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Gianni Godi – Viaggio cilindrico nella materia – Poesia volumetrica in 15 tavole – Videopoesia – La poesia-affiche, la poesia-cartellone, la poesia da schermo, la poesia grafematica – Commento critico di Giorgio Linguaglossa

Gianni Godi

Gianni Godi è nato a Monte Porzio (Pesaro-Urbino), è artista transmediale. Per esprimere l’arte in genere sperimenta i nuovi mezzi che la scienza e la tecnologia mettono a disposizione e questo vale anche per l’arte della scrittura. Ha pubblicato il libro di poesie, Memorie di Automi, nel 1986 con “Forum Quinta Generazione”. Nel 1994 ha edito, una sola copia e in proprio, il libro Viaggio Cilindrico nella Materia (date le dimensioni da lui richieste, 160×220 cm e forse anche per altri motivi, non ha trovato un editore). Verso la fine degli anni ’90 ha costruito il modello del libro Viaggio Sferico nella Materia ed ha proseguito e prosegue con molti lavori di Videopoesia.

 Commento di Giorgio Linguaglossa

 La poesia-affiche, la poesia-cartellone, la poesia da schermo, la poesia grafematica

La poesia-affiche, la poesia-cartellone, la poesia da schermo, la poesia grafematica… è possibile che sia la poesia del prossimo futuro, un tipo di scrittura sganciata e slegata dalla necessità del supporto cartaceo, una poesia che si libera nello spazio virtuale di un universo ologramma. Sono convinto che la ricerca iconica e poetica di Gianni Godi sia di questo tipo, l’artista romano che si dichiara «totale» si è liberato della «totalità», una categoria che anch’io usavo trenta anni fa ma che adesso è caduta nel dimenticatoio; forse oggi ha poco senso parlare di «totalità delle cose» in un universo inflazionario che, si calcola, tra ventimila anni luce sarà talmente diradato e freddo che le luci delle galassie si saranno spente del tutto e i pochi atomi rimasti galleggeranno nell’etere a distanza di milioni di chilometri l’uno dall’altro, allora, a quel punto, di tutto ciò che conoscevamo come il nostro universo non rimarrà che un immane buio e un immane freddo, e un altro universo giovane prenderà il posto del vecchio. E tutto ricomincerà di nuovo in un orribile e spettrale eterno ritorno.

Tra il grafema e l’immagine si insinua il vuoto

Nella grafia di Gianni Godi tra il grafema e l’immagine si insinua il vuoto, il non detto; qui si rende evidente che l’essere si differanza nel  linguaggio, l’essere si aliena nel linguaggio e nel linguaggio diventa altro da sé, si rende presente e assente in un medesimo tempo; diventa segno, traccia, vuoto tra i segni dei grafemi; la verità si trasforma in traccia, si contamina, si incide nel linguaggio che è segno. Non c’è nessun linguaggio che possa vantare un privilegio ontologico sugli altri linguaggi tantomeno quello poetico. Pensare alla verità del linguaggio è già un porsi nella dimensione del tempo, è già un temporalizzarsi e uno spazializzarsi del tempo; ci sono solo tracce, dei grafemi, di qua e di là che però non conducono ad alcuna verità, c’è una differance  e una moltiplicazione di grafemi che si insinuano tra l’essere e il linguaggio. Il grafema è tutto ciò di cui possiamo essere certi ma di una certezza che non ha nessun punto di contatto con la verità. La verità (l’essere) è differantesi-differente nel-dal linguaggio, è lei il vero errante della nostra epoca. Noi sappiamo  ciò che il linguaggio dei segni ci dice ma la verità non la conosceremo mai per via della struttura aporetica di essa, l’essere è il non detto del linguaggio, sta tra gli interstizi del linguaggio.

Nella spazializzazione dei grafemi di Gianni Godi l’essere diventa visibile proprio in quanto inghiottito dai vuoti interstiziali. In queste spazializzazioni grafematiche il tempo sembra essersi volatilizzato, non c’è più, o meglio, le sue tracce sono i grafemi, simulacri di originali mai avvenuti, mai pervenuti.

Adesso possiamo dire che questo «Viaggio cilindrico nella materia» di Gianni Godi altro non è che la traccia dell’erranza della verità che si dà nella configurazione del tempo in quanto il tempo è il venire a manifestazione della struttura aporetica della verità.

 La verità-essere non è nel «testo scritto» ma  «tra le righe», «nell’interlinea» del testo, nel «non detto» del testo di cui esso testo è la «traccia», il grafema. Il grafema non è niente, è un non-niente, ma non è nemmeno la cosa, è una presenza che si dilegua e rimane il niente… L’IO è liquidato, scomparso tra i flutti del vuoto, e con esso la «materia». Non è un caso che l’ultimo grafema suoni «e lasciaci in pace nel morchio limaccio».

 Gianni Godi

Breve nota sulla Poesia Volumetrica in relazione al manufatto Volume “Viaggio Cilindrico nella Materia”.

