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Petr Hruška (1965), Volevamo salvarci, Miraggi edizioni, 2021, a cura di Elisa Bin Dalla poesia da cucina al realismo del quotidiano, un percorso sulla incomunicabilità, la dimensione domestica

Marie Laure Colasson Sedia con punto di rosso

Marie Laure Colasson Sedia ridipinta con punto di rosso, acrilico, 2012. La sedia in plastica era stata abbandonata tra i cassonetti della immondizia; era un resto, uno scarto, un rifiuto. La Colasson reimpiegando la sedia e reiscrivendo su di essa il colore rosso, la ridetermina, ne fa un oggetto nuovo, che può essere ripristinato a nuova vita ed utilizzato per le esigenze del quotidiano. Economicizza lo scarto e lo reimmette nel ciclo della produzione e del consumo.  

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Dalla Introduzione di Elisa Bin

Petr Hruška nasce nel 1964 a Ostrava, debutta come poeta nel 1995 con la raccolta Obývací nepokoje (“Soggiorni inquieti ”, Sfinga 1995), accolta con grande favore dalla critica, alla quale seguono Měsíce (“Mesi ”, Host 1998) e Vždycky se ty dveře zavíraly (“La porta si chiudeva sempre ”, Host 2002); queste tre raccolte sono state pubblicate in unico volume con l’antologia Zelený svetr (“Il maglione verde” Host, 2004).
Fin dall’inizio del suo percorso letterario l’autore si è distinto per la poetica vicina al quotidiano e per le ambientazioni prevalentemente domestiche, scelta che gli è valsa la definizione da parte della critica di “poeta della cucina”. La spiccata tendenza al realismo non era una novità nella poesia e in generale nell’arte ceca, ma anzi ha costituito un’istanza sempre viva e sentita fin dal periodo della seconda guerra mondiale, quando il collettivo artistico Skupina 42 (Gruppo 42) aveva affermato il bisogno in letteratura di riavvicinarsi al reale dopo gli slanci immaginifici delle avanguardie. Va sottolineato che tale poetica era fortemente malvista dal regime, poiché essendo concentrata sul quotidiano perdeva di vista i grandi ideali additati dal realismo socialista. Hruška si riallaccia dunque a questo filone
letterario, pur sperimentando e intraprendendo sentieri stilistici e tematici tutti propri.
La raccolta Auta vjíždějí do lodí (“Le macchine entrano nelle navi ”, Host 2007) si discosta lievemente dalla “poetica della cucina ” elaborata fino a quel momento per approdare a spazi urbani o connessi alla dimensione del viaggio, sempre però mantenendo le ormai tipiche atmosfere d’inquietudine che costituiscono l’impronta inconfondibile dell’autore. Nel 2012 esce la raccolta Darmata, che gli vale l’assegnazione del Premio Statale per la Letteratura. Con
Darmata la scrittura di Hruška raggiunge una maturità espressiva notevole: la raccolta si configura come
un’indagine sulle possibilità di ognuno di travalicare la propria solitudine per entrare in un’autentica prossimità con l’altro e comprende anche testi più sperimentali che testimoniano una riflessione sulle potenzialità comunicative della lingua. Nel 2017 viene pubblicata Nevlastní (“Di nessuno ”, Argo), antologia che raccoglie i testi editi e inediti il cui protagonista è un peculiare personaggio di nome Adam. Nella raccolta Nikde není řečeno (“Da nessuna parte si dice”, Host), pubblicata nel 2019, la poetica hruškiana, pur mantenendosi fedele a se stessa, evolve ulteriormente nello stile e nei temi, manifestando un pensiero più maturo sui valori individuali e collettivi. 

