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Il khan Kubilay era vermiglio come rosa di Viktor Šklovskij, Un proto esempio di prosa kitchen, Traduzione di Maria Olsúfieva

 

cinese drago Si racconta che nei tempi antichi, in Cina, quando arrivava un'eclissi di sole, si usasse battere i tamburi per cacciar via il dragone che si stava ...

Drago cinese. Si racconta che nei tempi antichi, in Cina, quando arrivava un’eclissi di sole, si usasse battere i tamburi per cacciar via il dragone che si stava avvicinando…

Victor Sklovskij Marco Polo Un proto esempio di prosa kitchen

Il khan Kubilay era vermiglio come rosa
di Viktor Šklovskij

Nel mese di maggio i fratelli Polo, Matteo e Niccolò, e Marco, un giovane, giunsero alla corte del khan Kubilay. Questi aveva mandato uomini suoi incontro ai viaggiatori ben quaranta giornate in anticipo sul loro arrivo.
I fratelli arrivarono al bellissimo palazzo di Shangiu.
Era un palazzo nuovo. Tutt’intorno c’era un muro di sedici miglia, oltre al quale si stendeva il parco. Qui erano stati collocati numerosi cervi, antilopi e daini. Una volta la settimana Kubilay andava a caccia con un leopardo appositamente addestrato.
Kubilay era della schiatta di Genghiz khan. Era stato abituato fin da bambino alla vita nomade, ma i mongoli si erano già notevolmente cinesizzati e Kubilay era nomade alla maniera cinese. Di là dal muro aveva un grande palazzo di bambù con pali dorati e laccati. Ogni palo terminava con un drago, la cui testa sorreggeva il soffitto: «Stendevano le branche, cioè una alla parte destra e l’altra medesimamente alla sinistra». Il palazzo poteva essere smontato, poiché era fatto come una tenda, tesa con duecento corde di seta.
Kubilay soleva trattenersi là fino al 28 agosto, giorno in cui venivano portate diecimila cavalle bianche. Solo persone della schiatta imperiale avevano il diritto di bere il latte di quelle giumente, e lo avevano anche gli uomini della tribù degli «oriat». Le diecimila giumente percorrevano strade polverose e nessuno aveva il diritto di attraversare loro la via. Dal latte di quelle giumente si faceva il kumys e alla fine di agosto si gettava questo latte cagliato ai quattro punti cardinali in onore delle divinità protettrici del khan.
Sul tetto del palazzo stavano i lama del Tibet e del Kashmir. Giorno e notte stavano all’erta e gettavano sortilegi perché le nuvole non osassero avvicinarsi senza permesso all’abitazione del khan.
Il khan è tanto potente che la mattina, nel dare ordini a tutti, non dimentica di comandare al sole di alzarsi.
Il khan è già anziano, ha paura di non svegliarsi in tempo, quindi quella funzione è affidata al cerimoniere, altrimenti nel mondo vi sarebbe una grande confusione. I tibetani hanno in consegna le nuvole, i cinesi tengono i calcoli relativi al sole, conoscono i giorni delle eclissi e preparano una polvere nera per quelle occasioni, l’accendono in piccoli mortai di rame detti pao e scagliano pietre verso il cielo perché il drago rilasci il sole stretto fra i suoi denti.
Kubilay era salito al trono l’anno 1256.
Non tutta la Cina era stata per ora sottomessa da Kubilay, per cui gli astrologi dicevano che il khan non doveva camminare per le strade della capitale con la musica. I tartari infedeli ancora facevano la guerra sulle rive del mare e sebbene i baroni di Kubilay si stessero disabituando alla sella, molti uomini seguivano ancora le mandrie nelle steppe e molti liberi cacciatori vivevano nel paese del settentrione donde provengono le pellicce.
Non ci si poteva fidare dei cinesi. Erano bravi a inventare, ma ricordavano troppo. Era meglio fidarsi di chi non era nativo di queste terre.
Alla corte di Kubilay erano molti cristiani, nestoriani di Siria, molti saraceni, qualche genovese, veneziano, persiano.
I mercanti Polo furono accolti con onori. Essi riferirono al khan quali strade avevano percorso, quali fortificazioni venduto all’Occidente, come si commerciava su quelle strade. Il khan li accolse bene, vide Marco, giovane gagliardo a quel tempo, chiese chi fosse.
«Disse messer Niccolò: “Egli è vostro uomo e mio figliuolo”. Disse il Gran Cane: “Egli sia il ben venuto e molto mi piace”.»
Ci fu un grande festino.
Kubilay sedeva sul trono. Bevvero vino delle viti recentemente importate in Cina, bevvero il kumys e il vino di riso, idromele, birra di orzo e di palma, e Kubilay parlava con i fratelli; mentre diceva una frase benigna la coppa gli veniva porta quattro volte.
Marco Polo si alzò da tavola. Il giardino di Kubilay era splendido. Falchi di tutto il mondo, aquile dal mare ghiacciato, aquile reali dalla foce dell’Amur, addestrate a fermare una volpe in corsa, a beccare gli occhi d’un lupo, falchi dal petto rosso, buoni per la caccia alla cicogna; uccelli indiani variopinti che non avevano nome né voce, chiusi in gabbie dorate. Di là dal muro la steppa era tutta fiorita di papaveri.
Il cielo era ubbidiente: non una nuvoletta, la primavera era limpidissima.
Kubilay beveva innumerevoli coppe.
Il medico Ajse, nativo dell’India, gli diceva la verità in faccia.
«Il vino fa male, fa male anche la carne; fanno gonfiare le gambe del khan.»
Il khan amava la verità, ma più ancora amava il vino.*

