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Vladimir Holan (1905-1980) Poesie – Un brano da Lemuria a cura di Antonio Parente – Traduzioni di Angelo Maria Ripellino, con uno stralcio della Prefazione di Giovanni Raboni a Il poeta murato

Foto con quadrato nero

No, non ci sono mai stato

Vladimir Holan (Praga 1905-1980). Dopo la prima raccolta di versi, Il ventaglio delirante (1926), maturata, sia pure con originalità di dettato e di temi, nel clima del poetismo, si tenne sempre in disparte dalle correnti letterarie contemporanee. La sua vocazione alla solitudine si manifestò anche in una impressionante scelta esistenziale: a partire dall’ultima guerra e fino alla morte, osservò nella sua casa nell’isola di Kampa (Praga) una rigorosa autoreclusione. La sua poesia densamente intellettualistica, ricca di metafore insieme oscure e cristalline e tesa a distillare i nuclei metafisici del rapporto fra uomo e realtà (Trionfo della morte, 1930, nt; L’arco, 1934, nt), si volse, a contatto con i tragici avvenimenti della guerra e dell’occupazione nazista, verso una maggiore affabilità, raggiungendo a tratti una semplice e grandiosa eloquenza epica (Primo testamento, 1940, nt; Terezka Planetova, 1944, nt; Viaggio d’una nuvola, 1945, nt; Ringraziamento all’Unione Sovietica, 1945, nt; Requiem, 1945, nt; Soldati rossi, 1956, nt). Dopo questa parentesi, H. abbandonò definitivamente i temi politici e tornò, approfondendole, alle sue ardue visioni interiori. Nel poema Una notte con Amleto (1964), gli incubi della fantasia del poeta parlano per bocca di una stralunata reincarnazione dell’eroe shakespeariano, in un frenetico sovrapporsi di tempi storici e di motivi mitici ed etnologici. Nella produzione degli ultimi anni si ricordano: Ma c’è la musica (1968, nt), Un gallo a Esculapio (1970, nt), I documenti (1976, nt), Tutto è silenzio (1977, nt). Pur nel suo itinerario isolato e singolare, la poesia di H. – una delle più compiute espressioni della lirica del Novecento – dimostra una spontanea contiguità con alcune costanti della poesia ceca: la tensione barocca con i suoi possibili sbocchi surrealisti; l’ispirazione notturna, che ha il massimo esempio nell’opera di Mácha e che in Holan è, soprattutto, presenza occulta della morte come matrice della vita.

Sapeva di dover continuare per questa via angusta, ma questa via, del tutto spopolata e priva di pietre miliari, d’un tratto gli apparve inghirlandata di alberi in fiore, dei quali non gli era stata fatta alcuna menzione. Di colpo si verificò un cortocircuito meditativo, e quei dettagli interni, che si rinnovavano con implacabile ripetitività, presero a scurirsi, come a dimostrare che anche la nostra anima avevano portato la luce elettrica nei suoi anfratti. Un’obiezione inconsueta ma concomitante, proclamata ma inaudita, un punto saldo, un sommario certo che conclude (non impune) la prospettiva della propria sicumera, tutto ciò presente nelle supposizioni del suo smarrimento amplificava l’ammissione nella certezza, tutto ciò che era soltanto falsità e a cui si poteva sempre sommare la menzogna, la condizione aguzza del diamante, rassicurata dal languido ermellino, il superamento dei rimorsi, che consente di soccombere, lo sviluppo spirale dei presagi, i particolari della sconfitta, tutto ciò con cui indaffarò la confidente apprensione, vale a dire migliaia di congetture e la pallida prominenza delle supposizioni, che subornano la vigilanza al consenso – tutto questo era ora roccia, impilata in forma grezza oltre il velo di queste pause fruttuose, tratti e luci franti, e non intensi (tale era la conoscenza teorica della loro scelta).

Il passato di alcuni rami, irradiato dal germoglio presente, allo stesso tempo con l’intera corona del mandorlo, corroborata da un candeliere deforme…, persistevano qui, accesi da ogni sfumatura di calore, nella fragranza, per così dire, delle droghe, che agita l’aldilà dell’allucinazione.

Ma i ciliegi, i meli e i peri di questa primavera inaspettata culminarono in un’esitazione in fiore: qui nello smalto conico del sorriso, lì nella fettuccia che sventola dal velario malaccortamente chiuso, altrove nei toni, risvegliati non tanto dai tocchi quanto piuttosto dal levarsi in aria delle api, che sciamano in nuvolette e si affrettano tra dei e provvigioni.

*

Non sapremo mai quale stato serrò o sprigionò colui che si appressa alla lettura; quale cristallo di beata concentrazione, quale cupo masso di meditazione pone sulla pagina, in modo che rimanga più a lungo spalancata; quale soffio di povertà, di qualificante e raffinata attenzione, lassitudine o eccitazione disperda, al contrario, le pagine.

