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Poesie di Gino Rago, Chiara Catapano, Mauro Pierno, Lorenzo Pompeo con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Foto Scala con ombra

la poesia ha a che fare più con l’illusione e l’abbaglio piuttosto che con le categorie della certezza e della verità. L’illusione è lo specchio della verità, anzi, è la verità che si guarda allo specchio.

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Nelle poesie che seguono si tocca un vulnus problematico della «nuova ontologia estetica». I poeti presentati hanno abbandonato alle ortiche la moda delle parole che parlano dell’«io» e delle sue adiacenze e del «tu»; la poesia ricomincia daccapo, alla maniera di Lucrezio, dal De rerum natura, in Gino Rago, alla maniera di Odisseo Elytis in Chiara Catapano, alla maniera della disconnessione sintattita e sintagmatica di Mauro Pierno. Riprende a tessere il filo del discorso poetico dall’origine, dal nulla, dal vuoto, dalla mancanza di senso.

L’essere, ed è questo l’enorme problema della metafisica, sfugge alla predicazione, non risponde al predicato, non rientra nel linguaggio nel quale sembra, tuttavia, in qualche modo, anche risiedere come all’interno di una dimensione illusoria (come un palazzo fatto di specchi che si riflettono l’un l’altro), nella quale l’io pensa di esserci; ma, allora questo è il luogo di un grande abbaglio se l’io della percezione immediata crede ingenuamente in ciò che vede e sente. Ed è appunto questo ciò che fa il linguaggio della poesia: far credere in quel grande abbaglio. Ma è, per l’appunto, un abbaglio, una illusione. Per questo la poesia ha a che fare più con l’illusione e l’abbaglio piuttosto che con le categorie della certezza e della verità che filosofi come Platone ed Eraclito non potevano accettare perché avrebbe messo in dubbio ciò su cui si edifica il mondo dell’edificabile, il mondo dei concreti e delle certezze, del nomos e del logos, parole altisonanti che all’orecchio della Musa invece suonano false e posticce. L’illusione è lo specchio della verità, anzi, è la verità che si guarda allo specchio.

L’io, per quanto manifesto, reperisce altrove il suo statuto ontologico: nella sua mancanza costitutiva, che lo costituisce come impalcatura del soggetto.
l’io mento, è la vera dimensione dell’io penso.

L’abbaglio, l’illusione, l’illusorietà delle illusioni, lo specchio, il riflesso dello specchio, il vuoto che si nasconde dentro lo specchio, il vuoto che sta fuori dello specchio, che è in noi e in tutte le cose, che è al di là delle cose, che è in se stesso e oltre se stesso, che dialoga con se stesso.
Il mondo dell’innominabile, delle petizioni cieche in quanto prive di parole che stanno nell’inconscio, una volta raggiunto il Realitätprinzip, e cioè la dimensione propriamente linguistica, ecco che indossa l’abito di parole. Ma non sono quelle le parole che la petizione chiedeva, sono altre che la petizione non aveva previsto, né avrebbe mai potuto immaginare.

La petizione panlinguistica propria delle poetiche del Novecento scivolava invariabilmente nell’ombelico autoreferenziale, in quanto diventata ipoteca panlinguistica. Il linguaggio poetico, in quanto potenza del rinvio, fame inappagata di senso per via della stessa logica differenziale che vedeva nel gioco dei rinvii la sua sola consistenza, si autonomizzava, si chiudeva su se stesso e diventava linguaggio che si ciba di linguaggio. Una dimensione auto fagocitatoria. Nella dimensione auto fagocitatoria scivola inevitabilmente ogni petizione panlinguistica.

Che lo si voglia o no, la poesia del novecento e del post-novecento, è stata colpita a morte dal virus del panlogismo, sconosciuto ad altre epoche e alla poesia di altre civiltà.
Nulla è più disdicevole dell’atteggiamento panlogistico proprio delle poetiche privatistiche e post-privatistiche che pretendono di commutare una ipoteca linguistica in petizione di poetica, in intermezzo ludico facoltativo.

C’è sempre qualcosa al di fuori del discorso poetico, qualcosa di irriducibile, che resiste alla irreggimentazione nel discorso poetico. Ecco, quello che resta fuori è l’essenziale.
L’unica sfera in cui si dà Senso è nel luogo dell’Altro, nell’ordine simbolico.
Allora, si può dire, lacanianamente, che «il simbolo uccide la “Cosa”».

Il problema della «Cosa» è che di essa non sappiamo nulla, ma almeno adesso sappiamo che c’è, e con essa c’è anche il «Vuoto» che incombe sulla “Cosa” risucchiandola nel non essere dell’essere. È questa la ragione che ci impedisce di poetare alla maniera del Petrarca e dei classici, perché adesso sappiamo che c’è la «Cosa», e con essa c’è il «Vuoto» che incombe minaccioso e tutto inghiotte.

È stato possibile parlare di «nuova ontologia estetica», solo una volta che la strada della vecchia ontologia estetica si è compiuta, solo una volta estrodotto il soggetto linguistico che ha il tratto puntiforme di un Ego in cui convergono, cartesianamente, Essere e Pensiero, quello che Descartes inaugura e che chiama «cogito». Solo una volta che le vecchie parole sono rientrate nella patria della vecchia metafisica, allora le nuove possono sorgere, hanno la via libera da ostruzioni e impedimenti perché con loro e grazie a loro sorge una nuova metafisica.

