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Due poesie di Mario Gabriele da Registro di bordo, Gino Rago da I platani sul Tevere diventano betulle (di prossima pubblicazione) e Una poesia di Anna Ventura, Paola Renzetti, Giuseppe Gallo con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa, Penso dove non sono, dunque sono dove non penso – Il Punto di vista di Umberto Galimberti

Gif Superman and other

Due poesie di Mario Gabriele, da Registro di bordo (di prossima pubblicazione)

5

Un fiorire di nuvole dopo un cocktail flambè
con sette aromi di frutti di bosco.

Nel resort turisti in quarantena
attendevano il volo della Ryanair.

L’uomo su risciò preparava tragedie ed esche.
– Che muoia come gli altri -, disse il Gran Giurì.

Mosur lasciò 7 peccati capitali
in onore del Signore.

Michael Rottmayr è con Abele a Vienna
nella Osterreichische Galerie.

A Coney Island rimanemmo
a raccogliere le polveri di Ground Zero.

Un benefit donammo ai ragazzi del Bengala.

Te l’avevo detto Ray che tra gli avari del quartiere
c’era anche la famiglia Hobbs.

Padre Orwell parlò con Burton
dicendo: -fai questo in memoria di me-.

-Sorry! ma non so come uscire da questo labirinto.
Capisci, è come stare davanti a una partita a scacchi-.

Da quando daddy è andato via è rimasto solo il serenase.
Le chaussons di Bovaline sono ouverture.

Jodie vive a Norwich.
Non so come dirle ma è tutto un diverbio con la natura.

Matsuo Basho ha ristretto il mondo in 17 sillabe haikai.
Ci stiamo dentro come un soffio di mistral sulla Camargue.

6

Berenice non ha altro da fare
che mettere blazer di vecchia data.

La stagione resiste all’epitaffio.
Ci vorranno mesi per sistemare la biblioteca,

Perilli è tornato a chiedere il XVI volume
della Letteratura Italiana.

Scrivere è un viaggio come il pensiero di Heidegger.
Al vicolo 7 di Piazza Bologna nessuno ha una vita privata.

In un inverno del 93 cademmo nel crinale.
Vennero voci dal buio. Soccorsi stradali.

Il fiume era rientrato nell’alveo.
Carlo già pensava alla brossura della Gita domenicale.

Ada, la magnifica Ada dai sette lumini e corde di chitarra,
si era concentrata sugli steli di gramigna.

Una piccola colazione portò fantasmi e sentimenti abrasi.
Tengono ancora i profumi di Calvin Klein.

Lo stato delle cose è nel tempo.
La Canducci ha azzerato il debito.

Siamo in bilico. Ofelia si trastulla con l’oboe.
La notte ha rubato la luna.

Arrivo sul fronte delle dislocazioni verbali
con Dibattito su amore e Il Dente d’oro di Wels.

Brillano i fuochi d’artificio la notte di San Giuseppe.

El Paradise, ci pensi, è tutto un tremore di sogni!
Un paesino di sintassi crudele ha aperto check-in e ogni limite.

Gif Factory

Una poesia di Anna Ventura (traduzione in francese di Edith Dzieduszycka)

La neve di ovatta

Da bambina accendevo
le candeline vere
sull’alberello vero;
ci mettevo anche la neve di ovatta,
col rischio di bruciare la casa;
la stufa di terracotta emanava
un calore buono, mentre,
fuori,
l’aria tagliava come una lama.
Oltre i vetri incrostati di ghiaccio,
c’era il cielo, carico di stelle; qualcuna,
ogni tanto, si staccava,
precipitava verso la terra buia.
Aspettavo di crescere,
aspettavo di non essere più bambina
per uscire da quella prigione di ghiaccio.
Il viaggio è stato
più lungo del previsto.

La neige de ouate

Petite fille j’allumais
les vraies bougies
sur l’arbre vrai;
j’y mettais aussi la neige de ouate,
en risquant de brûler la maison;
le poêle de terre cuite émanait
une bonne chaleur, tandis que
au dehors,
l’air tranchait comme une lame.
Derrière les vitres incrustées de glace,
il y avait le ciel, chargé d’étoiles; l’une d’elles,
parfois, se détachait,
précipitait vers la sombre terre.
J’attendais de grandir,
j’attendais de n’être plus petite fille,
pour sortir de cette prison de glace.
Le voyage a été
plus long que prévu.

.
Due poesie di Gino Rago da I platani sul Tevere diventano betulle (di prossima pubblicazione)

4

Dio chiede una recensione…

il femminile di Dio il suo lato destro
ha chiesto una recensione ai poeti della «nuova ontologia estetica».

di certo le poetesse dell’ombra lo sanno che Dio è dappertutto,
che rovista con garbo nella pattumiera

Il maschile di Dio il Suo lato sinistro
frequenta le bische clandestine, i ricoveri

aperti tutta la notte, staziona tra le vetrate,
tra i bassifondi dei porti
e gli slums delle periferie di Hopper.

Ci ha provato anche con Lucio Mayoor Tosi, Grieco-Rathgeb e Talia
ma non gli hanno dato retta, andavano di fretta,

per una recensione sulla sua creazione
perché i tre lasciano di sé frammenti dappertutto

e cercano il tutto in ogni frammento,
un seme di cocomero, un chiodo, un filo di spago.

Dio si è rivolto ai cacciatori di immagini
perché i tre in poesia rapinano banche,

la poesia è una rapina in banca: si entra, si spiana la rivoltella,
si cattura l’ attenzione, si prendono i soldi e si scappa,

si scompare, per poi ricomparire in altre banche
ebbene, questi versi annoiano Dio, l’Onnipotente

non sopporta questi ladruncoli che giocano a fare
scaccomatto.

