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POESIE di Carlo Bordini “Poema a Trotzky” da I costruttori di vulcani – Tutte le poesie 1975-2010, Luca Sossella, 2010 pp. 490 € 20 e “Formaggius” (inedito) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Karl Hofer Tiller Girls Kunsthalle in Emden Stiftung Henri und Eske Nannen und Schenkung Otto van de Loo

Karl Hofer Tiller Girls Kunsthalle in Emden Stiftung Henri und Eske Nannen und Schenkung Otto van de Loo

 Carlo Bordini è nato a Roma, dove vive, nel 1938. Ha insegnato storia moderna presso l’università di Roma “La Sapienza”. Ha pubblicato diversi libri di poesie. Tutte le sue poesie fino al 2010 sono state raccolte nel volume: I costruttori di vulcani – Tutte le poesie 1975-2010, Luca Sossella editore. Può essere acquistato su Amazon (cliccando Amazon Carlo Bordini) o chiedendolo all’editore. (cliccando Sossella Bordini). Ha pubblicato in inglese l’e-book di poesie Gestures, e in tedesco l’e-book Gedichte. Due volumi in francese sono stati pubblicati dall’editore Alidades, e altre poesie sono presenti sul sito Dormirajamais di Olivier Favier. Recentemente, per Kindle edizion, è apparso l’e-book Epidemia.

In rete, tra l’altro, un’antologia in e-book gratuito,http://www.poesia2punto0.com/2011/09/11/carlo-bordini-quaderni/   una versione alternativa del poemetto Polvere, http://issuu.com/poesia2.0/docs/quaderni_-_bordini_polvere

alcune poesie inedite, https://moltinpoesia.wordpress.com/2013/05/22/gli-altri-ulisse-n-16-sulle-nuove-metriche/, https://moltinpoesia.wordpress.com/2013/05/22/gli-altri-ulisse-n-16-sulle-nuove-metriche/, http://www.leparoleelecose.it/?p=16059, http://www.nuoviargomenti.net/poesie/arti-marziali/

È di prossima uscita un volume di poesie in spagnolo, Polvo, che uscirà a Lima per l’editore Lustra. Ha pubblicato, in prosa: Pezzi di ricambio, Empirìa (racconti e frammenti). Manuale di autodistruzione, Fazi. Gustavo – una malattia mentale (romanzo), Avagliano. Ha curato, con altri, Dal fondo, la poesia dei marginali, Savelli, ristampato da Avagliano; e Renault 4 – Scrittori a Roma prima della morte di Moro, Avagliano. Uscirà tra breve, con Luca Sossella, il romanzo Memorie di un rivoluzionario timidowww.carlobordini.com/

Sculture lignee raffiguranti mani femminili

Sculture lignee raffiguranti mani femminili

Commento di Giorgio Linguaglossa

Il tratto caratterizzante della forma artistica del Moderno va individuato, secondo Foucault in quell’opera fondamentale che è Les Mot et les choses, nel concetto di Rappresentazione (Darstellung) attraverso la diagnosi di Las Meninas di Velazquez. I termini del problema sono presto detti. Esso sta nel fatto di rappresentare lo stesso atto della rappresentazione, «pittore, tavolozza, grande superficie scura della tela rovesciata, quadri appesi al muro, spettatori che guardano; da ultimo, nel centro, nel cuore della rappresentazione, vicinissimo a ciò che è essenziale, lo specchio, il quale mostra ciò che è rappresentato, ma come un riflesso così lontano, così immerso in uno spazio irreale, così estraneo a tutti gli sguardi volti altrove, da non essere che la duplicazione più gracile della rappresentazione».
Tutte le linee del quadro convergono verso un punto assente: vale a dire, verso ciò che è, a un tempo, oggetto e soggetto della rappresentazione. Ma questa assenza non è propriamente una mancanza, è piuttosto quella figura che “nessuna” teoria della rappresentazione è in grado di contemplare come suo momento interno. La caratteristica della rappresentazione alle origini del Moderno sta dunque nel fatto che il soggetto della rappresentazione, il produttivo “fuoco” che la sorregge, le coordinate, si colloca al di fuori della rappresentazione stessa.
L’absentia segnala dunque in Foucault la chiusura di ogni representatio. Nessuna teoria della rappresentazione è, in quanto tale, in grado di includere nel suo circolo il Soggetto-sostegno della rappresentazione. L’osservatore, per cui la rappresentazione è allestita, non può osservare se stesso, ma solo il suo simulacro, o, come in Las Meninas, la sua immagine riflessa nello specchio.
La forma-poesia dell’età moderna rientra in questo schema epistemologico: il soggetto viene ad eclissarsi, viene detronizzato della sua presunta centralità e la sua visione diventa strabica, eccentrica, parziale, s-focata, fuori fuoco, fuori gioco, insomma, non è più centrale, ha perduto la sua centralità… ma questa intrinseca debolezza del soggetto, della centralità del soggetto, invece di rivelarsi una debolezza ontologica può, paradossalmente, riabilitarsi in una nuova volontà di potenza, in una nuova messa a fuoco del problema della rappresentazione e del soggetto che sta al di fuori di essa. In una parola, in una continua de-angolazione prospettica tipica delle moderne (o meglio post-moderne) forma-romanzo e forma-poesia.