Mi sembrava di avere esaurito tutte le parole. O perlomeno credevo di aver esaurito tutte le combinazioni del mio miserrimo bagaglio di parole adatte a far poesia. Ritenevo che la maggioranza delle parole in uso fossero irrimediabilmente logorate dalla pubblicità per finire nelle osterie e nei bar del mondo. Si era all’inizio degli anni ‘90 e la voglia di sperimentare era rimasta intatta. Per esempio non sopportavo le parole bidimensionali distese sul foglio di carta. Di 3D si parlava ancora poco, però pensavo ad una possibile fuga in altra dimensione del testo piatto…e le voci da ogni luogo che si sovrapponevano mi fecero capire che l’esposizione lineare di un concetto era indubbiamente vantaggioso per indicare le regole e le procedure costruttive di un qualsiasi manufatto seriale però inadatta all’innovazione, specialmente nell’espressione artistica in senso lato. Se hai la pretesa di fare qualche cosa di nuovo, devi cercare di conoscere, per quanto ti è possibile, “tutto” quanto hanno fatto gli altri per cercare di non rifarlo. Da qualche parte avevo letto che Claudio Monteverdi, lo ripeteva spesso ai suoi allievi.

La scrittura della prima poesia volumetrica segue una logica non lineare. Le parole e la grafica si susseguono in modo spontaneo, credo, sulla base del “mio totale sapere”. Al posto dei mezzi tradizionali (penna o matita) usai un desk top PC munito di un generico programma di scrittura tradizionale e di un potente programma di creazione e manipolazione grafica. Un anno di immersione mattutina nel caos cerebrale, forse con l’intento di dare un senso alla nebbia intellettiva. Ne uscirono poco meno di 50 paginette piatte quasi totalmente incomprensibili. Però ero io. Nessuno avrebbe comunque “letto” il mio lavoro. Non mi sembrava giusto. Al fine di rendere comunque visibile il “mio pensare”, decisi in modo stavolta razionale, di trasformare in un volume la mia fatica. La forma cilindrica mi sembrò la più adatta. Oltretutto un cilindro vuoto e di adeguate dimensioni avrebbe potuto catturare l’attenzione e “ospitare” all’interno un possibile lettore. Mentre procedevo in modo razionale con il pensiero, mi resi conto della fatica che avrebbe dovuto fare l’ipotetico lettore nel cercare di carpire il significato di una simile scrittura. Nacque così l’idea di distrarre il futuro malcapitato utente indirizzandolo verso concetti immediatamente fruibili. Stampai le pagine su fogli A3. Dopo un’accurata plastificazione le incollai fra loro ottenendo un lenzuolo lungo più di 4 metri. Preparai due piattaforme circolari di 160 cm. Sulle piattaforme furono incollati due specchi. Una piattaforma specchiata divenne il pavimento l’altra il soffitto. Arrotolai il lenzuolo attorno alla struttura, fissai una lucetta alogena al centro in alto e subito mi recai all’interno. Rimasi per un po’ senza fiato. Avevo ottenuto un “libro” che moltiplicava se stesso e il lettore verso l’infinito inferiore e superiore. Non mi passò minimante l’idea di leggere l’illeggibile da me creato. E così fecero tutte le persone che ebbero l’opportunità di entrare nel libro-cilindro.
In sintesi il manufatto si presenta come una sorta di libro tutto aperto. L’ultima chance della parola scritta pronta a migrare dal supporto cartaceo verso nuovi mezzi espressivi. Entrato all’interno del cilindro, il lettore privo di scarpe (nudo sarebbe meglio) si trova “sospeso” a mezz’aria tra gli infiniti sopra citati. Illusione dovuta ai due specchi paralleli. Il “viaggiatore” resta fermo, però s’accorge che la sua materialità resiste alla frantumazione e che frapponendo il suo corpo fra il pensiero e l’infinito gli viene preclusa la vista estrema del punto di convergenza. Per intravedere un possibile infinito deve necessariamente rimuovere il suo corpo.
Per i curiosi posso aggiungere che in effetti la mia intenzione iniziale era quella di raccontare l’avventura di un individuo che via via si trasforma in coppia e che senza volerlo si ritrova ad un convegno di fisici su di un grattacielo a New York. I fisici discutono della materia e di come afferrarla e possibilmente possederla. Al convegno è presente Dio. Durante il cocktail si straparla e tutti si ubriacano. Vengono inventate le parole per spiegare l’inspiegabile. A piedi nudi i fisici cercano di frantumare la materia. I due partecipano attivamente alla sbornia collettiva e credendo di aver afferrato il senso del convegno si eccitano un po’ troppo e per una distrazione materiale sporgendosi oltre misura dal grattacielo cadono sull’asfalto di New York. Dopo vari rimbalzi finiscono nella zona Infernetto-Ostia.
Ridotti in frantumi infinitesimali, hanno la possibilità di vivere la natura biologica risalendo le radici delle piante verso le foglie e i fiori o vivere la natura inorganica dei cristalli di sabbia-silicio e ritrovarsi come parte fisica in qualche schermo televisivo o agitarsi freneticamente nel luminoso buio di componenti microelettronici o rimanere in apparente quiete in attesa di imprevedibili eventi.
Qui finisce l’avventura a noi narrata con un linguaggio fortemente influenzato/storpiato dai discorsi orecchiati durante il convegno.

