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ANTOLOGIA DI POESIA (Estratto III) “Il rumore delle parole Poeti del Sud” (2015) Giuseppina Di Leo, Michele Arcangelo Firinu, Maria Grazia Insinga, Eugenio Lucrezi, Abele Longo, Marco Onofrio a cura di Giorgio Linguaglossa

Antologia Il rumore delle parole (2)Estratto (III) da ANTOLOGIA DI POESIA “Il rumore delle parole. Poeti del Sud” Giuseppina Di Leo, Michele Arcangelo Firinu, Maria Grazia Insinga, Eugenio Lucrezi, Abele Longo, Marco Onofrio a cura di Giorgio Linguaglossa Roma, EdiLet, 2015 pp. 280 € 18 

 

giuseppina di leo

giuseppina di leo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppina Di Leo

A nonno Leonardo

Su materassi di paglia dormivo da bambina
accanto la voce amata. Su due piedi possibili
il tempo sosta in attesa fino all’ultimo,
un piolo per volta, fino alla lunga stanza;
il pavimento in cemento lo scorgevi infine,
proscenio della camera dalle due finestre.
E sulla scena, l’odore delle pesche sotto il letto.

*

[Le quattro pietre]

Le quattro pietre ancorate al mare sembrano sorelle,
quattro dita in tutto afferrano il mare. Così, se tu temi
la luce vorrebbe dire dover lasciare l’uscio chiuso per
troppo ancora. Rimanda la paura. A dopo. E intanto
siediti. Resta. Con un gesto del piede allontana dunque
il pensiero dalla fronte, troppi angoli mostra il prisma,
troppi colori conta l’arcobaleno, nel sole i raggi,
tanti quanti i visi. Lontano dagli sguardi serba il seme
per piantarlo all’uso del lunario, e di quel che resta
a me basterà l’odore delle cotogne e della paglia.

*

L’uomo onda

All’inizio fu il silenzio e la terra era feconda
foreste lussureggianti racchiudevano suoni di vento
e nel mare era nascosta la voce profonda di un amore
sarebbe arrivato sulla riva nelle vesti di uomo scolpito
dal flusso delle onde, sarebbe salito sulla parte alta
e avrebbe poi urlato al silenzio il suo segreto.

«Dalle tasche del mare altri suoni arriveranno», disse al giovane fiore
e così parlando pensò lo avrebbe colto nel sonno di un’estasi.
«Si giunge lontano stando fermi», gli rispose allora il fiore
«nessuno tra noi due sa chi per primo cederà il suo stelo
al vento». Non si sa se fu lo stato di paura, irrazionale quanto basta
foriero e preannuncio di ogni altro eco terrifico a portarlo via
ma a quel dire colpì dapprima la terra sollevandola
con le mani aperte rivoltò più volte la zolla, afferrò poi
il bastone potente del comando e percosse con quello
stelo a stelo ogni singolo filo d’erba; ogni singolo gambo
si abbassò diventando tutt’uno con la terra
afferrò nuovamente con due mani la spada
l’elsa della forza lo istigò a tracciare scavi profondi nelle viscere
la terra rimasticava le sue radici d’oro e la farfalla si tramontò
in bruco e il bruco in terra, mentre l’uomo continuava a far
marcire nel sonno il silenzio prezioso di un tempo. La parola attesa
si trasformò in bestemmia, la bestemmia in rancore
fino a quando il fiore del silenzio si aperse in rosa di sangue
con due ali sui fianchi scese nell’imbuto del tempo
fino a che insieme al tempo non si squarciò il dolore.

 

Michele Arcangelo Firinu

Michele Arcangelo Firinu

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Michele Arcangelo Firinu

a mia figlia Eleonora

Come usignolo, che becchetta il globo,
va razzolando chiccoli di grano,
così i miei occhi tremano inesausti
su troppi temi e testi
e mi avveleno delle carte sparse
e plastiche e fosfeni;
il mondo è troppo ricco e misero
ma io vorrei licheni
sulle palpebre, che ormai si fanno pietra
e io statua di sale,
granito
nel deserto
*
Più che le umane amai
le chiacchiere dei venti
che ridono dei templi sgretolando,
coi trapani dei grilli,
nelle statue i sorrisi, labbri e nasi.
E i muschi si sommano ai licheni tra le scaglie
di pinne bicaudate.
Mirabile monstrum!
Si va su ali di sirena,
tra castagni e querci.
Dorme un dono di bimba
e partorisce un sogno:
due leoni di pietra
che van cantando me, che son
Passato
Padre mio