bello le mani

È proprio il concetto di de-angolazione prospettica quello che vorrei mettere a fuoco nella poesia di Carlo Bordini. La de-angolazione prospettica è quella strategia di messa in opera di un testo letterario che ha un inizio ma non una fine, non solo, ma che all’interno dello sviluppo del racconto non si dà un filo conduttore stabile ma un susseguirsi di punti di vista, di angolazioni prospettiche che confluiscono in un sistema di scrittura, appunto, caratterizzata dalla de-angolazione prospettica; particolarità costruttiva che investe sia la forma-poesia che la forma-narrativa odierne.  Caratteristica della poesia di Bordini è il suo procedere per «tagli» del soggetto e della «materia» (e successivo montaggio dei «tagli»), per dis-locamento dell’io parlante, per «lapsus» dell’io, per «sviamenti» e «deviazioni» dall’ordito principale del discorso; c’è insomma, un clinamen che va a zig zag, di qua e di là, che porta il discorso poetico attraverso continui deragliamenti di senso e di direzioni, quasi che il senso, se senso c’è del discorso dell’io, fosse possibile afferrarlo soltanto tramite una serie continua di deviazioni e di smarcamenti dal filo del discorso, mediante illogicismi, inserzioni di onirismo, di surrealtà, di abnorme, di cronaca, di lacerti del quotidiano, di relitti linguistici che galleggiano in un mare di prosasticità. Ecco spiegata la ragione profonda del prosasticismo dello stile di Carlo Bordini (oltre ad essere l’opzione prosastica una difesa contro ogni di sospetto di inautenticità del discorso): da un lato il desiderio di forgiare un discorso perfettamente intelligibile e diretto che raggiunga il lettore nel più breve tragitto possibile, dall’altro, dalla esigenza di smarcarsi da una lettura prosastica attraverso una continua serie di s-marcamenti e di fuori-questione, di tematismi apparentemente estranei all’ordine del discorso. Ciò che fa questione in un testo di Carlo Bordini è il fuori-questione, è il suo modo peculiare di attingere l’indicibile del discorso ma con una strategia materialistica ottimamente mirata, aliena dalle suggestioni di figurativismi impropri e inopportuni. L’ironia di Bordini non è mai esterna al dettato ma è interna, intrinsecamente agganciata agli enunciati delle tematizzazioni poetiche, una ironia che investe il quid di inautenticità della «materia» trattata. Di qui una poesia militante, caratterizzata dalla attenzione al referente, e comunque apparentemente distante dalla figuratività e dall’impiego di retorismi. Tuttavia, a ben leggere, si tratta di una scrittura sorvegliatissima, attenta alla efficacia dei parametri retorici che pur utilizza ma come in sordina, senza darlo a vedere, quasi sottogamba e in modo incidentale.

Trotsky

Trotsky

Carlo Bordini è nato a Roma nel 1938, fa parte di quella generazione di poeti romani o romanizzati come Valentino Zeichen, Patrizia Cavalli, Renzo Paris, Dario Bellezza, Luigi Manzi nati rispettivamente, il primo a Fiume nel 1938, la seconda a Todi nel 1947, il terzo a Celano nel 1944, il quarto a Roma nel 1944; il primo esordisce con Area di rigore (1974), la seconda con Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), il terzo con Frecce avvelenate (1974), il quarto con Invettive e licenze (1971), il quinto poeta, Luigi Manzi nasce a Morlupo e pubblica su Nuovi Argomenti nel 1969 e in volume nel 1986 La luna suburbana. Si tratta di poeti caratterizzati (tranne Luigi Manzi) da uno scetticismo nei confronti della poesia, che si avvalgono di un «riduttore» stilistico e mitopoietico, che demarcano un nuovo tipo di poesia che fa proprio il prosasticismo, il ritorno al privato, al domestico, all’ironia, ad una oggettistica desublimata e corriva, ad ambientazioni urbane e familiari, tutte tematizzazioni fortemente distaccate e scettiche rispetto alle problematiche fortemente impegnate della precedente generazione dei Pasolini, dei Libero De Libero etc. Paradossalmente, il più anziano tra questi poeti è proprio Carlo Bordini, e si può dire che è grazie a questa sua anteriorità che egli è rimasto libero di sottrarsi alla sproblematizzazione tematica e stilistica della generazione che immediatamente segue mantenendo un tono fortemente critico nei confronti dei processi politici di modernizzazione del paese e nei confronti delle modernizzazioni stilistiche che la generazione a venire metterà in atto. Inoltre, Bordini vive in pieno la contestazione del ’68, fa proprie le istanze di opposizione radicale associandosi per dieci ad un gruppo trozkista. Durante questo periodo Bordini non si occupa né di poesia né di letteratura, rigetta in toto la scrittura letteraria. Quando la riprende sono ormai trascorsi dieci anni, il paese è cambiato, siamo agli esordi della restaurazione craxiana degli anni Ottanta in pieno mito di crescita economica e della società dell’affluenza. Si può spiegare così, in grandi linee, la sua relativa solitudine e la strada tutta in salita che Bordini si è trovato a dover affrontare per via della sostanziale difficoltà di ricezione della sua poesia in un quadro di sensibilità che prediligeva storicamente un tono diminutivo, blasé, scettico, ironico e aniconico, che optava insomma per un riduttore stilistico. E siamo arrivati alle propaggini iniziali di quello che sarà il minimalismo della poesia romana che egemonizzerà il modo di intendere la poesia nella capitale negli anni seguenti fino ai giorni nostri.