Cicche e carte stracce sui marciapiedi,
dalla tavola calda aperta tutta la notte odore di cipolle,

un fiore nel vaso parla con lo specchio:
«è perfettamente inutile che Lei caro signore si ecciti,

faccia quello che sa fare. Faccia lo specchio»

15

Risponde il filosofo Erésia

Alla domanda di Herbert: «Dove passerai l’eternità?»,
risponde il filosofo Erésia: «cara Signora Circe, caro Signor Nessuno,

il poeta da finisterre parla con l’oceano e scrive le sue parole sull’acqua:
non mi aspetto l’eternità e so che nessun verso oltrepasserà la morte.

I poeti lo sanno da sempre: le poesie sono mortali».

Gif Humphrey Bogart

Una poesia inedita di Paola Renzetti Continua a leggere

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IL CONTRIBUTO «NEON»-AVANGUARDISTA ALLA CONCRETIZZAZIONE DI UNA ORIGINALE ANTI-«FORMA-POESIA», la «soglia», il «chorastico», il «soggetto», l’«oggetto», la «merce»  di Ivan Pozzoni

helmut newton modelle Vogue con la moglie

helmut newton modelle Vogue con la moglie

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo di Ivan Pozzoni

     La svolta, nell’arte contemporaneissima, avviene ad inizio millennio, nel momento in cui i due nuclei teoretici della democrazia estetica («“dare voce” ai morti, ai dimenticati, ai diseredati dell’umanità e della storia») e della rivolta della nuova anti-«poesia» chorastica contro il sistema-«poesia» si combinano nell’intuizione, infra classem, del riconoscimento della sconfitta / crisi dei modelli, classici, di scrittura tradizionale: «L’io lirico moderno nasce, come “anima inquieta”, dall’Aha-erlebnis dell’hic et nunc, dalla memoria del senso individuale (autopsia) […] L’essere umano / artista, svincolato da un intenso senso di comunità, si abbandona ad un anacoretismo da estrema difesa, distante da istanze di comunicazione e di condivisione» [La sconfitta della scrittura. Ai confini tra uomo e arte, in I. POZZONI, Galata morente, Villasanta, Limina Mentis, 2010, 12 e 14].

La crisi della nozione tradizionale di comunità condanna i modelli di scrittura tradizionale all’«autismo» artistico. Come monomi dello stesso binomio cadono, insieme, regione dei monti, terra di oi barbaroi, modo dall’emotività spontanea dello thumós e regione della città, terra della civitas comunitaria, modo della razionalità organizzata del lógos: rimane, in una inesorabile «situazione-limite», la regione intermedia della chóra, terra di nessuno e di tutti, no-where zone, abitata da individui condannati a vivere su un’eterna «soglia». «L’inclusività, tratto naturale della nozione occidentale di comunità, è sostituita da un orizzonte di esclusione in cui si dibattono disorientati individui in cerca di sicurezza e di un momento di sollievo dall’ansia […] sulle tracce della nozione di esclusività Bauman arriva ad assimilare nozione di “comunità minima” (stato minimo nozickiano) del tardo-moderno e modello del reality show, […] coniando l’immagine teoretica di “comunità guardaroba”, idonea a sostituire uffici e funzioni della nozione tradizionale di comunità» [La crisi della nozione tradizionale di comunità: nuove forme di dominanza e di resistenza in I. POZZONI (a cura di), Demokratika, Villasanta, Limina Mentis, 2010, 10/11].

Milano, 11/12/1960 Nella foto: Eugenio Montale

Milano, 11/12/1960
Nella foto: Eugenio Montale

Fuoriuscendo dall’immagine baumaniana di una «centrifuga socioculturale» e dalla cartografia infernale della miseria (Onfray), le nuove élites dominanti si svincolano, come da una zavorra, dalla nozione stessa di «identità», massimo frutto del modello moderno di comunità, riscoprendosi «nomadi». Contro l’ideologia di una vita trendy difesa da una minoritaria e inafferrabile élite nomade, contro una «società dello spettacolo» irrigidita dalle norme del super-capitalismo consumista, contro ogni esaltazione estrema delle forme e della forma, le sacche «marginali» di resistenza e sovversione devono erigere barricate basate su un’etica cinica e antiformalistica, irrobustita dal ricorso all’anonimato e alla serena accettazione di esso; combattendo le élites dominanti sulla medesima dimensione del nomadismo e dell’inafferrabilità, trasformandosi in mostri anti-mostro, i centri «marginali» di resistenza e sovversione devono sostituire, a tentativi di edificare etiche tradizionali, cadute vittima della crisi della comunità occidentale, coi suoi istituti e coi suoi ordinamenti, istanze di concretizzazione, nelle assemblee dell’arte, di etiche estetiche (estetiche normative, sostenute dalla metaetica emotivista, nata con A.J. Ayer e conciliata col normativismo di Hare da C.L. Stevenson), centrate sull’incontro tra metaetica emotivista e antiformalismo artistico.

Messa al bando la nozione tradizionale di comunità dal concetto di «comunità guardaroba», non cessano, nelle aree «marginali» di resistenza e sovversione, i tentativi di costruire nuovi modelli di comunità, ricavati dall’intersezione tra etica ed arte; vivendo in simbiosi con l’universo morale, il mondo dell’arte sarà centro di irradiazione d’una innovativa weltanschauung democratica (democrazia estetica). Guerrilla metrica, combattimento artistico, rivolta sovversiva contro ogni forma moribonda di «poesia» civile e di «poesia» a-civile sono i tratti di una coerente anti-«poesia» chorastica, intesa come medium massimo di auto-determinazione individuale e di dialegesthai comunitario.

