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UN POEMA di Gëzim Hajdari “Contadino della tua vigna” con una nota di Raffaele Taddeo

 

Gëzim-Hajdari Bellano 2003

Gëzim-Hajdari Bellano 2003


gezim hajdari copertina 

 

 

 

 

 

 

 

Poesie scelte I° edizione. Edizioni Controluce 2008

Poesie scelte II° edizione. Edizioni Controluce 2014  (quest’ultima edizione ampliata include testi nuovi rispetto alla prima edizione).

 

Gëzim-Hajdari San Petro Cutud, Manila, Filippine 2003 foto di Piero Pomponi

Gëzim-Hajdari San Petro Cutud, Manila, Filippine 2003 foto di Piero Pomponi

Premessa

Quest’antologia raccoglie una parte dei miei testi tratti da Erbamara, Antologia della pioggia, Ombra di cane, Sassi controvento, Corpo presente, Stigmate, Spine nere, Maldiluna e Peligòrga. Sono passati ben ventitre anni dalla prima pubblicazione. Anni convulsi di lotte per la libertà e per la democrazia del mio Paese, denuncie contro i crimini della dittatura comunista di Hoxha e contro gli abusi e le speculazioni dei nuovi regimi mascherati, disillusioni, minacce di morte, fughe, esili, condanne al silenzio da parte della mafia politica e culturale di Tirana Più di dodici  anni di mestieri diversi come manovale per sopravvivere, sia in patria che in Occidente, studi infiniti, viaggi  in Africa, in Asia e nel sud del mondo testimoniando diverse e dimenticate realtà, spesso rischiando anche la vita.

É’ proprio durante questo percorso che nasce e prende corpo il mio verso, nutrito dai canti epici dei miei avi malsorë (montanari). La mia stirpe proviene dalle Alpi del Nord, luogo mistico dove si trovano il Bjeshkët e Nëmuna (Le Montagne Maledette) e dove ha regnato per cinquecento anni il Kanùn, (Codice Giuridico orale albanese) e la besa (la parola data, la promessa). Tutto passava attraverso la parola.

Sono testi scritti parallelamente in tutte e due le lingue: in albanese e in italiano.

Non ho seguito un ordine cronologico di pubblicazione, ma quello di creazione delle raccolte. Voglio far rilevare  che, in quest’antologia, non ho potuto inserire i versi del Poema dell’esilio (II° edizione ampliata 2007), nonché il dramma epico in versi Nur. Eresia e besa perché considero queste ultime due opere complesse e a parte. Come tale, non potevano essere spezzate, ma devono essere lette integralmente. Coloro che l’hanno letta, comprenderanno le ragioni della mia decisione.

Gezim Hajdari foto di Piero Pomponi sul fiume Niger, Mali, 2004

Gezim Hajdari foto di Piero Pomponi sul fiume Niger, Mali, 2004

Raccogliere questi testi in un “nuovo libro” (che viene pubblicato anche in lingua albanese dallo stesso editore) è stato per me molto difficile e toccante, come tornare indietro nel tempo e nello spazio e rivivere di nuovo il mio percorso poetico, che ha inizio nel paese natale Hajdàraj, piccolo villaggio collinoso della provincia di Darsìa, dove durante l’autunno e l’inverno si scatenano lampi, tuoni e fulmini tremendi e dove tira sempre vento.

Penso che questa mia scelta, promossa dal mio editore storico Besa, riuscirà ad accompagnare i lettori, dando loro, finalmente, un panorama più completa del mio viaggio poetico tra i  mondi in quest’arco di anni. E’ stato doveroso proporre  questa ‘nuova raccolta’, poiché le mie prime raccolte uscite in Italia dopo gli anni ’90 sono esaurite e in attesa di ristampa.

G.H.

