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John Cheever  (1912-1982) “La città dove la pioggia non fa rumore”:  Roma, di Marco Onofrio

Giovedì 26 febbraio 2015 ore 18.00

Presentazione del volume di ALEKSANDR S. PUŠKIN
32 Poesie CFR Edizioni 2014 traduzione di Paolo Statuti

Presenta GIORGIO LINGUAGLOSSA
Introduzione critica di ANTONIO SAGREDO

 con interventi di

WANDA GASPEROWICZ, SILVANO AGOSTI

“LE STORIE” Libreria Bistrot
Via Giulio Rocco, 37/39 ROMA (Metro San Paolo)

roma La grande bellezza fotogramma

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(John Cheever Il rumore della pioggia a Roma Fandango, 2004, pp. 88, Euro 9)

Scrittore dal respiro perfettamente calibrato sulla “misura aurea” del racconto breve, l’americano John Cheever (1912-1982) riflette in alcune prove narrative i ricordi del suo soggiorno romano, datato 1956-57, collocando tra lo splendore distorto e ferito dell’Urbe, così come lui la vede, le evocazioni malinconiche di personaggi “in esilio”, sospesi, inquieti, dispersi, spaesati, che inutilmente cercano di ambientarsi, di provare a sentire in Roma “la” città d’elezione dove vivere il resto dei giorni. “The Bella Lingua”, “Clementina” e “Boy in Rome” sono i racconti antologizzati da Fandango editore nel bel volume Il rumore della pioggia a Roma (2004, pp. 88, Euro 9), con traduzione di Leonardo Giovanni Luccone. Si legge nel risvolto di copertina: «17 ottobre 1956. I Cheever – John, la moglie Mary, incinta di quattro mesi, e i due figli Susan e Ben – s’imbarcano sulla Conte Biancamano diretti in Italia: Roma sarà la loro nuova casa per dieci mesi. Palazzo Doria, quarto piano: un’unica enorme stanza divisa in tre da pannelli mobili di stoffa. Niente frigorifero, niente acqua calda. Il soffitto è d’oro, alle pareti ritratti a grandezza naturale, le finestre lasciano penetrare luce rosata. Una luce trasparente che Cheever non dimenticherà mai e che fino alla fine tornerà a toccare». La realtà esperita a palazzo Doria alimenta, per trasposizione surreale, la fantasia degli inesistenti “palazzo Tarominia” (con tanto di papa inventato) e “palazzo Orvieto”:

«La baronessa Tramonde, la sorella del vecchio duca di Roma, viveva nell’ala destra del palazzo Tarominia, in un appartamento che era stato costruito per il papa Andros X. L’appartamento era raggiungibile salendo un’imponente scalinata con muri e soffitti affrescati».

«(…) rimanemmo tutto il tempo a palazzo Orvieto. È un edificio bello ma tetro con una celebre scalinata illuminata soltanto da lampadine da dieci watt e divorata dall’ombra della sera. A volte manca l’acqua calda e quando a Roma in inverno le giornate sono fredde e piovose il palazzo è infestato da spifferi, con buona pace delle statue tutte nude. Dalle strade affogate nel buio giungono voci melodiose di uomini che cantano di rose dell’eterna primavera e di cieli mediterranei pieni di sole; può essere irritante ascoltarle, sarebbe più opportuno che intonassero canzoni sulle trattorie fredde, sulle chiese fredde, sulle enoteche e i bar freddi, oppure sulle tubature che esplodono e sui gabinetti mal riscaldati o su come la città rimanga immobile sotto la neve come un vecchio colto da un infarto, o su come tutti, perfino gli arciduchi e i cardinali, si aggirino per le strade tossendo… ma non sarebbe una gran bella canzone, suppongo».

roma La grande bellezza fotogramma

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Quella di Cheever è una Roma aspra e per certi versi ingrata, tutt’altro che idealizzata o ritagliata sui contorni del mito: «città straniera piena di rovine e di fontane» dove «ogni dettaglio alimenta più domande di quante risposte esso sia in grado di fornire», per cui «organizzarvi qualsiasi cosa è così complicato». Una città che pullula di americani tristi, divorziati, reduci da catastrofi esistenziali; da cui discendono i «veri emigranti», ovvero i figli – forzatamente romanizzati – «di quelli che lavorano all’ambasciata, i figli degli scrittori, degli impiegati nelle società petrolifere e nelle compagnie aeree, dei docenti del Fulbright». È una Roma fredda e ferita: il luogo multanime della frattura, della sconnessione, dello sradicamento.