Roma, La grande bellezza fotogramma, Jep Gambardella in cammino a fianco l'acquedotto

Roma, La grande bellezza fotogramma, Jep Gambardella in cammino a fianco l’acquedotto

Cosa significa «Chorastikà», cioè i canti della «soglia»? Descriverei il significato di «chorastico» con un utilissimo termine rubato, a fini terapeutici, da Binswanger a Jaspers e, originariamente, da Jaspers a Von Gennep e Turner: «liminalità» [«[…] lo stato o la qualità di ambiguità che esiste nella fase centrale di determinati eventi o rituali (come un rito di passaggio o di una rivoluzione a livello di società), durante il quale l’individuo o gruppo partecipante non detiene più il suo status pre-rituale, ma non ha ancora raggiunto lo status che terrà quando il rituale è stato completato»]. La chóra è, nelle colonie elleniche antiche, la situazione liminale tra polis e oi barbaroi, la «situazione-limite» jaspersiana, tra città e monti, tra civiltà e barbarie, tra ragione ed emozione, tra forma e a-forma. I nostri versi chorastici, liminali, stanno, storicamente, nella crisi («situazione-limite») del moderno, nel tardo moderno, cioè sulla «soglia» tra due evi, tra due società, tra due categorie di weltanschaungeen. Cade ogni mera eventualità di «forma-poesia». Perché nel tardomoderno collassa l’entità minima di correlazione tra semiotica e mondo reale, basata sul trinomio classico «soggetto» / «verbo» / «oggetto», in un devastante corto circuito della mímesis tra semiotica e mondo. L’identità tra mondo e «grammatica» si disintegra: «soggetto» e «soggetto nominale», «azione» e «verbo», «oggetto» e «complemento oggetto» acquistano significati diversi, causati da un incontrastabile “balzo in avanti” del mondo:

San Remo 2009 Bonolis in danza

San Remo 2009 Bonolis in danza

Molte cose sono successe negli ultimi venti o trent’anni. Per cominciare, abbiamo sperimentato la “rivoluzione amministrativa fase due”, surrettiziamente condotta all’insegna del “neoliberismo”. Gli amministratori culturali sono passati dalla “regolazione normativa” alla “seduzione”, dalla sorveglianza e dal pattugliamento quotidiani alle pubbliche relazioni, e dall’imperturbabile, iperregolato e routinario modello di potere panottico, che tutto sorvegliava e tutto monitorava, al dominio esercitato gettando il dominato in uno stato di incertezza e precarietà generalizzate [Unsicherheit], e al continuo quanto casuale sconvolgimento della routine. Poi è stata smantellata gradualmente anche quella struttura, tenuta in piedi dallo Stato, entro cui generalmente venivano esercitati gli aspetti preminenti della politica della vita quotidiana individuale, e quest’ultima è passata / slittata verso l’ambito presidiato dal mercato dei consumi [Z. Bauman, L’etica in un mondo di consumatori, Roma-Bari, Laterza, 2010, 171].

Cade, ontologicamente, il concetto classico di «soggetto», inteso come costitutivo attivo dell’«azione»: il «soggetto» diviene homo eligens («L’unico “nucleo d’identità” destinato sicuramente ad emergere illeso, e forse perfino rafforzato, dal cambiamento continuo è quello dell’homo eligens – l’“uomo che sceglie”, ma non “che ha scelto”!– di un io stabilmente instabile, completamente incompleto, definitamente indefinito e autenticamente inautentico […]» [Z. Bauman, Vita liquida, Roma-Bari, Laterza, 2008, 26]). L’homo eligens, nuovo «soggetto», è costituente attivo dell’azione («attore»)

Lo smembramento e la disabilitazione dei centri tradizionali, sopraindividuali, rigidamente strutturati e fortemente strutturanti, sembrano correre in parallelo con la centralità emergente dell’io reso orfano. Nel vuoto lasciato dalla ritirata di autorità sempre più evanescenti, ora è l’io che si sforza di assumere, o è costretto ad assumere, la funzione di centro di Lebenswelt […] Il compito di tenere insieme la società (qualunque cosa possa significare “società” in condizioni di modernità liquida) viene “sussidiarizzato”, “subappaltato”, o semplicemente ricade sotto l’egida della politica della vita quotidiana […] [Z. Bauman, L’etica in un mondo di consumatori, cit., 15], assumendosi la libertà dell’assunzione di ogni decisione connessa alla «[…] politica della vita quotidiana […]» come «sforzo» individuale; l’homo eligens, nuovo «soggetto», è, nello stesso «istante», costituente «non»-attivo dell’azione («vittima»):

mandel'stam foto segnaletica nel lager 1938

mandel’stam foto segnaletica nel lager 1938

Le forme tradizionali e istituzionali con cui si affrontano ansie e insicurezze nella vita familiare e di coppia, nei ruoli sessuali, nella coscienza di classe, nonché nei relativi partiti e nelle istituzioni, perdono importanza, e in misura corrispondente si attribuisce questo compito ai soggetti [U. Beck, La società del rischio, Roma, Carocci, 2013, 100] e C’è una tendenza all’emersione di forme e condizioni di esistenza individualizzate che costringono gli uomini, nell’interesse della loro sopravvivenza materiale, a fare di se stessi il centro dei propri progetti e della propria condotta di vita [ivi, cit., 113], rientrando il «compito» della decisione nella categoria della «coazione», coercizione, o costrizione. L’homo eligens, nuovo «soggetto» storico, è, nel medesimo «istante», «soggetto» e «oggetto», «attore» e «vittima», dell’«azione» sociale. Parimenti cade, ontologicamente, il concetto classico di «oggetto», come costitutivo «non»-attivo dell’«azione»: l’«oggetto» diviene homo consumens («[L’attività del consumo] è diventata, agli occhi dei cittadini delle odierne società occidentali, una sorta di modello, o di parametro di riferimento, per tutte le altre attività. Giacché […] un ambito sempre più esteso della vita sociale viene ad essere assimilato al “modello del consumatore”, non sorprende più di tanto che la “metafisica” del consumismo sia diventata, strada facendo, una specie di filosofia implicita di tutta la vita moderna» [C. Campbell, I shop therefore I know that I am, in K.M.Ekström- H.Brembeck, Elusive Consumption, Oxford, Berg, 2004, 41/42], dove un’ottima definizione del «[…] modello del consumatore […]» sia «[esso] associa l’idea di “soddisfazione” a quella di “stagnazione economica”: i bisogni non devono mai avere fine […] prevede che i bisogni di ciascuno di noi siano insaziabili, e in perenne ricerca di nuovi prodotti attraverso cui essere soddisfatti» [D. Slater, Consumer Culture and Modernity, Cambridge, Polity Press, 1997, 100]), o, secondo Gilles Lipovetsky in Le bon-heur paradoxal (2006), homo consumericus. L’homo consumens, nuovo «oggetto», è costituente «non»-attivo dell’azione («merce»)

