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Marina Cvetaeva, Strofe da La principessa guerriera, testo russo a fronte, a cura di Marilena Rea, Sandro Teti editore, 2020, pp. 286, € 22, ISBN: 9788899918989

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Marina Cvetaeva

Prefazione di Marilena Rea

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Nell’universo Cvetaeva il poema Zar-fanciulla (Car’-devica), una fiaba in versi (poėma-skazka, recita il sottotitolo), occupa un posto cardinale. Perché venne composto nel 1920, anno di enormi privazioni, di miseria, freddo e lutto: tra memorie tracciate febbrilmente nei diari e nelle lettere, guerra civile, mercato nero, un marito al fronte e la morte della piccola figlia Irina. Perché è l’espressione più complessa di quello che Cvetaeva chiama la sua «linea russa»1 , cioè l’immaginario folclorico, epico e fiabesco – «Voi sapete quanto io ami l’arte popolare (NB! Io stessa sono il popolo!)» . E soprattutto perché è sempre stato considerato da Cvetaeva la sua «cosa migliore». In un tempo astorico e ciclico, tipico della tradizione folclorica, ripartito in tre Notti e tre Incontri fondamentali (più una breve Notte ultima e una Fine), si consumano le vicende di quattro personaggi: lo Zar ubriacone, la Zarina di seconde nozze, lo Zarevič, e lei – la protagonista assoluta: Zar-fanciulla, la principessa guerriera, la gigantessa dal nome androgino, l’amazzone russa, insieme donna e re. Suo è il regno al di là dei mari, sua è la forza ignea, suo è il dominio sugli elementi del creato; di altezza smisurata e potenza da bogatyr’ (l’eroe epico delle byliny) , principio universale maschile, simboleggia la forza attiva del Sole: ha il volto tondo e radioso che ustiona chiunque si accosti, ha una folta chioma riccioluta di un rosso infuocato, vive in un rosso palazzo, guida un Vascello di Fuoco, siede in un rosso padiglione; e, infine, agisce sempre di giorno, durante gli Incontri.
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Cvetaeva iperbolizza la principessa guerriera della tradizione, protagonista delle due fiabe russe (la n. 232 e la n. 233) raccolte in Narodnye russkie skazki dell’illustre etnologo Aleksandr Afanas’ev, un libro di fiabe ricevuto in dono nel 1915 dagli amici pietroburghesi Jakov Saker e Sofija Čackina, un libro amato, probabilmente uno di quelli con cui «mi bruceranno», scrive Cvetaeva nel 1926. Guerriera, eretica, santa, pellegrina, strega – sono tante le maschere in cui Cvetaeva racconta il suo rifiuto nei confronti del ruolo convenzionale della donna, a partire dalla lirica Se ti chiamo caro – non ti annoiare (1916), fino ai poemi coevi di Zar-fanciulla (Il Prode, Sul cavallo rosso, Vicoletti); un popolo di donne leggendarie – Pentesilea, Brunilde, Giovanna d’Arco – marcia in filigrana con lo stesso passo militare di Zar-fanciulla, finendo per sovrapporsi alla stessa Cvetaeva. Di questo mondo guerriero femminile – intriso di epos ma anche di leggende popolari e superstizioni, narrato con un inconfondibile linguaggio che si muove, nota Karlynsky, tra registri incolti e colloquiali, registri della Bibbia, dello slavo ecclesiastico e del russo antico – Zar-fanciulla porta il vessillo, con un’ostinata volontà di salvare dall’oblio quell’autentica cultura moscovita, la «Mosca dell’ultima ora e dell’ultima volta» che, con tanto orgoglio, Cvetaeva aveva regalato a Osip Mandel’štam durante il soggiorno a Mosca nel 1916.