 

Gianni Godi CILINDRO

Gianni Godi, Cilindro

Gianni Godi

Viaggio cilindrico nella materia

Poesia volumetrica

 Tudela appare giovane. Quando Tudela entra nei pensieri i familiari preoccupati si fermano a guardare i suoi occhi; credono stia male. Di fatto, in pochissimi anni ha subito diversi trapianti di memoria perdendo quasi del tutto il senso del tempo. Ad alta voce dice di aver detto più volte nel passato, di voler andare libera da vincoli ad acquistare varie concretezze da cerimonia (fra l’altro, un paio di scarpe con tacchi a spillo). Non specifica di quale cerimonia si tratti e tutti affermano concordi di non averla mai udita fare simili affermazioni. Tudela non sa in quale anno, mese, giorno si trovi e pare aver perso anche il senso di spazio. A dire di Tudela, Fiacre, intimo suo amico, di cui fra l’altro è dubbia l’esistenza (non essendosi mai visibilmente presentato ad altri) condivide il desiderio di incamminarsi verso acquisti concreti. L’equivoco sul vero scopo del viaggio non potrà mai essere chiarito per deficienza dei mezzi di comunicazione. Così il giorno xx T&F decidono di partire entrando nel cilindro dell’arte riflessa. Continua a leggere

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Rossella Cerniglia QUATTRO POESIE da   Sehnsucht   (1995) – Una Riflessione sulla funzione e sul valore della Poesia e una Intervista e Commento a cura di Giorgio Linguaglossa. La poesia come  rifondazione e ricreazione di una comunità linguistica; La poesia è magia che si è liberata della necessità di essere menzogna; Ritorno alla poesia lirica; L’arché; La poesia nel mondo super tecnologico

foto Raffaelle Monti, medidados del siglo XIX. Devonshire Collection

Raffaelle Monti, medidados del siglo XIX. Devonshire Collection

Rossella Cerniglia è nata a Palermo il 14 ottobre 1949, dove vive. Laureata in Filosofia è stata a lungo docente di materia letterarie nei Licei della stessa città. La sua attività letteraria ha inizio con la pubblicazione di Allusioni del Tempo, ed. ASLA – Palermo 1980; seguono Io sono il Negativo (ed. Circolo Pitrè – Palermo 1983; Ypokeimenon, ed. La Centona – Palermo 1991; Oscuro viaggio, ed. Forum/Quinta Generazione – Forlì 1992; Fragmenta, Edizioni del Leone – Venezia 1994; Sehnsucht, ed. Bastogi – Foggia 1995; Il Canto della Notte, ed. Bastogi – Foggia 1997; D’Amore e morte, stampato a Palermo nell’anno 2000;L’inarrivabile meta, ed. Ila Palma – Palermo 2002; Tra luce ed ombra il canto si dispiega (antologia e studio critico comprendente anche i testi di altri quattro autori palermitani, a cura da Ester Monachino), ed. Ila Palma – Palermo 2002;Mentre cadeva il giorno, ed. Piero Manni – Lecce 2003; Aporia (, ed. Piero Manni – Lecce 2006; Penelope e altre poesie, ed. Campanotto – Pasian di Prato 2009. In ultimo, nel giugno del 2013, per l’Editore Guido Miano di Milano, ha pubblicato un’Antologia che propone un breve saggio delle prime dodici sillogi poetiche, con disamina di Enzo Concardi.  Altre opere sono in attesa di pubblicazione. Nel 1999 ha, altresì, pubblicato il romanzo Edonè…edonè. Nel 2007, ancora per l’editore Piero Manni di Lecce, viene stampato il suo secondo romanzo dal titolo Adolescenza infinita e infine, per l’Editore Aletti di Villalba di Guidonia, il libro di racconti Il tessuto dell’anima. È presente con alcune poesie nella Antologia Il rumore delle Parole a cura di Giorgio Linguaglossa EdiLet, Roma, 2015. Collabora ad alcune riviste ed ha ricevuto favorevoli riconoscimenti e attestazioni da parte di numerosi critici e letterati. Suoi versi e profili critici sono presenti in antologie e riviste letterarie, tra cui L’Altro Novecento (vol. II e III) a cura di Vittoriano Esposito edito da Bastogi, 1997; nella rivista Poesia dell’editore Crocetti di Milano; in Poeti scelti per il terzo millennio (2008), inStoria della Letteratura italiana (vol. IV,  (2009)  e in Poeti italiani scelti di livello europeo ( 2012), dell’Editore Guido Miano di Milano.

arnold bocklin Toteninsel (L'isola dei morti)

isola dei morti Arnold Böcklin Toteninsel (versione originale)

Rossella Cerniglia da Sehnsucht – 1995 –

L’ISOLA

Nel lontano meriggio, l’ansia d’imbarco rotta,
furono tutti al ponte a salutare. Furono una cosa
il gesto e il cuore, e le mani ed i visi e i palpitanti addii,
fluttuarono entro il sogno, brevemente.