Nella poesia di Chiara Catapano Ulisse torna finalmente ad Itaca, dopo tanti anni sono morti tutti, ma, ecco «avanzare Maria Nefèli, fiocco di neve / che sposta l’equilibrio del mondo», il personaggio di Elytis alla maniera di Virgilio guida Ulisse verso il senso…
Nella poesia di Mauro Pierno c’è qualcosa, anzi, ci sono moltissimi oggetti «in venditori, in portaborse, fruttivendoli, operai, salumieri, dottori,/ artisti, direttori politici- lavoratori insomma,», ma in realtà c’è il vuoto, puoi toccare con mano la mancanza di senso come struttura significativa profonda del reale.

La poesia di Lorenzo Pompeo, in memoria del padre, è la più tradizionalmente classica, è una elegia priva di elegismo, fredda, distaccata, con alcune parole della antica patria metafisica (clessidra, il carillon, la musica), ma ci sono anche fraseologie stranianti (la mano del dentista), ci sono interrogazioni, il tutto in una orchestrazione sonora acromatica e asintomatica.

Foto man who wear hat

Il poeta ama la nascita imperfetta delle cose

Gino Rago

Il Vuoto non è il Nulla

Preferiva parlare a se stesso, temeva l’altrui sordità.
“L’intenzione dello Spirito Santo è come al cielo si vada,
non come vada il cielo”.
[…]
A Pisa tutti tremarono.
Il poeta ama la nascita imperfetta delle cose. Come fu.
In principio…
Il poeta lo sa.
È nei primissimi istanti dell’universo materiale.
Non c’è lo spazio, non c’è il Tempo,
non si può vedere nulla,
perché per vedere ci vogliono i fotoni,
ma in principio i fotoni non ci sono ancora.
Né si può ‘stare’, perché per stare ci vuole uno Spazio;
nessuno può ‘attendere’ (o ‘aspettare’),
perché per poter attendere o aspettare ci vuole un Tempo.
[…]
In principio, nei primissimi istanti… è solo il Vuoto.
Il Vuoto, soltanto che non è il Nulla.
È un Vuoto zeppo di cose.
È come il numero zero.
Lo zero che contiene tutti i numeri.
I negativi e positivi che sommati giungono allo zero.
In Principio…
Nei primissimi istanti il Vuoto. E il Silenzio.
Ma il silenzio che contiene tutti i suoni.
Il silenzio di Cage.
E l’universo della materia?
Viene dalla rottura della perfezione.
[…]
È stata l’imperfezione a produrre questa meraviglia?
Sì. Il Tutto viene dalla imperfezione.
Ma i paradigmi nuovi faticano a lungo prima d’essere accettati.
Finché Luce non si stacchi dalla materia opaca,
ma se la luce si distacca esistono i fotoni, il moto, l’attrito,
il tempo e lo spazio, l’uomo che scrive la vita,
la poesia che si espande dal vuoto che fluttua.

Ulisse in vestaglia

Ulisse è in vestaglia, spiccia tra le stoviglie
della reggia.
[…]
“Spio la vita dalle fenditure
a distanza neutra dagli eventi.
Estraneo a me stesso annuso il giorno
con le certezze d’un rabdomante
taglio il percorso della luce quando rimbalza
dalle bottiglie al cuore.”
[…]
“Chi davvero sei?”
[…]
“Sono in vestaglia,
navigo da libro a libro,
sbaglio i vettori della rosa dei venti,
sa, non sempre indovino la stella polare,
schivo a fatica scogli,
fingo naufragi,
mi invento qualche approdo di fortuna,
lo vedi anche tu…
L’Odissea?, è una grande bugia”

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Chiara Catapano UN POEMA: Alìmono con un Appunto dell’autrice e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

foto ombre sfuggenti

Parla ad un’ombra. Dentro di lui il mare ha corroso ogni cosa.
Non esiste destino che possa alloggiare nell’immobile gesto del tempo
Come in questa mia casa

Chiara Catapano nasce a Trieste nel 1975. Si laurea nell’ateneo tergestino in filologia bizantina. Vive per alcuni anni tra Vienna, Atene e Creta, approfondendo così i suoi studi sulla cultura e la lingua neogreca. Collaborazioni recenti: Fondazione Museo storico del Trentino: assieme al dott. Andrea Aveto dell’Università di Genova e allo scrittore Claudio Di Scalzo: riedizione dei “Discorsi militari” di Giovanni Boine, nell’ambito di uno studio sull’autore portorino. Per Thauma edizioni: ha curato l’edizione di “Per metà del cielo”, della poetessa slovena Miljana Cunta (trad. Michele Obit). Per l’Istitucio Alfons el Magnanim CECEL – Consejo Superior de Investigaciones Cientìficas, rivista “Anthropos” numero di febbraio 2015, l’articolo: “Sopra la rappresentazione transmoderna del sé”.

http://www.anthropos-editorial.com/DETALLE/LA-CONDICION-TRANSMODERNA.-ROSA-MARIARODRIGUEZ-MAGDA-RA241 L’attività prevalente e continuativa (da ottobre 2012), consiste nella direzione, accanto allo scrittore Claudio Di Scalzo, della rivista d’autore on-line Olandese Volante (www.olandesevolante.com); al cui interno, oltre alla pubblicazione di testi letterari in poesia e prosa dei direttori e di alcuni collaboratori, vengono curati autori e maestri in modo “transmoderno”, come la rivista attesta nel sottotitolo:“Transmoderno, arti, pensosità, letterature.”

