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Wanda Heinrichová: In ricordo di Petr Král (1941-2020), Poesie inedite di Petr Král, versione dal ceco di Antonio Parente

Il Mangiaparole n. 9 Petr Kral

[nella banda in alto, da sx, foto di Iosif Brodskij, Giorgio Linguaglossa, Alfredo de Palchi, Czeslaw Milosz. in cover Petr Král]

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Petr Král nasce a Praga il 4 settembre 1941 da una famiglia di medici e muore il 17 giugno 2020. Dal 1960 al ’65 studia drammaturgia all’Accademia cinematografica FAMU. Nell’agosto del 1968 trova impiego come redattore presso la casa editrice Orbis. Ma, con l’invasione sovietica, è costretto ad emigrare a Parigi, la sua seconda città per più di trent’anni. Qui, Král si unisce al gruppo surrealista, che darà un indirizzo importante alla sua poesia. Svolge varie attività: lavora in una galleria, poi in un negozio fotografico. È insegnante, interprete, traduttore, sceneggiatore, nonché critico, collabora a numerose riviste. In particolare, scrive recensioni letterarie su “Le Monde e cinematografiche” su “L’Express”. Dal 1988 insegna per tre anni presso l’”Ecole de Paris Hautes Études en Sciences Sociales” e dal ‘90 al ’91 è consigliere dell’Ambasciata ceca a Parigi. Risiede nuovamente a Praga dal 2006. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti: dal premio Claude Serneta nel 1986, per la raccolta di poesie Pour une Europe bleue (Per un’Europa blu, 1985), al più recente “Premio di Stato per la Letteratura” (Praga, 2016).
Tra le numerose raccolte poetiche, ricordiamo Dritto al grigio (Právo na šedivou, 1991), Continente rinnovato (Staronový kontinent, 1997), Per l’angelo (Pro Anděla, 2000) e Accogliere il lunedì (Přivítat pondělí, 2013). Curatore di varie antologie di poesia ceca e francese (ad esempio, l’Anthologie de la poésie tcheque contemporaine 1945-2002, per l’editore Gallimard, 2002), è anche autore di prosa: ricordiamo “Základní pojmy” (Praga, 2003), 123 brevi prose, tradotte in italiano da Laura Angeloni nel 2017 per Miraggi Edizioni. Attivo come critico letterario, cinematografico e d’arte, Petr Král ha collaborato con la famosa rivista “Positif “e pubblicato due volumi sulle comiche mute. Antonio Parente ha tradotto di Král molte poesie in italiano pubblicate da Mimesis, Tutto sul crepusculo nel 2015.

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Petr Kral 2016 caffè Slavia, Praga

[Petr Král al caffè Slavia, Praga, 2018]

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Wanda Heinrichová: In ricordo di Petr Král

“Ma è una cosa che mi aiuta”, disse con voce alterata, quasi infantile, mentre tentavo di allontanarlo dal computer. “Vatti a riposare”, lo pregai, “altrimenti la gamba ricomincia a farti male”.

Ora mi dispiace. Mi pento delle mie parole insensibili, di non aver capito. Sono molte le cose di cui mi pento.

Fino alle ultime settimane, Petr trovava ore e minuti in cui il dolore non gli impediva di lavorare. Solo che lui non lo chiamava lavoro. La letteratura era la sua vera esistenza. Prendeva sul serio il suo servizio alla letteratura in tutta la sua giocosità, e al servizio della letteratura si dedicava come a nient’altro al mondo.

Leggo i manoscritti che ritrovo nel suo computer, ma nella bozza delle sue memorie non riesco a rinvenire l’aneddoto che mi raccontò una volta. Un tema al ginnasio: Cosa significa l’arte per me? Non so come se la cavarono i compagni di classe di Petr, ma lui rispose riempiendo l’intero quaderno. Stupito e allo stesso tempo perplesso, l’insegnante alla fine non valutò nemmeno la sua risposta. Posso immaginare come sia trasparito da quello scritto scolastico l’amore irresistibile di Petr per la pittura, il cinema, i libri, la poesia. Hanuš Schwaiger e i suoi Anabattisti forse invasero i quieti paesaggi di Kosárek, tanto Petr era pieno di immagini, fin da ragazzo. Ciò che lo colpiva non era esclusivamente la letteratura, era la poesia in sé. La poesia di luci e ombre, i movimenti delle creature, delle foglie, delle macchie, delle voci e dei rumori del mondo.