Qui lo sguardo non vide che un tormento interiore:
cosa, il destino, se non la fedeltà agli eventi?

Poi si disciolsero i nitidi profili, il mare fu
un azzurro trepidante, gonfio d’angoscia tersa,
le fronde, unico verde in lontananza,
incupirono i pensieri, e tra la solitudine marina,
lungi dal dileguarsi, recò l’affanno incerto smarrimento
come anima che, libera dal corpo, senta la nudità
tremante e sola.

Questo mio corpo è l’Isola, pensò il navigatore, mia prigione
per questo con ansia e con dolore mi diparto. Quanto seminai
e produssi entro gli angusti limiti, ivi ha cuore e sostanza:
questa è la vita, la terrena vita che ci diede il destino,
è questa fedeltà ch’io pago con dolore, nel rimanere io stesso,
nel non volere che il dolore da cui fuggo. Così, pare,
decisero gli dei; così, da sempre, chi degli uomini tesse le vicende,
i corpi legò alla terra da cui nacquero, d’un desiderio
oscuro fornì l’esule, per cui sentì il richiamo del grembo
da cui venne, e in cui, giacendo, altre vite saranno a germogliare.

Ma cosa, allora, porta fuori di me quest’ansietà di vita,
dove il desiderio corre lontano dalla fonte e perché, in eterno,
la contraddizione mi dilania? Quand’ero la mia Isola
ero solo e negato all’esistente, ma a volte, anch’io sentii
d’essere goccia dell’immenso fiume o lacrima assorta
nel torpore di ghiaccio d’un mattino.
Mi feriva il mio essere-me, soprattutto ciò ch’era più mio:
gli aranceti dorati nel mio sole, la campagna aperta
e sospirante e i teneri ronzii d’un mondo infimo
che nessuno ode, distratto, per avere quel mondo cancellato
e che talvolta alla memoria irrompe con accenti d’una vita pura.

Quest’ansietà di crescere, che il figlio separò dalla madre,
con uguale dolore mi rapisce all’Isola, mia condanna,
ma nel distacco puro, vedo crescere solo il peso inesorabile,
poiché questo è destino d’ogni umano: che varchi il suo confine
e a sé ritorni. Così colui di cui bene sappiamo il navigare
non visse un tempo solo: sempre un Ulisse fu ov’è un porto
e un’Isola che attende; un porto, una promessa
o un dolore, da cui fuggiva nel lontano giorno.

.
OMBRE NELLA CATTEDRALE

Era nella città la calda luce afosa
dell’agosto. Dopo la breve sosta nelle piazze
stanco del lungo andare, il pellegrino,
venuto da un angolo di mondo ad ammirare
remoti fasti delle età sublimi
-stretti tra le facciate medievali
vicoli grevi d’ombra e d’abbandono-
fuga cerca e riparo alla calura
e nei santuari colmi d’oscura quiete
muove gli stanchi passi, tra le navate alte
sino al sacrario d’un altare dove, al colmo,
oscilla la pura fiamma silenziosa.

Siede nel Tempio. Ascolta. Il silenzio grava
dalle oscure volte, sbiadendo come ricordo passeggero,
vano, la vita di fuori troppo umana
e il divenire che urge nella fretta che ogni cosa
assale e le coscienze adesca con amo menzognero.

È tempo di pregare. Da un oscuro groviglio, liberata,
una preghiera lentamente sale, non voluta,
come il naufrago, tolto agli impedimenti
del fondo, emerge fino all’onda e al turbinio
azzurro del cielo.

Sulle crociere e sugli intrecci delle navate
alte, la quiete obliosa rende una volta
umano, comprensibile, il Mistero
celato nella fiammella tremula
che agita le ombre, e l’abside
come cuore nel petto custodisce.

Scivola, come unguento, a lenire le ferite
una pace che asserena e l’anima trae conforto
nel sentire che Altro c’è ed Eterno, oltre il bene
finito che non dura, benché con ansia il vivente
non cessi d’inseguirlo.

Domani, la radiosa certezza del giorno
farà di te ancora un altro uomo: come sogno
ricorderai che la pace, oggi, ha carezzato la tua anima
come fa la brezza lieve con gli ulivi.
foto donna con ventaglio

NARCISO

La fonte era, tra canne, un muto specchio.
Venne il pastore e alla muta acqua
abbeverò il suo gregge.

Ma nel riflesso sognò un’essenza nuova:
d’esser di Cizio, magnifico straniero,
di ricca veste adorno e nobile d’animo e di mente;
così vagheggiò l’altro se stesso.

Il pastore “Narciso” era chiamato.

E lo straniero? Vedesti un giorno, o Narciso,
lo straniero? Era il divino Adone, di regali vesti
adorno, che lo sguardo infino al tuo sospinse un giorno,
quegli che altri dissero che tu eri, tanto la somiglianza
s’era fatta carne?
Ma duro come la roccia da penetrare è l’intendimento dell’altro.