Gezim Hajdari Lucca 2001

Gezim Hajdari Lucca 2001

Quarta di copertina

“Gezim Hajdari, con la sua opera sta universalizzando l’essere stesso del migrante. La precarietà, la solitudine, la emarginazione come situazione della migrazione individuale è il canto che si sprigiona dalla poesia del poeta di origine albanese. Dante aveva universalizzato la pur reale condizione della lontananza dalla sua patria, trasfigurandola come lontananza del singolo dalla gloria e dalla salvezza eterna, dal Paradiso; Gezim Hajdari ha universalizzato, invece, la necessità dell’abbandono e della lontananza da qualcosa di prettamente terreno. In Dante l’esilio, l’attaccamento alla patria terrestre, viene scavalcato dalla vita eterna; in Hajdari, l’esilio conduce al superamento di ogni legame con un territorio terrestre lasciando l’uomo senza altro territorio se non il proprio corpo. E’ la condizione dell’orfano perenne che deve contare sulle proprie forze per sopravvivere, senza alcuna adozione. Il paragone con Dante potrebbe sembrare eclatante, ma a quanto mi è dato di conoscere, difficilmente nella storia italiana o addirittura nella letteratura mondiale, è rintracciabile un poeta capace di universalizzare la situazione dell’esilio e dello spaesamento così come avviene in Hajdari.”

(Raffaele Taddeo)

Gezim Hajdari Ancona 2010

Gezim Hajdari Ancona 2010

 

 

 

 

 

 

 

CONTADINO DELLA TUA VIGNA

Fanciulla della Ciociaria,
mia dolcezza, fiore selvatico delle colline di Saturno,
sei una puledra focosa che corre per i campi trebbiati
tirando calci al vento,
piena di odori e fiumi femminili,
profuma la tua pelle mora e inebria gli erranti.
Appena ti sfioro, il tuo corpo freme,
il tuo pube si apre come una rosa fresca ,
come la melagrana matura nella mia Darsìa
che toccata dalle prime gocce delle piogge autunnali
si spaccava e gocciava sul suolo assetato,
conducimi nei tuoi inni, nelle tue curve ombrose.
Mi incanto nell’odorare la tua carne giovane e lussuriosa
che eccita il mio giunco,
il tuo seno polposo all’insù avanza
verso i miei cieli nudi.
Io vengo da una regione di eros
è per questo che fremo di desiderio;
nel mio villaggio ero circondato in ogni istante da attimi d’amore:
fichi neri sui rami che si aprivano e gocciavano,
fiori di iris, dal colore della tua ferita, avvolgevano
la mia casetta giorno e notte.
Albicocche dal sapore di miele che pervadeva la mia stanzetta
e il gelso rosso, le more, le visciole che provocavano le mie mani
e le mie labbra con il loro mosto,
come fosse il sangue della prima notte.
Ogni mattina sull’erba del mio giardino trovavo petali di rose rosse
cadute di notte sull’erba verde
ed io divenivo un toro infuriato nell’arena;
cotogne mature spezzavano le tegole della casetta di pietra
a notte fonda,
svegliandomi dai sogni erotici notturni.
Oh, i chicchi d’uva bianca come i tuoi capezzoli succosi
pieni di latte e di desideri,
l’anguria fresca sfiorata dai miei passi che si apriva all’istante,
come oggi la ferita tra le tue cosce dove scorrono le tue acque
che fluiscono nelle mie acque
bianche come la rugiada delle valli
si modellano le orme delle mie labbra umide sul tuo ventre ardente di donna.
Oh, la neve bianca sulle colline che mi faceva ricordare il velo
delle spose del villaggio nel giorno del matrimonio,
oh, il lenzuolo macchiato di sangue della prima notte
appeso nel giardino alla vista di tutti,
giuggiole e corniole rosse come un rosario intorno al tuo collo
[di cerbiatta
e il vomere che arava la terra come fosse il corpo maturo
della mia bella vicina di allora.
Bevo la tua verginità come un folle,
come bevevo il succo della melagrana spaccata nella mia collina
[nei meriggi di ottobre;
la mia giovinezza trascorreva nel tormento,
la mia Darsìa provocava il mio eros ogni momento,
[giorno e notte.
Cosa non ho fatto per placare i miei istinti sessuali al tempo
[della dittatura albanese,
flagellando la mia parte bassa legata al peccato
e bevendo latte di capra.
Erano tempi duri di castità di Stato,
chi rubava un bacio commetteva un’eresia
e finiva in prigione per stupro e violenza,
strano spettacolo di vita si giocava nella mia patria
e a me è toccato nascere proprio nella regione
più erotica e più proibita del mondo;
dove ho visto i contadini castrare i testicoli del toro
con le pietre
e la vitella accanto che guardava stupita il castigo crudele inflitto al suo amoroso,
nessuno ha mai visto una castrazione così terribile.
Voglio esplorarti cellula per cellula,
voglio bere tutti i ruscelli dei tuoi laghi,
tutte le tue lune piene;
nessuno potrebbe attraversarti come me ex pastore di capre,
grida, strilla, di più, di più voglio sentire ogni tuo gemito profondo,
sazierò ogni tuo desiderio scabroso
morderò come un affamato la tua pelle,
le colline nude dei tuoi seni di pesca.

