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Gif diavolezza cammina

Mi perdoni, Signora Swanson!
Non volevo toglierle il clip dalla memoria

Mario M. Gabriele
20 giugno 2019 alle 15:27
(in corso di pubblicazione con Progetto Cultura di Roma)

1 (Polittici)

Mi perdoni, Signora Swanson!
Non volevo toglierle il clip dalla memoria.

Alle cinque Lola vola via.
Watson la segue con l’ombrello di Mary Poppins.

Il cielo questa mattina era così triste
da lasciare acqua -fontana nei giardini.

E’ stato un lavoro delicato,da peritropé,
con aghi e fil rouge.

Pound ha provato a rimettere le scarpine.
Non credo voglia fare jogging.

Si inasprisce l’aria di mele guaste.
Gli occhi della Signora Rowinda non incantano più.

Le distanze non sono mai parallele
neanche a leggere Postkarten.

Con la tua mente puoi andare oltre il buco nero
a sintetizzare l’universo con un Haiku.

Non regalarmi Gilet.
Se ci riesci, portami le ossa di Rimbaud!

Oh, Mon Dieu! Quanti Woodoo e streghette
tolgono il profumo ai fiori di Bach!

Ci pensavo da due giorni. Questa sera vado da Ilena
e le dico di considerare la sera come il mattino.

-Abbiamo una squadra sul Calvario-, disse il Governatore.
-Basteranno due o tre chiodi per muovere il cielo!-

L’autopsia dirà chi ha ucciso la giovinezza
e in quale Ambasciata si è rifugiato l’assassino.

Ti assomiglia in positivo la gardenia.
Possibile un trasloco nell’anima.

Larry si diverte a disegnare cartoline Christmas.
La roccia non ha muschio per il presepe.

(…)

Abbiamo chiesto strofinacci per il passato.
Il tempo resiste ad ogni attacco.

Il dado si fermò sul rosso.
La memoria è un ammasso di rottami.

Diletta da Rotterdam si fermò un mese
nella Episcopal Church a parlare con gli angeli.

Michael Rottmayr è con Abele a Vienna
nella Osterreichische Galerie.

Nessuno sa quanto tempo resteremo quaggiù!
Hai visto come si sfolla il quartiere?

Il decano di Amburgo ha letto le terzine di Frost
per la conoscenza della notte.

Dormi se vuoi, così ti abitui alla morte.
Adam tornò a rivedere la barista di Fellini.

-Cara Denise, sono Duchamp e mi piacerebbe
sostare con te nel soggiorno-.

Si scivola nel metrò.
Anche Malone muore, azzerati i mitocondri.

Oh, guarda qui, Mariette! Ci sono ancora le t-shirts del 68
e una retrospettiva canora di Bessie Smith!

Le croisette de Paris nei galà dello chateau
scambiavano l’omelette per il sushi!

Chi lasciò la parola si avvicinò al Verbo
chiedendone una nuova.

Madame O’Brian mi fa compagnia la notte
in quel dolce paese che non dico.

Milena scrive da Harvard:
-neanche qui abbiamo trovato Nonna Eliodora-.

Caro Signor Bernard, spero di essere stato chiaro.
La sirenetta di Copenaghen è una donna di incontri e reviews.

(…)

Che sappiamo del Galateo in bosco?
Poesia. Zona keep out!

A Frankfurt am Main ci siamo fermati
a comprare le affinità elettive nello Skyline.

E’ destino che non ci si incontri mai.
Eppure oggi c’è il cambio di stagione!

Abbiamo trovato serpenti nel giardino.
Lucy mi volle con sé a cercare l’erba sotto la pietra.

La stanza accumula fumi, appanna lampade e vetri.
I miei morti sono quelli che non ricordo.

Miss Olson non è più tornata tra noi.
Le abbiamo mandato una chiave. Lei sa come aprire la porta.

Chi apprezzò la sera amò anche il giorno.
Il lupo è sotto le mura. Attenta, Signorina Rosemary!