Con Giulio Perrone esce a giugno 2011 la sua prima raccolta “Apice stretto” in “Verso libero- antologia poetica a cinque voci” con prefazione di Letizia Leone. +A ottobre 2011 esce la sua raccolta “La fame” edita da Thauma Edizioni. A novembre 2013 pubblica la raccolta “La graziosa vita” (Thauma edizioni) dialogo sulla tomba di Giovanni Boine, uscita sotto l’eteronimo di Rina Rètis – opera dedicata allo scrittore portorino.

Ha collaborato fino al 2013 con l’associazione culturale “Thauma” di Pesaro, per la cui casa editrice è stata curatrice. Ha curato per il Comune di Bolzano, assieme alla regista Katia Assuntini un cortometraggio nell’ambito di un progetto d’integrazione delle giovani ragazze immigrate: in particolare ha coordinato il lavoro di traduzione per una giovane poetessa pakistana. Cortometraggio poetico basato sul poemetto inedito “Alìmono”, in collaborazione con gli artisti pugliesi Iula Marzulli, Marianna Fumai (RecMovie) e Gaetano Speranza: prima proiezione il 26 dicembre 2016 al Lecce Film Fest.

Collabora con la compagnia teatrale Fierascena, fondata dall’attrice e regista Elisa Menon. Sue poesie e prose poetiche sono apparse in riviste, siti e blog letterari- Catalogo della mostra personale di Jara Marzulli (http://www.jaramarzulli.it/) Come bocca di pesce i pensieri”; “Di là dal bosco”, ed. Le voci della Luna, 2012; Le voci della Luna, rivista: n. 55 “L’inutile bellezza, il senso di colpa nella poesia di Maria Barbara Tosatti”, marzo 2013; n. 56 “L’artista primordiale, omaggio a Odysseas Elytis”, luglio 2013.

“A Topolò, questa dolce sera…”, e “Oggi a Udine è risorto un poeta” apparsi sul sito ufficiale del poeta Gian Giacomo Menon, voluto e curato dal giornalista Cesare Sartori. http://www.giangiacomomenon.it/testimonianze/oggi-udine-e-risorto-un-poeta/ Intervista sul sito “World War I Bridges”, http://www.worldwarone.it/2015/12/rediscovering-italian-intellectualsnew.html?m=1 “Giovanni Boine: la punta dell’iceberg”, nel blog di Alberto Cellotto, LibrobreveHa presentato nell’ambito del FestivalTrieste Poesia” la raccolta “La graziosa vita”, presso lo storico caffè San Marco. Presentazione-intervista con Michele Obit, presso il Festival internazionale “Stazione Topolò”, luglio 2014.

 

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Appunto di Chiara Catapano

Alìmono

 Maria Nefèli, la nuvola, il fàntasma, vaga tra Oxòpetra e Itaca. Accompagna le voci dei cento e cento ritorni, gli echi nelle vuote case, di chi scoprì, partendo, di non essersi mai allontanato.

Quale inganno, e chi ingannò, in fondo?

Elena fu sostituita da un fiato modellato da Era, per confondere i Greci; e Ulisse, giunto in patria dopo più di cent’anni scorge, attraverso la solitudine, la propria giovinezza ormai inutile. Mai mai siamo partiti, nessuno di noi.

Maria Nefèli è fuoco, il Logos di Eraclito. E nel suo specchio, nelle profondità da lei indicate (nel suo condensarsi fiato nel fiato del mito), tornano a vivere Elena, Medea, Ulisse; si intersecano alla mia biografia come aghi che ricamino un percorso. Questo percorso io indico a chi mi ascolterà. Non sarà giusto o sbagliato, o non completamente giusto o sbagliato: vuole essere una misura con la quale attingere, ognuno a suo modo, dal proprio specchio.

«Viaggio (la Grecia per me è una condizione dello spirito, come racconta Elytis) rivissuto attraverso il mito. Ho “adottato” Maria Nefeli, personaggio e alter ego di Elytis nel suo poema omonimo, a mo’ di Beatrice per i personaggi che si intersecano nel poemetto».

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Dovrò presto fare i conti con quanto fa pendere la bilancia Oltre i confini estremi della misura

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Heidegger nella sua opera In cammino verso il linguaggio (1957), scrive: «Il Dire originario è il modo in cui l’Ereignis [l’evento] parla: modo non tanto come maniera, quanto piuttosto come melos, come il canto che dice cantando». Heidegger postula un «Dire originario», ma noi sappiamo, dopo Derrida che esso può esistere soltanto come «traccia» di un qualcosa che non le preesiste, di un passato che non è mai stato presente e che non può essere rievocato. Il filosofo tedesco non dice che le Muse sono nove e che il loro canto è «discorde», e che ciascuna di esse canta un proprio canto incomprensibile alle altre. Oggi noi sappiamo che dietro quel «Dire originario» non c’è nulla, non c’è una struttura originaria se non in qualcosa di simile alla onda gravitazionale di fondo dell’universo che ha avuto inizio all’atto del big bang. Non c’è alcun dire originario al quale il canto degli aedi ritorna. Non c’è nessun canto e basta. Ci sono una molteplicità di canti dacché i poeti sono stati deprivati di quella antica relazione privilegiata che li univa al «Dire originario»…