Un soffio simile, il soffio del pomeriggio d’un tratto eccitato – il vento – alita tra gli alberi in fiore del preludio, come se volesse impoverire la ricchezza della loro bellezza e saggiare così la sua forza o debolezza.

Il pellegrino smarrito sente in che modo laggiù, dove il fiore del silenzio incontra una deviazione di polline, ogni fogliolina, ogni petalo si accomiati taciturno e, pur tessendo la caduta, è lui che nel ruolo ignudo dell’aria insegna al vento l’indumento.

Per il pellegrino è un incantesimo: corrente, onda, originate da cosa? Dal rovesciamento del calice o dal suo eccessivo riempirsi? Era necessaria la violenza, la negligenza o magari la generosità? Qui nella notte, comunque, a me interessa soprattutto lui… Quando – osservando gli alberi – dissi tra me e me: quale brutalità fu plausibilmente impiegata in queste delicate costruzioni, avevo in mente già lui. Mi sorprese. Infiamma la voglia con la curiosità in qualche illuminazione superiore, sotto la quale di certo vive (o microscopio dissettivo dello spirito) ma allo stesso tempo qui mi sento cupo come il fondo dell’abisso tra le somiglianze di noi due e in attesa di cadervi. Ne so talmente poco che l’intendo come vivente, visto che tutto vive e santifica o sacrifica con il proprio opposto; come un abbaiato che possiede e allo stesso tempo di cui difetta; come un’isoletta nell’immaginazione, che da essa diventa mare; come una marionetta che mette piede tra il no e la transitorietà e che previene la sintesi; come una domanda: fin dove spunta dalla corporalità colui che, nell’estasi dello spirito e catturandone la freccia, afferrò l’arco del corpo… Ma il raggiungimento è talmente acuto che ci separa dal raggiunto con uno spazio fluente, implementato da una chimera, un fantasma.

Siamo sull’Acheron… Qui qualcuno infrange il timone di Caronte… Ci perderemo, avendo rifiutato il divagare… E ci perderemo nel divagare, dal momento che c’è sempre qualche chimera che ci chiama a sé, attirandoci nel punto che abbiamo appena abbandonato…

*

Continuo. Così come si aiutava a portare qualcosa di troppo enigmatico, pesante poggiando semplicemente la mano sulla colonna e la molteplicità del pensiero con la mano a sostegno della fronte –, il pellegrino (tuttora davanti agli alberi, come desumo) prende una decisione, fa calare il suo braccio nella bisaccia deposta e si avvia in direzione di Věžná.

È una costruzione diruta, celata – per così dire – tra il fogliame stormente dell’albero genealogico dei signori di Wistful, una costruzione che, come preferisce credere il mio gioco all’inganno con la colpa del riso, era stato offerto come dimora all’altro. Sul lato nord se ne può già scorgere l’angolo e la torretta. Lì, di notte, la lampada da studio, che semina sulle pagine una rugginosa violenza, rimarrà un po’ smorzata e lascerà ad altri gli accentuanti lavori circolari, in modo che la cinghia del fiume metta in moto le rotelle delle loro settimane.

Gli astuti delle fughe cercano un complice e quello la via per dimostrare le loro verità e una ricompensa immaginaria. E non è per lui già sufficiente ricompensa il circondarsi di solitudine e del muro di cinta? Ricorda, in modo che in alcuni punti sia massiccio solo in apparenza. Si metterà in marcia da qui oppure sarà assalito… L’altro mi appare come un insieme sfocato, senza che ne riconosca i singoli… Mi chiedo ancora se non sia stato capace di raggiungerlo solo perché sono affetto da presbitismo. E, pensando a quest’essere, al quale è già stato forse dato il benvenuto e sta salendo le scale, potrei fornirmi questa risposta: certo sono qui, ma è talmente lontano che mi invierò da lì alcune lettere.