Magda von Hattingherg scrisse a Rilke:
-Caro Amico, ho scoperto la Storia del buon Dio-.

-Mister Gruman- disse un bodyguard,- la folla è alle porte!-.
E Gelinda dal balcone che gridava:- dillo a me il tuo peccato-.

Mario M. Gabriele 

16 giugno 2019

Caro Giorgio,
i miei testi poetici sono come lampada a raggi fotonici, indirizzati verso chi si porta addosso il -male di vivere- e la tua critica lo rivela tutte le volte che leggi una mia poesia.
Non so scrivere altro, come divagazione estemporanea e pittorica, e quant’altro. Mi rifaccio sempre ad una decostruzione gnoseologica, di cui ogni elemento si lega autonomamente ad un discorso ontologico di orientamento heideggeriano, ma pullulante di lessemi che la società tecnologica ci ha abituati da tempo.

Ecco il motivo per cui mi avvicino al tuo brillante esame critico, quando scrivi che la mia poesia è costruita lessicamente ”alla stregua delle circolari della Agenzia delle Entrate o delle Direttive della Unione Europea”, ovviamente non per minimizzare l’assunto estetico, ma per mirare ad un modello poetico di contrapposizione contro l’edilizia linguistica che ancora oggi pervade il grande Distributore Automatico della Tradizione.
Mi sto accorgendo solo ora, che con Ritratto di Signora, (2015), L’Erba di Stonehenge (2016), La porte ètroite (2013), In viaggio con Godot (2018), e tra poco con Registro di bordo, abbia unificato un linguaggio pluriconverso, unitario e positivista,
In linguistica il concetto di struttura si è sempre diversificato da quello precedente, realizzando classificazioni diverse, sia diacroniche che sincroniche. Da Saussurre bisogna apprendere molto degli insegnamenti di questo maestro che intuì come la lingua è una forma non una sostanza dove si distinguono l’espressione, ossia quella dei significanti, e il piano del contenuto, quello dei significati.

Certamente un autore non si giudica soltanto per un post poetico apparso su Riviste e in un reading. Qui, vorrei citare Charles Mauron che volle identificare la personalità inconscia dell’Autore a partire dall’analisi dei suoi scritti.
Attraverso la sedimentazione di più testi vengono fuori fili di associazione nel rapporto tra le immagini e le multiforme figure grammaticali, (metafore, ipotiposi, ecc.) il cui richiamo consente di giungere alla ”Personalità dell’autore”, quell’ombra che ad ogni istante si stacca dal fondo del subconscio per salire in superficie.

Quanto alla moltitudine di frasari, citazioni, varia toponomastica e oggettistica anglosassone, tutte queste cose non fanno parte che di un continuo aggrovigliarsi di plurisensi, dove l’inconscio si permette qualunque mescolanza o slittamento da un significato all’altro. Per meglio coordinare quanto esposto, una eventuale trascrizione dei miei 3 polittici, farebbero da guida al lettore, a meno che tu non abbia altri progetti di connessione. Cordialmente, Mario.

Giorgio Linguaglossa
21 giugno 2019 alle 11:58

caro Mario,

è che il tuo lessico così sistemato dentro la camicia di forza del distico brilla proprio per la propria inadeguatezza ontologica a dire qualcosa che non sia meramente pleonastico e felicemente virtuale, ormai i linguaggi della nostra mondità si rivelano per quello che sono: una superficie di gelatine linguistiche dove convivono senza collidere le superfici riflettenti dell’esserci costretto alla afasia disorganizzata qual è divenuto il nostro mondo. Il tuo è il più rigoroso e compiuto linguaggio della mondità telematica, della metafisica meta stabile, del positivo significare, che è un significare disseminato e moltiplicato dalla insensatezza cui ormai sono relegati i linguaggi della mondità telematica.

