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27, 28 ottobre 2018. Dialoghi e Commenti su La Memoria, il Tempo, lo Spazio, l’Oblio della Memoria, la Postverità, Ipoverità, Iperverità, de-materializzazione, la Poesia, l’Inconscio – Poesie di Mario M. Gabriele, Francesca Dono, Mauro Pierno, Gino Rago, La storica domanda di Mandel’štam: «con chi parla il poeta?». Rispondo: «con la Memoria»

 

Gif Beyoncé

Giorgio Linguaglossa

 Intorno al 1919 Osip Mandel’štam scrive un saggio Sull’Interlocutore e punta la sua attenzione critica sul problema ignorato dai simbolisti: «Con chi parla il poeta?». Punto cruciale della nuova poesia acmeista era, nel pensiero del poeta russo, di ripristinare un corretto rapporto con l’«interlocutore», anzi, il presupposto filosofico sul quale si basava il suo concetto di poesia acmeista era quello di individuare un «nuovo» rapporto con il «pubblico» e con l’«interlocutore». La «nuova poesia» avrebbe dovuto identificare un nuovo pubblico e un nuovo concetto di «interlocutore». Era una posizione strategica e una posizione filosofica.

 Oggi mi sembra che questo sia il problema centrale per la poesia italiana: Con chi parla la poesia di Bacchini? Con chi parla la poesia di Attilio Bertolucci? La poesia di Bertolucci, penso a La camera da letto, richiede una grande lentezza. La poesia paragiornalistica che verrà dopo Satura di Montale richiede invece una grande velocità. Come mai questo fenomeno?  Che cosa è cambiato nella poesia italiana? Con chi parla la poesia post-montaliana (post Satura, del 1971)? Quale è l’«interlocutore» della «nuova poesia»?

Io penso che la poesia del presente e del futuro debba avere al centro della propria ricerca la questione della memoria e dell’oblio della memoria. E riproporrei la storica domanda di Mandel’štam: «con chi parla il poeta?». Rispondo: «con la Memoria».

gig Vogue 2

La Signora Miniver sembrava un’opera d’arte.

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Mario M. Gabriele, dalla raccolta di prossima pubblicazione Registro di bordo

La Signora Miniver sembrava un’opera d’arte.

Risalimmo le scale fino alla mansarda
per vedere La Bella Elena di Offenbach

-Portami fuori da questo luogo – disse Catherine.
Le ricordai I canti dell’esperienza e dell’infermità.

Uno chiese un calice d’oro per l’altare
senza aver mai incontrato le carmelitane.

A Vladivostock pagammo in sogno 30 kopejki
per passare il Golden Bridge. 

Un avvoltoio si posò nella steppa
scegliendo il meglio della rappresaglia.

–  Presto- disse Cristian,
-bisognerà rivedere i passepartout -. 

E non eravamo ancora certi se ricaricare gli orologi,
dare il veleno ai topi. 

Paulin si fece avanti tenendo tra le mani
un biglietto per Okinawa.

Le condizioni anomale del tempo toccarono le rose
tranne la Primavera di Botticelli.

.

Mauro Pierno

un tempo, quale tempo,
se la figurazione sfugge
se oltre la siepe un confine spinge
se nella mano
un vortice appare di consolanti nubi
che non dovrai schiarire
che non dovrai riscrivere
mai.
un cielo sereno,
profondamente sereno e sgombro di nuvole.
Un antefatto.
Inquietante.)

.

 Francesca Dono

Non conosco la donna che cammina.
Neanche gli altri spinti solo da un invisibile risacca.

Sono tutti qui. Al mercato rionale dei vestiti incrociati. Una folla vagante. Fedra raccoglie quello che trova nel pantano. In un minuto qualunque.
L’autunno sale alle bocche spogliate

anche quest’anno. A dispetto dei sospiri più fitti. Sound di
onde a digiuno. Un déjà-vu palpitante. Nero crostaceo del freddo.

Appendix

(Lacera et misera bestia non orare pro nobis .Tuos utero feroce. In abbundantia disordinem ordinatus pescis )

.

Gino Rago
Versi da alcune meditazioni sul Quadridimensionalismo

Su La Quarta Dimensione

“La madeleine*. Il selciato sconnesso.
Il tintinnio di una posata.

Le chiavi di casa perdute in un prato.
Diventano in noi la resurrezione del passato?

Fanno riapparire il tempo nello spazio?

[…]

Il passato si ripete nella materia grazie alla memoria.
Il tempo perduto esce dalla profondità delle quattro dimensioni.

Perché l’uomo è spaziotempo.
Perché al profondo, nel lungo e nel largo

soltanto l’uomo lega ciò che è stato.
Il tempo perduto. Il tempo passato.

Gli infiniti punti dello spazio e gli infiniti istanti del tempo
possono vibrare insieme solo nella Memoria.

