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QUATTRO POESIE INEDITE di Nazario Pardini SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

Auschwitz-

Auschwitz

(Invitiamo tutti i lettori ad inviare alla e-mail di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com per la pubblicazione sul blog poesie edite o inedite sul tema proposto)

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ- che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Nazario Pardini

Nazario Pardini

Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è inserito in Antologie e Letterature: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004. È fondatore del blog “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com). Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica, ultima: Lettura di testi di autori contemporanei, The Writer Edizioni, Milano, pagg. 776.

Albrecht Durer Adam and Eve

Albrecht Durer Adam and Eve

Nell’isola di Utopia
con la mente e l’anima

E fu deserto. Ardeva il panorama
di un agro odore asciutto, del sentore
di agostina saggina. Fu di rena
infuocata ed uguale a spiaggia estiva
d’ora meridia senza refrigerio
di frescura. Obliquavano le serpi
con destrezza, brillavano le dune
arroventate come vuoti zeppi
di biancastri bagliori. E percorremmo
lunghi tragitti al sole verticale
al limite di vita. Poi un odore
d’acqua mèzza rappresa di palude
simile tanto a quello delle mammole
decomposte o dell’alghe tumorose
e accaldate, ci fece avvicinare
a un sentiero d’uscita. Lo seguimmo
d’istinto ed arrivammo (assai perplessi)
in mezzo a delle rocce del color
del carminio o dell’aria di serale
sembianza. Qui ci apparve uno scrosciare
d’acqua fiumana e poi un nebulizzare
rosseggiante dai getti di cascata
che svariava nel verde. Traspariva
piante lacustri ed alberi giganti
che infiggevano chiome dentro un cielo
di cromatico aspetto. Tanto in alto
c’erano uccelli assiepati sui rami
da confondersi ai butti. Rocce, rame,
falcate variopinte, edere sparse
dalle foglie di palme, grandi frutti
che grondavano succhi liquorosi,
mellei, simili a pani dalle forme
più varie, lunghe, piane mi confusero
sia la mente che l’anima. Comunque
sentivamo che l’uomo industriale
senz’altro mai arrivò nel Paradiso
dei giardini segreti. Erano là,
non ancora toccati dalle mani
di una mente d’economica fattura.
Che immagine sublime, sorprendente,
luminosa, possente, profumata
di sapori indicibili ed eterni.
Mi resero vana la ragione
e disposero a un volo sovrumano
la compagnia dell’anima. Restai.
Ma io mi sentii vuoto e abbandonato;
solo di carne. Senza compagnia,
nell’isola dei sogni: l’Utopia.

Philippe Calandre, Utopie 2, 2013, stampa su foglio di alluminio e a getto di inchiostro, inquadrata con scatola americana

Philippe Calandre, Utopie 2, 2013, stampa su foglio di alluminio e a getto di inchiostro, inquadrata con scatola americana

L’isola dei morti

È un fiume opaco quello che intravedo
e che la nebbia avvolge; uccelli magri
dalle piume cadenti
si tuffano o svolazzano nell’aria
gracchiando presagi infernali.
In lontananza un nocchiero:
salpa da una sponda arida e spoglia
e viene verso me. Ed io straniero
che attendo il mio destino.
C’è una gran truppa d’anime leggere
con in cuore la vita. Salgo sopra
a quel vascello che non sente il peso
del gran numero di esseri in sospeso
a guardarsi paurosi e sbigottiti.
Ecco vicino l’isola. Si scorge
il profilo che sorge
da un nuvolo di bruma. Non c’è sole.
Ma c’è una luce strana, disumana,
simile a quella in terra
quando precede il cielo appesantito
l’imminente tempesta.
Cipressi che affondano le cime
nell’aria spessa d’umido livore;
terre aride abbruciate da selciati
che le tengono strette; ed un gran tempio
che si erge maestoso, a dismisura,
sulle livide pietre. Sopra marmi
che portano nomi sugli avelli
disseminati d’ossa a ricordare
quanto vana è la soma. Tutt’attorno
vaganti ombre
che vanno senza vesti e senza posa
attorno al tempio sacro. Corpi alati
volano in gran numero squarciando
l’aria pesante di un mondo spettrale.

Che vero paradiso il Camposanto
aperto (al mio paese, in mezzo ai campi)
a un cielo luminoso e rallegrato
da uccelli canterini! Quanta luce!
Abituato io alla mia terra. Al suo morire.
Al suo rinascere.
Vado girando e non conosco volti.
Un lungo vagolare; la mia anima
s’illumina, alla fine, quando scorge
aprirsi un varco di luce, lontano,
oltre le sponde. Una grande speranza.
Non so che chiaro fosse, né so dirvi.