A proposito del linguaggio della tua poesia, mi viene in mente quanto asserisce Giorgio Agamben quando ci parla del linguaggio poetico di oggi che non può che essere, a suo avviso, che un linguaggio «musaicamente non accordato», un linguaggio disseminato di interruzioni, di lapsus, di deviazioni, di referti di decessi di significati già avvenuti; un linguaggio fatto per le comunicazioni di breve gittata, un linguaggio di ponti interrotti e di segmenti non significativi. Con questo linguaggio non sarà più possibile mettere in piedi un qualsiasi linguaggio poetico significativo dal senso compiuto come è avvenuto per la poesia della «nobile» tradizione, non sarà possibile comunicare alcunché di comunicabile in assoluto. Ecco le ragione per cui il «polittico» è la sola casa dell’essere linguistico, la sola casa oggi possibile e abitabile, e dovremo accostumarci all’idea di dover dimorare sotto i cornicioni pericolanti di questo edificio malmesso e terremotato. Non abbiamo altra scelta che dimorare in questa mondità infirmata.

L’oblio della memoria, che tanta parte della nuova poesia occupa, è l’altro modo con cui si rende manifesto l’oblio della verità, il velamento con il quale la verità viene esposta nel linguaggio come sua custodia, una esposizione che sa di intemperie e di precarietà. Continua a leggere

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Flavio Ermini POESIE SCELTE da Il giardino conteso L’essere e l’ingannevole apparire Moretti&Vitali (2016) e PROSE da Della Fine Formebrevi edizioni, 2016 – La poetica della notte dell’Occidente – Dopo l’Esilio, Dopo la Guerra di Troia – La notte: Siamo destinati ad avanzare nelle tenebre. Siamo noi stessi elementi di tenebra – Nel buio l’uomo viene trasformato in insetto

Flavio Ermini è nato il 15 dicembre 1947 a Verona, dove vive e lavora nel campo dell’editoria. Poeta narratore e saggista, dirige la rivista di ricerca letteraria Anterem, fondata nel 1976 con Silvano Martini. I suoi interessi di ricerca e di studio sono concentrati in due ambiti precisi: da un lato la ricerca poetica di una lingua inaugurale, che consenta di riguadagnare la continuità originaria tra parola e mondo; dall’altro, la ricerca di un “pensare” che possa strettamente coniugarsi con il “poetare”, alla luce di un rapporto sempre nuovo tra parola e senso. Ha tenuto conferenze e lezioni magistrali nelle facoltà di Lettere e Filosofia di numerose università europee, tra cui: Toulouse (Université de Toulouse – Le Mirail), Losanna (UNIL), Roma (Roma Tre), Milano (Statale), Trento (Statale), Venezia (IUAV), Chieti-Pescara (D’Annunzio). Ha curato con saggi interpretativi di accompagnamento l’edizione di opere letterarie e filosofiche di autori quali Yves Bonnefoy, Félix Duque, Jean-Luc Nancy, Vincenzo Vitiello, Romano Gasparotti, Aldo Giorgio Gargani. Fa parte del comitato scientifico della rivista internazionale di poesia ‘Osiris’, della rivista di studi filosofici ‘Panaptikon’ e della rivista di critica letteraria ‘Testuale’. Firma la rubrica “Le abitazioni della poesia” sulla rivista d’arte “Equipèco”. Ha curato le antologie poetiche Ante Rem (premessa di M. Corti, 1998); con A. Cortellessa e G. Ferri, Verso l’inizio (premessa di E. Sanguineti, 2000); con A. Contù, Poesia Europea Contemporanea (premessa di C.C. Harle, 2001). Per MorettieVitali, dirige la collana «Narrazioni della conoscenza», che ospita, tra gli altri, volumi di Nancy, Duque, Montano, Mati, Bonnefoy, Finazzer Flory, Moroncini, Vitiello, Folin e altri. Per lo stesso editore cura con Stefano Baratta la collana di psicoanalisi e filosofia «Convergenze». Per Anterem Edizioni cura la collana di poesia «Limina» e, con Ida Travi, la collana di saggistica «Pensare la letteratura». Per Cierre Grafica dirige, con Yves Bonnefoy, Umberto Galimberti e Andrea Zanzotto, la collana «Opera Prima», e cura, con Ida Travi, la linea editoriale «Via Herakleia – Forme della poesia contemporanea». Suoi testi poetici e narrativi sono stati tradotti in francese, inglese, spagnolo, slavo, russo. Collabora all’attività culturale degli ‘Amici della Scala’ di Milano.