roma La grande bellezza fotogramma

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Il personaggio tipico di Cheever è un sopravvissuto ai propri fallimenti: di classe medio-alta e di estrazione protestante, normale e compìto all’apparenza ma pieno di sottile disperazione, sedimentata in filiera dolente di cristallizzazioni, angosce, manie. E tuttavia, lo scandaglio tenebroso dell’esistenza è mosso dall’«amore per la luce», cioè dalla rivendicazione del diritto alla vita di ognuno, per cui lo scrittore tende, a nome di tutti, verso la «volontà di identificare certi rapporti morali dell’essere», che lo conduce a verificare la consistenza del vero dietro le apparenze, e dunque il male nascosto che impedisce agli uomini di essere felici. Anche per questo Cheever preferisce, come più sintomatico ed emblematico dell’uomo quale è – e della cui condizione gli pare opportuno scrivere – il personaggio dell’esule, dell’espatriato che cerca in ogni modo di adattarsi a un territorio straniero, da cui è tagliato fuori anzitutto a causa della barriera linguistica; ma che poi, inevitabilmente, finisce per sognare con nostalgia il profilo delle coste dove è nato.

roma La grande bellezza fotogramma, Sabrina Ferilli

roma La grande bellezza fotogramma, Sabrina Ferilli

Wilson Streeter, protagonista di “The Bella Lingua”, crede di sfondare il muro di fredda estraneità che lo separa da Roma imparando l’italiano: «quella sensazione di estraneità che l’avvolgeva sarebbe scomparsa non appena fosse diventato padrone della lingua». L’esilio romano non è soltanto solitudine e alienazione: c’era anche «un esaltante senso di libertà e un’accresciuta consapevolezza della bellezza di ciò che ogni giorno poteva ammirare»:  «L’aria era fredda, odore di caffè intorno – altre volte si avvertiva odore d’incenso se la porta della chiesa rimaneva aperta –, vendevano crisantemi in ogni angolo. Di fronte agli occhi uno spettacolo esaltante, disorientante: le rovine della Roma repubblicana e imperiale, le rovine di ciò che la città era stata fino a poco tempo prima».

roma La grande bellezza fotogramma

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Streeter impara l’italiano da un’americana di nome Kate, che vive in un vecchio palazzo vicino piazza Firenze: egli adora la passeggiata serale che lo conduce a lezione, dopo il lavoro in ufficio, poco oltre il Pantheon. Streeter attraversa Roma e Roma attraversa i suoi sensi, acutizzandoli, traducendosi in una continua impronta “corpuscolare” di percezioni atomizzate, che lo scrittore fa emergere e raccoglie. Charlie, il figlio adolescente di Kate, vuole tornare in America con suo zio George, dopo cinque anni di mancata integrazione romana. La madre non è d’accordo: scoppia un conflitto e salta la lezione di Streeter.

«Con la lezione andata a monte e nient’altro da fare passeggiò lungo il fiume fino al ministero della Marina e tornò indietro passando per un quartiere di cui non era possibile dire se fosse vecchio o nuovo né altro. Era domenica pomeriggio, le case quasi tutte chiuse, le strade deserte, le poche persone che incontrava erano nuclei familiari di ritorno da una gita allo zoo, poi alcuni di questi uomini e donne soli con un pacchetto di paste tra le mani che si incrociano in ogni angolo del mondo, per lo più zii e zie non sposati che vanno a prendere il tè con i parenti e portano un po’ di dolci per rendere più piacevole la visita. Silenzio intorno, la sua solitudine era scandita dal rumore dei suoi passi e dallo sferragliare lontano delle ruote del tram sui binari, un suono di solitudine per molti americani la domenica».

roma La grande bellezza fotogramma Jep Gambardella

roma La grande bellezza fotogramma Jep Gambardella

Sotto Porta Flaminia una prostituta giovane e bella tenta di adescarlo, ma lui gentilmente rifiuta. Passando per la piazza assiste all’investimento violento, forse mortale, di un pedone: il conducente scappa dall’automobile e se la dà a gambe verso il Pincio, la folla si assiepa vociando in modo concitato, qualche donna si fa il segno della croce. Streeter prosegue, e Roma gli rivela il suo volto infido, cinico, feroce.