Sculture lignee raffiguranti mani femminili

Sculture lignee raffiguranti mani femminili

 

 

 

 

 

 

 

 

Mi parve

Mi parve che quel volto fosse strano
o perlomeno usuale: i capelli,
la bocca, gli occhi, i modi della mano.
Possibile? Pur quelli
fossero in realtà luoghi diversi,
mi sembravano
comuni e familiari. Non avversi
vedevo quegli ambienti; mi apparivano
come li avessi avuti già dintorno
in un’altra occasione.
E cosa strana all’aria di quel giorno,
brumoso e opaco come a settentrione,
più ancora l’impressione suscitavano
di avere tutto quanto già vissuto.
Ma quei posti distavano
chilometri: un mondo sconosciuto.
Ho avuto un senso vago di magia,
soprattutto al momento che ho veduto
di fronte a me l’aspetto di una via
già impresso nel mio mondo surreale.
E quel volto, la voce. Mi rimase
l’anima turbata. Quasi astrale,
inspiegabile il fatto o perlomeno
esoterico all’occhio di un mortale.
Covava dentro me sempre di più
(ero tanto distante dal paese)
il desiderio di vederci chiaro.
Di esaminare il tutto. Oltre l’umano
pensavo a una propaggine
di un mondo celestiale. Ciò che è arcano
all’occhio nostro è quello che è inspiegabile
alla ragione. E l’anima, il pensiero,
immateriali, chi dice che al labile
corpo non si sottraggano per mero
caso? Vadano un giorno od una notte
vagolando ad imbersi d’aria nuova
nei climi più lontani? È la sorte
che spesso vuole mettermi alla prova.
Eppure quelle case, le parole
che uscivano di bocca a quel signore,
quei panorami brunastri e la mole
del vasto mare rotto dal rumore
stridente di una skua così assenti
nel mio paese e in più così diversi,
nell’animo li avevo. Erano eventi
del tutto irrazionali. Poi mi persi,
scendendo in una strada che portava
fino agli scogli. Si fransero i marosi
sul livido schienale che tremava
ai grandi schianti. Ai venti minacciosi
dell’Oceano il gesto familiare
del misterioso volto con la mano
in segno di saluto. Fu il maestrale
che rapì quella skua; ed un gabbiano
col suo placido canto sinuoso
mi riportò al riposo del mio mare.