film fotogramma Elio Petri Ursula Andress e Elsa Martinelli

film fotogramma Elio Petri Ursula Andress e Elsa Martinelli

Per farsi strada a gomitate nel denso e opaco, “deregolamentato” campo di battaglia della competitività globale, e poter conquistare l’attenzione del pubblico, beni, servizi e messaggi devono indurre desideri, e a questo fine devono sedurre i possibili clienti e battere i concorrenti proprio nella seduzione. Ma una volta che ci sono riusciti, devono fare spazio, e in fretta, per altri oggetti di desiderio, nel timore che si possa arrestare la caccia globale ai profitti, sempre maggiori (ribattezzati “crescita economica”) [Z. Bauman, Dentro la globalizzazione, Roma-Bari, Laterza, 2010, 88],

Essendo obiettivo di «seduzione» e non avendo nessuna facoltà di «[…] scelta di scegliere […]» («[…] i consumatori hanno tutti i motivi di pensare che sono loro, e loro soli, forse, a controllare il gioco. Sono i giudici, i critici, quelli che scelgono. Possono, dopo tutto, rifiutare ciascuna delle infinite scelte a disposizione. Tranne una: la scelta di scegliere tra quelle […]» [ivi, cit., 94]), come ogni altro essere “inanimato”; l’homo consumens, nuovo «oggetto», è, nello stesso «istante», costituente attivo dell’azione («evento»)

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helmut newton modelle Vogue con la moglie

Ma per la società capitalista avanzata, votata alla continua espansione della produzione, questo è un quadro psicologico estremamente limitante che alla fine cede il passo a un’“economia” psichica del tutto diversa. Il capriccio sostituisce il desiderio quale forza propulsiva del consumo [H. Ferguson, The Lure of Dreams: Sigmund Freud and the Construction of Modernity, London, Routledge, 1966, 205], dotato del carattere libertario del «capriccio». L’homo consumens, nuovo «oggetto» storico, è, nel medesimo «istante», «oggetto» e «soggetto», «merce» ed «evento», dell’«azione» sociale. Il mondo tardomoderno circonda l’«azione» di «soggetti» attivi e «non»-attivi e di «oggetti» «non»-attivi e attivi, di «autori», di «vittime», di «merci» e di «eventi»:

Nella società dei consumatori nessuno può diventare soggetto senza prima trasformarsi in merce, e nessuno può tenere al sicuro la propria soggettività senza riportare in vita, risuscitare e reintegrare costantemente le capacità che vengono attribuite e richieste a una merce vendibile. La “soggettività” del “soggetto” […] è imperniata su uno sforzo senza fine del soggetto stesso per essere e restare una merce vendibile. La caratteristica più spiccata della società dei consumi è la trasformazione dei consumatori in merce […] [Z. Bauman, Consumo, dunque sono, Roma-Bari, Laterza, 2010, 17], e viceversa.

cinema fotogramma di un film di Antonioni

fotogramma di un film di Antonioni

Per narrare, con i nostri inutili meta-récits grands récits» in Lyotard), la concreta implosione di «soggetto» e «oggetto» sull’«azione» è divenuto insufficiente il richiamo a una «forma-poesia» fondata, con l’«immagine» tridimensionale o con la «metafora», sul trinomio classico «soggetto nominale» / «verbo» / «complemento oggetto». La soluzione, molto complessa, allo scollamento della mímesis tra semiotica e mondo, è rinvenibile a] nella concretizzazione di una efficace anti-«forma-poesia», introdotta da un’aggiornata e combattiva «neon»-avanguardia e orientata a riformare l’intera «grammatica» novecentesca, e b] nella ri-definizione di un «predicato nominale», di una originale ontologia estetica, in grado di ridare energia o, addirittura, di novare al / il trinomio «soggetto nominale» / «verbo» / «complemento oggetto» (dilemma teoretico dell’«identità»). La stessa «critica», con massima umiltà, deve assumere coscienza del cambiamento del suo statuto metodologico:

Per quanto riguarda la “ricettività alla critica” la nostra società segue il modello del campeggio, mentre all’epoca in cui la “teoria critica” ricevette una forma definita a opera di Adorno e Horkheimer l’idea di critica era inscritta, non senza ragione, in un altro modello, quello della casa comune con le sue leggi e regole, l’assegnazione dei compiti e il controllo delle prestazioni [Z. Bauman, La società individualizzata, Bologna, Il Mulino, 2002, 130/131].

 Insomma, chi non abbia orecchio da intendere, in tenda: noi abbiamo iniziato a utilizzare la roulotte.