E il presente è la scheggia di tempo che ricorda il passato.
La morte qui non c’entra. […]”

Gif Vogue cover

Mario M Gabriele

Un giorno ho chiesto a uno psichiatra, amico di vecchia data, se l’uomo è in grado di vivere senza la memoria. È possibile, mi disse, solo se è una sua libera scelta o se è un paziente affetto da Alzheimer. Il ricordo può essere positivo, se gli elementi che lo determinano si correlano al piacere della vita, o negativo se i dati ad esso correlati, sono dolorosi e incancellabili e quindi di sradicamento dall’archivio della memoria.”Il cervello, scrive Sergio della Sala su “Micromega” n7 -2010 – pag. 37 ha una doppia funzione, anche secondo Umberto Veronesi, che si lascia attrarre dall’idea del cervello double face.”
Nota è la sua intuizione nell’affermare che “siamo largamente imperfetti con le nostre debolezze e le nostre difficoltà, con un cervello che ha un emisfero cognitivo, razionale, logico, matematico, e l’altro emisfero che elabora sentimenti, emozioni, fantasie”.
Su questi indirizzi operativi il cervello conserva o abbandona la memoria secondo il rapporto che essa ci propone.
Ma c’è anche un altro punto di vista: quello di Edoardo Boncinelli, che in fatto di funzionalità della mente e del suo operare con la memoria ne spiega la ragione osservando che “la mente è tutto ciò che accade nella nostra testa. C’è anche una periferia che noi chiamiamo cuore, perché molte delle nostre emozioni le sentiamo nei vasi che passano vicino al cuore”. Da qui l’accettazione o il rifiuto di ciò che domina la nostra vita con il ricordo.
Scrive Barbara Spinelli su “Il Corriere della sera” che Il Novecento è stato il secolo ammalato di amnesia: Non a caso, Claudio Magris citando il libro della Spinelli: Il sonno della memoria, rileva che” tutto il tema del volume ruota intorno al sonno della ragione e sottolinea il valore razionale, oggettivo e non elegiaco-sentimentale della memoria. Come il sonno della ragione, anche quello della memoria può generare mostri” Continua a leggere

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Domande di Giorgio Linguaglossa al filosofo Vincenzo Vitiello sull’etica dello spazio; Il nesso dello spazio con il tempo; Quando sorge un nuovo linguaggio poetico?; Lo spazio, il tempo e la memoria; Noi, chi siamo?Una poesia di Donatella Costantina Giancaspero

 

Gif volto bianco con macchia rossa

noi abitiamo lo spazio, ma non siamo-nello-spazio; noi abitiamo il tempo, ma non siamo-nel-tempo

Domanda: Lei scrive che «noi abitiamo lo spazio, ma non siamo-nello-spazio; noi abitiamo il tempo, ma non siamo-nel-tempo; e cioè: abitiamo il mondo, ma non siamo-nel-mondo – è ben antica: la si legge in forma concisa e straordinariamente efficace in un testo che è all’origine della nostra civiltà, della civiltà dell’Occidente: «autoì en tô kósmo eisín […] ouk eisìn ek toû kósmou» («essi sono nel mondo […] ma non sono dal mondo»).

Ciò vuol dire che l’uomo è un essere quadri dimensionale, che è il solo essere vivente che vive nelle quattro dimensioni perché si muove nella dimensione temporale della memoria? Ma come possiamo «abitare» il mondo se non siamo nel tempo e non siamo nello spazio?

Risposta: S’aggiunga poi che il mondo moderno, la Neuzeit, l’età nuova – che è pur sempre la “nostra età”, pur quando questa si definisce, per contrasto, “post-moderna” – l’ha ripresa e radicalizzata nella forma di una (metodologica, epperò “possibile”) Weltvernichtung. Quest’ultimo riferimento ci impone di chiarire subito che la tesi, or enunciata, non ha nulla a che fare con la disputa sull’“Io puro”, il “soggetto weltlos”, et similia, non foss’altro perché riteniamo che all’origine di tale disputa vi sia un radicale fraintendimento dell’epoché cartesiana e husserliana del mondo. Anticipiamo pertanto anche la conclusione del saggio: se l’abitare indica la cura per le cose del mondo, quindi il vincolo che ci lega al mondo, il non-essere-nel-mondo sta a significare che questa cura non ci “appartiene”, non è nostra “proprietà” (Eigentlichkeit), non viene da noi, non è-per-noi (ek hemôn), ma viene da “altri”, è per-“altri” (ek állon). Anzitutto: viene da “altro”, è-per-“altro” (ek hetérou).
Se qualcosa non di “nuovo”, ma di “diverso” il lettore può aspettarsi da questo saggio, che riprende questioni antiche e moderne, non è, pertanto, la via percorsa, ma il modo di percorrerla. Diverse non sono le domande. Diversa è la prospettiva da cui vengono poste.

Domanda: Perché il nesso dello spazio col tempo? Perché non possiamo uscire dal circolo dell’interrogazione? Quel circolo dal quale non possiamo uscire con la domanda e la risposta ma che la poesia ci indica allusivamente?