Narciso! È il tuo specchio! Non vedi
con che occhi ti guarda, come della veste
apre le pieghe e con mano tremante
sfiora le tue costole, tra le sue dita non senti
un corpo fatto aria?

Narciso, l’anima vuole!

.
PER UNA VOLTA…

Come aprire vorrei le vesti
che ti infiorano, racconto inenarrato,
e incerto e casto per pudore
trovarti corpo che non si dona, ovunque amato,
per una volta…
parola violentata nell’arcano
corpo sorpreso nel torpore
apre le braccia amanti
a lunga sete.

Rossella Cerniglia volto

Rossella Cerniglia

INTERVISTA a Rossella Cerniglia a cura di Giorgio Linguaglossa

Domanda:  Assodato il  carattere e il valore polisemico della lingua e della parola poetica, o meglio, del Discorso poetico, è lecito, secondo te, interpretare la poesia di un autore come atto di rifondazione e ricreazione di una comunità linguistica?

Risposta: È  ormai universalmente accettato che il soggettivo entri nell’interpretazione della parola poetica. Chi legge e interpreta, in realtà, rifà a suo modo l’opera, la ricrea secondo le categorie della sua soggettività, la quale sempre emerge in qualsivoglia approccio  conoscitivo. Ma da ciò, tuttavia, non deriva che tale intromissione sia un diritto istituzionalizzato, quanto piuttosto il limite che contrassegna la monadicità di una condizione.

   In essa si esprime l’assoluta identità del soggetto con se stesso e l’assoluta impenetrabilità della prospettiva interiore  sacralizzata attraverso la parola.    La parola è, infatti, ciò che appartiene all’haecceitas, all’assoluta soggettività, dal momento che  non ci riferiamo qui alla parola quotidiana, ma a quella poetica.

   Nel microcosmo umano si ripropone, pertanto, l’assoluta unicità di Dio: esso è altrettanto irraggiungibile quanto il macrocosmo divino. E allo stesso modo che l’unità divina risulta solamente avvicinabile per gradi, così l’unità monadica, l’haecceitas umana, è accostabile più o meno intimamente, mai prendibile.

   Ogni arbitraria intromissione è una violazione. La creazione poetica, o più genericamente artistica, corrisponde, infatti, all’atto divino che crea il mondo, la realtà che oltrepassa il suo Sé.

   L’uomo che riceve il mondo da Dio, deve mostrare fedeltà alle Sue leggi, non stravolgerle a suo arbitrio. Allo stesso modo, un’interpretazione che neghi il valore intrinseco all’opera d’arte,  alla sua inarrivabile haecceitas, sostituendole qualcos’altro ad arbitrio, è bestemmia e trasgressione.

   Dio non ha imposto le sue leggi perché fossero fatte a brandelli, interpretate secondo i nostri fini, non ci ha consegnato un mondo perché lo distruggessimo, seguendo distorti intenti, ma per rispettarlo e custodirlo, per conoscerlo ed amarlo, poiché in esso si dispiega e si esprime la Sua essenza: allo stesso modo è da considerare il prodotto dell’artista.

Domanda: Secondo te, qual è l’input della creatività artistica?

Risposta  Il tendere a Dio è, sostanzialmente, l’input di ogni creatività artistica e, per certi versi, anche di ogni creatività umana. Nella creazione l’uomo  –  come Dio  –  mette al mondo se stesso, ripete l’atto di Dio che estrapola da sé il suo Sé, ed esso diventa la Realtà, l’altro da sé rispetto all’Origine. 

   L’opera d’arte è la creazione di un mondo assolutamente individuale, l’estrapolazione di un sé, che senza quest’atto sarebbe stato “nullo”.

   Come Dio crea una Materia che racchiude uno Spirito che-ha-da-venir-fuori, così l’artista mette al mondo, non certo il suo corpo, ma il suo spirito, la sua anima, che rimarrebbe nascosta, e come inesistente, senza quest’atto. E quest’atto è , paradossalmente, ciò che traduce lo spirito in materia, in prodotto fenomenico, reale (il prodotto artistico). Indica, cioè, uno scadimento dell’originario sé, così come la dimensione del reale, che si genera dall’Origine, rappresenta uno scadimento in confronto all’assoluta purezza ed unicità di Dio.

   Ma, come dicevo, la creazione è in ogni uomo; ogni uomo ha in sé una capacità creativa che mette in atto in vari gradi e misure. L’opera d’arte  –  che può, a sua volta, essere scandita in gradazioni  –  è solo la più essenziale messa al mondo di noi stessi, la più autentica forma di noi proiettata di fuori.

Perciò, interpretare soggettivamente il prodotto artistico è inevitabile, ma non auspicabile. Perché sia possibile una più giusta interpretazione occorre  una conoscenza dell’altro il più possibile profonda ed estesa perché rispettare l’opera della creazione è essenziale.