Gezim Hajdari nel suo studio foto di Iris Hjadari

Gezim Hajdari nel suo studio foto Iris Hjadari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piangi, ridi, impazzisci, voglio cadere sopra il tuo corpo
come un martire sul campo di battaglia
fedele al suo condottiero
ucciso con la propria freccia.
Non mi spaventa la tua fame di donna
entrerò nella tua arena senza armi e senza corazza
solo con il mio cavallo imbizzarrito,
senza sella, né briglie, né cintura.
Domerò l’incendio della tua selva,
mi bagnerò del piacere della tua dorata conchiglia,
ascolterò i tuoi suoni, il tuo buio, le tue ombre,
sentirò la tua caverna priva di tempo vibrare di passione.
Sono io il tuo toro errante che ti lega all’albero dell’olmo
come faceva con la sua capra
nel villaggio natale;
tutti quelli che ti hanno amato prima di me non sono stati altro che eunuchi,
tutti quelli che ti hanno attraversato prima di me ti hanno mentito.
Voglio toccarti il fondo,
spegnere le tue fiamme con la mia carne,
invadimi con le tue mani come un nemico arreso,
fammi sdraiare su un letto di pietra cannibale,
divorarmi, la mia brama d’amore è infinita.
Desidero scavarti ogni giorno, come un tempo la terra oscura di Darsìa;
mia colomba, sono duro e casto
ti possiedo come una robinjë di guerra
e sul mio destriero trionfatore ti porto dal mio re,
divoratore di prede.
Mia confessione, respiro il tuo corpo lieve, i tuoi brividi,
i tuoi sospiri, i tuoi fremiti,
respiro il nettare della tua rosa canina
mentre ti afferro come il cavallo la puledra in calore
nel campo di biada.
Godo il frutto del tuo corpo
il mio membro ti sazierà fino a farti scoppiare in lacrime tiepide,
come fossero tiepide pioggerelle d’estate;
appoggia la tua luna nelle mie mani di contadino
affida alle mie labbra assetate il sapore delle tue labbra tenere e carnose.
Apri la tua veste candida,
voglio respirare il profumo del tuo sesso maturo,
felice di essere fecondato dal mio membro desideroso;
coprimi con il tuo corpo come un albero,
sfiorami con i tuoi seni eccitati che fremono,
oh, i tuoi fianchi ricolmi!
Sei pura e il tuo pube è in fiore
ogni sentiero mi porta alla tua ferita,
inebriami della tua fragranza
come la pioggia d’estate penetra nelle fessure della terra spaccata,
così ti penetro anch’io, perché sono il tempo della pioggia.
Sono custode del tuo buio, guardiano del tuo fuoco, contadino della tua vigna,

per me diventi una patria per la prima volta senza tiranni,
un nuovo esilio;
ed io ti nomino regina degli esuli in fuga
verso la linea sottile dell’orizzonte impazzito.

gezim hajdari Foto di Luigi Morante. Centro Internazionale di Lingua e Cultura Italiana a Parigi, 2007

gezim hajdari Foto di Luigi Morante. Centro Internazionale di Lingua e Cultura Italiana a Parigi, 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho paura! Sei un errante e un giorno te ne andrai,
non manterrai la tua promessa di besa
e l’anima mia non riuscirà a trovare pace in cima alla collina buia,
tu mi fai solo soffrire,
uomo dagli occhi di falco,
non lascerò che mi trasformi in polvere e cenere;
ma appena mi sfiori, non resisto
la mia carne freme, perdo la memoria e mi arrendo al tuo destriero guerriero.
Mio amante folle,
venuto dal freddo
con il freddo
vieni,
voglio fare l’amore dodici volte al giorno come una pernice;
sono giovane e ti sazierò,
ti inebrierò con i miei profumi d’Oriente fino a farti perdere
la via del ritorno,
ti guiderò da collina a collina,
da fuoco a fuoco,
da valle a valle,
e da verde a verde.