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Rovesciando il topos dell’eroe della fiaba che parte in cerca della sposa, la Vergine guerriera solca i mari per conquistare il suo giovane sposo, lo Zarevič, un fanciullo inerte, malinconico, riottoso all’amore, dedito solo alla musica; lui rappresenta il principio lunare, e dunque femminile e agli antipodi della principessa guerriera, conservando poco dell’eroe della fiaba originale (nella n. 232, è pronto a duellare con il pretendente pur di sposare la fanciulla-re; nella n. 233, peregrina per il mondo, incontra la baba-jaga nell’izba sulle zampe di gallina e affronta le tipiche prove iniziatiche, fino a trovare l’amata e convolare a nozze con lei).  Se la sua natura celeste lo rende leggero, vaporoso, acquatico, il figlio dello Zar deve fare i conti, però, con un pesante principio terrestre: perché è di stoffa, tessile, filiforme, fruttoso, oltre che oppresso, incastrato, incatenato. Benché il suo status sia quello del son (sonno e sogno), di cui la musica non è altro che un prolungamento, lo Zarevič è l’unico personaggio che si evolve, cresce, s’invigorisce, da bambino diventa un uomo-eroe che ha superato le prove iniziatiche. Scrive Marina Cvetaeva nei diari del 1923: «Leggete Zar-fanciulla – insisto. Dov’è il senso della storia? In lei, la Guerriera, in lui, lo Zarevič, nella Matrigna, ma anche nella tragedia del mancarsi: l’amore è un passarsi accanto: Ein Jüngling liebt ein Mädchen. Ma il mio Jüngling non sa amare nessuno, sono questi gli uomini che io amo, lui ama solo la gusla, è fratello del giovane David e ancora di più di Ippolito».
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Nello Zarevič, un «figlio del Cielo», si riverberano dunque il David biblico che lenisce con la musica i tormenti di Saul, l’Orfeo che suona davanti al re degli inferi, ma anche l’Ippolito misogino che resiste crudele all’amore. Ma non a quello di Zar-fanciulla, bensì a quello della Matrigna, la Zarina. Una non-coppia incestuosa, destinata a un amore ferale come quello narrato nella Bibbia tra la moglie di Putifarre e Giuseppe, già elaborato da Cvetaeva nelle liriche Giuseppe (1917) e Sei scappato, una notte nera sei scappato (1920); oppure come la coppia mitologica di Fedra e Ippolito, immortalata nelle liriche Fedra (1923), Il sipario (1923) e nella tragedia Fedra (1927). La Matrigna, dilaniata dallo struggimento d’amore, è una donna tortuosa, sinuosa, sgusciante, è una novella Medusa simile alla principessa-serpe dell’omonima fiaba popolare. Lei è il personaggio più intenso del poema: il suo regno è la Notte, è dotata di un potere occulto misto di magia, fumo e sonno, è mezza strega e mezza ragazzina, moglie negletta e chiusa sotto chiave in un labirinto sotterraneo di sette stanze, come la bella principessa araba della Storia del visir Nur En-Din de  Le Mille e una notte (ugualmente chiusa in un labirinto e circondata da un corteo di ricamatrici, acconciatrici, cantatrici).
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Ma c’è dell’altro: la Matrigna è il ribaltamento sia della Vergine guerriera sia della Vergine Maria (si veda la nota Foce, p. 274); ha i tratti delle più crudeli donne bibliche – strappa le vesti al suo amato come la moglie di Putifarre strappava il mantello a Giuseppe, si fa statua di sale come la moglie di Lot che, violando il divieto di Dio, si volta a guardare la fine di Sodoma e Gomorra, finisce per strapparsi le vesti dopo una folle danza per avere in cambio, come Salomè, la testa del suo Zarevič. E non è ancora tutto: nella Notte ultima, dopo aver visto tornare a riva la barca vuota dello Zarevič, intona un «pianto dei salici», inconsolabile Desdemona. Fa parte dello stesso mondo ctonio e infero, in cui è rinchiusa la Matrigna, anche lo Zar, inchiodato in un locus fisso, cioè la cantina; assomiglia a un re degli Inferi, circondato da coppe, bottiglie e botti che delimitano uno spazio ben organizzato, come si conviene al mondo infero di tutte le mitologie. Lui e il suo territorio sono dominati da umidità e villosità, indici della loro natura tetra, malefica, vendicativa (si veda la nota Davanti al mercante, p. 273); il vino-sangue di cui innaffia il regno, in un delirante inno allo sfacelo e alla disgregazione (Notte terza) reso dal martellante prefisso verbale raz-ras, scatena le forze cosmiche distruttrici che si riverseranno rovinosamente su di lui nella Fine: il popolo in rivolta, esasperato da fame e soprusi, decreta la condanna a morte del re.

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