Risposta: Le domande, dunque: a) perché il nesso dello spazio col tempo? b) chi sono gli autoí, i “noi” che abitano spazio e tempo, il mondo, e non sono-per-sé nello spazio e nel tempo, nel mondo? E chi gli “altri”, per i quali abbiamo un mondo, abitiamo spazio e tempo? E chi, o “che” è l’“altro”? La seconda domanda, chiaramente, investe quegli stessi che pongono la domanda. Piega la domanda sull’interrogante. Quanto, allora, la domanda e la risposta, che le vien data, dipendono dallo stare nel circolo dell’interrogazione su se stessa ri-flessa? E non ha senso dire che il problema non è di uscire dal circolo, ma di saper muoversi in esso in modo appropriato, perché anche il giudizio sull’“appropriatezza” del movimento dipende dall’essere-già nel circolo.

Non resta, dunque, altro da fare che… iniziare avendo già iniziato. Non resta, cioè, che muoversi nel circolo in cui già da sempre siamo, e da dove siamo. Senza però la pretesa di porsi dal punto di vista del circolo. Come in fondo pretese Heidegger, che si pose dapprima nella prospettiva del “chi” si muove nel circolo, in seguito – un seguito già previsto e annunciato nel primo movimento – nell’opposta “visione” dell’“Es”, del neutro esso che muove il circolo.

Ci stiamo muovendo in circolo. Purtroppo in un circolo non virtuoso, anzi vizioso, viziosissimo.

Gif Treno

Quando sorge un nuovo linguaggio poetico?

Domanda:  Quando sorge un nuovo linguaggio poetico? Ecco due versi del poeta Tomas Tranströmer:

Le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami
giù nel profondo dove l’Atlantico è nero.

In questa immagine a solenoide del poeta svedese abbiamo la rappresentazione a-prospettica di UNA temporalità, una temporalità che, per paradosso, ha bisogno di riferimenti spaziali e simbolici per poter essere avvertita e rappresentata. Anzi, il simbolo è il nesso (concretamente linguistico) che unifica la dimensione temporale e quella spaziale. E qui si cela il paradosso del tempo. Il tempo, nella cognizione ontologica che l’uomo ne ha nella sua vita quotidiana, non è portato da una dimensione temporale ma da una Esperienza che ha abitato la dimensione temporale. Il paradosso è tutto qui: noi percepiamo lo scorrere del tempo e la distanza temporale non mediante la dimensione temporale che, di per sé, è vuota, ma attraverso le esperienze che hanno abitato la dimensione temporale. Nella dimensione del linguaggio poetico di Tranströmer, ad esempio, il simbolo si dà in una o più immagini concatenate che, tutte insieme, concorrono a modellizzare linguisticamente il tempo. Ed il tempo diventa «interno», si internalizza, prende ad abitare le immagini. Nella poesia sottostante di Donatella Costantina Giancaspero abbiamo uno «stato di cose» (Sul tavolo, il posacenere di ceramica verde) che è nel tempo e nello spazio ma, paradossalmente, fuoriesce sia dal tempo che dallo spazio. Che cos’è uno «stato di cose»? Dove abita? Nel tempo? Nello spazio?, o fuori dal tempo e fuori dello spazio?

Una poesia di 

Donatella Costantina Giancaspero

Sul tavolo, il posacenere di ceramica verde:
a colpo d’occhio, una scodella di corti steli marroni
piantati nel brodo di polvere.
Accanto al posacenere, l’ora di Armonia,
in attesa di salire col fumo al mentolo.

Alla fine dell’estate, un nido di vespe nel lampadario.
Un enigma al telefono.
Il problema logistico che sposta l’inizio delle lezioni.

La matita, sul quaderno pentagrammato da dodici righi,
sempre un po’ alticcia:
sottolinea le quinte e le ottave parallele,
mentre di scorcio, una misoginia filiforme
intesse la trama ocra del divano.

Basta voltarsi, per toccare l’ologramma impresso
contro un’ombra fluttuante. Le cose,
dentro il display grigio di un acquario.

Risposta: il linguaggio di Celan sorge quando il linguaggio di Heidegger muore, volendo dire che il linguaggio della poesia – della ‘nuova’ poesia – può sorgere soltanto con il morire del linguaggio tradizionale che la filosofia ha fatto suo, o – forse – che si è impadronito della filosofia.

Domanda: Qual è il più grande pericolo del pensiero?

Risposta: Il più grande pericolo del pensiero è – il pensiero. L’onnifagia del pensiero. Là più pericolosa, dove si cela.

Domanda: Noi abitiamo lo spazio, ma abitiamo anche il tempo e abitiamo qualche cosa che sta tra lo spazio e il tempo?