carlo bordini copRicorda il prefatore del volume I costruttori di vulcani Tutte le poesie 1975-2010 di Carlo Bordini, Francesco Pontorno, che «il primo ad accorgersi di Bordini fu Enzo Siciliano. Il critico, in un articolo del 1975, discorreva della nuova generazione di poeti, credendo che Bordini fosse molto giovane. Ma Siciliano era nato nel ’34 e Bordini è nato nel ’38». L’equivoco fu favorito dalla lettura giovanilistica dei versi di Bordini, quando invece era chiaro che si trattava di un autore letteratissimo che consapevolmente abbassava il piano del lessico a livello della prosa e lo stile ad un gradiente minimo di tonalità enfatica.

La poesia che presentiamo, «Poema a Trotsky» è tipica del modo di procedere di Bordini. Trotsky viene presentato in parallelo alla storia dell’Autore, entrambi perdenti ed entrambi passati alla storia per motivi diversi ma uniti, appunto, in quanto perdenti. Perdente Trotsky al pari del campione di scacchi Aleckin, campione del mondo degli scacchi ma perdente in vita. Appunto come l’Autore. Le storie di Bordini, sono storie a perdere, i suoi personaggi, sono tutti personaggi a perdere, che hanno perso, e che perderanno, sono personaggi che non sanno far altro che perdere. E questa è la loro vittoria.

 

Trotsky

Trotsky

da Carlo Bordini I costruttori di vulcani – Tutte le poesie 1975-2010, Luca Sossella, 2010 pp. 490 € 20

Poema a Trotsky

E cosa avrai mai pensato
ucciso dai tuoi stessi fratelli
braccato dai mitra proletari
un sapore di dolce e d’amaro
un sapore di sangue in bocca
che cosa mai avrai pensato degli uomini
se pure hai pensato Leone Trotsky

Nel 1918 Trotsky era a capo
dell’esercito rosso. Aveva dovuto organizzare,
come è noto, un esercito dal nulla.
Aveva organizzato una cavalleria fatta da
operai,
utilizzato lo spirito patriottico di molti ufficiali
zaristi,
organizzato l’azione di bande che agivano isolatamente,
ecc. Aveva dovuto
essere furbo, astuto, spietato, e
lungimirante.
Seppe che Aleckin, campione del mondo di scacchi,
e uno dei più grandi genii, del mondo degli scacchi,
grande maestro internazionale,
era in prigione a Mosca.
L’andò a trovare e lo sfidò
a una partita.
Aleckin, timoroso, cominciò
a giocar male.
Trotsky gli disse: se perdi,
ti faccio fucilare.
Fu l’arroganza di satrapo
o l’esaltazione della lotta
a suggerirgli questa frase indubbiamente ironica?
Aleckin voleva perdere?
Trotsky voleva forse perdere?
Entrambi volevano forse perdere?
Mi ha sempre colpito questo incontro
tra lo stratega e lo scacchista
come la partita a scacchi tra il cavaliere
e la morte
(c’è un bellissima fotografia di Tito
che gioca a scacchi).
Trotsky voleva perdere?
La sua anima ebrea concepiva già
il terribile esodo?
Aleckin vinse. Poco più tardi
fu liberato ed emigrò a Parigi.
Fu campione del mondo
dal 1927 fino a poco prima
della morte. Si suicidò nel
’46, accusato
di collaborazionismo coi tedeschi.

