunciatore. Per Bachtin la parola «bivoca» è a due voci, bivoca, nella sua aspettativa (ossia, dal punto di voce dell’enunciatore) di una «replica», di una enunciazione ostacolante, anche qualora tale replica sia solo percepita come possibile nell’orizzonte immaginativo dell’enunciatore.
Pedini invece utilizza la voce univoca, monologante, utilizza in modo “naturale” la parola monologante come finzione teatrale per teatralizzare la scrittura poetica che andrebbe letta da una voce “fuori campo” con un altoparlante posto in alto e nascosto alla visione del pubblico in un teatro pieno di echi…

A proposito del concetto di «innovazione» quale componente decisiva di un’opera letteraria, cito un brano di Robert Weimann in “Teoria della ricezione” (Einaudi, 1989 p. 99):

«L’innovazione a qualsiasi costo produce una cattiva poetica e una storia della letteratura ancora peggiore. L’estetica della ricezione, che fa propria l’idea formalistica di evoluzione letteraria, critica, è vero, la pura “canonizzazione del mutamento”, perché la “variazione estetica” non basta di per se a spiegare lo sviluppo della letteratura, dato che “l’innovazione per sé sola non costituisce ancora carattere artistico”.L’innovazione andrebbe compresa come una categoria storica, e non solo estetica. Di qui nasce inevitabilmente la domanda volta a investigare “quali siano in realtà i fattori storici che rendano veramente nuovo ciò che è nuovo di un fenomeno letterario”.
Questa domanda in merito al rapporto fra l’evoluzione letteraria e il mutamento sociale supera in un punto decisivo l’ottica astorica dei formalisti, ma non supera, tuttavia, il principio modernistico dell’innovazione oggettiva e assoluta».

La casa dell’inappartenza

Dove ti siedi-tu non lo sai-non sai neanche che ti siedi
Eppur vero che sei
In un
Non sei:
Inscatolato in un monolocale, che ti stringe ogni singhiozzo, sganciandoti dal paradiso:
Bomba!
Rotola nel non senso-nel dissenso della sua rovina: animale di questo mondo,
naufraghi nel non mondo.
Sviscerato nello scontento-cede-alieno-nel cemento della sua lapide, che si trancia in due e viene mangiata dagli scarafaggi
Dell’acre sapore umano.
Di quel Verbo a cui non apparteniamo.
Bugiardo-bugiardo- essere menzognero: credi nel buio e lì vi annaspi dentro, soffoca nell’ombra a cui non appartiene:
ombra distante, chiesa sconsacrata dove le abluzioni sono sacrosante mestruazioni
saltate
dalla ripetizione genitale
dei sensi.
Hai dovuto rompere le catene, ora sei impiccato ad un delirio e ti vedi crocefisso a testa in giù
Come i conigli che leccano i piedi di nessuno.
Forza e coraggio, tutto è liquida desolazione:
casa non esiste
casa sei Tu
casa sono Io:
ma insieme smettiamo di respirare.

Correre-correre, senza fermarsi e ridurre l’abitacolo a cemento e nulla, ridurre la carne ad innaspo della mortitudine del luogo.
Tutto è sciolto, pigiato, scontato, dannato
Da queste grida che rimbalzano sui muri e riecheggiano nel corpo della mia Grande Miseria:
umanità
che tradì il suo nome-che volle separarsi da tutto- far crollare ogni senso di appartenenza-decapitandosi nell’IO.
E poi tutto sparisce e l’odore del camino è solo marcio legno che non regge il gioco all’incendio del delirio del Tempo.