Risposta: Prendiamo la prima parte dell’enunciato: noi abitiamo lo spazio. Non però nel senso in cui diciamo che abitiamo in una casa, in una città. Casa e città già ci sono perché noi si possa abitare in esse. Lo spazio, invece, è per l’abitare. È per l’abitare che c’è spazio. E se “abitare” dice: prendersi cura delle cose, allora è per il prendersi cura che lo spazio è. Stiamo qui capovolgendo l’argomento kantiano dell’“apriorità” dello spazio, per il quale in tanto possono esserci sopra e sotto, vicino e lontano, destra e sinistra – e cioè relazioni spaziali – in quanto c’è, c’è già, la forma pura dello spazio. Vero è che Kant muove dalla concezione dello spazio (e del tempo) elaborata dalla scienza moderna: la concezione dello spazio come contenitore universale di tutti i fenomeni esterni. È lo stare in esso che determina la spazialità degli enti, i rapporti cioè di vicinanza e lontananza, tra “su” e “giù”, “davanti” e “dietro”… Non si tratta, chiaramente, di un contenitore “inerte”, al contrario, lo spazio è forma attiva, forma formante: esso spazializza tutto quanto accoglie in sé. Sin dall’inizio Kant antepone la “forma” al “contenuto”, la relazione ai suoi termini, l’attività alla passività. Questo ci permette di dire che Kant non pone il problema del “costituirsi” di questa forma formante, del sorgere dell’esperienza dello spazio. Lo spazio c’è, c’è già, da sempre – si dice. E sia pure. Ma come accade a noi di fare esperienza dello spazio?

La domanda è ineludibile. Kant stesso inizia chiamando in causa “chi” può fare esperienza dello spazio. Soltanto un ente sensibile – risponde –, ossia un ente ricettivo e quindi “finito”, in quanto rinvia ad “altro”, a ciò da cui “riceve”. La “finitezza” dell’ente, la sua ricettività, il suo riferimento ad altro, implica la sua spazialità a priori, il suo essere già – già da sempre – nello spazio (qual forza spazializzante passiva e attiva insieme). Del tutto evidente che è dalla determinazione dello spazio che viene ricavata la determinazione dell’ente che ne fa esperienza, il “noi”, e non viceversa. Né vale replicare che l’esperienza dello spazio – e cioè la conoscenza che l’ente sensibile finito ha della sua spazialità a priori – è una ri-flessione, un ripiegamento dell’ente finito sulla propria apriorica costituzione spaziale. Non vale, perché la replica conferma l’obiezione, e cioè l’asserita presupposizione della spazialità dell’ente sensibile finito. Ma: è sufficiente la “ricettività” a definire l’ente che fa esperienza dello spazio?

Gif finestre

è che si può passare dal tempo allo spazio, e viceversa, questo, appunto, è il luogo della forma-poesia

Domanda: una delle idee sulla quale si incardina la nuova ontologia estetica è che si possa passare dal tempo allo spazio, e viceversa, e questo sarebbe il luogo appunto della forma-poesia. Qual è il suo parere?

Risposta: il linguaggio è pieno di metafore, di trasposizioni. E non è necessario evocare il linguaggio della poesia, basta avere una qualche confidenza col linguaggio popolare o dialettale. Il passaggio dallo spazio al tempo comporta altro “salto” nella continuità dell’esperienza.

Domanda: Lo spazio, il tempo e la memoria, la memoria che apre all’uomo l’esperienza della quadri dimensionalità. Scrive in proposito Giacomo Marramao: Continua a leggere

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Claudio Borghi POESIE SCELTE da La trama vivente (Effigie, 2016) Poesia metafisica – Tra fisica e poesia non c’è discontinuità – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

cinese drago Si racconta che nei tempi antichi, in Cina, quando arrivava un'eclissi di sole, si usasse battere i tamburi per cacciar via il dragone che si stava ...

cinese drago Si racconta che nei tempi antichi, in Cina, quando arrivava un’eclissi di sole, si usasse battere i tamburi per cacciar via il dragone che si stava …

Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo di Mantova. Ha pubblicato articoli di fisica teorica ed epistemologia su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein. Presso l’editore Effigie sono uscite due sue raccolte di versi e prose, Dentro la sfera (2014) e La trama vivente (2016).  Una selezione di testi da La trama vivente è stata pubblicata nella rivista Poesia (settembre 2015).

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Claudio Borghi costruisce i suoi versi e le sue prose poetiche come partiture musical-pittoriche secondo una scansione temporale. Luce e Tempo sono i protagonisti di questa poesia, posta su un piano metafisico alto ma non nobile, piuttosto, direi, posata su un registro lessicale piano e prosastico. Il flusso del Tempo, scandito come una entità metrica variabile, spiega il ritmo ondulatorio che contrassegna questa scrittura.