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Il giardino conteso L’essere e l’ingannevole apparire Moretti&Vitali, 2016

Della Fine Formebrevi edizioni, 2016

Odisseo che scrive a Telemaco nella famosa poesia di Brodskij è una meditazione sul Nuovo Mondo. È una poesia dell’annuncio. In un certo senso, siamo tutti figli di quella grande poesia, siamo tutti nelle condizioni di Odisseo che ritorna alla sua Itaca e trova il buio, il tramontante tramontare, l’oblio della luce, Penelope vecchia, sterpaglie, porci e pitosfori. L’Odisseo di Brodskij ci parla da Dopo l’Esilio, da Dopo la Guerra di Troia, dalla distruzione che ha attecchito nel suo paese, la Russia. Forse, oggi, un poeta può parlare soltanto dal suo esilio in terra straniera, il suo non può non essere che un pensiero dell’esilio. Anche noi, qui in Occidente, parliamo da Dopo il Moderno e da Dopo la Grande Guerra Fredda, dopo le tre guerre mondiali che hanno sconvolto l’Europa e in mezzo a quest’ultima guerra, che si fa a pezzi, in altri continenti. Adesso sono rimasti soltanto i filistei delle vetrine mediatiche che officiano i loro riti apotropaici alle Icone del Successo e della Ricchezza.

Nel 1971 il presidente americano Nixon annunciò la fine del cambio fisso del dollaro con l’oro. Il Capitale Finanziario è stato liberato dal cambio fisso con l’oro; da allora questa deità ci domina, è il nuovo Demiurgo, il nuovo Moloch che esercita il dominio assoluto sugli uomini. Noi a ragione possiamo parlare come l’Odisseo di Brodskij: da Dopo il Tramonto dell’Occidente. E che altro è la poesia e il pensiero di Flavio Ermini se non un pensiero poetante che medita sul Tramonto? Sulla Luce che lentamente si estingue?, anzi, che si è estinta del tutto e della quale non rimane che una fuggevole e precaria rammemorazione?.

Così recita la scheda del libro dell’editore de Il giardino conteso: «L’apparire dell’essere è sempre enigmatico, talvolta ingannevole, in ogni caso incalcolabile. Così è pure il suo celarsi. Quali sono le vie che portano l’essere ad apparire? Come si manifesta l’essere? Dove si cela? Ogni sua manifestazione è davvero illusoria? Ce ne parla Flavio Ermini in questo libro, indicandoci quali conseguenze comporta fare esperienza del mondo e del suo incessante scaturire.

Il giardino conteso si articola in sei parti, dedicate ciascuna a un momento specifico della contesa che è sempre in atto tra essere e apparire. Quella contesa indica che a fondamento della vita sta la consapevolezza di essere al mondo. Accorgersi di vivere, infatti, è muovere un passo nell’esperienza originaria dell’esistenza. Testimoniare e custodire il senso di tale esperienza è un compito al quale non possiamo sottrarci. La coscienza di vivere chiama all’appello le insistenti e dolorose erosioni degli anni. Eppure questa consapevolezza è la condizione irrinunciabile per potersi accostare alla verità. Bisogna prendersi cura della sofferenza che ci assilla, esserne coscienti, al fine di perfezionare la conoscenza del bene congiunto di bellezza e verità».