Se l’elemento soggettivo di chi interpreta entra nell’interpretazione, si crea un’ interferenza che è contaminazione, e questo rappresenta piuttosto un limite a tale penetrazione che è simile, per la sua irraggiungibilità, a quella della Monade-Dio.

 foto volto con gattoDomanda: Allora, come è possibile, secondo te, pervenire ad una conoscenza delle ragioni e delle verità costitutive della poesia di un autore? In altri termini, come è possibile interpretare in  maniera attendibile un testo di poesia?

Risposta: Lo sforzo deve essere concepito come tentativo di  avvicinamento, mai concluso, alla  realtà  più intima e più vera dell’altro, paragonabile a quello per cui attraverso la conoscenza più autentica e profonda della realtà cerchiamo «Dio».

Domanda: Adorno scrive che «La poesia è magia che si è liberata della necessità di essere menzogna». Detto da un filosofo marxista, ha veramente un sapore paradossale. Della poesia in generale, della sua essenza e scaturigine, e  del valore da assegnare ad essa che cosa mi dici? 

Risposta: Si è sempre discusso intorno ad una possibile definizione della poesia, sulla sua scaturigine e sul valore da assegnare ad essa. Ma è difficile trovare risposte soddisfacenti a tali quesiti. D’altra parte, la conoscenza scientifica, che così grandi passi ha compiuto negli ultimi due secoli, sembrerebbe, per la sua stessa forza, oscurare ogni altra forma di conoscenza. La scienza produce progresso, teoria e tecnologia sono ormai indissolubilmente legate, comprendono e modificano la realtà che ci circonda. E il concetto di conoscenza è, sempre più legato a quello di utilità, ne costituisce il fine irrinunciabile da cui  il concetto di poesia rimane tagliato fuori.

 Domanda: Che  cosa fare,  allora,  della  poesia?   Non   finirà   con   l’essere  bandita   da   questo   mondo super tecnologico?

Risposta: In fondo credo che, come la scienza ha un suo specifico approccio al mondo, suoi codici, suoi principi da applicare, così è per la poesia. Entrambe mirano allo stesso scopo: la conoscenza della realtà, una conoscenza che dia risposte a tutti i perché dell’uomo. Ma se unico è lo scopo, diverso è l’approccio, diversi gli strumenti adoperati. Esse leggono i diversi volti del reale che si fondono in unità. La scienza ne esplora vari settori con una ragione più asettica, mondata, il più possibile, della soggettività, col rigore che astrae dalla materia solo le forme essenziali, le strutture quantificabili e misurabili. Ma una ragione siffatta, nel suo astratto rigore, nella sua schematicità è uno strumento freddo, in grado di guardare solo alla superficie delle cose.                          

foto volto con berretto rossoDomanda: In che consiste, allora, il più specifico compito che vuole assumersi la poesia?  

 Risposta:   La poesia, al contrario, vuole andare al cuore della realtà, nell’anima delle cose, vuole sondarne le zone d’ombra, il mistero che il mondo racchiude nelle sue profondità, l’intima essenza dell’esistente, il suo fondamento e il suo senso più proprio. Forse è un tentativo: l’anima dell’uomo che avvicina l’anima del mondo e viceversa; e in questo tentativo vi è corrispondenza, vi è analogia, e da qui scaturisce quel senso panico che è la comunione col Tutto. In questo tentativo la ragione non ci appare disumanata, semplice struttura mentale invariabilmente presente in tutti gli uomini, ma fusione di individualità ed universalità, ragione che si colora del nostro sentire e della nostra anima.

Così, vari sono i modi di approccio e di comprensione del mondo che si integrano e si completano a vicenda per adempiere ad un unico scopo.

In questa assimilazione dei due poli della conoscenza in cui soggetto e oggetto divengono uno, la poesia attua quella sintesi che pone il microcosmo umano in stretta relazione col macrocosmo divino.

Domanda:  Ai nostri giorni sembra sempre più difficile credere alle possibilità di un ritorno alla poesia lirica. Che cosa ne pensi?

Risposta:   In relazione a un concetto di poesia che mi appartiene – nel senso che tale elaborazione è andata maturando attraverso riflessioni ed esperienze di vita, ritengo di poter affermare che la poesia, soprattutto la poesia lirica, nasce da un’insoddisfazione di fondo, dall’angoscia che ci deriva da un senso di mancanza, di incompletezza, di castrazione dell’anima che sente forte questo bisogno di espandersi sino ad essere tutto (quello che, altrove, ho chiamato sentimento teocratico della coscienza). Uno degli aspetti essenziali dell’essere dell’uomo è, – secondo quanto sta sotto i nostri occhi, ma anche secondo quanto Schopenhauer ha teorizzato – la volizione. Ogni progresso ed ogni conquista umana sono affidati ad essa: alla ineluttabilità del volere. L’uomo tende sempre a ciò che gli manca, e quando lo consegue c’è sempre qualcos’altro che gli manca. L’uomo manca sempre di qualcosa proprio perché essere limitato e imperfetto e, pertanto, è necessitato a desiderare sempre.