Molte composizioni sono strutturate come movimenti o sequenze musicali: iniziano con un Cerimoniale lento e rigido che scollina in un Allegro moderato, per poi, subito dopo, alleggerire il tono mediante l’inserimento di un Lamentoso cantabile, molto legato; quindi, di nuovo, ecco un Allegro capriccioso che sfocia in un Vivace energico che si alterna con un Adagio mesto e un Allegro maestoso, fino a giungere ad un Andante misurato e tranquillo. Un pensiero poetico incastonato in una partitura musicale, suddivisa in più movimenti melodici e ritmici, è chiaramente rinvenibile sia ne La vera luce (di seguito riportata per intero) che nelle sequenze poematiche Il tempo immemore e La trama vivente (da cui più avanti vengono proposti alcuni estratti). Il Tempo è una entità sostanziata di ritmo e flusso lineare, una materia elastica governata da un metronomo esterno, un demiurgo che a suo piacimento dilata e restringe i tempi della partitura, un regista nascosto tra le pieghe del reale.

In un certo senso la Luce abita il Tempo, è il suo auriga.

Scrive Claudio Borghi, in una lettera in cui mi spiega come ha elaborato l’idea del tempo interno in fisica e in poesia:

«Non sento discontinuità tra fisica e poesia: l’idea del tempo interno mi è maturata dentro poeticamente prima che fisicamente. Osservando un volo di uccelli sollevarsi da terra, una mattina, ho pensato: c’è il tempo esterno, il tempo del movimento, il tempo-movimento, e il tempo che misura un divenire interno al volo: sono due tempi diversi, e il fatto che la fisica abbia dato, eccezion fatta per la termodinamica (vedi Prigogine, ecc.), risalto al tempo come misura del movimento (da Aristotele a Newton a Einstein, ecc.), non significa che il concetto di tempo si esaurisca nel movimento. Il divenire è potenzialità di cambiamento, lontano dall’equilibrio può accadere di tutto, che nascano e fioriscano e si evolvano in modo inatteso diversi mondi possibili, materiali o ideali.»

La poesia abita una struttura musicale che il poeta percepisce già esistere nell’universo: basta saperla riconoscere e snidare, saper scovare «l’onda dell’essere» che scrive «una storia senza scrittura». La poesia tende a diventare musica scritta in un pentagramma privo di note, all’utopia di una scrittura nobile che possa spaziare libera, oltre la terrestrità della «terra», oltre gli dèi e il dio monocratico, perché l’universo mal si adatta all’idea di una unità monocratica che diriga le molteplici sfere del cosmo. In definitiva, la poesia è una partitura musicale su foglio bianco: niente di più, niente di meno. Eppure il ritmo non solo assume un’importanza del tutto nuova, ma forma il nostro orecchio famelico di melodia, nutre la nostra fame insaziabile di suoni, profumi e ricordi, talvolta lontani e freddi, talvolta vicini e densi.

Un elemento qualificante della ricerca di Borghi è la considerazione dello spazio della poesia come realtà immaginaria che il pensiero poetico deve attraversare: il pensiero vivifica poeticamente lo spazio che, di per sé, sarebbe uno spazio morto.

La vera luce

Nel viaggio millenario si rinnova
l’onda dell’essere che sviluppa
una storia senza scrittura:
semplice dettato di emozione
il creato si imprime
sulle pareti della percezione,
sullo schermo degli occhi
o sulla volta risonante degli orecchi,
rimandando ogni cosa alle altre
e tutte intonando la forma del principio,
necessaria, presente,
viva eppure gratuita, assente,
quasi morta mentre su di sé
si richiude e ripiomba.

Sospeso il tempo si rapprende in nuvole
provvisorie come miraggi di attenzione,
lontananze illusorie
in un pieno di coscienza vigile,
nel miracolo della forza nell’inarcarsi
senza peso di un volo.

Il fiato si condensa,
la nebbia serpeggia immobile
lungo le strade, le parole
lasciano qualche traccia. La tempia
pulsa. Nel timido affiorare
di una frase musicale,
inessenziale e necessaria,
il sangue sembra diluirsi
e l’umore migliorare,
la luce diradando la foschia
irradiando un cuore di chiaro:
mente di creatura:
nudo fiore elementare.

La musica ha tutto dentro
o tutto vibra nella musica,
ogni particella emerge il suo essere
da oscillazioni senza tempo, dal fondo
si anima la danza,
a diversi livelli sorge la forma
e prende identità nel sollevarsi
dell’anima del mondo
e concentrarsi in microscopiche entità
fino all’accendersi dei fiori e dei frutti,
dei violini,
degli archi che rigenerano l’armonia
sotto le volte delle cattedrali
o nel quadrato breve delle camere.

Come raccogliere questi doni
e tradurli in ritmi
e momentanei accordi sa la mano
dell’artefice poeta, che sparge polline
profumato sulla pagina
e lo lascia generare forma
da semplici aggregazioni
o pieghe di suono,
vocali colorate, fatti puri,
vuote concentrazioni
e rarefazioni di senso,
foglie di musica
tiepidamente ondeggianti.