Il discorso poetico de Il giardino conteso si iscrive nella fenomenologia del Tramonto quale condizione esistenziale per poter esperire l’avvicinamento alla «verità». Il pensiero poetante prende alloggio nel buio, oscilla tra prosa e poesia, è sempre en plein air, ma di un’aria nera, colloidale, collosa e schiumosa, chiama il lettore nella sua magia verticale, lo vuole raggelare dentro i riverberi del buio del proprio daltonico periodare. Dopo il tramonto della Luce, il pianeta intero è immerso nella notte buia. La notte dell’Occidente. Il deserto spirituale. È in questo tramontante tramontare del buio che non sembra avere fine che la poesia di Ermini si staglia come una nera nube minacciosa e inquietante. Sembra di udire la maledizione che Albert Caraco lancia agli uomini dell’Occidente: «animali spermatici». Gli uomini della «Morte del sole» di Mario Sgalambro. La poesia di Ermini è un mormorio sommesso e soffocato che proviene da un «cielo disabitato», sotto il quale i «nascenti», «creature animali», sono costretti in una «valle pietrosa», ed espulsi « dall’alto dei cieli nel loro insistente decadere». Con una dizione prosastica e un verseggiare ipotonico e isometrico, il periodare poetico di Ermini ci annuncia la fine della poesia così come l’avevamo conosciuta nel lontano Novecento e la sua, la nostra, metamorfosi in «insetto», un animale che si muove nel buio, a tentoni, illuso di agire nella libertà e nella luce. Un «animale» inconsapevole che percorre la sua «china distruttiva» senza requie e senza rimorso nell’equinozio del buio, «destinati ad avanzare nelle tenebre». «Nel buio l’uomo viene trasformato in insetto. Il buio è la condizione in cui avviene il mutamento in semplicemente vivente».

da Il giardino conteso L’essere e l’ingannevole apparire Moretti&Vitali (2016)

La rupe delle ali e il cielo disabitato

s’incarna in molteplici forme quanto all’apparenza è familiare
lungo questa china distruttiva che determina l’accadere
senza che nelle tenebre siano costretti i nascenti a valicare
la valle pietrosa entro la quale le stesse creature animali
espulse dall’alto dei cieli nel loro insistente decadere
trovano con il tempo dimora al riparo della rupe e delle ali

*

diviene la propria negazione e in pari tempo se stesso
l’essere mortale divorato in alto dalle ombre
quale efflorescenza cresciuta su poca terra e nell’esitazione
allorché sul bordo di un precipizio arretra con sgomento
strettamente connesso com’è all’opaco fondo preumano
da cui si erge l’essere che di carne e fragile argilla è fatto

L’ingannevole terraferma e il regno intermedio

sotto uno spazio definito da stelle inerti e tenebre
prelude all’incontro con la morte l’atto di cadere
secondo il silenzioso modo di muoversi e di agire del padre
alle soglie di un deserto tra le cui dune il figlio mai
si sarebbe spinto se ciò non gli avesse consentito
di farsi più vicino alla casa imponente da espugnare

*

profondamente lacerata da un dolore senza rimedio
è in espansione la materia e svela che c’è il deserto
dopo questo regno intermedio e notte fonda sul divenire
dov’è soppressa ogni nozione di assoluto per l’uomo
che si volge ciecamente alle forze che fondano l’inizialità
per negarsi con vana ostinazione all’angusto mondo che lo limita

Il fortilizio da presidiare e la valle divisa

combatte la sua estrema battaglia l’orda d’oro del figlio
nel suo implacabile avanzare sotto lo spazio inerte del cielo
quale avamposto dell’ingannevole apparenza che ci attornia
pur consistendo in una lotta contro la morte l’invasione
cui oppongono i vecchi resistenza nel fortilizio da presidiare

*

non l’interezza è all’origine di queste mutilate apparizioni
ma un grido sottratto ai viventi quando viene loro impresso
all’impietoso sorgere del sole il marchio dell’obbedienza
anche se altro non fanno che sfuggire all’esilio
votate come sono all’illusione di condividere con i caduti
la verità che la donna con il cesto dei fusi annuncia
percorrendo a ritroso una tenue curva in collisione
con l’orizzonte che tra cielo e mare si configura
e con dolore fa pensare a molti uomini in catene