La «traccia», scrive Emmanuel Lévinas, è «un passato che non è mai stato presente», cioè la dimensione di un Altro che non si è mai presentata né potrà mai presentarsi, che Derrida non esita ad assimilare alla nozione psicoanalitica di inconscio: «con l’alterità dell'”inconscio” abbiamo a che fare non con degli orizzonti di presenti modificati – passati o a venire – ma con un “passato” che non è mai stato presente e che non lo sarà mai, il cui “avvenire” non sarà mai la produzione o la riproduzione nella forma della presenza. Il concetto di traccia è dunque incommensurabile con quello di ritenzione, di divenir-passato di ciò che è stato presente. Non si può pensare la traccia – e dunque la différance – a partire dal presente, o dalla presenza del presente».1 Come la nozione freudiana di inconscio, il concetto di traccia assume una funzione antifenomenologica, nel senso che costituisce un ordine di alterità per definizione irrappresentabile, o rappresentabile soltanto attraverso un insieme di sostituzioni: «e per descriverle, per leggere le tracce delle tracce “inconsce” (non c’è traccia “cosciente”), il linguaggio della presenza o dell’assenza, il discorso metafisico della fenomenologia è inadeguato».

La scrittura poetica di Chiara Catapano è questa ricerca di un «Dire originario», è una «traccia» o «frammento-specchio» di altre scritture, di altre «storie» omeriche, di un passato che è stato un presente, di un «presente» non vissuto se non per indiretta esperienza, attraverso la narrazione di altre «storie». Storie su storie che si intersecano e si corrispondono; una «traccia» di «storie» che proviene da un «non-luogo»: la grecità, che si è dispersa nei secoli, che proviene dal periechon (infinito) dello Spirito, dall’infinito del «sacro» per depositarsi, come una polvere invisibile, nella «traccia-specchio» del presente assoluto, o ablativo dei nostri giorni. «Storie» come simulacri, simulacri come «storie», l’«io» che si è dissolto nelle svariate «storie» e nei numerosi personaggi («Che m’importa: mi chiamino Elena o Ulisse. Io già lì non son stato!»).

C’è in Chiara Catapano il richiamo esplicito alla poesia epica di Elytis, la consapevolezza che «nella pausa tra il gesto e la parola vive l’eternità». Parole grandi che la Catapano pronuncia con la tranquilla consapevolezza di chi ha della poesia un concetto di alta nobiltà denominativa, la «chiara» cognizione che occorra ritrovare il coraggio di una dizione forte, alta, impegnativa, lontana mille miglia marine dalle poetiche acriliche del minimalismo, che occorra ricostruire una tradizione poetica, quella italiana, ormai esausta ed esangue. «Siamo vivi per puro caso», scrive la Catapano. Ed è questo il senso profondo del «frammento simbolico» che è il senso profondo della operazione poetica della poetessa e  che noi ci sforziamo di veicolare nelle pagine di questa rivista. Un «frammento» in rovina, è ovviamente questo poema di Chiara Catapano («A giudicare da come vanno le cose lungo la dorsale della vita»).

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A giudicare da come vanno le cose lungo la dorsale della vita

I

A giudicare da come vanno le cose lungo la dorsale della vita,
Dovrò presto fare i conti con quanto fa pendere la bilancia
Oltre i confini estremi della misura.
Quando morirò vorrei leggessero Elytis al mio capezzale:
Nessun Cristo migliore della sua Maria Nefèli potrebbe ungermi la fronte
Prima che il nero mi raggiunga con l’ultimo respiro.
Accompagnatemi a Oxòpetra e abbandonatemi distesa sulla roccia
Come un frutto di mare aperto.
Lasciate che mi dissipi l’aria e non siano i vermi giù in profondità a svezzarmi:
Sia la natura a pedinarmi e, in segreto, mi assolva
Benché – anche per un sol giorno – avrò creduto che concretezza è male.
Basterebbe levarsi di torno l’opinione come gli abiti la sera:
Invece stiamo ancora a implorare l’un l’altro approvazione
Per il modo in cui mordiamo il frutto appena spiccato.

Non esiste religione che non comprenda in segreto violazione
Nelle segrete stanze della fede.

Ho chiuso gli occhi come per un miracolo.
Era gennaio e dentro l’estate già s’apre un varco:
Il mio errore sta nell’imporre un tempo unico alle cose
Ed io viverci male, col ritmo del rammendo.
In silenzio l’uomo raccoglie dalla bianca roccia piante selvatiche,
E il poeta dà loro un nome:
E nella pausa tra il gesto e la parola vive l’eternità iterata mille e mille volte,
Finché anche l’oro dell’icona non avrà rivelato il tuo stesso volto dipinto da Dio
Sulla tavola nel legno della croce.

Finiamola qui. Voglio abbandonare la paura al crocevia
Dove con mani leggere accetterò la soma della Sfinge
E i quesiti che valgono anche quando ormai tutto è svelato.
Tebe è chiusa in un morbo d’ignoranza, nessun assedio abbastanza definitivo
Per abbattere le mura ed espugnare la città affamata.

Siamo vivi per puro caso: divinità luminosa liofilizzata in equazioni
O deposta con velluti e porpora nel più remoto dei remoti cieli,
Porterai sempre il nostro nome.

Cerchiamo comprensione,
Per non doverci assumere la responsabilità di noi stessi.