Oh come piano
si dissolve l’amaro,
il sapore acre della notte sciolto
sulle pareti della bocca si perde e tenue
torna il sole a dominare la scena,
a intonare un nuovo tema,
lasciando che ogni creatura
scorga la vera luce che svaria,
identica e diversa e senza quiete!

giuseppe pedota acrilico su tela anni Novanta

Giuseppe Pedota Acrilico su perplex anni Novanta

.

Ne La trama vivente versi e prose si alternano in dosato equilibrio. Di seguito una pagina in prosa, che nel libro è collocata poco dopo il testo poetico sopra riportato:

Se tutto è volontà e rappresentazione o, più semplicemente, identità, nocciolo, essenza che si emana in cose viste e si contempla nel cristallo delle forme create, ogni vita è un provvisorio sporgersi su un paesaggio momentaneo, una stanza sospesa, una lineare teoria di mura che chiudono lo spazio nei luoghi dell’abitudine.

Casuale emergere di uno sguardo, ogni identità come foglia cade una volta cessato il ciclo del verde: così gli occhi, che contengono un io, cadono una volta compiuto il ciclo vitale della rappresentazione. Non c’è arte, di materia o parola, che riesca ad esprimere la fatua sostanza del salire a galla della coscienza o la gratuità della caduta del corpo che quel salire ha vissuto.

Sfera immobile che non dura il creato, luogo senza tempo entro il quale si compie il miracolo tremendo inessenziale delle nascite e delle morti. Miriadi di occhi nell’anima del mondo (il tempo cosmico assente immobile): ogni creatura compie il suo destino di linfa o sangue, misura un tempo che è solo suo: il suo divenire unico e necessario. Consumato il cerchio di esperienza in cui sono inscritti e attraverso il quale misurano il flusso di quiete che lentamente brucia, gli occhi si chiudono, così che altri nuovi si aprano altrove e lo sguardo si mantenga acceso ovunque e sempre presente.

Il presente arde senza consumarsi.

L’anima del mondo non conosce le creature che si sporgono sulla trascendenza abissale sferica del non essere. Ogni volto aspetta di cadere e piega a terra il lungo collo nell’inquietudine della sua attenzione viva: si rifonde specchiandosi con l’immagine iniziale: alla quiete anonima grigia si abbandona, all’estenuata assenza di ogni desiderio.

Claudio Borghi è un compositore di nuovo conio, un outsider che, anche nella riflessione teorica sulle origini e la natura del tempo, tenta strade nuove, immerso e al contempo indipendente dalle correnti principali della poesia del secondo Novecento. La sua poesia e il suo pensiero lo testimoniano sin dalle prime manifestazioni, fino ai significativi contributi di questi ultimi anni. Figura insolita di poeta e teorico di livello, Borghi si situa con autorevolezza nel dibattito che coinvolge tutti i maggiori esponenti della poesia d’avanguardia dei giorni nostri, tra riflessione teorica e pratica compositiva. In questo senso, non poteva mancare ne L’Ombra delle Parole.

eclissi sole 7Di seguito, alcuni estratti da due sequenze in prosa.

Monadi solitarie vagano come particelle in sospensione in un fluido, atomi zigzaganti tracciano traiettorie browniane, incerti labirinti da cui la matematica fa emergere la traccia statistica di una regolarità, il senso precario di una soluzione.

 Nel vuoto, reso a tratti magnifico dal fiorire imprevisto di novità, la poesia cerca animandosi di trovare l’ebbrezza della sua sopravvivenza, nella dinamica fine a se stessa di un ritmo che senza soluzione di continuità si rinnova di parola in parola, di verso in verso, inanellandosi, inviluppandosi, naufragando nel cerchio immobile della presenza del tempo.

 Niente so della vita nelle cose, ma della vita posso disegnare i corpi che fuggendo sulla tela corrono come spinti da una forza michelangiolesca, soffiati da un turbine perenne, i corpi inquieti che si cercano per fondersi, si toccano e si amano per sentirsi l’un l’altro vivi.   (da Niente so della vita delle cose)

 La poesia trama, nascondendolo, un altro mondo che pare volersi affacciare come se, dietro le forme e i colori dell’affresco, un altro, o tanti altri, sepolti sotto strati di intonaco, potessero essere detti e portati in luce. Dietro le strutture in cui si organizzano la natura e le strade e le piazze delle città e gli accadimenti dell’esistenza e della storia sta la voragine dell’inesistente, del non detto, del possibile che non si è ancora fatto o non riesce a farsi reale. Dell’increato.

 Forse questa ansia lucida e incoerente, questo ostentare con orgoglio il proprio essere sotterraneo ma nello stesso tempo provandone terrore, davvero non è degna di un plotiniano. Forse sono inquinato da tempeste esistenzialiste, forse, più semplicemente, ho paura del vuoto senza nome in cui sento la “mia” poesia sospesa, il suo corpo trasparente la sua forza armonica vibrare su un paesaggio a cui sembra non appartenere, punto dal timore infantile che di colpo possa svanire come un corpo di illusione.