Ti porterò nella mia regione, terra di terremoti,
ti racconterò fiabe d’Oriente d’inganni e tradimenti,
ti trasformerò in un cuculo
che fa il nido nella mia selva ombrosa
e non abbandona il luogo del suo canto.
Nel mio letto dimenticherai la tua patria dell’Est
che ti ha fatto nascere per essere il suo martire
e ti salverò dalla maledizione dei xhin .
Ti amo per le tue notti,
[per il tuo cuore di ghiaccio,
[per i tuoi coltelli affilati nella pietra,
[per il tuo delirio;
mio seme di contadino
voglio essere la tua capra del villaggio di una volta,
per farti bere nel mio seno succoso
che fa aumentare il tuo desiderio di ex pastore virile.
Diventerò la tua favorita
per leggere il tuo destino
e chiamarti con un altro alfabeto;
chiederò alle tue Zana che m’insegnino a leggere
il cielo e la terra come i tuoi avi,
per stregarti e sedurre la tua anima arida
[da monaco mesto.
Ruberò alle spose del fiume la chiave per aprire la porta
invalicabile della tua stanza sgombra

e offrirti una coppa di dolce fiele coltivata nei campi
dei tuoi versi erranti
e vederti ai mie piedi.
Succhierò il sapore amaro delle tue labbra esuli,
ti bacerò fino alla morte
per sottometterti almeno una volta
e sentirmi regina
e tu il guardiano d’ombre che mancherà alla besa Kanùn .

– Baciami e abbi pietà di questo corpo martoriato
che emana gioia e spavento
e vaga di esilio in esilio,
umiliato ed offeso dai tiranni della sua prima patria.
Baciami e prega per queste braccia superstiti
nella dittatura
e ferite nella libertà,
per queste mani cresciute sotto la nudità della pioggia,
per queste labbra che tremano sotto il cielo oscuro dell’Occidente,
per questo Verbo diventato amore e sacrificio.
Accogli questi occhi sconfitti e insanguinati
[fuggiti alla morte di notte,
sempre in allerta pensando che qualcuno m’insegua;
benedici questo sguardo sepolto dal Tempo,
togli queste spine nere dalla mia pelle,
lenisci le mie stigmate,
accarezza le mie pietre
per alleggerire il loro peso prima che mi uccidano.
Non ascolti il nostro sangue rosso che pulsa nelle vene,
le peligòrghe che ci cantano nelle dita?
Mia pernice che profumi d’Oriente,
amiamoci morendo di fronte ai coltelli
e all’alba rinasciamo di nuovo in questo mondo di terrore;
baciamo i nostri corpi innocenti condannati al confine
come se fosse l’ultimo bacio dell’ultimo giorno,
come se fosse eterno,
per tentare se è possibile amarci ancora una volta.
Non ti spaventare, sono le tortore impaurite che si alzano in volo
e le ombre delle colline, quelle che cadono sui nostri corpi,
ora i fulmini giacciono nelle grotte marine oltre l’occhio del giorno.

Gezim Haidari foto di Luigi Morante; Centro Internazionale di Lingua e Cultura Italiana, Parigi, 2007

Gezim Haidari foto di Luigi Morante; Centro Internazionale di Lingua e Cultura Italiana, Parigi, 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

 

– Non so se benedire o maledire il giorno in cui ti ho conosciuto,
il tuo amore:
gioia o sventura?
Mio errante di passaggio,
riempimi di te
e lascia che il tuo toro percorra i miei prati
e le mie bianche dune.
Lascia che il tuo diavolo infuriato si asseti nelle mie sorgenti
sono ardente, attraversami con i tuoi xhin,
con le tue Zanat
con i tuoi oracoli,
con le tue pietre.
Seminami, fecondami,
mordimi come mordevi le more,
toccami come toccavi le visciole,
succhiami come succhiavi la melagrana spaccata della tua
[collina,
inondami della schiuma bianca del tuo fiume in piena,
inonda la mia valle di papaveri rossi
e fa che il tuo dio fertile si perda nella mia luna oscura!

(Tratto da Poesie scelte, Edizione Controluce 2014)

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