Ivan Pozzoni Qui gli austriaci CopSono nato a Monza (MB) il 10-06-1976, miei contributi sono stati inseriti in riviste filosofiche italiane e internazionali (Annuario Centro Studi Giovanni VailatiEpistemologiaNovecentoA&IDiogeneDialegesthaiIl ContributoInformación FilosóficaParènklisisAquinasFoedusModelli & TeorieIl ProtagoraUno/MoltiPer la FilosofiaAnnali FerraresiNotizie di PoliteiaItinerariAnnuario della filosofia italianaFilosofia oggi CarteviveOtto/Novecento Libro ApertoRivista Rosminiana); miei contributi e frammenti ametrici sono stati inseriti in riviste d’arte italiane e internazionali (UTOsservatorio LetterarioHistoricaIl foglio clandestinoArenariaFermentiForum ItalicumSìlarusSudestLa mosca di MilanoFarePoesiaIl foglio volanteParolePunto d’incontroInversoLa ClessidraPickwickProspektivaAvanguardiaIncrociIl filo rossoI fiori del maleOfferta Speciale – AeoloIl Monte AnalogoPoeti e PoesiaItalian Poetry ReviewIl fiacre n.9Il denaroNarrazioniLaMRivista Letteraria – Campi immaginabiliL’inchiostro Pomezia Notizie Universo – Peloro 2000 Fatece Largo Il salotto letterario L’immaginazione Proa Italia Π Il saggio Opera Nuova Euterpe Segreti di Pulcinella Il Segnale Il richiamo Il convivio – Il caffè – Sagarana – Kuq e Zi – PasticheLa battanaDecomporre PuntoLe voci della lunaVerdeIl lettore di ProvinciaNóemaGradivaAlla bottega).

 Ivan Pozzoni Patroclo non deve morireSono uscite mie raccolte di versi: Underground (A&B, 2007), Riserva Indiana (A&B, 2007), Versi Introversi (Limina Mentis, 2008), Androgini (Limina Mentis, 2008), Lame da rasoi (Joker, 2008), Mostri (Limina Mentis, 2009), Galata morente (Limina Mentis, 2010), Carmina non dant damen (Limina Mentis, 2012), Il Guastatore (Cleup, 2013), Patroclo non deve morire (deComporre Edizioni, 2013) e Scarti di magazzino (Limina Mentis, 2013); ho curato antologie di versi: Retroguardie (Limina Mentis, 2009), Demokratika (Limina Mentis, 2010), Triumvirati (Limina Mentis, 2010) [raccolta interattiva], Tutti tranne te! (Limina Mentis, 2010), Frammenti ossei (Limina Mentis, 2011), Labyrinthi IIIIIIIV (Limina Mentis, 2013), Generazioni ai margini, NeoN-Avanguardie, Comunità nomadi, Metrici moti, Fondamenta instabili, Homo eligens, Umane transumanze, Forme liquide e Scenari ignoti (deComporre, 2014); nel 2008 sono stato inserito nell’antologia Memorie del sogno, di A&B Editrice, nel 2009 nell’antologia Paesaggi, di Aljon Editore, nel 2010 nelle antologie Rosso e Taggo e ritraggo di Lietocolle, nel 2011 nelle antologie Insanamente, di FaraEditore, Dal tramonto all’alba, di Albus Edizioni, e Verba Agrestia 2011, di Lietocolle, nel 2013 nelle antologie Il ricatto del pane, con CFR Edizioni e Le strade della poesia, con Delta3 Edizioni, nel 2014 nell’antologia L’amore ai tempi della collera, con Lietocolle. Ho collaborato, con saggio, ai volumi collettivi Ricerche sul pensiero italiano del Novecento (Bonanno, 2007), Le maschere di Aristocle. Riflessioni sulla filosofia di Platone (Limina Mentis, 2010), Centocinquant’anni di scienza e filosofia nell’Italia unita (Limina Mentis, 2011), Scienza e linguaggio nel Novecento italiano (Limina Mentis, 2012) e Pensare la modernità (Limina Mentis, 2012); sono usciti miei volumi e volumi collettivi da me curati: Grecità marginale e nascita della cultura occidentale. I Pre-socratici (Limina Mentis, 2008), L’ontologia civica di Eraclito d’Efeso (Limina Mentis, 2009) [mon.], Il pragmatismo analitico italiano di Mario Calderoni (IF Press, 2009) [mon.], Cent’anni di Giovanni Vailati (Limina Mentis, 2009), I Milesii. Filosofia tra oriente e occidente (Limina Mentis, 2009), Voci dall’Ottocento (Limina Mentis, 2010), Benedetto Croce. Teorie e orizzonti (Limina Mentis, 2010), Voci dal Novecento (Limina Mentis, 2010), Voci dal Novecento II (Limina Mentis, 2011), Voci di filosofi italiani del Novecento (IF Press, 2011), Voci dall’Ottocento II III (Limina Mentis, 2011), La fortuna della Schola Pythagorica. Leggenda e contaminazioni (Limina Mentis, 2012), Voci dal Novecento IIIIV (Limina Mentis, 2012), Pragmata. Per una ricostruzione storiografica dei Pragmatismi (IF Press, 2012), Grecità marginale e suggestioni etico/giuridiche: i Presocratici (IF Press, 2012) [mon], Le varietà dei Pragmatismi (Limina Mentis, 2012),  Elementi eleatici (Limina Mentis, 2012), Pragmatismi. Le origini della modernità (Limina Mentis, 2012), Frammenti di filosofia contemporanea I  (Limina Mentis, 2012), Frammenti di cultura del Novecento (Gilgamesh Edizioni, 2013), Frammenti di filosofia contemporanea II (Limina Mentis, 2013), Lineamenti tardomoderni di storia della filosofia contemporanea (IF Press, 2013), Schegge di filosofia moderna I (deComporre, 2013), Voci dal Novecento V (Limina Mentis, 2013), Voci dall’Ottocento IV (Limina Mentis, 2014), Schegge di filosofia moderna IIIIIIVVVIVIIVIIIIXX (deComporre, 2014) e Libertà in frammenti. La svolta di Benedetto Croce in Etica e Politica (deComporre, 2014) [mon.]. Nel 2012 è uscito il numero unico di rivista, da me curato, Le bonhomme.