 Chiuso nella sfera trasparente della riflessione metafisica, contemplo i voli sopra le civiltà contraddittorie e violente e i deliri dello spirito tecnologico e l’ironia giustamente cinica sui troppi fabbricanti di versi e storie che stanno a contemplare silenziose macerie spirituali.

 Io ho imparato a scrivere sentendomi come un passero che impara a volare. Quando ho creduto possibile il salto o il volo ho provato a distendere le ali, ma spesso sono riuscito solo a immergermi in armonie intermittenti di paesaggi interiori, a moltiplicarmi nei riflessi di mente che quei paesaggi hanno generato, lasciandomi ora inondare da riverberi musicali ora folgorare da quel po’ di luce che ha bagnato le pareti dei versi, quando hanno toccato le radici del respiro che quella poesia rendeva viva. Ogni poesia è viva se impara qualcosa crescendo e formandosi, se ogni fibra del suo tessuto è necessaria, se nulla in essa è gratuito o esibito.   (da una lettera ad Antonio Moresco del 29 dicembre 2012, riportata nella sezione finale Lettere)

 Concludiamo con un’ampia scelta di versi.

 eclissi sole 5 

estratti da Il tempo immemore

I

Sente la notte la mente intera,
il magnifico riprodursi del suono ininterrotto,
il centro inaccessibile della sfera. La linea
invisibile sulla cartavelina dei sensi
si traccia necessaria, la strada immaginaria
si spiega tutta fuori
e sa dove andare. Ogni nome ha la sua radice
in un sostrato di erbe e terra nera,
legato a una profondità senza dimensione
emerge il suo viso, il battito, l’attenzione.

La potenza raccolta in un cerchio di energia
aspetta di abbandonarsi a un rotolo di melodia,
stagione immobile, emersa isola, visione
senza nome. Senza nome né forma il flusso,
tutto il tempo presente, gli animali inventati
discontinuamente, grandi e piccoli,
fino ai microscopici striscianti nell’erba
o che si incuneano tuffandosi sotto terra
e ricompaiono inaspettati, o ai minuscoli
insetti molteplici dalle ali vibranti
riverberanti frequenze inascoltabili.

Si protrae la ricerca nell’attesa,
in un parco di ore posato sulla distesa
del tempo vivo, disegnato con quasi noncuranza,
i tappeti fermi, i quadri alle pareti della stanza
appesi con pazienza dolce, in momenti di quiete
provvisoria, quando per qualche istante
tace la storia e il manubrio si lascia guidare,
nel piano indifferente srotolarsi dei giorni.

Il clima è accogliente. In una pausa del vento
si infila sottotraccia un ritmo inconsueto,
nella limpida (fulva) parodia del cielo il dettato
poetico si sparge come polline soffiato,
le nuvole intatte, i fogli fermi sul tavolo, il selciato
sottile fino alla trasparenza.
A fianco del sentiero bambino gli arbusti
meditano. Tutto pare aver la forza di resistere,
deciso ancora a illuminare la coscienza.

II

La barchina trasparente viene a riva, bagnata
di profondità di sogno nel cerchio della presenza
vuota vasta abissale, il flusso naturale
del venire ad essere delle cose dice
quanto deciso sia a rinnovarsi il senso,
ogni nome impregnato di energia e le falene
alte, illusorie molecole di luce in attesa,
vivi presagi nella tenebra ogni notte più nera.
Chiusa nel libro la fragile teoria dei versi,
la voce sparsa sulle pagine sfogliate
sempre più lievi, foglie più lievi
disegnate invano, rondini rinsavite ripiegano
svanendo dietro l’orizzonte,
si fermano, indugiano, ridiventano primitive,
innocenti note azzurre.
VI

Tra un istante e l’altro, un foglio e l’altro
il tempo si struttura nella presunta sostanza
che del mondo contiene l’invenzione. I piccioni
calmi sostano sul cornicione. L’un l’altro rivolti,
i colli grigi striati di iridescenze verdeazzurre,
si scambiano sguardi a scatti, allineati o paralleli
al profilo sottile di cemento su cui fermano
una irrisolta sequenza di impressioni.
Nulla più evidente della nuvola di frammenti
di questa evaporazione dell’esistente
in forme staccate e sparse, segmenti
provvisori di cui le menti
cercano la sintesi, ignorando del tempo
la continua sorpresa, rotolo che per semplice necessità
pare aprirsi si rivela
notte senza disegno inaccessibile,
sorgente emanata, nuvola o filare
di alberi verdi scoperti nel canto animato
sempre per la prima volta.