Introducendo il lettore alla poesia di Petr Hruška ci soffermeremo su alcuni dei suoi aspetti più salienti, primo fra tutti l’attenzione per il quotidiano.
La poesia di Hruška si muove su due spazi: la dimensione domestica, a cui l’io lirico è intimamente ancorato e dove si svolgono i piccoli e grandi conflitti famigliari, e il mondo esterno, dove l’attenta osservazione della realtà confluisce in una riflessione sull’uomo da una prospettiva più universale.
Che sia collocato tra le mura casalinghe o tra le vie di una città, l’intreccio poetico manifesta sempre un profondo legame con il reale: la ruvida materia degli oggetti raffigurati e l’estrema corporeità dei dettagli, nominati a tratti con spudorata precisione, sono infatti i segni di una poesia che non abbandona mai il terreno del quotidiano, ma che di esso anzi si nutre, rimanendovi saldamente ancorata – abbarbicata, verrebbe da dire – anche là dove il discorso miri a una dimensione più astratta. Il lettore si imbatte così in foto plastificate, biglietti con parolacce, rondelle di carota, segnali stradali e altri dettagli minimi di ogni giorno.
Tuttavia sarebbe errato ricondurre questo modo di fare poesia entro la definizione di un realismo meramente descrittivo e impersonale. Al contrario, sono proprio i dettagli, in quanto luogo di collisione tra l’individuo e l’eterogeneità del mondo, a divenire portatori dell’espressività e della narratività che contraddistinguono i testi di Hruška.
Nelle scenografie hruškiane vi è quasi sempre un’irrequietezza sommessa, appena percettibile, che sotterraneamente avvinghia e scardina la statica familiarità di oggetti fin troppo consueti, corrodendone la patina di quotidiano e lasciando emergere una verità nascosta, finora rimasta inosservata: sotto lo sguardo dell’io lirico le cose si caricano di significato, si fanno specchio dei suoi sentimenti o di quelli dei suoi personaggi e in tal modo contribuiscono a raccontare l’universo affettivo dell’autore. Così un semplice cambiamento nel meccanismo di chiusura della porta, che ora «resta ferma dov’è», sta a significare una rottura sostanziale anche nel rapporto tra l’uomo e la donna protagonisti della poesia. Un cappotto rosso, metonimia della donna che lo indossa, rivela con un’apparizione sorprendente un nuovo nucleo di significato per l’io lirico, la cui vita fino ad allora «pareva bastare a se stessa ».
Benché la persona dell’io lirico rimanga spesso ai margini della cornice poetica e sebbene non venga quasi mai fatto riferimento diretto all’interiorità della voce poetante, l’impressione che rimane nel lettore è quella di una poesia profondamente intimistica.
Da questa prospettiva de-personalizzata e focalizzata sulla concretezza oggettuale delle situazioni, l’autore si confronta con i grandi nodi dell’esistenza: la solitudine, i rapporti famigliari e le possibilità di una comunicazione autentica, lo scorrere del tempo e il suo impietoso agire sui cari, le perplessità di fronte ai cambiamenti di un mondo sempre più moderno e disumanizzato.

Abitare l’inabitabile

Fuori dallo spazio domestico l’io lirico indugia sugli scenari sempre meno accoglienti che caratterizzano la contemporaneità. Va rammentato che la prosaicità degli ambienti non ne esclude il potenziale metaforico; ecco allora che un misero mappamondo « sfondato a calci », abbandonato in una discarica, diventa simbolo di una Terra sfruttata e maltrattata; in un altro testo un enorme padiglione si fa allegoria distopica di un progresso tecnologico portato al parossismo e ormai fine a se stesso.
Se dunque in alcuni componimenti prevalgono ironia e scetticismo nei confronti di un mondo che pare aver dimenticato i valori umani fondamentali, altrove si percepisce invece il tentativo di abitare quei luoghi inospitali, di farli propri e addomesticarli. Conscio che la freddezza irrigidita della contemporaneità è suscettibile di essere scalfita unicamente dalle emozioni umane, il poeta porta in scena e narra passanti e sconosciuti, ubriachi e senzatetto, e in tal modo tenta una riconciliazione anche con il suo stesso stare al mondo.
Nella poesia Banca ad Amsterdam l’impiegata che nella quiete di vetro di una banca proferisce il suo « sono
desolata», «come se sapesse di più, / molto di più», rappresenta la fenditura attraverso la quale sgorga, dai «luoghi in cui è accumulata la vita », un’irrefrenabile emotività, capace di trasfigurare l’ambiente e illuminarlo di luce nuova, più umana.
Nell’osservare lo stare in equilibrio dei suoi fragili personaggi il poeta rivela la compassione e la delicatezza di colui che è in grado di identificarsi profondamente con il vivente che lo circonda; l’occhio posato u di loro è scevro di qualsiasi intento giudicante, ma colmo di partecipazione.
In tal senso la poesia di Hruška è pervasa da una tensione etica, da un’implicita esortazione a cercare nel turbinio insensato dell’esistenza un potere redentore, il calore umano della compassione e dell’“esserci ” insieme; sussiste un invito a non soccombere alla pesantezza del mondo, a stare in piedi, seppur ineleganti e sgraziati, proprio come la donna di Supermercato a Francoforte, disperata, e tuttavia «alta e inespugnabile, / ai suoi piedi la selvaggia stella / di spaghetti sparpagliati».

«Formulare le cose precisamente»