La terra contigua alla dispersione e la forma segreta delle ceneri

davanti al vuoto arretra la figura genitrice
consapevole del proprio inarrestabile impoverimento
trascinando con sé la vittima designata
nell’impazienza di compiere il gesto sacrificale
idoneo sulla terra a inaugurare il giardino insepolto
in questa insensata contesa in atto tra i vecchissimi

*

nel carattere incerto di una sembianza ignota e singolare
propria dell’entroterra dove l’essere umano grida per il terrore
è una realtà conosciuta e uniforme la compostezza dei morti
pur se operata sulla linea di faglia mandata in frantumi dai viventi

 

da Della Fine Formebrevi edizioni, 2016

La notte

Siamo destinati ad avanzare nelle tenebre. Siamo noi stessi elementi di tenebra. Strisciamo nel fango e mormoriamo affannosi salmi tra inesauribili smarrimenti di senso.
Viene meno la distinzione tra vita e morte in questa notte senza mattino. L’alternanza luce-oscurità si è interrotta e resta colo il dilatarsi del buio. La barriera tra ragione e delirio è abbattuta. L’insopportabile avanza tra figure umbratili, quanto noi orrende. Le categorie vacillano.
Dell’ultima alba non rimane che il ricordo.
L’oscurità rivela una condizione di pericolo. Ma i nostri occhi sono invano spalancati. Con questo buio non scorgono nulla di familiare. temiamo di essere sottoposti a un processo incontrollato di mutamento.
Il giorno è declinato e ci ha consegnati all’estinzione, condannandoci ad avanzare nel deserto. Non c’è speranza nel regno dell’oscurità informe. restano spente le stelle e manca qualsiasi punto di orientamento.

Il pericolo

Nel buio l’uomo viene trasformato in insetto. Il buio è la condizione in cui avviene il mutamento in semplicemente vivente.
Siamo diventati insetti senza che ci sia dato neppure il tempo di pensare. Non c’è il tempo di pensare in questo precipitare dell’essere umano verso un’animalità oscura e immanente, a un passo dall’estinzione. Siamo animali e abbiamo paura. Siamo animali e facciamo paura; come paura fanno tutti gli animali che non si vedono, perché vivono nella notte.
Siamo caduti. Siamo avvolti da una foschia che nasconde ogni sorta di luce. Non abbiamo colpa, eppure siamo caduti come il più abietto dei peccatori.
Fuggiamo sempre ppiù lontano, verso l’interno, inseguiti da un’ombra che altro non diffonde che orrore e desolazione. Siamo imprigionati nella fuga. La nostra prossimità alla fine è accompagnata da ulteriori ombre che condizionano con oscure minacce il nostro contegno.
Il buio è parte integrante della nostra casa. È di pietra come di pietra sono le rovine tra le quali ci aggiriamo, seguiti dalle ombre del crepuscolo.

L’ombra

Non possiamo sfuggire alla condizione di esseri umani destinati a diventare insetti per subito dopo estinguerci.
Morire senza che venga conferita alla caduta la possibilità di una risposta. Morire senza che venga riconosciuto un senso alla caduta… È l’istantaneo sorgere delle ombre. È la vita che scompare sul ciglio dell’oblio. È la notte su un cielo che va solcandosi di uccelli rapaci, destinati a stringersi intorno a noi per straziarci con i loro artigli.
in questa condizione affrontiamo le atroci sofferenze della nostra sorte di semplicemente viventi, condannati a essere una minaccia per noi stessi.
Vorremmo rimanere sulla soglia. Aspettare che quello spietato infierire abbia termine. Vorremmo essere spettatori. Ma non ci è concesso. Siamo risucchiati nei moti vorticosi della materia e della sua irriducibile volontà di annientamento.

Il declino dei giorni

La corsa verso il precipizio è terminata. Il passo verso il baratro è compiuto. Ci troviamo nel sottosuolo. Non c’è più speranza dopo la furente dissipazione del crepuscolo. Il sottosuolo è il terribile mondo che ci assalta da dentro e da fuori, nella notte che sopraggiunge improvvisa dopo il declino dei giorni. È la stanca replica del disadorno dolore della vita. È la tempestosa disperazione della barca che affonda nel gorgo dell’angoscia, nel mare del non-detto
Ci troviamo nel sottosuolo. Ce lo rivela l’affannoso respiro di quelle figure che delle tenebre hanno fatto il loro rifugio, la loro casa.