Petr percepiva nettamente la presenza della poesia, il suo rapporto con essa poteva essere paragonato solo ad una inclinazione religiosa. La venerava, l’amava, la sfidava, la cercava, la difendeva nel campo della critica. Incoraggiava instancabilmente i suoi compagni di viaggio con il suo profondo interesse per la poesia di altri artisti.

“Impariamo a guardare attraverso l’arte”, diceva, il più delle volte in relazione alla pittura.

Caratteristico di Petr considero questo suo approccio sequenziale: Lasciarsi incantare ed educare dall’arte e poi – non più con ingenuità, ma con un senso di nuova avventura – tuffarsi nella realtà.

La vita per una poesia, così Petr ha intitolato i suoi ricordi. Non è riuscito a portarli a termine, né è arrivato al racconto del tema che ho citato in precedenza. Quando i medici gli dissero che la prognosi era di pochi mesi, rifletté: “Dovrò fare diversamente, in qualche modo, a salti”. Raccoglieva tutto in appunti (scriveva sempre prima a mano), nel comporre e riscrivere il testo era arrivato alla soglia dell’adolescenza.

Durante l’agonia, Petr si tirava su nel letto, e probabilmente l’ultima cosa che ha detto è stata: “Qualcun altro dovrà finirlo al posto mio”. Non intendeva sicuramente solo le memorie, pensava anche ai saggi inediti sul cinema, che voleva fornire di note, alle traduzioni, alla poesia.

Un uomo ardente di febbre con gli occhi lucidi di stelle
incidono il soffitto con brucianti e misteriosi disegni di ornamenti turchi
o mappe di macchie sui muri dei cimiteri

solo l’ultimo sguardo frenetico di entrambi gli occhi
esala al soffitto un due punti prima dell’urlo
che già più non si avverte

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(settembre 1957)

Questi versi Petr li ricordò un mese prima della sua morte, era ancora capace di alzarsi e andare al computer, e il computer ne registrò la data. L’intera poesia si intitola Dal sonno al risveglio, Petr la scrisse a sedici anni. E davvero è morto di febbre, bruciando.
Il mondo del ventunesimo secolo gli era già estraneo, eppure lo amava ancora, fino a esserne ossessionato, di esso amava ciò che lui chiamava i resti del mondo reale. Cosa intendeva per resti? Ricordo, ad esempio, un concerto raccolto, al Jazz Dock nel 2011, pochi spettatori, ma una musica formidabile. Il vecchio Lee Konitz suona il sassofono, non sul palco, che non c’è, è seduto proprio di fronte a noi. E poi pianoforte, contrabbasso e batteria, musicisti molto giovani, le luci del bar che si riflettono sul fiume notturno, la superficie rosa, soprattutto rosa della Moldava che luccica, Lee Konitz si alza, indica l’acqua tutt’intorno, alza lo sguardo e dice: “Queen Mary.” Non so cosa volesse dire Konitz. Il transatlantico Queen Mary non andò a picco, non fu mai affondato. Durante la guerra, fu verniciato di grigio, da cui il nome Gray Ghost. Non solca più gli oceani, le sue eliche sono state rimosse, eppure. È qui come Lee Konitz. Come te, Petr.

Petr Král

Tutta la ruggine

Ma
donna tutta quella ruggine
di condutture corrotte cumuli caduti
rivelata nel terreno smosso da scavature
come forme quotidiane di seminterrati
sotto i piedi e le gambe
anche di dolce avvenenza del viandante e della viandante vivi Ma
donna e come sale qui pervade i corpi con severo crepitio
si drizza come il fruscio di foglie cadute la fiamma secca ma
donna in cui riarde
ciò che più non cova che mi riempie della tua carne
e in te stridono le mie ossa
porta a noi l’acuto brusio
del bosco antico dei suoi turbolenti rami delle venature infiammate
dei cespugli ardenti di cerve

* * *

“Ridi”, lo sollecitarono
Il cuore lo comprese
ma la bocca si irrigidì

Continuare a sparare alla cieca
o semplicemente sbandierare

* * *

Il bisogno di andare
seguire la strada
il marciapiede
Cicche e ciliegie
Nei vuoti
l’intera giornata nuova