Carlo Bordini

Carlo Bordini

Nella mia gioventù sono stato
trotskista per molti anni. (gli anni migliori). Soggiacqui
al fascino di Trotsky,
uomo sconfitto.
Soggiacqui a questa angoscia della sconfitta
a questo fascino dell’angoscia della sconfitta,
quest’uomo sconfitto,
doppiamente sconfitto,
Io studente soggiacqui.
Quest’uomo nobile e dolente,
e insieme forte,
io che ho avuto un padre
generale, e fascista, e non molto affascinante,
Soggiacqui.
Ora ti rivisito
e vedo me stesso.
La tua ferocia purificata dalla morte,
Fosti un padre
pulito,
un esempio,
una figura nobile,
Un guerriero
che sa morire.
Io che non sapevo assolutamente che fare della mia vita,
scelsi la tua morte
permeata di intelligenza.
Tu, intellettuale ebreo radicale,
pedante,
cristallizzato e andato in briciole,
padre dolente
nuovo Gesù e Cristo.
Il fascino del martirio
m’ipnotizzò studente.
Mi affascinò l’uomo tagliente,
quasi pirandelliano,
capace di esprimersi
in frasi lapidarie,
“Né pace né guerra”
“Proletari a cavallo”.
Come tanti anche tu morivi per gli altri
nobile cavaliere
anch’io ho mangiato un pezzetto di te.
Troppo velenoso è il tuo nutrimento.
Uomo dall’equilibrio
sempre spostato in avanti
in moto incessante
forse volevi cadere (in avanti).
E il bello era che avevi ragione
o almeno avevi in gran parte ragione.
Mi rannicchiai nella tua ragione, perché avevi ragione,
ma tanto, era ormai una ragione sconfitta, e così,
vivevo nella parte di dietro della storia, e stavo comodo.
Nessuno poteva disturbarmi. Tanto ormai tu eri morto.
Io avrei dovuto aspettare ancora qualche diecina d’anni per morire
e intanto mi tenevo la ragione. Studente, decisi così.
Eppure la tua razionalità radicale era eroica
comodo vivere dell’eroismo altrui. Così morii vivendo.
Poi rinacqui. (Non potevo rinascere se prima non morivo). dalla tua morte
cosa rinasce? Nulla. Una sola frase, una sola
parola,
“O socialismo o barbarie”. La ragione sconfitta ha la sua rivincita.
[Rivincita orribile, tragica rivincita, tragica consapevolezza, ] annichilante
profezia. Vissi grondante di morte, sapendo quello che sarebbe
venuto, ed ora che la barbarie
dilaga, e il tuo ottimismo cade,
non cade la tua intelligenza. Intelligenza sterile. È vero: o socialismo
o barbarie. La barbarie dilaga,
o socialismo o barbarie. Io lo sapevo e fingendo
ottimismo rivoluzionario
contemplavo la catastrofe della Storia.
Forse volevo perdere anch’io, come la storia che ho raccontato,
che non so se è vera,
ma mi ha affascinato
Trotsky, capo dell’esercito rosso, sfida il
campione del mondo di scacchi, entrambi
vogliono perdere, entrambi perdono, finiscono
tragicamente, ma che bello,
che bello scegliere la parte perdente, morire per procura
attraverso
gli altri,
suicidarsi in effige
(in quel periodo avevo pensato al suicidio come possibile
strategia
del mio senso di inutilità)
e poi incontrai l’articolo di giornale che parlava di questa
partita a scacchi
e ne fui
affascinato
adesso sono molto diverso da quando ho cominciato questa
poesia
so molte cose
e tante altre poi che non sono scritte qui
in quel periodo c’era anche una ragazza bionda un amore sfortunato
ho giocato troppo coi sentimenti degli altri
Non è vero: vissi una situazione di millenarismo,
per questo vi rimasi tanto tempo.
in questo mondo che scade verso la barbarie

.
Formaggius

Finita è l’illusione dell’amore:
ci ritroviamo, Egidio, con le nostre miserie
di tutti i giorni,
compagne care nostre, familiari
ai nostri lunghi pomeriggi vuoti.
In frotta ci vengono incontro, le riconosco tutte:
hanno il sapore dei ricordi, sono
noi stessi.
Siamo tornati a casa, apriamo le finestre:
su, riconosci, guarda, la poltrona, il tavolino,
e gira per le stanze ancor deserte, spalanca
le finestre: siamo a casa!
Guarda lo studio, guarda
la camera da letto, ancora intatta come la lasciasti, guarda
tutta in disordine, con la chitarra sopra il letto,
che strano, guarda
il libro che leggevi quando partisti,
sul tavolino ancora…
Siamo sinceri con noi stessi:
questa è la nostra vita.
Ora si cena, poi si gioca a carte,
e poi stasera penseremo forse
alla villeggiatura ormai lontana.
– Strano, soltanto ieri… –
Alla villeggiatura bella e artificiosa che si chiama amore.

(Inedito)

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