Il crepuscolo

Il dolore mai s’interrompe. Il suo sotterraneo fluire è incessante. Nessuno può sottrarsi alle frustrazioni e alle insidie che minacciano le proprie scelte. Ognuno deve farsi carico degli inganni e delle cadute sino alla suprema disfatta.
Il nostro pensiero è arroventato dall’ansia di fronte alla morte, davanti a questa luttuosa parvenza, scortata da invincibili mostri di desolazione e di pena.
Ogni volta che scende il crepuscolo il tempo non è più scandito dalle nostre azioni, ma da volontà tanto più atroci quanto maggiormente si fa bruciante la domanda sul senso della nostra esistenza. I confini dell’oscurità finiscono con l’intrecciarsi a quelli del nostro destino.

*
Fin dal primo momento l’essere umano avverte che la sua esistenza è precaria; il suo dolore, difficile da reggere; la morte, insopportabile. La prospettiva della fine atterrisce; fa apparire vana ogni impresa, ogni edificio umano, per quanto imponente sia. Ogni nostro gesto, teso ad alleviare l’intensità del dolore, si rivela inutile: la nostra vita obbedisce unicamente alla legge universale della sofferenza. La casa in cui dimoriamo rimane identica a se stessa, ma in essa la nostra vita va dileguando. Siamo confusi e immettiamo confusione tra le cose del mondo.

Questo nostro tempo è così povero da non sapere neanche più riconoscere la propria indigenza […] La vita è malattia e intolleranza. L’essere umano cerca di farsi spazio in mezzo alle cose; si rivolge ovunque, ma dovunque è respinto. Tutte le direzioni che intraprende portano a una deviazione; ognuna è un passo falso […] Siamo sulla soglia. Qui la posta in gioco è l’aperto, ma dell’aperto ci è preclusa persino la vista […] Siamo a un passo dal Maelstrom… Lacerati dall’angoscia, stiamo immobili sul crepaccio, pietrificati dalla notte che ci minaccia costantemente con l’orrore della sua insensata nudità… […] La terra sulla quale cadiamo non ci è familiare. È il luogo della dissipazione. Non c’è tregua. Con la caduta avviene la nostra radicale separazione dal fondamento. Procediamo precipitando. Siamo irriconoscibili a noi stessi… la casa natale è quel traghetto di morti; è la conferma inappellabile di un destino di solitudine e di abbandono […] Noi sappiamo bene cos’è il male. La storia recente ce ne ha offerto prove schiaccianti… La vita è una traversata dal nero al nero»
[…]
L’esistenza non potrà mai realizzarsi in alcun modo. Non è un disagio particolare. È una sconfitta. La bambola chiude gli occhi e diventa estranea al bambino, suscita spavento. Si fa avanti la realtà umana. Si fa avanti l’unica certezza: l’angoscia. È la certezza che tutto, oltre l’angoscia, è illusione. Chiudendo gli occhi la bambola non racconta altro che la nostra impossibilità di trovare una risposta convincente al dramma della vita».
[…] Il Minotauro aspetta il nostro sacrificio. Fuggiamo… Ogni piano di fuga è un inganno, un sogno ad occhi aperti. In realtà procediamo costantemente verso noi stessi. […] Il mondo è il pericolo che ha preso forma. L’esistenza è la vera minaccia […] Noi deboli abitanti del sottosuolo riconosciamo di essere insetti […] Uscendo dal buio l’essere umano trova il buio. Del futuro non c’è da aspettarsi nulla… L’ultima parola decreta lo scacco.
[..] L’uomo si dà come sparizione, come rovina, dissoluzione senza compimento… Zero il passato. Uguale a zero il futuro».

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