Pregando la pece, nelle chiese di catrame: la comunità scomunicata

Bassifondi nell’entroterra pustolosa delle ghiandole salivari
Che inaspriscono
Il gloria Teo Scomunicatum de reo essere umanizzato
Dalla comunità delle marionette:
i fili tesi
stringono gli omini
che scappano
in sfiducie fiduciarie della carità provvisoria:
rintanati in un io fittizio, Dio si sedimenta in un apocalisse:
visione distorta della perseveranza dei proto neuroni:
solo protozoi: batteri semplici che schiumeggiano nella spuma
del crocifisso issato sull’acetone, che stupra la marcescenza delle gengive,
sputacchiose nell’afrore di una lingua chiodata
lì sul murales fatto dai sicari dell’eletto!
Non ci si rintanerà più nelle topaie, si pregherà negli sgabuzzini
Arredati con l’incensiere della notte grave:
nell’ombra delle parole
si profila il senso
del non senso
il luogo
del non luogo:
una coltre di automi spargeranno riviste sacrali sul catrame
da cui tutto è nato
ed il vaso di Pandora s’insabbierà nella pece cosmica:
disperse le menti,
non si troverà un appiglio:
abbarbicato al torcicollo, per vedere l’impossibile,
seppellirsi in una piattaforma sociale
e dire: “Ti prego pece,
che estendi i non luoghi e li fai sembrare luoghi,
che rendi non luoghi i luoghi
et oscuri il senso umano nella preghiera dell’ignavia!
Il sentimento sgocciola nel dirupo
e la farina inzuppata nella pioggia si riempie della cenere dei giorni:
e tutto volerà via!”
Estirpati,estirpati,estirpati:
le catene che soffocano il respiro,
i chiodi che ci attraversano le meningi
et moritura est la carne
dentro ai non corpi:
scatolame!
Preghiamo,affinché nessuno ci salvi e tutto finisca: una volta per tutte,
ancora nella pece.

bello il vuoto

Odore di vomito nel bicchiere di petrolio: lo sgabuzzino di casa “assente”

Il tanfo seduce il mio olfatto, come le grida il mio audito:
repressi, nell’oltre-morte, nella mai vita, ci si saccheggia dietro scacchiere di polli
saltati alla griglia.
E lì vi si entra nel vortice del budello e ci si attacca al colon
Cagando lacrime insapori.
Gettandosi nella tazza della compassione cosmica, ci si rende conto, che la compassione è per noi,
zecche e tirapiedi di un universo provvisorio, mai in movimento, ma sempre vacante.
Spingi-spingi-spingi
Spingi-spingi-spingi
Le ossa si romperanno, i vetri lacereranno la tua carne e tu sarai uomo per un giorno, forse un’ora, o magari verrai colpito nel ticchettio della tua sofisticata orologeria!

Un buffetto sul naso,
tic-tic,
un coppino amichevole,
tac tac,
ed un calcio in culo!

Cade, tutto precipita, e un vortice di ossa ,
di coscienze roteano intorno alla mia cervice
Producendo la nausea che più seduce il regno dei volteggi cerebrali.

Annuso un po’ la dipendenza del mondo,
la squarto con la belligeranza della parola e respiro il regno della congestione cosmica:
e poi un vortice d’inappartenenza nella noia recalcitra nello stomaco
e lì si espande l’acre odore della pietas vomitevole.

Sempre rinchiusi in un bicchiere, irrigato dalle nostre budella: in un mondo inadatto
al luogo
al tempo,
lo sfintere diviene casa propria.

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini

Quando sai che la piramide crolla, non mummificarti: poiché sei solo tramite tra insignificante ed insignificante, tra non luogo e non luogo

Non si troverà mai una crisalide sicura, in cui spingere le cervella
Oltre la significazione divina
Che trascende le calze puzzolenti stese sopra il terreno sabbioso
A destare sete, nella morte velenosa
Di uno scorpione mangiato a pranzo…e vomitato a pranzo.

Fuggire-fuggire!
Questa è l’ombra del tempo!
Nascondersi sotto gli scudi di pietra e rilassare le proprie meningi, prima che la meningite colpisca
E nel fuoco cerebrale
Tra strida e torsioni
Le arterie scoppino del malumore socialmente reso
In una sbrodazza sanguigna: il proprio funerale-

Collettiva la fine-la scappatoia chiusa-
eppure ancora riecheggiano i sussurri dei morti
incatenati all’inedentità:

nessuno figli di nessuno pregano nessuno al raggiungimento del niente,
nessuno figli di nessuno sulla piramide del mondo, sfiorano il cielo e poi piombano a terra,
soli
come tutti gli altri.

La piramide è crollata
-fuggitene, scavalcandola!