II
Abbandoniamo i ricordi lì dove possano germogliare
Anemoni nella cui bocca s’aprono cori d’angelo.
Ho visto ciò che non sorge e tramonta se non negli occhi del poeta
E quella visione s’è stretta intorno,
È divenuta muta rampicante del mio vivere: la mia poesia.
Non esiste dialogo più acceso di quello tra due corpi,
Sia esso di carne ed ossa
O stelle, o di quello stupore che dà una montagna
Che s’alza dal mare.
A Nea Skiòni per la prima volta ho capito il senso dell’ethos
Speso con tanta saggezza ai bordi frastagliati dell’akrochoriò.
I pomeriggi ricoprono le terre col profumo di tchài tu vunù.
Ricordo S., che parlava a quel vecchio alla fermata del bus
E i suoi grossi sacchi di iuta parevano offerte per antichi dei.
Ma l’infinito s’è perso alle porte di Salonicco, quand’ero ancora bambina,
E ricomporlo in pochi giorni di gioia così viva
Mi è difficile come credere che tutto questo un giorno finirà.

Ad avere importanza è il movimento, il movimento parallelo dell’anima:

Lo storpio nostro desiderare offeso dalle schiere dei sani.
Quando, nella sabbia, m’è bastato sprofondare il piede
Fino a raggiungerne l’intimità che pareva nudo di donna
Le stagioni seguivano il respiro e l’amore era disperso dal meltèmi
Che durava a lungo, e tutto assieme lo legava al paesaggio.
Qui intorno giunge squillante il colore azzurro, i gialli,
I blu cobalto e il blu di Ioulìta e la bianca folgore di una barca sul mare.
Davanti a tutto questo, tremante, mi sono coperta il capo
E senza esitare ho pregato in una lingua che non conoscevo
Fino a quando non mi ha pronunciata: occhi capelli sangue
Per insegnarmi che umile è chi chiede d’essere pregato.
Questa è l’offerta, il sacrificio richiesto da Dio per abitarci.

III

Ora dimmi: a quale Nazione credere,
Perché e dove l’io prigioniero sale
Scortato dall’esercito d’Alessandro verso il suo Oriente.
Questa fotografia, precisa come un frutto, e dolce
Mi ritrae un pomeriggio di molti anni fa, alle porte di Màdaba:
Vado più lontano con la penna e pochi fogli sotto il braccio
Ma credo che in quei luoghi qualcuno abbia seppellito la mia seconda anima.
Quegli arabi sulla porta di San Giorgio mi guardano
Come chi comprenda meglio il gesto che la persona:
Non ho creduto fosse un luogo di culto fino a quando
Alcuni giovani ortodossi non sono entrati a pregare:
Osservai a lungo i mosaici di Terrasanta discorrere con Sefèris
Sui luoghi della Fede.

Confidami di quale polpa siamo fatti, a quale occasione rispondiamo?
Mentre fuori è un altro me tutto distinto, in cui m’appresto a vivere.
Sono partita alla volta di Tiberiade
Con la certezza d’essere estranea a ogni cosa;
Poi laggiù, quell’azzurro torbido dentro la calura
M’ha suggerito una pena tanto antica, ch’io non fui capace di rinnegare
Per tre volte il mio essere cristiana.
L’occhio si spinge più lontano dello spirito
Così verso l’interno si ribaltava la vista
E uno scavo memorabile mi prese gli anni che stavano nascendo.

Questa è stata la mia cattività tra le coste del Mediterraneo,
Con il giallo degli agrumi che saluta il viandante e ne tramuta i pensieri in oro.
Ho imparato dalle notti brevi e stellate la purificazione
Che t’affila sulla pelle la tagliente verginità degli antichi:
Ma tutto questo ha un prezzo che, insieme, i frammenti d’Ossirinco han colato
Nel nero di poche sillabe tramandate dentro il movimento
Che chiamiamo: storia.

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Abbandoniamo i ricordi lì dove possano germogliare

IV

Perdona giovane barbara creatura, se pronunciare il tuo nome
Ancora mi crea sconforto: perdona la nostra bianca disperazione d’uomini.
Danza sull’amara lingua delle lettere, M-E-D-E-A
senza sforzo l’approssimarsi del dolore.
È come rompersi di guscio deglutito nel becco-pellicano
La tua ombra sul mio capo.
Da questi lidi, partire e tornare sempre da stranieri
Corrompe la natura tua non meno di quella del falco
Che nuota nella luce sopra le nostre teste.
Medea, fil di voce piegato come pallida guancia sulla spalla dell’amato
Perduto,
E sulle carni dei teneri figli,
Andati anch’essi come navigli senza timoniere.

Per come vanno le cose nel solco della vita,
Per come vi si conficcano, eterne:
A questo non troverai rimedio in nessuna religione.
Il tuo corpo è il ciborio che andavi cercando, gli schiavi da liberare i sensi
Prostrati sotto veli di dubbi.
Ci hanno ascoltati tutti gli dei del poeta,
Ascoltati ed esauditi eppure
Brancoliamo esauste nello stesso buio:
Tu ed io, Medea, scortate dalle falangi d’Alessandro
Il cuore afflitto come terra dopo il temporale.
Non comprendiamo il perché certi giorni di così cupa disperazione.