Se dovessimo scegliere due parole che colgano efficacemente la scrittura hruškiana s’imporrebbero alla mente “essenzialità” e “immediatezza”. La sollecita attenzione rivolta dal poeta alla realtà si traduce infatti in uno stile laconico e conciso, nella parola pesata e soppesata, mai ridondante, scelta e meticolosamente disposta nel testo. Le situazioni vengono delineate a partire da pochi, precisi dettagli che danno il tono generale della poesia; sta al lettore ricostruire e ricreare il sottotesto taciuto. Da tale concisione derivano spesso ambiguità, il che apre i testi a molteplici letture, non vi è sforzo alcuno di abbellire il reale ricorrendo a fronzoli stilistici che appesantirebbero inutilmente l’architettura espressiva; tuttavia i versi, pur nella loro scarna essenzialità, sono impregnati del tenue lirismo che scaturisce dall’equilibrio tra detto e non detto, tra l’immagine e la sua rappresentazione verbale. Coniugando densità semantica a uno stile disadorno e dimesso, il poeta si mantiene sempre fedele alla volontà di «formulare le cose precisamente», al proposito di conciliare tanto se stesso quanto il linguaggio con la sconcertante complessità del mondo, in virtù di una parola che sia concretezza.
La lingua di Hruška è plastica e mutevole, perfettamente capace di slanciarsi con eleganza di registro in registro, di tono in tono. Se in alcuni testi assume toni più lirici, in altri riproduce il linguaggio colloquiale o il discorso diretto, colto nella sua dimensione più famigliare e intima.
Semplici e dirette, per nulla artificiose, sono anche similitudini e metafore, che pur impressionano con la loro freschezza e spietata materialità: la pioggia viene paragonata a « sostegni dei fagioli » e alle « lettere sul biglietto / con scritta l’ora del tuo arrivo», una recinzione in periferia è « scorticata come un eczema », il cielo è « sporco come l’acqua dei piatti ».
Hruška con grande abilità lavora con la tecnica dello straniamento, isolando determinati dettagli della scena e conferendo loro una carica ora suggestiva e maestosa, ora grottesca e ambigua. In tal modo ci vengono rivelati sotto una nuova luce oggetti su cui la nostra attenzione è ormai abituata a sorvolare. A tale straniamento contribuisce l’ellitticità dell’enunciato, la stasi di cui talvolta sono pervase le atmosfere: l’autore opera una sorta di congelamento dell’esperienza, ottenuto anche tramite il parco uso dei costrutti verbali a favore di una preponderanza di frasi nominali. Spesso inoltre le singole parti del corpo, di un luogo o di un evento vengono scorporate e inquadrate separatamente, tanto da infrangere la linea di coerenza che tiene insieme le parti in un tutto: è il caso della poesia Il cappotto rosso, in cui la scena è descritta per singoli lampi visuali: «Una pesante testa d’uomo / su una spalla estranea di donna. /[…] Discorsi sulla / sicurezza. / Un gancio che dondola qua e là».
L’organizzazione del discorso in versi liberi per lo più di breve durata impone una dizione lenta e pausata, e fa sì che ogni sintagma si erga in tutta la sua risonanza evocativa sugli sfondi bianchi del silenzio.
Spesso manca del tutto anche la punteggiatura, il che conferisce ancor più immediatezza, creando l’impressione di un’esperienza subitanea, non mediata dal filtro di una successiva rielaborazione dei fatti.

In italiano le sue poesie sono uscite sulla rivista «Semicerchio» nella traduzione di Annalisa Cosentino (Nuova poesia ceca, «Semicerchio» n.32-33, 2005), sulla rivista online «FareVoci» nella traduzione di J. Sovová, E. Bin, M. Coccia, nel 2017, e sulla rivista «Nuovi argomenti» nella traduzione di Marta Belia, nel 2020; sono state inoltre pubblicate l’antologia Le macchine entrano nelle navi (Premio Ciampi Valigie Rosse, 2014, traduzioni di Jíři Špička e Paolo Maccari), di cui una selezione è apparsa sulla rivista on line lombradelleparole; nel 2017 è uscita la plaquette Il soggiorno breve delle parole (qudulibri, 2017, traduzioni di J. Sovová, E. Bin, M. Coccia).

Petr-HruskaPoesie da Volevamo salvarci

Seno

Prima di tutto ha messo a posto la sua stanza.
Poi s’è lavata le mani.
Poi vi ha portato la gruccia con il vestito,
quel nudo vestito nuovo
mite come un fiume a settembre.
Da tempo non vedo più il seno di mia figlia.
Lo sta appunto coprendo
infilandosi il suo primo vestito da sera.
Aspetto fuori.
Ho l’occasione di guardarmi attorno.
Sono appese le nostre foto,
una parolaccia su un biglietto, l’immagine d’un
angelo.
Tracce della lotta col mutismo.
Oltre le case,
ricoperte dal lichene di antenne satellitari,
boscaglie logore dove imboscarsi
con ghiaia di neve vecchia
bruciata dallo zolfo d’urina di cane.
La risolutezza rossoblu
d’una scuola materna.
Il municipio, la direzione di uno stabilimento,
il parcheggio.

 

Il cappotto rosso

Tutto ciò accade su una nave.
Una pesante testa d’uomo
sulla spalla di una donna sconosciuta.
Un ragazzo che beve
appoggiato alla grondaia.
Discorsi sulla
sicurezza.
Un gancio che dondola qua e là.
Sette miseri fedeli
che cantano sottovento
con le camicie infilate nei pantaloni.
Giuramenti e promesse,
sotto la lamiera ricurva d’un divieto.
Una paura nuova.
Il tuo cappotto rosso proprio là
dove la mia vita
pareva bastare a se stessa.
Tutto accade su una nave.

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