Continuare ad abbattere piramidi-edificare il tempo-morire con il tempo-essere tempo-tramite col sacro il profano sferra il suo attacco
E il ruggito della tigre riecheggia nell’aria sterile,
sciogliendosi fra le ginocchia di Osiride
che ‘spetta al varco l’arresa-la bilancia è rotta, la bilancia è guasta: il vantaggio è dalla parte di nessuno, poiché nessuno è dalla parte del vantaggio!

E lì vi è la fuga.
E lì vi è la dispersione.
E li vi è la morte.

pittura hopkins Autoritratto

hopkins Autoritratto

Dispersione cosmica
E
Scartoffie di diverso genere
Con
Le ossature rotte
E la clava in mano
A rievocare tempi della pietra-
Del legno- e del taglione
////////////////////
Sminuzzati i corpi,
spappolati si decompongono.

Io so dove andare-
A disperdimi nel caos siderale- dove la falce taglia ogni legame temporale.

La-la
La-la
La-la
La

Barbarie del mondo, la lingua si attorciglia, e proiettili escono dalla bocca:
canna di fucile
ché lo stendardo globale è stato issato da una mummia decadente,
senza braccia, senza gambe, senza testa, senza corpo:
solo fumo e vapore
in cui i corvi si proiettano e ne nasce
il silenzio.

Ta-ta
Ta-ta
Ta-ta
Ta!

Si chiudono i battenti:
e tutto quel che resta grida-
ma l’avvoltoio mangia ogni nota,
spezzando ogni certezza
e lì vi si proietta lo squilibrio
e il non luogo raggiunge l’apice della cima,
sul letto di colui che nacque mai.

Lacrime e sangue intorno al corpo di nessuno: ma poi vi è un riso

Coltelli affilati incidono la carne degli homunculus,
che lasciano pozze di sangue e lacrime sulla terra dove mai vi abitarono.

Il cadavere fuma-lasciando nebbia gelida agli uomini-ape, che s’imbrattano di latte e miele
Per rievocare la regina
Scomparsa dall’inizio dei tempi.

– Perché rievocare il luogo distrutto? Qual è la summa del discorso che si fece per aggrapparsi alla mano
Sciolta dall’ardere della volontà di inappartenenza
Alla specie che sopravvive- fra bragie e ghiaccio – e si pietrifica
Dando origine alla Babilonia
Da cui favelle dolorose gridano, mentre nessuno si capisce.

Ridono le iene,
mentre le carogne viventi- si squartano vicendevolmente, sparpagliando i brandelli di storia
sepolta
sotto gli escrementi degli dei
dispersi
nella diaspora dei lor creatori!

Non vi resta che sangue
Sangue-lacrime
Lacrime-cenere

E con quella poltiglia la Chiesa sarà costruita-
Prima che la tempesta la rimescoli.

città Roma, tram anni Sessanta

Città-cadavere

Nell’immobilità – esplode- il fuoco fatuo
E scrosciano vermi sull’asfalto osseo:
gemme di catrame invadono il vaso del cosmo:
e Pandora arde nel suo delirio.

Chi-chi-chi-chi-chi
s-s-s-s-sono-tutti quelli che circumnavigano il granello spaziale alla vana ricerca del paradiso celestiale?

Sarcofaghi ammuffiti si erigono intorno al cranio-cuspidale
E il cervello
Diviene dolce budino
Amato da bambini grassi-con stomaci sacchiformi,
dove il nero del tempo viene risucchiato
dalla gravità del fato:
il buco nero istiga morte…e morte è sempre clemente!

Allora buh!
Bau!
Wrong!
F
R
U
m!
Trum!
Czac!
Ta-ta-ta-ta- tam!

Il bulbo oculare scruta la vastità sociale, e tutto si riduce a granello di sabbia
Infilato nelle mutande di metallo:
intruso-intruso-acchiappare l’intruso, non farlo arrivare al punto extremo della vita, non dire che intruso essere vivo, renderlo morto prima ancora che nasca!

Ancor prima che una formica nasca,
la regina saprà già se sarà micro,medium o macro, saprà già se sarà operaia o soldato,
in definitiva una formica sa sempre se un’altra formica sarà schiava oppure schiava,
eppure tutte le formiche sono felici di esserlo!

Al che i consimili pregano, mentre la Terra si ritrae
E resta solo un focolare
VUOTO!

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