V

Varcate infine le porte di Morea,
Lasciati alle spalle i miti per la solida terra,
Ritrovai il poeta steso sopra una roccia, le braccia aperte
E palpebre rovesciate da cui scaturiscono cieli.
‘Ho ricevuto un battesimo di fuoco, cavato a forza
Dall’anima stessa delle cose’, mi disse in un alito.
Vacillai sotto il peso di quella verità.
L’anima nostra, distillato sapiente della più grande,
S’agita e ruggisce sotto la sferza del vento, nei freschi arcipelaghi.
Metti il piede fuori da questa fusoliera di siccità e pascoli,
Tra le schiume perla dell’Egeo.
Sono scudi le montagne d’Epiro, la lunga cresta di Negroponte
Con le sue poche valli:
Questo il miracolo più grande, che dentro i nostri mari
Sono cresciute isole, e promontori spezzati
Che hanno sfamato senza sosta popoli sobri e aperti, con profumi d’alloro e menta,
Ma questi popoli ci sono cresciuti dentro, perché l’osceno del mondo altro
Non li costringesse all’estinzione.

Occhio come calce la cui luce s’accende se s’accende il cielo:
La tua vista ha polpastrelli che mi auscultano
Senza ferocia.
Un giorno, ricordo, lo sguardo puntato nel sole dell’akrochoriò,
La Calcidica pronunciò il mio nome ed era l’elenco
Di tutte le cose cadute nella mia bocca aperta:
Vi fu una silenziosa rivoluzione, che dura.

Il paesaggio cresciuto dentro il respiro,
Allevato come s’alleva un tenero agnello
Ha raggiunto con i suoi denti le ossa.
Come dire che ancora e ancora protrae la sua furia Prometeo
Per l’ingiusta punizione.
Tra sonno e veglia e viceversa, s’accende e consuma
Come fuoco il nostro vegliare.
In quel pertugio offuscato è la nostra rinascita
Fuori da ogni impropria manifestazione di fede
Fuori dal tempo che chiede l’obolo al sogno,
Fuori dalla recisione.

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VI

Allora entrai nella mia casa vuota.

Torna Ulisse dopo cent’anni.
Torna alla sua casa vuota dove morti son tutti:
Morto Telemaco, intonaco d’infiniti viaggi in cerca del padre,
Morta Penelope appesa al legno dell’attesa-croce-telaio;
Morti i Proci e nessuno ricorda più tirannia o l’odore di schiavitù.
Morto anche il fido Eumeo ed Argo, che mai più rivedrà il suo padrone.
Cent’anni, egli ancora fresco gagliardo: nessuno ad attenderlo, nessuno
Che infine imparò ad addomesticare la morte.

Sono di vento le stanze: la luce gli scuce le palpebre.
Dietro i gradini imperlati di notti antiche, la nostra memoria;
Dietro i vagiti di statue corrotte come bambini alla guerra,
Lì sorge la nostra dimora. Mia gioventù…
Non sono solo, sotto l’arco dell’uscio: con me cupi trafficanti di schiavi
Stringono in pugno qualche piuma di palpitante cutrettola,
E i loro palmi graffiano al cuore la viva mia porta.
Mie stanze.
Una sordità puerile incide latte sui capezzoli ad Artemide;
Un’età che vale quanto una vita intera, affilata falce dell’incomprensione.
Ecco, vedo avanzare Maria Nefèli, fiocco di neve che sposta l’equilibrio del mondo.
Questa sorte mi son tirato in grembo e filo e fuso
Perché vi sia chi un giorno recida ogni mia conoscenza.
Così Maria Nefèli dispiega sulle sue gambe le minute ali della cutrettola.

Parla ad un’ombra. Dentro di lui il mare ha corroso ogni cosa.
Non esiste destino che possa alloggiare nell’immobile gesto del tempo
Come in questa mia casa.
Questo rifugio, non porta neppure ricordo di guerra.
Ah, non poter morire! Mentre ogni cosa cara ci viene a mancare.
La casa come chiusa palpebra, trema.
Quale l’oscurità nell’assenza?
Qualcuno ha acceso dei ceri nelle stanze disabitate,
Attende lo schiudersi minimo, un’inflorescenza
Dopo tanto vagare.
Ecco la prima radice dell’uomo, suggerisce Maria Nefèli:
La prima radice è di sale.
A questa altre seguono, e come solide dita agguantano
Della terra resurrezione.

VII

Così credete vera l’illusione?

A Màdaba il sole che si levava fu sparo
E noi di nulla ci accorgemmo.
Colombe s’alzarono alte, le loro pallide ali che meglio comprendono
Quant’è tremendo il silenzio di un dio.
Ci crebbe dentro non so quale disagio:
A te, ch’eri di là, la tua stirpe chiusa dentro mantelli
Attraversava chissà quante volte il deserto
Per approdare a questo sogno indomabile.
Dimmi, quale il senso?
A me, straniera ovunque anche qui non meno che a casa,
Con San Giorgio anche qui
Che uccide il drago anche qui
Ovunque io vada il drago del sogno non muore.
Anche qui.
Eppure…

Occhi bolliti nella paura, ma era la febbre del sogno:
Quanti crebbero intorno a quel sogno, si torsero presto le mani.
Ulisse preme forte sul petto un pezzo di carta bagnata,
Ricorda i compagni d’un tempo e gli affetti
Tutti caduti (che importa se a casa o in battaglia)
E me che, portandolo presto alle labbra,
Avevo adorato il mio cielo.
Il segreto sotto il mio naso:
A che serviva partire, farsi belli in mezzo alla guerra?
Cerulee piovono lettere magre distorte, cadaveri sotto le mura di Troia.
Nel sogno -urla Ulisse- ho creduto di vedere un po’ meglio,
E tu Maria Nefèli, dov’eri?