 

(In memoria)

Avevo non so più quale
ragione di poesia,
padre mio, ora non so più quale,
se i pensieri s’inseguono nel tempo:
bucano il tempo, i tempi,
e una strana ragione
corre a riordinare
fili interrotti di pensieri:
incompiuto ordito della trama
del tempo già intessuto, ed ora liso,
trasognato e sognato:
i miei fili confusi
annodati a inglobare altri tempi:
i tuoi come miei, come gli altri
degli altri: come i tempi di tutti:
come tutti i tempi dei tempi rovesciati
nella ristretta lana del mio lacerto di tempo:
come una poesia che rifila gli enigmi:
le infinite trame dei tempi
nel buco della trama
in cui mi perdo: tremando
alla tua morte:
alla mia morte:
come a un buio
che fa ammenda di stelle.

maria grazia insinga

maria grazia insinga

Maria Grazia Insinga

[Nascita]

Nulla di poetico da segnalare:
sempre dall’inizio nella rimessa del mondo nel mondo
da un armadio appeso schiantano vestiti
e sospesa la camera in un lampo si iberna.
Cibarti – cibarmi – di me l’unico fuoco.

*

Tra le costole scorre via il nome.
Ne convengo: è morto. Sta un passo oltre.
Prima che io arrivi. Prima di voler andar via.
Asincronica affinità con la morte il mio povero nome!
E tu, per suo nome affondi la lingua. Tengo serrati
i denti sul rigoglio bachiano. Poi, disinfetto.
Disinfetto questa purezza così tecnicamente dolce
questa purezza antropizzata, per semplificare il male.
Metterlo alla porta. Ma è un incendio.

*

Al risveglio eravamo mostri in cima al mondo
affinché da lì fossimo scagliati come pietre
– avvolgi il sasso nella carta cesserà di battere
dappertutto assorella forbici a carta e carne
s’impallidirà bellezza – e al risveglio eravamo morti e non
è bastato lanciare quattro modanature
imperite sul marmo rosso imprestato ai dirupi a
fianco delle cave raccogliendo il quinto sasso non
recuperavo in aria gli altri piccoli marmi di
perfezione lingua di balena senza linguaggio da
consumare e non credo più o meno di quanto io non
creda rido di me e non riesco a credere come
io abbia potuto credere più o meno di quanto
io non avrei mai dovuto credere
hai dimenticato Orcaferone morte
immortale che il sasso batte dappertutto e io
sono un mare di giardini d’aranciare.

abele longo

abele longo

Abele Longo

Terra di nessuno

Non ricordo chi per primo
parlò di quel pezzo di terra
pietraia non lontana dalla cappella

Forse era della Chiesa
ma non lo chiedemmo al prete
o di qualcuno andato in Svizzera
e mai più tornato

Ci lasciammo una lavatrice arrugginita
seguirono altri elettrodomestici
materassi sventrati
pile di rifiuti che vedevamo
portando in spalla il santo alla cappella

Se nei meriggi d’estate
succedeva di passare
non potevamo non notare
come le cicale frinissero
quasi a coprire il silenzio
di quella terra di nessuno

.
Mappe

In una terra senza corsi d’acqua
m’inventai un ruscello dietro casa

Vennero in missione punitiva
raccontare balle non stava bene
ma se ne stettero ad ascoltarmi
e fumammo le nazionali

Parliamo ora di equilibrio
ma l’ascolto è gutturale
ha bisogno del vivavoce
ogni gioia si accomoda come
la tristezza all’odore della pioggia

Fermi tra un treno e l’altro
propositi e pensieri
a perderci è la vista
lo spazio oltre lo schermo

Molto meglio il libro delle letture
piccoli neri persi nella giungla

Il sussidiario dice
che ci inghiottirà il mare
e man mano che la cartina scende
spariscono i nostri nomi

eugenio lucrezi con la moglie paola nasti

eugenio lucrezi con la moglie paola nasti

 Eugenio Lucrezi

Guardare da lontano chi è vicino, guardare da vicino chi è lontano
Festa di compleanno

a Francesco Maria

.
Stordente come tutto ciò che torna
per volte numerose e persuase
nel punto dell’arrivo, alla partenza,
abile come so che siamo,
che sono e che sei,
all’esercizio della morte, del solo
abito che ci sta bene, arriva l’anteprima
che ride e che ci abbraccia, senza posa.
Ho fatto festa solo, da lontano,
tenendo tutti gli attimi per mano,
tutti i respiri tirati con le briglie,
ed il rumore che si tuffava cieco, beato,
nel buio del ristoro, in fondo a tutto.
O vita, vita, sonora eco e ricanto,
appena lascio il buio sento chiara
la voce cristallina dell’altro me
che mi segue e mi chiama, infante
del trabocco, ingenuo canto.
Tra il basso e l’alto, misuratore di spazi,
tu tutti li riempi, nato da poco,
esperto e trapassato, occupato da voci,
appena nato.