Sole con cerchiApparizione

– Quanta luce! Che cosa splenderà
sopra il prato asfodèlo? Tu che vedi
nel cielo che effonde su di noi
tanto giorno accecante? – – Io vedo il sole,
ma il sole è di settembre
e l’aria, anche se chiara, annuncia sera;
è obliquo l’astro e credo
che non possa brillare così forte. –
In fondo al prato in mezzo ai rami d’oro
di un povero pioppo, si levava
tanto lucida un’immagine di donna
da sembrare infocata. Stava avvolta
in un candido velo. Attorno al capo,
folto di chiome bionde, risplendeva
una luce d’argento. Gli asfodèli,
di per sé perlei, brillavano ancora
di più per il dolce incantamento.
– Non vedi tra le rame di quel pioppo
un’immagine di donna evanescente? –
E l’altro sbiancò il volto di stupore.
Da allora l’aquilegia timorosa
rivolse a terra i sepali d’amore. –
Mosse la donna i labbri sopra i fiori
candidi avìti e tradizionalmente
pietosi per gli avelli. Le sue labbra
vibrarono di un tremito invisibile
agli occhi umani: – Che cercate, voi,
in questo prato sacro dove un tempo
gli antichi si riunivano in preghiera
a libare con bianco latte e miele
per i loro defunti? Sempre viva
una fiamma nella sera si colora
su questo luogo sacro. Le corolle
si mettono a danzare e con i petali
si accostano, bisbigliano e nei loro
moti gentili parlano d’eterno,
di gioia, di dolore ai metafisici
colori settembrini-. – Siamo gente
umile. Andiamo tra l’erba a cercare
cicerbite e cicoria per la mensa
che nostra madre ogni giorno ci appresta.
Siamo sempre venuti a questo piano
per cacciare, raccogliere l’erbette
o correre con ansito
in gare giovanili. – – Dolce immagine –
l’altro aggiunse – – Chi sei? sei la Madonna
forse che ci annunzia con miracolo
che ogni vita ha diritto di gioire
in questo prato sacro? o forse Diana
a ricordarci che di già i pagani
ci avevano avviato a questo rito
tanto dolce e civile? – Alle macerie
coperte di papaveri e gramigna,
di ginestre, narcisi ed asfodèli
una gran luce (a un angolo del prato)
squarciò le sponde aprendo un tempio eguale
a quelli della valle d’Agrigento.
La fanciulla in alba veste si spostò
nel cuore della cella. Melodiosa
levò una calda voce: – La natura
è sempre stata santa e nel settembre
ancora tanto più sa di mistero.
Volli venire al prato di settembre
un’altra volta a vivere la vita,
il candore e il dolore. Io fui vestale
di quando la mia fiamma perennemente
ardeva nel mezzo a questo spazio
dedicato agli dèi e ai nostri morti.
Germinavano sacri gli asfodèli,
pietosi, e i loro semi continuarono
a gemmare su questa densa terra.
Di me si volle offrire il sangue giovine
all’ara di Proserpina ché avesse
a cuore chi alla riva d’Acheronte
attendeva il passaggio. È di settembre
che il mio sangue calò. Rossa di sole,
di sole di settembre la mia ara
si tinse. Ora è rimasto solitario
e privo della bella gioventù
che si adornava di candide vesti
per le funebri feste, il mio sagrato.
Andava sui viali. Genuflessa
ed in preghiera pia ad affidarsi
l profumo dei gigli e alla clemenza
del volere d’Olimpo. È questo il tempio.
E là sotto quei fiori ancora nutre
l’anima mia il bianco del narciso,
il rosso del papavero, l’arancio
del corbezzolo, la spina del ginepro. –
E presa la parvenza di un pavone
si dileguò nel cielo. Il tempio greco
scomparve da quel luogo. Continuarono
il solitario, il picchio,
il cuculo, il pettirosso, l’usignolo,
la capinera, la lodola e gli altri
meravigliosi frulli del creato
a fondersi all’aria dell’angolo asfòdelo,
a squittire, a cantare, a svolazzare
radendo la vista dei due giovinetti.

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Nazario Pardini  DUE POESIE SUI MITI “Apollo e Dafne” e “Verso Itaca”

pittura parietale stile pompeiano

pittura parietale stile pompeiano

Minotauro

Minotauro

Poseidone

Poseidone

Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è inserito in Antologie e Letterature: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004. È fondatore del blog “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com). Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica, ultima: Lettura di testi di autori contemporanei, The Writer Edizioni, Milano, pagg. 776.

Da Le simulazioni dell’azzurro. Edizioni ETS. Pisa. 2002. Pagg. 128. € 10,00

 

Vipsania Agrippina

Vipsania Agrippina

 

pittura parietale stile pompeiano

pittura parietale stile pompeiano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Apollo e Dafne

 

Il dio Apollo scorse Dafne che senza compagnia
vagava tra le selve del Parnaso.
Ne lodò le bellezze e innamorato
la inseguì con ardua corsa per valli e boschi ombrosi.
Vestita di un esile velo
balzava tra farnie ed acacie,
tra cespi di mirto, corbezzoli e rovi.
La veste leggera le volava oltre le cosce e le forme
invaghivano sempre di più il dio incalzante.
Così implorò la terra
– Madre eterna ascolta la mia preghiera;
tanto svelte non sono queste gambe
e a niente giovano.
è la tua Dafne che ti chiede aiuto -.
La madre impietosita l’esaudì e trasformò
le sue fattezze in lauro. Tentò di tutto il dio
per ridarle la vita, ma invano
e per serbare un ricordo
recise un verde ramo dalla pianta.
Si rivide il dio Apollo vagare
con la fronte adornata.

Come io vago
tra i rappi scarniti da un mare
che sembra cinga di verde silenzio
il ricordo che è in me del tuo sapore. Continua a leggere

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Nazario Pardini AUTOANTOLOGIA – POESIE (2002 – 2014)

copertina nazario pardini lettura testi Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è inserito in Antologie e Letterature: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, copertina nazario pardini paesi da semprePagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, copertina nazario pardini scampoli2004. È fondatore del blog “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com). Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica, ultima: Lettura di testi di autori contemporanei, The Writer Edizioni, Milano, pagg. 776.