* Testo tratto da Viktor Šklovskij, Marco Polo, Quodlibet, Macerata 2017. Traduzione di Maria Olsúfieva

Viktor sklovskij citazione_1
Viktor sklovskij citazione_2
SklovskyŠklovskijViktor Borisovič. – Critico letterario e scrittore russo (Pietroburgo 1893 – Mosca 1984). Nel suo primo libro, Voskresenie slova (La resurrezione della parola1914), affrontò lo studio del linguaggio poetico secondo un’impostazione che annuncia il formalismo russo, del quale Šklovskij tra i fondatori dell’Opojaz (1916), fu uno dei maggiori teorici. Nel 1917 pubblicò l’importante testo teorico Iskusstvo kak priëm (trad. it. L’arte come procedimento, in I formalisti russi, a cura di T. Todorov1968), nel quale elaborò e definì il concetto di straniamento come procedimento centrale dell’opera d’arte. Vicino ai futuristi russi e ai Fratelli di Serapione, proseguì la sua opera di teorico affrontando in particolare il tema dell’intreccio narrativo (Sjužet kak javlenie stilja “L’intreccio come fenomeno di  stile”, 1921Teorija prozy1925, trad. it. Teoria della prosa1976). Tra il 1922 e il 1923, a Berlino, scrisse due tra le sue opere letterarie più interessanti, Zoo. Pis´ma ne o ljubvi (1923; trad. it. Zoo, o lettere non d’amore1966), pseudoromanzo in forma epistolare, e Sentimental´noe putešestvie: vospominanija 1917-1922 (1923; trad. it. Viaggio sentimentale. Ricordi 1917-1922, 1966), insolita testimonianza autobiografica. Dopo il periodo staliniano, durante il quale abbandonò le ricerche formalistiche, tornò ad affrontare gli argomenti centrali della sua riflessione teorica con lavori come Za i protiv. Zametki o Dostoevskom (Pro e contro. Osservazioni su Dostoevskij, 1957), Tetiva. O neschodstve schodnogo (1970; trad. it. Simile e dissimile1992), Energija zabluždenija. Kniga o sjužete (1981; trad. it. L’energia dell’errore. Libro sul soggetto1984). Intellettuale eclettico e anticonformista, si interessò anche di cinema, sia con studî (Literatura i kinematograf Letteratura e cinematografo1923Gamburgskij ščet1928, trad. it. Il punteggio di Amburgo1969Ejzenštejn1973, trad. it. Sua maestà Ejzenštejn1974), sia collaborando come sceneggiatore con registi come L. V. Kulešov e V. I. Pudovkin.

 

 

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