«Camminò in direzione opposta alla piazza, verso il fiume, e passando accanto alla tomba di Augusto notò un ragazzo che chiamava un gatto e gli offriva qualcosa da mangiare. Era uno delle migliaia di milioni di gatti che vivono tra le rovine dell’antica Roma e che mangiano rimasugli di spaghetti. Il ragazzo gli stava dando un pezzo di pane ma non appena il gatto si avvicinò, quello tirò fuori un petardo dalla tasca, lo mise in mezzo al pane e accese la miccia; poi, lasciò il pane sul marciapiede e proprio nel momento in cui il gatto l’afferrò ci fu lo scoppio. L’animale lanciò un urlo infernale e balzò per aria con il corpo che si attorcigliava su sé stesso. Una volta a terra si diede alla fuga su un muro per poi perdersi nell’oscurità della tomba di Augusto. Il giovane rise per il suo scherzo e con lui diverse persone che si erano fermate a guardare».

Streeter avrebbe voglia di prendere a schiaffi il ragazzo, ma sorvola per non compromettersi con i presenti, assai compiaciuti dello “spettacolo”. Incrocia poi un carro funebre a cavalli, senza nessuno dietro: «gli amici dello scomparso avevano probabilmente fatto tardi o gli era stata comunicata la data sbagliata o si erano del tutto dimenticati dell’impegno, cosa che accade spesso a Roma». Streeter, infine, torna a casa.

«Una volta a casa si versò un po’ di whisky e acqua in un bicchiere e uscì in balcone. Ammirò il calar della notte e le luci nelle strade che via via si accendevano. Fu preso dallo sconforto. Non voleva morire a Roma».

john cheever copEcco, inesorabile e invincibile, il senso di estraneità che chiama, per contrappeso, la nostalgia delle radici, piantate nel cuore della “patria interiore”, al centro della terra (lingua) madre; pur nella consapevolezza “troppo umana” che «quando sei in un posto e non vedi l’ora di essere in un altro non puoi pensare di risolvere la cosa prendendo una nave. In realtà tu non desideri un altro paese, tu desideri qualcosa che dentro di te non hai o che non sei stato ancora in grado di trovare». Proprio questa congenita inquietudine esistenziale non impedisce a Streeter-Cheever di notare certe “crepe”, ramificate fra le dorature e le vestigia magnificenti della Città Eterna, fino addirittura ad affermare che

«Roma era brutta o perlomeno lo era la periferia: tram e negozi di mobili a prezzi ridotti, strade che si ripiegavano su sé stesse e appartamenti in cui nessuno vorrebbe vivere».

Lo status sociale dei personaggi, nei racconti romani di Cheever, tende alle classi altolocate: ricorrono soprattutto i nobili invecchiati e pacchiani, come la baronessa di Tramonde («la compagine di nobili cominciò ad attraversare la sala, il duca di Roma in testa con un mazzo di fiori nella mano destra. Poco più indietro c’era sua moglie, la duchessa – una donna alta, slanciata, con i capelli grigi e ornata da molti gioielli che dovevano esser stati dati alla sua famiglia da Francesco I. Un assortimento d’altri nobili occupava la posizione di coda, con l’aspetto di un circo di campagna»), o decaduti fino alla miseria e alle vesti logore, come la principessa “Tavola-Calda”, sbeffeggiata e spernacchiata dalla donna di servizio. C’è però, in guisa di contraltare, l’omonima protagonista di “Clementina”, cui è demandato il compito di vedere e vivere “dal basso” il mondo borghese e benestante che la “assume” e le permette di collocarsi: «alcuni americani stavano cercando una donna di servizio. Clementina senza perder tempo (…) recitò le preghiere alla chiesa di San Marcello e si precipitò, attraversando l’intera città, a casa degli americani con la convinzione che tutte le ragazze che incontrava quella sera stessero cercando lo stesso posto. (…) La vita di Clementina era diventata piacevole e divertente, ogni giorno pregava alla chiesa di San Marcello implorando che continuasse così per sempre».

roma La dolce vita Fellini

roma La dolce vita Fellini

Lo scrittore plasma il personaggio di Clementina sulla base “dal vero” fornitagli da Iole Felici, una ragazza di Capranica che fu la domestica dei Cheever a Roma e che li seguì in America quando partirono. Anche Clementina resta a servizio negli Stati Uniti, dove – pur non ambientandosi – impara a usare gli elettrodomestici (mai conosciuti prima d’allora), e dove – pur non amandolo – decide di sposare Joe, l’addetto alle consegne del latte, emigrato dall’Italia meridionale, per eludere la scadenza semestrale del visto temporaneo. Anche per Clementina il principale ostacolo all’integrazione è la barriera linguistica, il fatto di non capire l’inglese e non farsi capire parlando l’italiano (la “bella lingua”). Ma l’esperienza nel Nuovo Mondo le consente di aprire gli orizzonti dello sguardo, di imparare cioè che «il mondo era ovunque lo stesso – i fili per stendere il bucato sono gli stessi in tutto il mondo» perché in ogni luogo e in ogni tempo l’essenza della vita permane misteriosa, quanto assurda e diversa.