 

copertina nazario pardini le voci della sera Il volo di Icaro

Attratto dai richiami del meriggio
volò alto,
alto volò toccando cime immense,
azzardi che gli umani
cercano con l’anima e la mente;
ma ci si può bruciare
se il volo è troppo arduo,
si annullano in abissi senza fine
le nostre identità;
sperderci oltre la siepe,
o in cieli fra le stelle
copertina nazario pardini le simulazioni dell'azzurroè un naufragio per la nostra essenza.
E tu Icaro,
privo di remeggi, a braccia nude,
senza appigli,
brancolasti in vertigini d’azzurro
quando l’astro di vita e di morte
ti rammollì la cera.
Cadevi impaurito,
risucchiato:
“padre, tu che mi hai dato il volo,
aiuta questo figlio, dagli l’ali,
che il cielo non mi regge
ed io sprofondo incauto negli abissi.
????????????????????????????????????????????????????Padre, io sono qui,
corrimi incontro, arresta il mio naufragio,
tu puoi, con il tuo amore
e il tuo superbo ingegno”.
“Icaro, Icaro dove sei?
dove giace mio figlio eterni dèi?
Ditemi alfine! Ch’io sappia almeno
ove cercare; carne della mia,
figlio imprudente, dove il volo tuo
lontano dai miei occhi. Cosa fare?
che cosa potrà fare questo padre?”
Ma d’Icaro la bocca
fu chiusa dalle onde di quei pelaghi.
E quando il genitore
scorse le vane piume
sparse sull’acque a sfiorare gli scogli,
non poté che ergere un sepolcro
in terra d’Icaria.
Maledì la sua arte ed il destino,
gli azzardi degli umani, le imprese folli,
la violenza del cielo, il regno del sole,
maledì quella natura umana,
il suo continuo ardire e discoprire,
il suo coraggio eterno di sfidare
il mare nero, lo scoglio e le sirene,
quella pazzia di un fuoco che ci fa
scintilla degli dèi, impronta del divino
bocci di libertà

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Una poesia di Nazario Pardini commentata da Giorgio Linguaglossa

Foto Nazario ii

Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è inserito in Antologie e Letterature: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004. È fondatore del blog “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com). Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica, ultima: Lettura di testi di autori contemporanei, The Writer Edizioni, Milano, pagg. 776.

Cantavamo

Cantavamo, paese, se affogavi nel giallo dei granturchi.
Cantavamo sui pavimenti
dove sorrideva la luce dei camini.
Cantavamo sopra gli alari
arroventati dalle pire delle potature
(la loro colpa era quella di avere chiuso la stagione).
Cantavamo romanze,
i cui eroi vincevano battaglie
che noi perdevamo ogni giorno, ogni ora
(cavalli bianchi, cavalieri e palafrenieri incorruttibili dal tempo).
Anche le madri cantavano già vecchie trentenni
e muovevano le mani gesticolando sui ritmi.
Mani tumide per le umide terre delle prode.
Eppure ogni anno la natura si sacrificava paganamente
sui roghi, nei forni e sulle corti,
per consegnarci i suoi profumi
(profumi che io conobbi sempre uguali
e che sembravano non soggetti a mutamenti).
Cantavamo stornelli
coi vinelli freschi del novembre.
Quando le botti ci accompagnavano
coi loro vocalizzi profumati,
rossi e iterati come gli strappi delle roncole.
I padri coi riti tramandati dagli aruspici etruschi
roteavano il primo liquido nel vetro predicente
per misurarne il corpo. Era la festa delle cantine,
la stessa festa che più volte presso gli antichi
avrà veduto Bacco e Cupido aggirarsi divertiti
al suono di zufoli e litofoni.
Cantavamo preghiere che Pan ci ispirava di ringraziamento
per i fulvi grani, per i pampini rossicci o per i vermigli frutti;
preghiere che i pagani
consegnarono pietosi nelle mani
dei cristiani facendosi santi.
Cantavamo senza perché la madre eterna
potesse anche essere ingiusta.
La pregavamo sulle strisce d’oro dei tramonti;
se esplodeva nei protervi affollamenti estivi;
se cadeva stanca meritandosi la morte;
o se riposava sotto i diluvi e le gelate.
E sembrava persino ringraziarci
o chiederci perdono
per le siccità, per le carestie o le morti precoci;
lo faceva turgida coi crisantemi e gli asfodeli
sui suoi cimiteri
aperti al cielo colle loro croci.
 