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POESIE SCELTE di Milo De Angelis da Incontri e agguati Mondadori, Lo Specchio, 2015 con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

Milo De Angelis è nato nel 1951 a Milano, dove insegna in un carcere di massima sicurezza. Ha pubblicato Somiglianze (Guanda, 1976); Millimetri (Einaudi, 1983); Terra del viso (Mondadori, 1985); Distante un padre (Mondadori, 1989); Biografia sommaria (Mondadori, 1999); Tema dell’addio (Mondadori, 2005), Quell’andarsene nel buio dei cortili (Mondadori, 2010). Ha scritto il racconto La corsa dei mantelli (Guanda, 1979 e poi Marcos y Marcos, 2011) e un volume di saggi (Poesia e destino, Cappelli, 1982). Nel 2008 è uscito Colloqui sulla poesia, dove appaiono le sue principali interviste. Nello stesso anno viene pubblicato un volume che raccoglie la sua opera in versi (Poesie, Oscar Mondadori). Ha tradotto dal francese e dalle lingue classiche.

Milo De Angelis Incontri e agguati Mondadori Lo Specchio, 2015 pp. 70 € 18

Milano Quartiere Quarto Oggiaro, periferia nord, un condominio

Milano Quartiere Quarto Oggiaro, periferia nord, un condominio

Commento di Giorgio Linguaglossa

Che il tema della «morte» sia un leitmotif e una macrometafora che attraversa tutta l’opera di Milo De Angelis fin dall’opera di esordio del 1976, appare chiaro dai due versi di Bigongiari citati in Poesia e destino: «la morte è questa / occhiata fissa ai tuoi cortili», particolarmente apprezzati dal poeta milanese per quella pausa al termine del verso e quella nominazione diretta della «cosa», per quelle spezzature e pause interne ai versi che il poeta milanese adotterà come uno dei cardini del proprio fare poesia fin dagli esordi di Somiglianze del 1976 e Millimetri del 1983. In quest’ultimo libro il periscopio di De Angelis si è indirizzato su un unico tema, lo mette a fuoco da tre punti di vista corrispondenti alle tre sezioni del libro («Guerra di trincea», «Incontri e agguati» e «Alta sorveglianza»). Il pensiero della «morte» è il tema regnante di questo libro, il dialogo con la «morte» intesa come naufragio, scacco, possibilità interrotta, esperienza del limite, sfondamento del limite.
Recita il risvolto di copertina: «Una ricognizione sulle avventure mentali di un passato ormai remoto e sul loro quotidiano scontrarsi doloroso e frontale con l’idea di un precipizio assoluto, di un risucchiante nulla infinito; e poi il riemergere di giovani volti e figure, di minime vicende, salvate, chissà perché, dalla memoria: e infine il resoconto, condotto con oggettiva esattezza, di un drammatico fatto di cronaca, di un episodio di tenero amore e orribile violenza. Sono questi i tre momenti essenziali, quanto mai ricchi di situazioni e implicazioni interne, della nuova opera di Milo De Angelis».
Con le parole di De Angelis: una serie di «incontri e agguati», una «guerra di trincea», una «alta sorveglianza». È chiaro che un tale tema non poteva venire pronunciato se non con un lessico diretto, spoglio e scabro. Un discorso frontale. L’inizio del libro è eloquente:

Milo De Angelis (Viviana Nicodemo)

Milo De Angelis (Viviana Nicodemo)

da Guerra di trincea I

Questa morte è un’officina
ci lavoro da anni e anni
conosco i pezzi buoni e quelli deboli,
i giorni propizi, la virtù
di applicarsi minuto per minuto e quella
di sostare, sostare e attendere
una soluzione nuova per il guasto.
Vieni, amico mio, ti faccio vedere,
ti racconto.

*

Tutto cominciò in una cameretta
con i regali e le candeline
che in un soffio spensero mio padre
fermo nella sua giacca per sempre
e un cerchio di puro niente mi assalì
in un solo attimo franò sul tavolo
e mi mostrò cento di questi giorni.

*

………………………………………………
………………………………………………
…… nel 1967, dopo una lunga guerra
di trincea, dopo una guerra di metri
guadagnati e persi, iniziai
una trattativa con la morte.

*

iniziai dunque a trattare, sì, a trattare
ma lei recalcitrava, negava la firma,
si dava per dispersa e riappariva sul più bello
nella vela di una carezza o nella voce
che indicava lassù un’orsa favolosa
era lei con un sapore di mandorle bruciate
iniettava nell’alba il suo buio primitivo.

*

Con la morte ho tentato seriamente
per un po’ è stata buona
ha rinunciato al suo impero universale
ha cominciato a muoversi caso per caso
ha lenito alcuni sussulti con il suo unguento
poi ha cominciato a intonare
una canzone in re.

*

Con la morte ho cercato ancora
un patto, ma lei era astuta e discontinua
appariva nei traffici dell’amore,
diventava giallore e numero fisso
era il respiro e l’artiglio nel respiro
un’ora murata
galleggiava nel fradiciume della vasca.

*

Poi, di colpo, un lunedì di febbraio
tutto è tornato come prima… è uscita
dal suo feudo,
ha fatto incursioni, all’alba,
nella casella della posta, ha ripreso
la sua cerimonia incessante, ha diffuso
un canto di puro gelo
ha cercato proprio noi.