 Solo Dio, in quanto Illimitato, Infinito, Perfetto, Eterno, non tende a niente, Egli è il «motore immobile» secondo la definizione aristotelica. Questo continuo tendere dell’uomo a qualcosa che sempre gli manca, questo bisogno di dilatazione dello spirito sino all’assolutezza, al già accennato sentimento teocratico della coscienza, che è il volere per sé la stessa divinità di Dio, è indice di questa mancanza radicale, di questa lontananza e irraggiungibilità che è la trascendenza di Dio, Trascendenza che è il fine ultimo di ogni desiderare e di ogni divenire, fine che l’uomo -consapevolmente o inconsapevolmente- insegue, ma che vive, innanzitutto, come Abbandono.  Abbandono a vivere una vita priva di senso, poiché solo Dio potrebbe giustificare e dar senso all’esistenza, Dio che ne rappresenta il fondamento e il principio, la scaturigine di tutte le cose. Tale conoscenza, tuttavia, non appartiene agli uomini di questa terra, così Dio rimane sempre incomprensibile, al di là dell’orizzonte mondano, infinitamente remoto rispetto alla realtà del nostro mondo e della nostra esistenza. Ma pure in tale impossibilità di prensione del trascendente, l’uomo -e in lui anche la poesia- non smetteranno mai di cercare, tra le pieghe del Mistero, tra le ombre di un mondo che non fornisce sufficienti risposte ai nostri perché, quella Luce che è la stessa Verità di Dio.           

 Naturalmente tale ricerca si pone in termini problematici, dal momento che ciò che è limitato (l’uomo) non potrà mai comprendere l’illimitato (Dio), quanto meno all’interno di quella struttura che chiamiamo “esistenza”. Ma l’esigenza rimane, pur in questa consapevolezza, pertanto l’uomo non smetterà mai di cercare, attraverso contraddizioni, incertezze, illusioni, qualcosa che riesca a fondare e a dare significato alla sua vita. La conclusione è chiara: la vita non è che questa costante ricerca, che ha svariate forme, è viaggio, è progetto, è cammino, è un mare in tempesta nel quale annaspiamo, è conoscenza e progresso, nel quale forze opposte sembrano scontrarsi, è oscurità nella quale traluce il mistero di Dio, e di tale crogiolo incandescente la Poesia offre ampia e, spesso, alta testimonianza.

Domanda: Che cosa intendi con la parola “Dio”?

Risposta:  Per Dio intendo l’origine e il fondamento di tutte le cose, quello che i presocratici definivano Arché, vale a dire ciò che si colloca al di là dell’orizzonte umano e lo sovrasta. La struttura della nostra esistenza ha per essenza il limite, nella realtà tutto diviene proprio perché è limitato, condizionato, tutto è incanalato entro coordinate dalle quali, per nostra sola forza, non possiamo uscire. Ma questo ci comunica anche quella volontà di rottura di questi vincoli -che è costitutiva della nostra stessa struttura esistenziale come volizione – contro la sovrastruttura di una gabbia (l’esistenza) che non ci consente più il ricongiungimento col divino. Ma L’uomo, forse perché programmato anche a questo, ha in sé l’aspirazione irriducibile a scardinare questo limite e queste barriere a ricongiungersi a quella Patria lontana che è la stessa pienezza e infinità dello Spirito (Dio). Conosco due vie, che, pur all’interno di questa ferrea struttura che è l’esistenza, aprono uno spiraglio sul Sovramondo: L’Amore e la Poesia.

 Commento di Giorgio Linguaglossa

L’isola di cui parla Rossella Cerniglia nella bellissima poesia “Isola”, è una ipostasi, una idea assoluta, una utopia, una nostalgia, se si vuole. È una esperienza del vuoto. Il pensiero che si fa «vuoto». L’isola, infatti, sta nel mare, il mare è un pieno che contiene un altro corpo solido che è l’isola. Ma l’isola (metafora e metonimia del corpo della soggettività) è assimilabile all’esperienza del bicchiere, un bicchiere che galleggia nel mare. Il bicchiere è vuoto, o è pieno rispetto a punti di vista diversi. Per Rossella Cerniglia il bicchiere è l’io (mezzo pieno e mezzo vuoto), è pieno di una brulicante varietà di viventi, ma l’autrice ci dice che per comprendere l’Isola dobbiamo noi stessi farci «vuoto», diventare «vuoti» per poterci riempire di voci, di rumori, di esperienze. L’isola è nient’altro che l’io. E l’io siamo noi. Ecco il segreto di questa molteplicità di cose di cui è piena la poesia Isola, la molteplicità che si ha dopo aver svuotato l’io. L’Isola è l’arché. Il principio da cui tutto si diaparte. E la poesia con esso tutto:

Nel lontano meriggio, l’ansia d’imbarco rotta,
furono tutti al ponte a salutare. Furono una cosa
il gesto e il cuore, e le mani ed i visi e i palpitanti addii,
fluttuarono entro il sogno, brevemente.

Qui lo sguardo non vide che un tormento interiore:
cosa, il destino, se non la fedeltà agli eventi?

Poi si disciolsero i nitidi profili, il mare fu
un azzurro trepidante, gonfio d’angoscia tersa,
le fronde, unico verde in lontananza,
incupirono i pensieri, e tra la solitudine marina,
lungi dal dileguarsi, recò l’affanno incerto smarrimento
come anima che, libera dal corpo, senta la nudità
tremante e sola.

