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Mário de Sá-Carneiro (1890-1916) Poesie scelte in portoghese e in italiano, con un Appunto sulle maschere di Giorgio Linguaglossa

 

Foto Saul Steinberg Masquerade, 1959-1961

Saul Steinberg, Masquerade, 1959

Orfano di madre ad appena due anni e con un padre militare spesso assente, il piccolo Mário riversò tutto l’affetto verso la nutrice, che rappresenterà per sempre la figura nostalgica di un’infanzia perduta. Durante l’adolescenza compì un viaggio “di formazione” e potè visitare l’Italia, la Francia e la Svizzera. Negli anni del liceo Sá-Carneiro si appassionò alla letteratura ed ebbe modo di conoscere lo scrittore Fernando Pessoa. Terminati gli studi si iscrisse alla facoltà di legge di Coimbra ma, dati gli scarsi risultati, si trasferì alla Sorbona di Parigi, città straripante di fervore culturale. Sá-Carneiro si disinteressò ben presto degli studi e cominciò a frequentare i music-hall , i caffè del Quartiere Latino, i teatrini e i circoli bohémiens. Inviò a Pessoa una serie di lettere dalla Ville Lumière in cui parlava del Futurismo e del Cubismo elogiando la civiltà della meccanica e il cosmopolitalismo.

Divenne cliente fisso dei caffè del “Boulevards des Italiens” e di “Place de l’Opér”a e intanto scriveva i suoi primi versi ironici, languidi e allucinati, dalla sensibilità esacerbata. Nel 1912 pubblicò Principio , una raccolta di novelle e il dramma Amicizia, ma iniziò a ghermirlo un soffocante “mal di vivere”, era grasso, goffo, timido e solitario, profondamente a disagio nel mondo in cui viveva. Nel 1913 pubblicò la poesia autobiografica Dispersione, sullo smarrimento dell’essere. “Mi convinco sempre più che non saprò resistere al temporale furioso, alla vita insomma, nella quale non avrò mai un posto. Mi creda, mio caro Fernando, è inutile avere illusioni: io sto toccando la fine: una fine tutta drappi e bandiere, ma pur sempre una fine”, scrisse a Pessoa il 13 luglio 1914. Quell’anno compose La confessione di Lucio, romanzo incentrato sulla follia, sul suicidio e sulla perversione sessuale. La depressione si faceva sempre più intensa, nacquero dissapori con il padre e con la matrigna, aumentarono le difficoltà finanziarie, Sá- Carneiro tuttavia continuò a restare nel confortevole Hôtel de Nice in rue Victor Massé. Frequentò una ragazza di vita che faceva l’entraîneuse in un cabaret.

Nel 1915 fondò e diresse con Pessoa la rivista “Orpheus”, ma se ne allontanò quando apparvero attacchi contro personalità politiche. Si apprestava ormai a diventare uno dei precursori del Modernismo portoghese, pubblicò Cielo in fuoco , raccolta di racconti, e il poemetto Manicure utilizzando slogan e caratteri grafici che derivavano dalle tecniche pubblicitarie.

“Ho ricevuto la Sua lettera di non so quale giorno ma non ho il cervello a posto. Una Follia distruttrice fischia su di me”, scrisse a Pessoa il 18 febbraio 1916. Due mesi più tardi comunicò all’amico le sue intenzioni di suicidarsi gettandosi sotto il métro ma questa morte non gli dovette sembrare adatta alla sua immagine di clown malinconico. Il 16 aprile 1916 invitò gli amici portoghesi nell’albergo dove alloggiava, ingerì un flacone di strincina e si lasciò morire nella sua stanza a soli ventisei anni.

Foto Man Ray, Portrait of Jean Cocteau, 1922

foto Man Ray, Jean Cocteau, 1922

Un Appunto sulle «maschere» di Giorgio Linguaglossa

Le «maschere» sono nient’altro che dei simulacri che attendono i personaggi della nostra alterità.

Corre l’obbligo, dopo la fine del novecento e della poesia modernista europea, porsi due domande terribili:

Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?

Quale è il compito della poesia dinanzi a questo evento epocale?