estratto da Strofe della materia viva

Di colpo ho perso interesse per le galassie
e la gravitazione e l’evoluzione
del corpo che tutto contiene, mi è sembrato
chiaro ed evidente che il punto pensante
non può contenere il contenitore,
che pensare l’evoluzione
immaginandola venire da un punto,
assimilandola al punto che la pensa
è solenne ingenuità – e stupida
ho sentito la scienza che pretende trovare
la formula che chiude in sé il mondo.
Spinto dall’impulso libero che la creatura
immette nella luce e nell’aria ho sentito
le gambe per la prima volta camminare,
la mente nuova assaporare
il niente di pensiero che sono le cose,
e i corpi viventi,
che credevo conoscibili esplorandoli,
guardandoli da vicino, ingrandendoli,
riducendo l’attività alla quiete inerte delle parti
e cercando il lampo che ne genera la struttura,
mi sono sembrati senza spiegazione,
polvere anonima che in figure, arti e visi
si muove come per miracolo interno,
che nasce senza che possa la mente
coglierne il centro di emanazione.
Da questo centro mi sono sentito venire,
pensiero e volto e arti e figura, e lo sciame
delle creature mi è parso abitarmi per miracolo
istantaneo di creazione, totale, indivisibile,
vuota visione senza nome.

Giuseppe Pedota acrilico, Paesaggio esopianta anni Novanta

Giuseppe Pedota acrilico su perplex anni Novanta

estratti da La trama vivente

Il passero sul ramo leggero riposa,
lo inarca con dolcezza di peso
e lo fa oscillare.
Il giorno si raccoglie tra le braccia
innumerevoli sottili dell’albero
e il corpicino affidato a un’amicizia semplice
sorride il suo canto acuto. Eppure
qualcosa di sotterraneo fluisce,
come lama ferisce
la semplice offerta della musica
disegnata negli occhi. Eppure
la linea melodica ha dentro
una disarmonia che la corrode
sporcandola di imperfezione,
un cuore affaticato che nello sforzo si piega
fino a deporre sfiancato lo slancio,
a smorzarsi in inquietudine notturna.
*

Si traccia sapiente la ricerca,
disegna una trama che vedi dipanarsi sicura
dalla mente alle cose,
in cui il sapere pretende conquistare,
o vedere con occhi definitivi,
il senso della materia, dell’energia e delle forme.
Si colma in un processo di conquista la scienza,
in un abbraccio verticale,
tentando la fusione dello sparso
nel cerchio unico della coscienza.
Eppure le cose dentro mutano e si sfibrano
fino a sfiorire e sgretolarsi,
l’esperienza priva la mente
della possibilità ultima del contatto,
l’abbraccio bramato si dissolve, i corpi
come evanescenze si allontanano, la visione
come una marea si ritira spegnendosi,
viva lasciando solo l’illusione
di un possibile rinnovarsi:
come un dono offerto intero
al prato deserto della contemplazione
ritorna nel luogo inattingibile,
da cui nell’anima, potente, si era riversato.
*

Cosa radica questa varietà di creature
alla sfera che abitano,
corpi pesanti e leggeri,
inabissati o volanti
o beatamente contemplanti,
in attesa di chissà quale evento liberatorio
da tanta impaurita moltitudine?
L’indaffarato brulicame trae linfa
dalla sostanza in cui sta immerso,
i pesci dall’acqua, gli uccelli,
i rettili e i mammiferi dalla terra,
dall’acqua e dall’aria traggono
alimento di vita e tutto è legato
al filo tenue di un respiro,
come un aquilone alle mani
di un bambino che gioca
e da un attimo all’altro può stancarsi
e lasciare la forma al suo destino:
perdersi nell’alto, svanire nel centro,
ridursi all’inconsistenza.
*

Non ho imparato tutti i nomi dei fiori,
né so bene che diverso profumo
emanano respirandoli. Conosco
i giacinti i fiordalisi le camelie
la mimosa la genziana il tulipano,
ma non li ricordo, come fossero parti
di un unico fiore indifferenziato.
Solo trattengo innumerevole il fiato
delle rose e il labirinto in cui si perde
la mente che stupita le avvicina
e dentro annega, ancor prima
di sentirne il profumo, stordita
dalla bellezza primordiale della forma.

*

La calma del cimitero insegna
la presenza tranquilla della morte,
il silenzio della polvere,
la persistenza malinconica della memoria.
Troncata l’erba della parola dalla falce muta,
rimane il flusso della visione
che scorre in un’assenza di mondo.
Il vuoto e la lontananza bagnano
la candela del cuore, che ultimo
cerca ostinato un sentiero
nella tenebra e piange,
lamentosamente piange il suo male
di essere stato,
trafitto dalla distanza incolmabile del dio
e dal nonsenso disumano del peccato.

In rapida sequenza rondini esaltate
si staccano una ad una dai più alti fili,
trovano la forza per lasciare
la valle delle forme e si slanciano
nella sfera che le contiene in una nube
insensata di luce bianca, mentre
in un lampo di buio si disperde,
in chiuso volo,
in polvere rarefatta,
anonima di preghiera,
la trama vivente del tempo.

claudio-borghi-2009-a

claudio borghi 2009.

 

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