Fratelli

a Bernardo Kelz

.
La fratellanza aggiunge alla rinfusa,
se fosti tolto fu per dare terra
a una nuova radice, non fa niente
se la voce che parla dice forte
di stare al posto tuo. Qui, riparato
da te, il vento mi travolge. Abilitato
dal debito degli anni, prendo tempo,
convoco folle nuove al tuo cospetto.
Ma dare non è un dono, è la ventura
di chi nell’ecatombe chiude gli occhi.
Il tempo che mi prendo non mi è dato
da te, solo sfiorato nell’oscuro
dei sangui e delle lacrime. Nessuno
volle unirci nell’abbraccio. Ciascuno
per l’altro inconosciuto. Poco meno
di Dio, praticamente.

Marco Onofrio e Aldo Onorati

Marco Onofrio e Aldo Onorati sullo sfondo

 Marco Onofrio

Anatomia

È vuoto, il corpo del pianeta
in fondo al cosmo. Pare
l’anatomia dell’argine, la forma
invisibile e presente
da esplorare
nel rovescio nostro: ci tiene
e contiene, dal caderci dentro
come l’aria che aderisce
a quel che siamo.

Il respiro abita, materia
dove la luce crepa di salute
ma ci inocula una rara
malattia.

Lievita la terra come il pane
che mastico sapendo ogni boccone
mentre arranco sulle rapide
a sghimbescio: appeso
ai fili del silenzio, il cielo
diverso ogni volta che lo guardo
mi apre un grande buco
sotto i piedi. E inutilmente
corro, sono stanco.

Sera di giugno

Eccomi, sono arrivato. Tremo
di gioia fino ai bordi dell’estate
ancora nuovamente innamorato
dinanzi a una bellezza così pura.

Oh estasi, infinità sognante!
Profonda limpidezza della vita.

Scie d’azzurro viola nel gran blu
scavano gallerie nel sole:
isole, sulle foglie larghe
della tua magnolia.

Ondeggia – crisoberillo – il manto
luminoso della sera.
La ragazza si prepara per
il ballo. Annoda il tappeto del tempo:
ora dopo ora si fa storia.
Tra poco sarà notte.

C’è del pulviscolo che rotea lento
dentro i raggi obliqui:
vaga per l’aria tenera
giallo d’opale e amaranto
l’oro misterioso verderame
il dolce incanto…
e il cielo, gonfio, s’introna
con gli uccelli a frotte:
cupa spelonca purpurea
lucido reame
spento dal suo ultimo bagliore…

Ecco, i colori lasciano le cose.
Un altro giorno muore.

La stella dell’alieno

«Se potessi andare lassù
su quella stella!»
mi dici trasognando in un sospiro.
Come fosse un luogo più degno,
più bello o straordinario
del gabinetto rotto di casa tua
e non fosse già un miracolo
che esistiamo, che pensiamo
e possiamo parlarne.
Anche qui, quaggiù, è universo:
nel posto che ti sembra più banale
nel giorno più imperfetto del dolore.
È questa la stella, su cui l’alieno
vedendola brillare da lontano
sogna di arrivare!

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ANTOLOGIA III PER IL PARNASO – Francesca Diano, Antonio Sagredo, Alberto Figliolia, Maria Grazia Insinga, Francesca Tuscano, Ivan Pozzoni, Antonio Coppola, Marisa Papa Ruggiero, Francesco Tarantino

Parnaso-Apollo-Venere-Mercurio-e-le-Muse-di-Andrea-Mantegna

Francesca Diano

Congedi.FOTO FRANCESCA 2
Viatico in undici stazioni

I
L’ESCLUSA

Andavo per strade coperte di polvere
L’orlo della mia gonna sfilacciato
Non si curava di fango o sterco
I piedi scalzi – segnati dal rifiuto persino della terra.
Signori o plebei – non facevo alcuna differenza
Nessuna presenza era presenza
Ed ogni assenza – assenza.
Mi dolevano le ossa – ero una casa diroccata
Disabitata persino da me stessa
Preda di predatori e depredata di me. Continua a leggere

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