VIII

Si comunica qualcosa per mezzo di un’azione.

La tua fodera dura d’uomo, quella la sfilò via il tempo.
Con queste parole Elena parla: ànthropos, m’appella.
Vennero poi le stagioni ma ci sfiorarono appena le tempie;
Ci mancava distacco, allora avremmo potuto capire,
Capire e amare.
(Inutili favole, non crederò a una tua sola parola)
Eppure com’era bello il sogno! Com’era bianco, chiaro il suo petto.

Salute a te, casta Elena! Salute alla tua perfezione.
Intatta, conchiglia mai aperta.
A Creta anch’io ero alito, anch’io
Profanazione d’ombra e di nome.
Tu e l’idolo cantate con mille voci di cicala, innalzate sul mare color del vino;
Poco importa se sopra il cuscino mescolate al sogno il sudore,
Poco importa…
Era l’11 agosto del 1999, ci regalarono degli occhialini,
Ci chiamarono fuori, all’aperto, studenti e insegnanti;
Tra Gàllos e Panorama, ognuno teneva in mano l’occhiale,
Si strozzò improvvisa la luce, mancò la sua forma un istante.
Il sole era solo più esangue ma gelo levò dalle tombe.
Chiesi a qualcuno dov’eran finiti i suoi suoni
(Svaniti anch’essi assieme alla luce, rispose).
Si ultimò sotto i nostri occhi, è certo
Un’azione.

IX

e dove andare
girando per paesi stranieri, come pietra rotonda?

Dove andare, che poi uno sull’altro t’investono
I sogni.
Ho usato anch’io simulacri, sempre: me ne accorgo non ora
Non prima. Ma nel dolore, sì:
Esso t’intaglia più della gioia.
Le città attraversate tutte s’incendiano, stanotte:
Che m’importa: mi chiamino Elena o Ulisse. Io già lì non son stato!
A casa, anni e anni sono rimasto con l’ancora al collo:
I volti tutti s’agitano sotto le palpebre.
Credo, credevo d’agire. Più fermo ero del solido mare.

Perdona: la memoria travalica.
Tracima nel vuoto, stasera: è il mio bene senza difese.
Ricordo luoghi e visi irraggiungibili: percorsi…
Maria Nefèli, levigata reminiscenza, mio ciottolo antico:
Il tempo barattato alla vita non torna, non torna…
Soffoco… Odio la mia posizione! Lo scudo, la spada, per cosa?
Vagar nelle stanze convinto di possedere un assedio?
Ed essere invece posseduto dal tempo.
Perdona, perdona…
Non son momenti questi per piangersi addosso,
Né per stringerti forte, sentire caldi i tuoi seni,
Legare alle mie le dita della tua mano e pregare
Che gli dei tutti sappiano quale destino… Ma che importa, ora.
Tu non ascolti, Maria, mio ciottolo;
Come schiuma di mare ti lavorano i venti di questa mia casa.
Guardo gli anni passati, li guardo avanzare:
Essi precedono, Maria! Ah l’avessimo capito all’inizio!
Invece a noi tocca sempre partir dalla fine!
A noi tocca iniziar dalla fine.

X

Quanto ai bambini, nasceranno già sradicati.

Guardai lontano, il precipizio della mia anima,
Colonne ioniche l’attraversano: brillavano
Nell’inquieto barbaglio di sole.
Fu quando il fresco della mattina entrò nel respiro
Allora compresi. Compresi, e amai.
Cercai il ritorno come tutti, ma fu un po’ più mio,
Perché in me si agitavano in viola le ombre del sogno.

Elena intanto, da parte a parte mi trafiggeva
Con la sua sorte di donna due volte rubata.
Non esiste al mondo altro uomo capace d’amare così
Il suo triste destino.
Anche per lei è la casa, le pietre che rotolan cupe
Dentro il giardino.
Anche per te sono le stanze, schiava d’Egitto, morbida creatura di fiato:
Entrambe andrò proteggendo altri cent’anni
Perché la morte, se ancora non m’ha conquistato,
È già avvenuta.

Rèthimno aperta vena:
Vi scorgo le forze vane di tutta la Grecia.
E il contagio infelice rapprende sopra il mio corpo
Miliardi di piccoli fiordi di rabbia.
Ebbra estate, ebbro strascico.
C’è un uomo ad ogni alba che suona l’ud sotto le nostre finestre.
Vedo e non vedo, sono cieca sotto la luce,
Finisco per affilarmi di dentro un coltello.
Maria Nefèli, vapore e oro sull’avorio dei giorni,
Sporgevi dalla violenza, dall’imprecisione.

gif-lago-al-tramonto

Torna Ulisse dopo cent’anni.
Torna alla sua casa vuota dove morti son tutti

XI

Non venni a Troia, ero solo un fantasma

E pure con parole, nulla, da nessuna parte,
Da cima a fondo: nulla.
Crebbi convinta di crescere ma ferma a ritroso nel tempo
Dunque avanzavo.
Da cima a fondo, legato a un filo
Mani e piedi da capo a piedi,
E sottosopra:
Ecco il destino osservato alle mie latitudini.
E poi il Nòtos che soffia, tutta mi spogliava
Del nome.