*

E ha cominciato a parlare,
quella figura plenaria,
come il capobranco della nostra fine
soffocava il lievito felice,
affondava con il piede la barca
infantile di due foglie
ci lanciava il suo avvertimento

Milo de Angelis

Milo de Angelis

L’essere si rivela solo nel naufragio dell’esserci. E il naufragio dell’esserci è, con le parole di Milo De Angelis, il suo «destino», che si rivela in eventi del tutto fortuiti («nella punta di questa matita»), senza spiegazione, inspiegabili, non razionalizzabili, imprevedibili «in questo immobile trasloco», dove l’accadimento non può essere registrato da «nessun diario… nessun giornale, cronaca o storia». Così, la poesia di Milo De Angelis è tutta intessuta di accadimenti che brillano solo per attimi che subito dopo si spengono, scompaiono; gli accadimenti sono percettibili solo nell’attimo del loro scomparire, non prima e non dopo, e che si situano tra il prima e il dopo.

XII

Nella punta di questa matita
c’è il tuo destino, vedi, nella punta
aguzza e fragile che scrive sul foglio
l’ombra di ogni fase e scrive
le mura cieche, l’attenuante e il soliloquio
il tuo destino è proprio qui, in questo
immobile trasloco, in questo impercettibile
sorriso che un uomo offre
al mondo prima di sparire.

XIII

Questo destino che nessun diario
raccoglie, nessun giornale, cronaca
o storia, vive nel sibilo
di un ricordo, nel suono
della giovinezza: il frutteto fantastico
e un fruscio negli abbaini,
e poi qualche grammo, il pigolio
del giudice di sorveglianza,
un’edicola notturna, una retata.

copertina milo de angelisCosì risponde Milo De Angelis a una domanda di Claudia Crocco pubblicata di recente su LPLC:

«L’attimo? Sì, una vera e incrollabile ossessione. Anche la mia attenzione alla fotografia (non a caso vivo con Viviana Nicodemo) è legata all’attimo, che non è mai statico, quando è davvero un attimo destinale. Raccoglie in sé le stagioni, fa convergere in se stesso il tempo che precede e quello che segue. E il grande fotografo, come il grande poeta, fissando quell’istante fecondo, crea l’alone di un’altra storia sfiorata, di qualcosa che può essere. È un istante che bisogna cogliere tra i mille possibili, è l’istante cruciale, il kairòs. Evoca una stagione mentre annuncia la prossima. Ecco, il kairòs è questo congiungersi delle epoche, questo movimento centripeto con cui il passato e il futuro confluiscono nell’attimo. Ricordo e profezia, memoria e promessa, atomo gremito di tempi. Il fatto è che una sola immagine può contenere un tale vigore, una tale attesa, un tale spaesamento da irradiarsi fuori di sé e diventare un mondo. Questo intreccio di singolare e di cosmico è tipico della lirica, dagli antichi a oggi, da Alcmane a Bonnefoy. E infatti la fotografia è sorella della lirica. Potremmo dire così: la fotografia sta alla lirica come il video sta al racconto e come il film sta al romanzo. Al pari della lirica, la fotografia narra ciò che avviene una sola volta. E proprio perché avviene una sola volta, porta con sé l’ombra delle esistenze escluse, che circondano come una moltitudine l’unicità del momento, lo caricano di dinamismo e di forza cinetica. In questo senso fotografia e lirica sono esperienze iniziatiche, ossia esperienze che, mostrandoci un tempo intero nel tempo microscopico dello scatto, tendono all’epifania. Tendono allo svelamento del significato recondito dietro a quello immediato. L’attimo non è fermo, se ci pensi. Tutte le parole che lo esprimono nella nostra lingua sono parole di moto permanente: momento (movimentum), istante (partici-pio presente), e attimo, a-tomo, qualcosa che giunge nudo ed essenziale dopo infinite divisioni, nucleo carico di imminenza da cui scaturisce la vita, come insegna Lucrezio: «Guarda i raggi del sole quando rischiarano l’oscurità della stanza e vedrai un esercito di atomi vorticare nel fascio di luce, ingaggiare una lotta infinita, vedrai scoppiare battaglie, schierarsi truppe e squadroni, succedersi senza tregua scontri e ferite. Vedrai l’eterno agitarsi dei corpi nel vuoto (De rerum natura II, 117-122)».

copertina milo de angelis somiglianzeLa «morte», dunque, si rivela nell’accadimento, sfugge a qualsiasi tentativo di chiusura del nome, di qui il frequente impiego della figura retorica dell’epanalessi, la problematicità di porre in poesia il tema di un dialogo frontale con la morte, con gli accadimenti, quella condizione che zampilla dal fondo oscuro che sempre si affaccia alla coscienza ma sempre sfugge («chiuso nel quadrilatero della tua voce»). L’essere stesso è accadimento. L’essere rappresenta ciò che l’uomo non può mai abbracciare con un unico sguardo frontale, ma solo avvicinare, come alla ricerca di un qualcosa che giustifichi e chiarisca lo spettacolo del mondo, ma che non potrà mai darsi alla conoscenza dell’uomo nella sua integrità. Proprio per questo, per questa sua inarrivabilità, l’essere è accadimento, ovvero, quell’attimo in cui i personaggi deangelisiani sono se stessi senza saperlo, senza volerlo.

Opera, sei dappertutto ma non so dove sei.