Di notte il buio enfisema
nella sciamatura di stelle
Nella camera da letto
qua e là un fermaglio
Sotto il tavolo briciole
A volte una meteora
Un dente caduto
Una scalfittura di unghia
sulla parete
La saliva rimanente
all’angolo
Nell’occhio del paesaggio
solo una macchiolina d’albero
Subito una cicca
e poi un nocciolo
Il bicchiere che al tatto
si allontana di nuovo

* * *

Il bucato torna a noi
in uno sventolio spudoratamente candido
Il brandello di nuvole
dovrebbe ora consegnarlo qualcuno
se solo da qualche parte in Moravia
dietro l’impervia femminilità del declivio
dove continua a levarsi
e a scomparire
Le silenziose fabbriche del nulla
nuove città vuote

(dalla raccolta inedita Distanze)

Altre poesie traduzione di Antonio Parente

Nei giorni invernali

Una mano nell’oscurità preme
l’interruttore, il neon lampeggia esitante. Il buio dormiente
soltanto da lontano striato da un’opaca apparizione: per metà un tremulo locale e per metà forse anche l‘intero paesaggio cinereo, con un mucchio fumante di abiti
– forse carne –
umidiccio di stelle e della colpa occulta. E di nuovo l’oscurità, di nuovo chiedere
soltanto: di cosa è impallidito il sangue, cosa di nuovo annega di notte
sotto la superficie delle parole. Tanto a lungo finché la luce s’impietrisce
e immota rivela
l’estensione originale di una scena cenerina, vuota.

(Per l’angelo, 2000)

Hotel Mercurio

Questa volta senza barba su ritratti illustrissimi
bussa qui nudo alla sua porta
forse ha in mano la chiave
e i bambini devono fare il giro fino al ponte
È autunno, i pescatori seduti sul ramo
gridammo la data odierna vendevano i biglietti di ieri
quei ragazzi però volevano vedere solo il culo della moglie del consigliere
che irradiava l’azzurro della sera dalla porta della stanza
dove pulisce il sangue

(L’era dei vivi, 1989)

Foto Lazslo Moholy Nagy 2

foto Lazslo Moholy Nagy

È qui

Buoni a nulla
e battifiacca, ah,
è qui, il giorno,
getta il suo sguardo su di noi.

Il giorno odierno, non chiede
nulla,
è qui, raccoglie il bucato,
aduna i resti delle famiglie.

Dimenticate il pudore
e le pretese, è qui,
veglia
ai piedi delle vie.

È qui il giorno,
mi conosce
quanto voi, apre in noi
gli stipiti,

scrive sulla nostra pelle
i messaggi per gli altri.
Il giorno,
è qui più di noi,

e in noi fa luce
da lontano, date pure
un’occhiata intorno,
travi, pennoni abbattuti;

alzatevi,
è giunto il giorno,
sdraiatevi,
è qui,

scarica la luce
sul marciapiede,
in piedi, lui stesso chiede
del giorno,

incede
senza vanto,
sale d’attesa, prestiti,
recessi,

capannelli vari,
grassi.
È qui il giorno,
avvicinatevi adagio,

senza lampada
e impacco,
passate
accanto agli attrezzi,

voltatevi
di spalle;
è ovunque,
ovunque gemono

i cardini, ristagnano
le acque ad alto fusto,
siete dappertutto inastati
nel giorno,

issate la bandiera, deponete
le valige,
vuoti e pervasi
dal giorno.

(Accogliere il lunedì, 2013)

Alla sconosciuta fulva del treno per Parigi, agosto

Con occhio cisposo scrivo
nel tuo
di biglia verde piena di bava e silenzio
di un mare straniero

spaccata dal rugginoso sole mentre la fai rotolare
verso il muro bianco
Fessura di bocca Zazzera arruffata contro il deserto
candore come uno scoppio e un grido

Il tempo scalpiccia qua e là
sulle assi I convogli
militari sospirando
avanzano tra i vagoni

Sollevati da un’ondata da un antico
terrore sei un animale di trasporto
Una lampada del corpo inestinto
raggiante nella casa ignuda degli anni del saccheggio

(Per l’angelo, 2000)

Giorni

Piedi nudi che continuano a vivere limpidamente
sfiorano leggermente la fresca notte
nella pietra

(Il continente rinnovato, 1997)

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