Questo mio corpo è l’Isola, pensò il navigatore, mia prigione
per questo con ansia e con dolore mi diparto.

La prima poesia, che è la chiave di tutte le altre tre composizioni, ha un titolo, ad un tempo, corposo e metafisico: «L’Isola». L’isola del sogno, o della morte, o di entrambe le cose insieme. Ha un’ “aura mistica” che l’avvicina al Parsifaldi Wagner e ad un’altra sinfonia, la Terza di Bruckner (in Re minore). L’amore per la Natura, poi, vi emerge ovunque, giacché vi si notano delle reminiscenze di impressioni tratte da un paesaggio, tutto letterario, di una Magna Grecia rivissuta e ricomposta secondo le intime esigenze dell’autrice. È, come bene spiegato nella Intervista, il racconto di un arché, di un Inizio. Il racconto di una forza tranquilla che si sprigiona dalla madre terra e si innalza verso il cielo. È il racconto non di un approdo, ma di una partenza dall’isola. Non dunque un racconto della fine, ma quello di un inizio:

Poi si disciolsero i nitidi profili, il mare fu
un azzurro trepidante, gonfio d’angoscia tersa,
le fronde, unico verde in lontananza,
incupirono i pensieri, e tra la solitudine marina,
lungi dal dileguarsi, recò l’affanno incerto smarrimento
come anima che, libera dal corpo, senta la nudità
tremante e sola.

In questo incipit che ha del solenne e del maestoso, si avverte, ma come in sotto fondo, la presenza di una orchestra sinfonica, il suono dolce dei violini che incedono e accompagnano la narrazione, c’è un sentimento mistico unito ad un sentore panteistico. Si inizia con un andante largo, che non dovrebbe farci pensare di essere di fronte a una composizione di spirito esclusivamente nietzschiano, ma prevalentemente schopenhaueriano. Un andante di marca squisitamente sinfonica, un procedere del verso lungo, avvolgente e sinuoso che ricorda il tranquillo scorrere d’un fiume; un ritmo maestoso e tranquillo tonalizzato da appena un tocco di antichizzazione del lessico tale da fare apparire tutta la composizione come opera di un sogno che proviene dal passato ed è rivolto al futuro di un altro sogno. Una atmosfera sognante.

Il primo tempo è una sorta di marcia dell’estate, lo scoprimento che l’isola altro non è che l’io da cui si diparte il viaggio del viaggiatore; un allontanamento dell’essere di noi da noi stressi. E questa è l’essenza del viaggio verso l’ignoto e il futuro, il «destino» cui si accenna appena di sfuggita: un perenne allontanamento, una continua perdita, una continua spendita. È il Corteo funebre dell’Io? O il corteo gioioso del Nuovo Io? – Rossella Cerniglia non lo svela, suo compito è quello di raffigurare un Evento, l’evento dell’allontanamento, dell’oblio dell’Essere. Che altro non è poi che un ritrovamento di noi con noi stessi. Dopo aver salpato dall’Isola, noi non saremo più noi stessi, ma diventeremo Altro. Quindi una dialettica tra il qui e l’Altrove, tra lo Spazio e il Tempo (del viaggio). L’andante maestoso è molto lungo (un vero e proprio andante di una sinfonia) e si apre in modo gagliardo e solenne, sembra un primo tema suonato da tutti i corni dell’orchestra; si vuole dare da subito un’impressione di grandiosità e di tranquilla potenza. La potenza tranquilla del «destino» e della «volizione». La natura viene qui evocata, con quegli spunti sugli aranceti rosseggianti che rimandano ad un tempo mitico simbolico; di certo non una madre affettuosa ma neanche minacciosa. C’è il sapore del sacro come un effluvio pagano disperso tra gli aranceti rosseggianti della Trinacria.

La seconda poesia dal titolo “Ombre nella cattedrale” va a tempo di Minuetto, il verso ampio e pacato della prima composizione si restringe, ritorna alla classica postura dell’endecasillabo; si avverte lo “spezzato”, il ritmo diventa franto, qui e là, si fa meno largo, viene introdotto un leggero allegro malinconico; è un minuetto ed è caratterizzato da una atmosfera serena e riposante: riesce infatti a evocare le impressioni che si provano durante una passeggiata nel bosco del viandante, una sorta di Blumenstück; un movimento fine e delizioso:

Siede nel Tempio. Ascolta. Il silenzio grava
dalle oscure volte, sbiadendo come ricordo passeggero,
vano, la vita di fuori troppo umana
e il divenire che urge nella fretta che ogni cosa
assale e le coscienze adesca con amo menzognero.

La terza poesia dal titolo “Narciso”, ci introduce da subito nel peccato capitale della nostra civiltà. Quella malattia dell’Io che va sotto il nome di narcisismo. Un mito pagano, dunque, per una civiltà cristiana che si è messa gli abiti del lutto, della impotenza, della propria fine prossima ventura…

 

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