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Commento di Giorgio Linguaglossa

Quella prima persona plurale che agisce l’unità verbale «cantavamo» iterata e reiterata a mo’ di refrain per tutta la composizione costituisce il soggetto diffuso, ovvero,  il soggetto agente rimosso; ma in realtà il «noi» non viene mai pronunciato apertamente (se non nella forma verbale) ma sempre sotto forma di una rimozione, sub specie di soggetto implicito; il discorso resta così appeso alla sostanza de-sostanziata di un soggetto agente che non soltanto non agisce, ma che anzi patisce un agire tutto esterno degli eventi atmosferici e pittorici presenti nella composizione. Così, parente lontano di Myricae e dell’Alcyone, la composizione di Nazario Pardini si pone come proveniente da un lontano passato, da un mondo scomparso e naufragato (anche il lessico rimanda ad un mondo anacronistico: «zufoli e litofoni», «a pei fulvi grani, pei pampini rossicci o pei vermigli frutti»),  allude alla immersione panica ad un mondo stilistico e storico che si è inabissato. Tra il «noi» del soggetto agente e l’«io» poetico dell’autore si instaura così un distacco, una distanza e una tensione, ed è da questa tensione che scocca la significazione connotativa. Il tratto stilistico dominante è dunque fornito  dall’impronta elegiaca, ma ciò che riscatta la composizione dall’essere una mera compilazione elegiaca è appunto quella distanza tra il soggetto agente collettivo (nominato) e l’io poetico (assente). Ampia è poi la metratura del colore messo come sulla superficie di un quadro con ricchezza di sinestesie e di nascondimenti coloristici («cavalli bianchi», «giallo dei granturchi» vs «aperti al cielo colle loro croci», dove è sottinteso il colore azzurro che non viene detto). Dicevamo del colore diffuso alla maniera degli impressionisti sulla tela, quasi a suggerire il colore senza apertamente nominarlo, lasciando il lettore privo del denotatum, e quindi di una guida sicura e precisa il lettore, che viene come accompagnato e poi subito dopo abbandonato alla fantasticheria che la rarefazione dei colori e dei toni gli suggerisce. 1295374195Alla diffusione dei toni e dei colori fa da controcanto la diffusione delle azioni e delle situazioni concrete, che vengono nascoste, rimosse, cancellate per lasciare il solo spazio aereo delle sensazioni e delle impressioni che le correlazioni linguistiche rievocano nel lettore: («vocalizzi profumati», «stornelli», «roncole», «aruspici etruschi», etc), emblemi e stilemi di un mondo lontano che viene rievocato in vita come per magia, come in un sortilegio collettivo. Direi che la composizione ci parla come un epicedio ad una tradizione scomparsa, un atto d’amore e di cordoglio per un mondo naufragato. Le opere pittoriche sono di Giuseppe Pedota

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ANTOLOGIA PER IL PARNASO VI – Antonella Antonelli, Nazario Pardini, Stefanie Golisch, Adriano Accattino, Ivan Pozzoni, Ambra Simeone, Tiziana Antonilli, Maria Pia Quintavalla, Roberto Maggiani, Carmelo Pistillo, Faraòn Meteoses

Antonella Antonelli in orangeAntonella Antonelli

Un’altra fuga

“E’ mia la dipendenza?”
Ti chiedo smarrita.

“E quali catene ti ho dato io?
Nessuna. Sei libera di andare,
scegliere, volermi e non volermi.
Non smetterò mai di cercarti
lasciandoti andare”

“E come faccio io senza catene?
Passa dunque da qui, la mia indipendenza?”

Togli gli occhiali,
mi fissi negli occhi
con gli occhi stanchi,
come fosse faticoso,
ancora una volta,
spiegarmi:

“elemosini amori incatenanti
per non perderti, e poi scappi
senza mai liberarti.

Una semplice evasione
la tua fuga.”
Resta appena socchiusa
la tua bocca, come volessi aggiungere
qualcosa.

“Come faccio ad amarti
se non mi tieni?”

“A catena amore, come un cane fedele?
Io non ti tengo, no.
Sei libera di andare oppure di restare.”

Ti abbraccio di slancio, stupita.
Metto la testa sulle tue gambe,
mi sfiori i ricci, li sento
aggrovigliarsi tra le tue dita.
Vorrei fossi un gigante
e io nella tua mano, ballerina,
girare sul palmo fino a cadervi.

Mi tiri su.
Metti gli occhiali
ti rimetti a leggere
metti mille libri a sommergerti.
Mille capelli sulla tua testa ferma.
E’ notte e di notte i pensieri
ruzzolano come palloni su scale popolari.
Odore di refettorio dalle porte aperte.
Il caldo si mescola, vorrei andare
una gamba piegata, l’altra pronta,
ma non mi dici niente
ti chiedo “posso restare?”
“decidi tu, amore”.

