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UNDICI POESIE di Luca Vaglio Milano dalle finestre dei bar (2013) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

 Luca Vaglio è nato a Dervio (Lecco) nel 1973 e vive a Milano, dove lavora come giornalista. Attualmente, collabora con la Repubblica. Milano dalle finestre dei bar è il suo secondo libro di poesie (Marco Saya Edizioni – 2013). Ha già pubblicato La memoria della felicità (Zona – 2008), Linfa elettrica (Gattili – 2012) e il racconto In riva al Lario (Lite Editions – 2013).

Commento di Giorgio Linguaglossa

 Il libro di Luca Vaglio trae vantaggio dagli esiti cruenti di quella crisi che ha visto il dissolversi della cultura dello sperimentalismo in una faglia gassosa di verbalismi e di significanti finalmente liberati dall’impostura di una cultura che li aveva utilizzati quali strumenti e grimaldelli per scassinare una serratura già aperta. Resta una zona geografica chiamata Milano, ma, appunto «vista dalle finestre dei bar» da una generazione espulsa dai circuiti produttivi, una generazione generata dalla crisi e che della crisi si ciba come di una cura omeopatica. La resistenza del «soggetto» è qui stata superata con una a volte brillante aderenza alla a-metricità della narratività diffusa. Di qui il rapporto paritario-ubiquitario tra il compito di razionalizzazione del «soggetto» e la tendenza fideiussoria propria di ogni fondamentalismo stilistico. Direi che la poesia di Vaglio si inscrive in quel concerto di opere poetiche che si occupano dei trucioli, delle faglie della modernità. Del resto, il carattere gnomico, l’eleganza, la clarté, la concisa forma snob della proposizione poetica non devono essere confusi ed equivocati come elementi negativi ma come momenti positivi di una sensibilità che si è gettata alle spalle una lunga e invadente tradizione non solo lombarda. Così, la post-poesia di Luca Vaglio non si inscrive ad alcun orizzonte riappropriativo, si limita a sopravvivere tra le micro narrazioni dell’io disperso in quella metropoli che si chiama Milano. In fin dei conti, se è vero quel che asseriva Heidegger, che il cuore del Moderno è che l’essenza della tecnica non è a sua volta qualcosa di tecnico, ciò si può parafrasare così: l’essenza della poesia non è a sua volta qualcosa di poetico… ma sta altrove… fuori della poesia…

 (da Luca Vaglio Milano dalle finestre dei bar 2013, Milano, Marco Saya Edizioni pp. 50 € 10)

Milano tram via Pascoli

Milano tram via Pascoli

Milano

Le luci della tua notte sono ghiaccio e pompelmo
aprono la via, la sosta volontaria
sui riflessi grigio-metallo del bancone
schiuma di birra sopra il linoleum e tre euro da non pagare
forse un regalo
un gioco o la memoria segreta del cuore
attorno ciao e niente e silenzio
e rumore di folla davanti all’autorimessa
mojito minerale, rhum freddo senza menta
razione nuova-liquida di ossigeno
a lavare l’aria, a correggere l’afa e l’estate
vicino alla strada oasi di tigli
terra secca che taglia l’asfalto
le lucciole del sudamerica milanese
e voci e baci e bicipiti, tacchi e cotone
festa gialla e cronica di luglio, movida-janga
al confine di Lambrate

Luca Vaglio Milano dalle finestre dei bar copertina

Amore tra baristi a Milano
domenica di sole velato l’otto agosto
nel pomeriggio che fa le veci del mattino
e segue lento una notte insonne di birra e mojito
il mago dei cocktail bacia la collega biondo platino
sul tavolino vicino alla porta dove tracce di vomito
sbiancano qua e là il tappeto nero davanti all’entrata
e non c’è quasi nessuno
ma si sentono passi arrivare
lei vede l’ombra di un profilo conosciuto
memoria di una vodka alla pesca di poche ore prima
e assoluta come le lingue e le braccia che si toccano
li prende una paura strana
un’idea assurda di vietato
un distacco improvviso che rompe l’abbraccio
che ammette solo un godere rubato e precario

*

Al cinema Mexico, in compagnia di me stesso

la protagonista del film è di fronte a un bivio:
tornare da un vecchio amore o rischiare il futuro

più tardi andrò in via Solari a prendere un gelato

la decisione lascia sotto traccia la paura
di non sapere quale sia il perimetro della mia vita
nessuno a segnare il confine, a dire chi sono

mi chiedo se questa assenza di condizioni
così estrema da apparire usurpata
non sia in anticipo sui tempi
se per vedere aldiqua e aldilà di me
non convenga scendere a patti con la pena degli altri