«Opera» è il supercarcere di Milano dove è racchiuso l’autore di un orribile delitto, l’uccisione a coltellate di una giovane donna, sua moglie. Un luogo che si dà e si sottrae insieme alle tracce degli accadimenti trascorsi. Il mondo poetico di De Angelis è un aprirsi di eventi, un ritornare di ciò che è stato sottratto, uno zampillare illogico e senza alcun senso apparente di «incontri e agguati» dal fondo oscuro di una «voce» che ritorna (come amore o incubo) alla coscienza, che va al di là di ogni possibilità di comprensione della coscienza. In questo senso, il mondo intero (il mondo dei «fenomeni») è un «naufragio», non un navigare certo nell’immutabile che da sempre è per la filosofia, consolazione, ma un continuo essere in balia delle onde degli accadimenti. La costruzione dell’«Opera» (poetica) al pari dell’Opera (carcere) è quindi una condizione imprevedibile e non determinabile, una condizione angosciosa, periclitante, instabile, e una condizione metafisica insieme. Un luogo metafisico. La poesia di De Angelis si nutre di questa instabilità (che diventa anche metrica, sintattica, stilistica), ne fa la propria ragione di vita, raccoglie gli echi, le tracce degli accadimenti che sostano per un attimo nella memoria, nell’attimo del loro sottrarsi.
Oserei dire che Milo De Angelis è il primo poeta del nuovo modernismo italiano che utilizza il discorso diretto (facilitato in ciò dalla sua lunga esperienza di docente di italiano nel carcere di Opera), di qui l’impiego continuo di dialoghi… e il discorso indiretto, il correlativo oggettivo con il correlativo soggettivo (cioè lo s-postamento del soggetto, lo s-paesamento del soggetto, la dis-locazione del soggetto).

Milo De Angelis Incontri e agguati copIl naufragio accadimentale sta all’«Opera» come il poeta sta alla poesia. Il «naufragio», com’è noto, è la figura filosofica che Jaspers utilizza per definire il senso ultimo dell’esistenza umana. L’esistenza è il «divenire», ovvero un «naufragio» nel mondo mutevole e accadimentale. Il tentativo di concepire l’immutabile è certamente destinato allo scacco se non negli «attimi» che ci rivelano quel naufragio. La «morte» è costruzione del naufragio, compimento di esso. Al naufragio non si può sfuggire. I personaggi di De Angelis vanno incontro al loro «accadimento». Il loro «destino» è questo andare incontro alla «morte», è questo «andarsene per il buio dei cortili», questo rotolare dal centro alla periferia di se stessi… essere visibili in questo «immobile trasloco».

Il «naufragio» per Jaspers è un naufragio nel tempo, annientamento di tutte le cose e di tutte le certezze, di ogni stabilità e immutabilità. La condizione di vita dei personaggi deangelisiani è «scacco», precarietà, incapacità di diventare padroni del proprio destino, essere sempre in «situazioni» limite, essere sempre «situati», «gettati» entro un orizzonte di eventi possibili. Essere in una situazione significa non poter vivere senza lotta e dolore, dover assumere l’onere della propria colpa, dover morire. Questo orizzonte di eventi è una situazione limite, un muro contro cui i personaggi deangelisiani in ogni loro azione sbattono inevitabilmente senza possibilità di alcuno scavalcamento di questa condizione. Il muro della realtà resta invalicabile.

Per De Angelis, la condizione che la «morte» pone alla verità dell’essere risiede nella condizione del naufragio infinito. Una condizione accadimentale, di attenzione ai dettagli impercettibili, dettagli dell’eccedenza, di ciò che «viene radiato», un rotolare perpetuo dal centro verso la periferia, come ha scritto Nietzsche. Una condizione propria del nichilismo.

Ero diventato ormai l’incarnazione
di ciò che perdiamo, in me si raccoglieva
tutto ciò che a poco a poco viene radiato
non prendevo più nota del giorno e dell’ora
mi assentavo
dall’antico fenomeno del mondo.

da Incontri e agguati II

Una lama di fosforo ti distingueva
e ti minacciava, in classe terza,
ti chiedeva ogni volta il voto più alto, l’esempio
perfetto del condottiero: sei stato tra la gloria
e il sacrificio umano
e hai scelto di non avere più nulla.

Ma oggi ti è riuscito
l’antico affondo, il pezzo di bravura,
chiamandomi per nome tra la Polfer e i sonnambuli
del binario ventidue “Ti ricordi di me?
Io abito qui”. “Ricordo quella versione
di Tucidide difficilissima. Solo tu… solo tu.”

Hai ancora il guizzo
dello studente strepitoso, l’aggettivo
che si posa sul foglio e svetta, la frase
di una lingua canonica e nuova, quel tuo
tradurre all’istante a occhi socchiusi. Dove sei,
ti chiedo silenzioso. Dove siamo? I frutti
restano dentro e bruciano segreti
in un tempo lontano dalla luce,
in una giostra di libellule o in un sasso.

Milo de Angelis

Milo de Angelis

da Alta sorveglianza III

XXIV

“Una donna così si uccide solo con il coltello
si uccide corpo a corpo in una vicinanza
che zittisce le melodie del suo respiro
e l’ho colpita l’ho colpita con una certezza
vicina all’oblio… poi l’estate
precipitò nella notte
e mi nascosi lì, colpevole e tremante…
… per un intero minuto
l’ho colpita”

*

Il nome, il nome, il nome.
Lo ripetiamo certi o increduli,
in un tremore di pernici, lo incidiamo
nell’urlo, lo salviamo
con l stupore inconfondibile dell’unico dono
che abbiamo meritato: giunge
dalla nostra alba più remota e ci nomina,
ci attende, ci pretende, ci chiede
la parola e la protegge nel silenzio dei pioppeti.

*

È di tutti la splendida uccisa, la sorridente,
cammina nei corridoi, dea o spettro, cantico
del grande zafferano, si aggira come un oltraggio
ala morte, ritorna puntuale al mattino
nelle battaglie tenebrose del risveglio,
si stende sulla branda, si toglie i sandali,
sorride ancora una volta. Oppure esce nel mondo
e mostra alle strade il nostro errore e la collera
di noi che abbiamo ucciso la cosa più amata
e ora la tocchiamo, tracciamo per terra
un annuncio oscuro di linee
e parole, barlumi di volti e di città: un disegno
di salvezza, forse, o un’esecuzione.

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