Sposti gli occhiali, mi guardi
e i tuoi occhi si muovono rapidi
sulle mie labbra incerte
“no, meglio che vada” dico
e mi sento piangere,
in silenzio, senza lacrime o scosse
dentro, come un innaffiatoio bucato.
“Peccato” dici “è già così buio.”

Ti rimetti a leggere
“allora resto” ti dico fiduciosa.
“No. Ora va.”
“S’insegna così la libertà?”
Ti chiedo altera e delusa.
Continui a leggere.
Ognuno in questo gioco ha la sua parte.
“Mi lanci un’altra sfida?”
Non mi rispondi.
Vedo gli occhiali, fili bianchi e una poltrona.
Me ne vado con il tuo silenzio.
E questa, è solo un’altra fuga.

Foto Nazario ii

Nazario Pardini

Contro le lune
Ho sempre fissa, padre, la tua immagine;
i nostri sogni, il cielo: prevedere
dure gelate a divorare pane,
piogge future ad annullare semi;
e brezze, e folate affilate
a recidere illusioni mai appagate.
Eppure si aspettava primavera
immaginando anche il suo profumo
nel suono nemico dell’urlo invernale.
È sempre fissa, sì!, la tua visione:
tronco scheggiato da lame
forgiate dal tempo;
fronda sfrascata da inverni ribelli;
idea appesantita
da troppe lune piene. Sì!, ti rivedo
ancora qui con me, padre immolato,
a regalarmi odori d’erbe offerte
alle frullane lucide di sole.

Sai, padre!
Qui non ci sono più terre feraci
disposte a dare vita
a mèssi generose;
fronde feconde
ad ospitare nidi da allevare.
Sulla tue terre crescono le case
abbracciate fra loro
come pietre di cava sopra storie
destinate a finire. Chiedo solo
– al cielo, a qualcuno, non so a chi –
che mi mantenga in seno la tua voce,
che mi mantenga in cuore il tuo sorriso,
il tuo sagrato profumato d’erba,
e la tua voglia, maledetta voglia,
di seminare sogni anche nei giorni
più neri della notte.
Contro le lune.

13/05/2013 h. 11 (inedito)

stefanie-golisch-190

Stefanie Golisch

Fly and Fall

.
Piano il giorno apre gli occhi
per salutare la mattina di fine agosto.
Ecco ciò che sta per accadere oggi:

Un uomo troverà l’amore e un altro lo perderà.
Qualcuno arriverà alla stazione giusto in tempo,
mentre un altro attenderà invano.
Un merlo sussurra nell’orecchio di un altro, che bello volare e cadere.
Qualcuno inaugurerà il giorno con una bottiglia di birra,
e un altro ascolterà a lungo l’eco dei sogni complessi.
Qualcuno scriverà una lettera scarlatta,
mentre nel cuore ferito del suo vicino non è rimasta una sola parola.
Una bambina si sveglierà dai suoi sogni notturni
stringendo il suo orsacchiotto, e una donna si sveglierà
soltanto per morire a metà mattina poiché il giorno
richiede tutto questo. Lottando scivolerà via davanti agli occhi
dei vivi nello stesso momento in cui
un pittore finalmente trova il suo blu.
Oggi sarà il mio giorno pensa il giovane,
mentre si allena, impaziente di gettarsi nella mischia.
Nella cantina di una casa abbandonata,
una gatta tigre gioca con un topo soltanto
per intrattenere la piccola cosa

Quel che il pittore non sa
è che quel blu non esiste,
ma soltanto una voce lontana,
quasi non udibile nel brusio di tutto questo fare all’amore,
morire, chiacchierare con gli amici, mangiare, bere,
spaventarsi e gioire,
impaziente di placare l’insaziabile
oggi

Adriano Accattino

Adriano Accattino

Può significare una svolta del respiro… non è più
parola, ma toglie la capacità di parlare

Forse qui, affrancatosi qui e in quale modo..
forse si libera ancora qualcos’altro

A partire da questo punto… ora può percorrere
le proprie strade… più volte

Tra le speranze vi sia quella di parlare per conto
di un Altro. Forse è concepibile un incontro..