Sotto le unghie quell’onda, accenno appena profondità:
L’irrisorio lo tengo celato
Quel tanto che basta a salvarci.
Salvàti, il sogno s’è sciolto,
E dagli occhi che stringi come pietre nella mia mano
Parla antica l’icona che fui.
Elena… sussurri gorgogliando all’orecchio:
Gravida di vento rispondo per simboli.
Mia vita mortale, mio sogno!
Scortecciata presenza che cola sua resina ai piedi.

Fantasma, vuota forma
Sostanza senza spigoli o impronte:
A quale appartengo, a quale i lutti e i dolori?
Perché in due finzioni sprofondo
E non dentro un’unica polla cui ceder l’immagine
Infine disciolta.
Lubrificata parola, adatta al fluido mio dire:
Ogni spicchio di corpo comanda all’altra da me.

Il tempo scandito dal corpo è tempo di guerra,
Mia cara.
Giambi furiosi s’inarcano sopra le ciglia
Con schianti parole risuonano il muto mio dire;
Paziente, costante avanza col suo esercito piano
La vuota assonanza che detta non detta mi riempie.

Mi ha pronunciata sul filo tagliante della ragione,
Spolpata e recisa:
Proferita in soffio di dolore-cristallo,
Fuso vetro in bottega d’Olimpo
Un dio raddoppiò la mia sorte.
Mai mai a Troia io venni,
Quanto avvenne fu per un’ombra.
XII

Anche il mare a loro sarà muto.

Sarà muto bianco sale
Deserto inapprodabile, futile virgulto
Vezzo:
Sul niente edificato.

Gerico fiorisce anche in estate,
Dove schiere d’angeli s’ammassano sopra capitelli
Sugli archi antichi, su fregi deposti dai secoli;
Da Sodoma allungano il passo
Spossati con Orfeo nel voto segreto,
Anch’essi statue, anch’essi svuotate ombre
Se non innanzi ma altrove volgessero gli occhi.
Un angelo più grande, mentre il mare si contrae
Prese a mischiare la terra:
Tuonò il giudizio in viso alle città maledette,
Tuonò, con l’ala aperta come cucchiaio
Estrasse il suolo alla propria sede.
Sottosopra: ciò che sopra sotto e viceversa,
Il sotto sopra, ogni angolo di mondo
Qui sradicò e a noi restituì il suo contrario.

Occhi enormi, come sentenze
Bianche pupille adagiate su ruvida pietra.
Morto anche il mare; ogni singolo gesto
Fatica invece a perire.
Neppure l’onda amara risuona
L’eco a terra piano risuona.

Poco più oltre, fuori da questo recinto
Dove tutto asciutto oscurato anche il cuore
Pare nodo estirpato, ecco
Il mare diviene sospiro;
Si zittiscono le trombe in grembo a Gerico
Tesi all’ascolto angeli separano il nero dall’ombra
Cospargono sale sulle ferite dell’anima.
XIII

Liotrìvi

Su quegli occhi avrei potuto scrivere in qualsiasi momento,
Dicevo.
Mentivo, perché vi si poteva accedere solo restandovi appesi
Come ad un amo.

Sono gli anni in cui dal deserto si alzano nuvole e fango
E sussultano con la piccola vena del polso
Gli ombrosi muti arcipelaghi:
Oh! Calarsi nel pozzo degli occhi, in quel sereno perfetto
Celeste d’icona.
La Chòra non esiste se non quando l’invochi
Stretto abbaglio del cielo da cui fuoriesce
Come figlia d’un raggio disperso.
Un luogo che si gonfia d’acqua, bianco e salato:
Qui un santo ha deposto due occhi schiusi come un’offerta,
E dentro vi cala tutte le offese del mondo!
Sono gli occhi del Cristo venuti a galla dai secoli,
Emersi sbattuti con forza contro appuntite scogliere.

Il vento cambia volto a tutti
Tranne a Lui, che in lenta decrescita assorbe
Le metamorfosi.
La Chòra battuta da raffiche orrende,
E due occhi fermi come spade l’arretrano
Timorosi, pur timorosi nel desiderio.
XIV

Alla dea dagli occhi azzurri disse intanto Telemaco,
Accostando la testa alla sua perché non udissero gli altri

Perché lenta si spande la voce, e dolce
Se desiderio di casa ci prende.
Canta ogni cosa in noi, come asse di nave scricchiola l’anima;
E canta battuta dall’onda.
Siamo ormai lontani da tutto, guarda le luci della città:
Intorno è un mare oscuro, denso sonno di memorie smarrite
Lungo la via che gli avi percorsero a ritroso, fino a noi.
Nel nostro setaccio raccolgono i giorni,
E quanto ci resta è quanto infine stringiamo.
Non Scilla e non Cariddi, non mostri di terra o marini;
Io più ancora temo il ritorno, sciabordio ruvido contro lo scafo
Che significa diminuzione del tragico,
Dimezzare il verbo a mezzo avvenire.
Ma è lì che punta la nostra rotta,
Verso il comando sicuro, verso cuori cucinati
In solide stanze di marmo.

Rincorrevamo il vento, e poi ancora
Le bianche creste rincorrevamo;
La testa coperta di spruzzi, casa era la meta.
Però io mai mossi il piede fuori da Itaca rigogliosa,
Mai venni alle porte di Ilio.

 

 

 

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