Allora, apparirà chiaro che quella simbiosi chimica delle parole che avviene attraverso il tempo e le temporalità può eventuarsi mediante un processo di metaforizzazioni: dalla cosa all’immagine mentale e da questa alla parola. La metaforizzazione ci porta «fuori» dal discorso ordinario, quello dell’epoca e dei suoi linguaggi di settore. Questo esser «fuori» è un attributo fondamentale dell’esser «altro» del linguaggio della poesia, altrimenti sarebbe «dentro», e precipiterebbe nei linguaggi di nicchia e di settore dell’evo mediatico.

L’epoca della metafisica compiuta è quella che richiede una filosofia ermeneutica e un’arte ermeneutica, che è un altro modo di porre la questione dell’«ermeneutica [come] forma della dissoluzione dell’essere».1]

L’esercizio della memoria si dà soltanto sul presupposto della perdita della memoria. L’esercizio della memoria è l’esercizio della nostra mortalità.

1] Gianni Vattimo, La fine della modernità, Garzanti, Milano, 1985 p. 164

Foto No face

Poesie scelte di Mário de Sá-Carneiro

Eu não sou eu nem sou o outro,
Sou qualquer coisa de intermédio:
Pilar da ponte de tédio
Que vai de mim para o Outro.

*

Io non sono io né sono l’altro,
sono qualcosa di intermedio:
pilastro del ponte di tedio
che va da me all’Altro.

Mi sono smarrito in me stesso
perché ero labirinto
e oggi, se sento me stesso
ho nostalgia di me.

Astro folle che sognava
ho attraversato la mia vita.
Nell’ansia di oltrepassare
ho scordato la mia vita…..

 álcool

I

Guilhotinas, pelouros e castelos
Resvalam longamente em procissão;
Volteiam-me crepúsculos amarelos,
Mordidos, doentios de roxidão.

Batem asas de auréola aos meus ouvidos,
Grifam-me sons de cor e de perfumes,
Ferem-me os olhos turbilhões de gumes,
Descem-me na alma, sangram-me os sentidos.

Respiro-me no ar que ao longe vem,
Da luz que me ilumina participo;
Quero reunir-me, e todo me dissipo –
Luto, estrebucho…Em vão! Silvo pra além…

Corro em volta de mim sem me encontrar…
Tudo oscila e se abate como espuma…
Um disco de oiro surge a voltear…
Fecho os meus olhos com pavor da bruma…

Que droga foi a que me inoculei?
Ópio de inferno em vez de paraíso?…
Que sortilégio a mim próprio lancei?
Como é que em dor genial eu me eternizo?

Nem ópio nem morfina. O que me ardeu,
Foi álcool mais raro e penetrante:
É só de mim que ando delirante –
Manhã tão forte que me anoiteceu.

(Paris 1913 – maio 4)

un poco più di sole…ed ero brace
un poco più d’azzurro…ed ero oltre.
per riuscire mi è mancato un colpo d’ala…
potessi almeno restare al di qua…

stupore o pace? invano…tutto è svanito
in un basso mare di spuma ingannatore;
e il grande sogno svegliatosi in bruma,
il grande sogno – ahimè! – quasi vissuto…

quasi l’amore, quasi il trionfo e il fuoco,
quasi il principio e la fine – quasi l’espansione…
ma nell’animo mio tutto si scioglie…
eppure niente è un’illusione!

tutto ho iniziato sempre…e tutto errato…
– ah, il dolore senza fine di esser-quasi…-
io fallii per gli altri, ho fallito in me,
ala che si slanciò ma non volò…

momenti d’anima dissipati…
templi dove mai misi un altare…
fiumi smarriti e non condotti al mare…
ansie sofferte, che non ho fissato…

se mi vagheggio trovo solo indizi…
ogive a mezzogiorno – sono sbarrate;
e mani di eroi, empie, intimorite,
hanno cinto di grate i precipizi…

in uno slancio fradicio di accidia,
tutto intrapresi e nulla conquistai…
oggi di me rimane il disincanto
di ciò che senza vivere baciai…
……………………………….
……………………………….
un poco più di sole… ed ero brace
un poco più d’azzurro…ed ero oltre.
per riuscire mi è mancato un colpo d’ala…
potessi almeno restare al di qua…

Mario de Sa-Carneiro Parigi, 13 maggio 1913 (da Dispersione, Einaudi) Continua a leggere

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