Su questo indugia, s’azzarda… mette in rapporto
con la creatura

Nessuno può dire quanto… la pausa del respiro
duri ancora

*

Cerco la stessa cosa, la figura, in vista del luogo,
del farsi libera, del passo in avanti

Oppure tenta di percepire la figura nella direzione
che le è propria, fugge innanzi

Ben sappiamo dove vada la sua vita, dove sia
per andare: così era andata la sua vita

Gli risultava talvolta sgradito il fatto
di non poter camminare sulla destra

Ecco l’oscurità che muove da una distanza
che essa stessa, forse, ha tentato di progettare

Noi professiamo l’oscurità*

* da Poesie rubate Mimesis, 2013

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

PENE D’ARTISTA

Non conosco chi è Ninnj Di Stefano Busà,
– c’aggia fa!- non appena Kairos Editore
mi chiederà ancora 200€, così da essere inserito,
con tre testi, ne L’evoluzione delle forme poetiche
La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio,
nun me resta che accettà, in modo da essere anche io migliore,
migliore di come sono, 200€ migliorano la mia scrittura,
è la vittoria dell’economia, sul conflitto tra natura e cultura.

Chi cazzo è Ninnj Di Stefano Busà?
Forse un’emula di De Signorinibus, o De Signorinibus
un emulo ermetico der medico de li mortacci,
non funziona, quando bustrofedo alle due di notte,
dopo succo d’uva e Sangria, un Bellini, Porto,
divento incoerente, una sorta di Don Chisciotte,
meglio dei vari Don Abbondio che bazzicano l’orto
dell’irta arte italiana, disponibili a versare,
non nel senso di fare versi, 1500€ a Carabba,
con lo scopo recondito di farsi pubblicare,
facendo sermoni sulla gratuità dell’arte
quando vai a chiedere 30€ di quota solidale
per sconfiggere i cartelli dell’industria editoriale.

M’inchino a Ninnj Di Stefano Busà
– c’aggia fa!- senza aver capito se è una donna, un uomo, un trans,
se è un uomo, o un trans, non m’inchino,
minchia, mi sento troppo brillo per continuare,
e non sono abituato a brillare, mi toccherà tornar da Ambra,
a letto, come un’ombra, senza far rumore,
lei mette i tappi nelle orecchie per non sentirmi battere,
io, quando batte lei, nel senso di battere al Pc,
mi metto un tappo in bocca, è meraviglioso spiarla scrivere,
di lei sono sicuro che non è un uomo, o un trans,
– svelando queste cose rischio di ritrovarmi cadavere-,
o un emulo imperterrito di Oronzo Canà
davanti alla fama imperitura di Ninnj Di Stefano Busà.

(inedito)

Ambra Simeone

Ambra Simeone

Ambra Simeone

mi prendo la libertà di quel che scrivo

e poi questa storia della libertà io davvero me la sono sempre chiesta,
che ti dicono che molte persone della tv, politici, soubrette, giornalisti, attori
e che persino molti scrittori famosi, non sono liberi come quelli che non li conosce nessuno,
perché a loro manca di fare certe cose normali, come andare a fare una passeggiata da soli,
farsi fotografare solo quando vogliono loro, fare l’amore senza dire niente a nessuno,
e che allora la notorietà non è più una questione di libertà, se dicono, che più sei noto
e più perdi la libertà di fare certe cose, come le fanno tutti gli altri sconosciuti,
ma a molti sembrerebbe una bufala, e allora non conviene essere famosi? lo dicono tutti?
io quindi me la sono sempre chiesta questa cosa qua, che forse uno è libero se non è riconosciuto
è libero se nessuno sa chi è, cosa fa e come vive, uno è libero se diventa invisibile,
e forse è proprio una bella scusa, una bella invenzione ideata da chissà quale creatore,
mah, sarà, proprio un bell’affare la libertà, che uno però non è libero di diventare famoso,
ma di essere uno come tanti, uno in una massa indistinta di sconosciuti, così ti dicono,
dunque secondo me la libertà l’ha inventata un bravissimo scrittore.

tiziana antonilli

tiziana antonilli

Tiziana Antonilli

Come si chiamava
Lei che inavvertita folgorava l’occhiaia
scomponendone il viola
si accapigliava con l’inerzia
sbranandola
ridisegnandoci
ombretto rosso sole
inanellava il blu
inarreso dello sguardo.
Sopravvive
ma solo quando l’inverno cede
e la prima rondine
posa stanchezza

allora sembra di nuovo possibile
che uno schiocco di dita
ci inabissi all’istante
ma quella sfrontatezza quanto
insegue
sanguina
esige
se è ancora?