Milano Quartiere Quarto Oggiaro, periferia nord, un condominio

Milano Quartiere Quarto Oggiaro, periferia nord, un condominio

Birra di troppo liquida
il sonno, regala la veglia alcoolica
di un presente verticale
e dolore dentro gli occhi
nausea fredda per il corpo
e ancora necessità di non fare
di stare senza pensare
di guardare la vita da fuori
protetto da una smagliatura temporale
una dissolvenza sull’ora della morte

*

Capodanno
e tre giorni
in un bar di Milano
angolo via Solferino
birra belga
Kwak
rosso-ambrata
otto gradi e quattro
aerea e setosa
come lana buona
l’aperitivo che resta
polenta, rucola
trofie al pesto

aspetto l’ora del cinema
e non so bene se ordinare
un calice di Porto bianco

mi guardo attorno
non vedo più
un uomo, una donna
un gruppo di amici
tutti usciti
nella stanza
oltre a me
due bariste

luci basse
candele accese

basta così
a volte un segno
viene dalle cose

*

Domenica al Parco Lambro
libri e una bottiglia di Moretti
al baretto dove si sfidano a carte
e a scacchi all’ombra dei platani

Milano è così bella e ruvida qui
mi siedo a un tavolino
guardo le persone attorno
scherzano, giocano
prendono da mangiare

mi ascolto respirare
la condizione di essere solo
insieme a me stesso
diventa pensiero
mi fa stare bene

ma sono contento quando squilla il telefono

è un amico che avevo cercato ieri
parliamo di Juve, del calciomercato di giugno

torno a sbirciare la gente
raccolgo frammenti di frasi
leggo e bevo birra

sono quasi felice
ma non sono sicuro
se questa liberazione dagli altri
questa vita mercuriale
è tutto quello che devo fare

milano il naviglio pavese in secca e palazzi residenziali del quartiere barona alla periferia sud

milano il naviglio pavese in secca e palazzi residenziali del quartiere barona alla periferia sud

Abito una nicchia possibile
un angolo, un canto vuoto
a vita rallentata
che gli uomini vedono
e passano nel tempo libero
dove sonno e cibo
sono accidenti variabili
e le cose del mondo
mancano, galleggiando più in là
fuori dal raggio delle mie braccia

*

Seduto tra le voci e la musica
del birrificio di Lambrate osservo
che è poca la differenza tra il colore
rosso-bruno di una Porpora
e il marrone della torta al cioccolato
– anche il tavolo di legno sta lì,
a fare da contrappunto –
e mi sento quasi un evaso
da non so bene dove
forse dalla mia casa
lontana trecento metri
o da una chiusa del tempo.

Penso che fuori dai cassetti
ben ordinati della memoria
ci sia vicinanza tra le cose
che l’anima della distanza
sia un fatto di forma
che alla fine solo la paura
separi il passato dal futuro

*

Sera d’inverno all’Hemingway
– quattro guardano il Milan –
fuori dai vetri la neve
cade veloce e perfetta

cedo al bianco, lo spazio
buono per uscire da me
dove pulsa una memoria
larga e vera come un senso

*

Gocce secche di caffè
leggere come acquarelli
sul piattino bianco opaco

il tovagliolo di carta sottile
premuto sul fondo della tazza
si beve quel po’ di liquido che resta

pasta fredda sul bancone del bar
e tutta la libertà
alle otto di sera
in uno stato di veglia flebile
scampato a una notte insonne

la libertà di uscire
e di assolvere quello che è stato

Milano Periferia nord

Milano Periferia nord

Lampadine viola ai vetri del Caffè Luna
unica luce a far vedere le cose
insieme all’alba afosa di luglio

Linda – è il suo nome italiano,
la sua identità milanese –
mi porta un succo d’arancia
e si siede a un tavolino
non le serve stare al bancone
ci sono solo io
che leggo la Gazzetta dello Sport

si scatta delle foto con il suo iPhone bianco
tutte primissimi piani
forse poi le mette su Facebook
oppure lo fa per misurarsi il sorriso
la curva dell’incarnato avorio
lei ancora ventenne
arrivata bambina dalla Manciuria
per una parte da diva
qui, in un bar all’angolo tra Lambrate e Città Studi

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