Il titolo del libro viene dall’incipit del terzo racconto, “Boy in Rome”:

«Roma. Piove mentre scrivo. Abitiamo in un palazzo con il soffitto d’oro, il glicine è in fiore. Il rumore della pioggia a Roma è impercettibile».

roma La grande bellezza

roma La grande bellezza

È la città dove la pioggia non fa rumore, perché avvolge dolcemente ruderi, cupole e sampietrini come una carezza piena di sussiego, lucidando ogni superficie e strappandole un bruire leggero, tenue, prossimo al silenzio. Anche la pioggia sembra rispettare l’eternità di Roma, l’oscurità stratificata del suo tempo millenario. Il boy in ascolto della pioggia vive a Roma perché suo padre è sepolto nel cimitero protestante (per altri americani, invece, si tratta di evadere le tasse, o smaltire i postumi di un divorzio, o cercare libertà e ispirazione), e tuttavia non ci sta granché bene (in fondo non sta bene con se stesso: sente di non aver ricevuto tutto l’amore di cui ha bisogno), e allora avverte l’impulso di lasciare il paese straniero, di ritornare a “casa” (cioè in America). Si adatta a un lavoro temporaneo di guida turistica per l’agenzia Roncari: accompagna in pullman i connazionali americani a Tivoli, a Villa Adriana, a Villa d’Este. Il viaggio di ritorno è, specie d’inverno, molto più silenzioso che all’andata: i turisti sondano

«tutta l’estraneità di Roma che li travolgeva come un vortice, con le sue luci, la sua frenesia e i suoi odori di cucina; l’estraneità di una città in cui non avevano né amici né parenti o affari da sbrigare all’infuori di una visita alle rovine. L’ultima fermata era in alto nei pressi di Porta Pinciana, lì d’inverno tirava spesso un forte vento e io mi domandavo quale fosse il vero significato della vita e se non fosse proprio quello che avevo davanti agli occhi: viaggiatori affamati, alcuni con i piedi doloranti, che cercavano le luci fioche del loro hotel in una città che non avrebbe dovuto patire la rigidezza dell’inverno e che invece la pativa enormemente e dove tutti parlavano una lingua sconosciuta».

roma La grande bellezza fotogramma

roma La grande bellezza fotogramma

Cheever torna ossessivamente sulla condizione di impermanenza e smarrimento dello straniero come emblematica dell’uomo tout court: occorre penetrare nei meandri di quella tristezza per raggiungere l’abisso dell’esistenza, sradicata dal proprio centro gravitazionale, nel conflitto delle sue continue e risorgenti potenzialità. E capire, così, che «la mia vita non era altro che una menzogna»: e capirlo anche grazie a Roma, al «caos tremendo» del traffico e all’oscurità delle strade, certo; senza però dimenticare la meravigliosa libertà che emana dalla sua proverbiale e quasi “tautologica” bellezza:

«Sabato è un giorno come un altro a Roma: le strade sono congestionate dal traffico e masse di persone si riversano sui marciapiedi: romani, pellegrini, membri di ordini religiosi e turisti con macchine fotografiche. Era una bella giornata e sebbene non spetti a me dire che Roma è la città più bella del mondo spesso l’ho pensato guardando sulle colline i pini dalla chioma schiacciata e gli edifici dai colori carichi mescolati tra loro come granelli di sabbia e quelle grosse nuvole dalla forma arrotondata che a Nantucket preannuncerebbero l’arrivo di un temporale prima di cena mentre a Roma non preannunciano nient’altro che i cielo si tingerà di porpora e si riempirà di stelle; ho pensato che sono proprio i suoi abitanti così spensierati a rendere Roma tanto travolgente. Almeno un migliaio di viaggiatori, ripeto almeno un migliaio, deve aver detto prima di me che la luce e l’aria sono come il vino, come quei vini bianchi dei Castelli che si bevono in autunno».

(Marco Onofrio)

 

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