Quintavalla

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Maria Pia Quintavalla
Qui, che ridiventa nido

I)

Se mi mettessi fuori a testimone,
del tempo e del mercato,
che la stessa scena ogni giorno
r i c o n c r e a

ma per meglio cogliere nel flusso
che si libera, io lenta
navigante che non sporge più
non rema a braccia a nuoto,
nuove luci arricchiscono disegnano
i suoi i fianchi flessi come l’iride.

Se testimone fossi dell’intero,
nel verso io potrei smorta
carpire un suono madido che afferra,
piega a lato in frescura,
la bocca benedice non sente più
pianti nolenti ma bambini
lesti nel correre,
che ricambiano il suo v o l o.
II)

Rivivi la tua infanzia, mentre ricrei
a Itaca, col padre
nel nome tuo familia nova che
come l’altra, drammatica insoluta

perché per crescere occorreva
essere amati, io adulta genitrice
della vita che si fa futura,
non mentore soltanto di occasione – infanzia
che si genera rifà mi pianta
intorno a un’ostrica mi incolla
alla matrice unita al male
con il bene, un arco soddisfatto
in sincronia f u t u r a.

Roberto Maggiani.

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Roberto Maggiani

da “La bellezza non si somma” (Italic, 2013)

Dio

Ho imparato ad evocarti
dai colori e dalle forme delle cose.

Per riconoscere la tua presenza
mi bastano la soglia di una porta
sempre aperta su un patio
e una tenda
che nella brezza sappia danzare
lentamente.

Sei come un albero
che nella sua totale presenza
si assenta nell’abitudine
dello sguardo

Io invece sono come il mio gatto
che parla ai corvi lontani:
vedendoli piccoli
vorrebbe farne un boccone –
li prega di scendere
con versi inconsulti
non sapendo della loro grandezza.

Ti cerco instancabilmente
ed è solo per la nostalgia che ho di te
che scrivo poesie.

Carmelo Pistillo aprile 2012_

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Carmelo Pistillo

LEI È QUI, DENTRO DI ME…

Lei è qui, dentro di me,
mi offre i sensi, torce
il suo orizzonte.

E’ in ginocchio e grida
vivi, ma io piango,
e non so quanto
il mio seme cerchi
luminescenze nella sua bocca
o quanto le sue trecce
siano già corda spezzata.

Tutto è stato così lento,
la mia testa fra le sue gambe,
le mie labbra sulle sue.

Siamo saliti e scesi
su ogni errore.

Come acrobati nell’elegia,
come acrobati nell’elegia.

Stefano Amorese

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Faraòn Meteoses (pseud Stefano Amorese)

Inghiottitoio
(estratto)

1
Mi macera dentro per la malora
una congettura contraddittoria,
per di più di un’idea dannata
dapprincipio premeditata sotto una pensilina…
mal sopportata assai
da quel pregiudizio altrui dissuaso mai
dalla supremazia degli Àrcadi e degli aedi:
una tara ereditaria intrinseca
che sempre di più mi estranea dalle virtù degli Avi…
un’interferenza, che mi elide acidula
una vocale atona…
un sapore amaro che mi sgocciola
nell’ingestione di una Sostanza càustica…
una Bestia onnivora che mi guaisce in petto:
un autoritratto a tempera, se lo si preferisce…
una frenesia che si perpetua assidua
che mi adùltera e mi deteriora
per questo testo d’inconsistenza,
che da un incubo si è ingenerato
e che m’ingerisce…
in un buco nero divaricato.

2
In una foiba
che m’affascina fabulosa,
che non mi dice nulla
e che non ha favella…
che sia in quell’avello disseppellito
dall’unghia ippocratica del terapeuta,
che con beneficio di inventario e di bioenergetica,
mi strizzò il cervello nel sotterraneo,
cagionandomi intimamente
un malumore putrido di morfina:
una magodìa, che anche ad oggi, mi sopisce appena…
ossia il dialogo di me stesso con il mio sosia,
una messa in scena di un ricordo nitido di ciò che sono:
una comparsa anonima entro una proiezione
per chi desidera esserne l’autore.
In una simbiosi insolita, in un torbido malinteso
con il mio congenito parassito
e con l’ospite, che mi molesta e che mi fu inatteso:
un pretestuoso… un presunto me,
che non si attenua né si rasserena
nemmeno per una semicroma suonata dall’aulète
ubicata all’imboccatura…
in cui sprofondo in un tonfo sordo,
in un grido acuto…
che ormai mi ha asfissiato esausto
e compiuto nel mistero,
così come mi fu esposto
dal mio viatore muto,
col quale ho convissuto,
in cui sono compreso
e tutto ho condiviso.

 

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