Enigmi in cui l’ordito dei concetti non si fa concettosità, con una torsione barocca continuamente sconfessata e deviata dall’uso ostinato dei puntini di sospensione; e in cui la chiusa sentenziosa non è un oracolo astratto e allineato a un’idea di verità ma una constatazione accanitamente terrestre e umana, inchiodata al paradosso, che «conosce non conoscendo». Già negli anni quaranta, nel diario pubblicato con il titolo Lemuria, Holan scrisse: «Che sia la musica, là dove comincio a non capire! Sogno il diario perduto di Orfeo sulla navigazione con gli Argonauti, sogno le partiture smarrite di Pindaro e il ritratto scomparso di Cecilia Gallerani». L’ultimo tempo della sua poesia è, nelle parole dei curatori, «l’estrema propaggine di quel “folle tentativo”» che fu per lui l’armonia atonale: richiamandosi alle tecniche della musica seriale, allineava e incrociava cellule di suoni minimi, groppi di fonemi, annodando crampi di senso sottratto in uno spazio reinventato fra pensiero e distrazione, scatenando cortocircuiti in una logica dell’inconseguenza apparente che chiama il lettore a ripensarsi dentro le sue nuove dimensioni. «Sempre cerchiamo il centro … Ma lui, come un punto, / è cieco … Cercando il suo cuore, / cerchiamo la cecità … E da tempo già ciechi, / siamo soltanto un tastare».
La sua è una poesia non euclidea che porta in sé anche un tratto taoista, la cui via indica innanzitutto la non ricerca di una via; una voce volta a volta evanescente o convulsa, febbrile, attonita e spietatamente saggia, che commercia con i piani più sfuggenti e definitivi dell’essere, dove il mondo e la presenza umana ormai non sono altro se non un fondale per le evoluzioni inafferrabili della coscienza che si scrive.
La sua vocazione più forte, in cui precipitano anche la maledizione del sesso e dell’infanzia irraggiungibile, è diretta alla scoperta della «morte prima della vita» come dimora primigenia ed eternamente perduta, sotto la sferza dell’irrevocabile: «Quello che bramate, e cercate, / quello che servite, e amate, / e invocate, perché vivete – / lo esaudirà per voi forse il destino, / ma voi non ci sarete …». Estremo erede di Baudelaire e di Rilke, Vladimír Holan si interroga sull’atemporalità come alternativa a un esistere materiato di muri (grande metafora ossessiva di Holan, così come la cecità e il buio). Ma la commedia tragica della conoscenza si risolve, negli ultimi vertiginosi testi, in un giro a vuoto, in un gioco a somma zero: «La vita è un ben leggibile mistero. / Meno male che non sappiamo leggere!».

vladimir holan in biblioteca

Giovanni Raboni
dalla prefazione a Il poeta murato di Vladimìr Holan
edizioni “Fondo Pier Paolo Pasolini”, Roma, 1991

 (…) Nessuno di noi vuole per altro nascondersi, o nascondere al lettore, che non solo la copertina di questo libro, ma il libro stesso – la sua esistenza, la sua comparsa in questa collana – è o può sembrare una sorta di ossimoro. Quando, nel 1975, compì settant’anni Holan, una rivista italiana (…) pubblicò, assieme a una sua breve poesia inedita (…), anche dei versi, pure inediti, di Pasolini, intitolati «Guardo le finestre chiuse della casa di Holan» [Questo verso compare ora nel Frammento I in Bestia da stilendr]. E questi versi erano, anzi sono (anzi possono sembrare) un attacco a Holan, che Pasolini descrive come un eremita «divenuto venerabile» la cui privatezza è «vezzeggiata e protetta» dalle «migliori signore borghesi», un vecchio malato le cui mani «non gli servono più se non a tremare» e che sorbisce «brodi e tè/ come un piccolo sublime porco ferito/ ingrugnato e affabile», un «poeta da teatro» che fa «il gesto di scrivere poesia anziché scrivere poesia». … Nella decisione di pubblicare questo libro nei “Quaderni di Pier Paolo Pasolini” qualcuno potrebbe vedere una volontà di paradosso, una bizzarra e un po’ sconsiderata provocazione. Come interpretare, come giudicare altrimenti la presenza di un poeta che Pasolini non amava, al quale Pasolini si rivolgeva con dura estraneità e quasi con ripugnanza, nella collana che porta il suo nome?

Si rassicuri il lettore: le cose non stanno così. Che Pasolini, lungi dal non amare la poesia di Holan, la apprezzasse grandemente e desiderasse conoscerla più di quanto la conosceva, lo prova in modo inequivocabile un articolo uscito il 14 aprile 1974 sul «Corriere della Sera» (…) : «Un’ombra che prese corpo , un “nome” che è diventato un fatto. Holan è entrato nel novero dei poeti letti». E allora? Come si conciliano queste parole di naturale “consenso”, di lieta soddisfazione per un incontro ormai realizzato, con il ritratto impietosamente negativo consegnato ai suoi versi? La spiegazione dell’enigma è abbastanza semplice (…). La poesia [contro Holan] non è una poesia a sé stante (…) ma è parte di un lungo travagliato lavoro di Pasolini durato un intero decennio attorno alla sua ultima opera teatrale, Bestia da stile. (…). Intento a scrivere e riscrivere accanitamente, con Bestia da stile, una sorta di autobiografia tragica in cui il protagonista (cioè lui stesso) è “mascherato” da Jan Palach e ambienti e vicende subiscono di conseguenza, pur mantenendo ben visibile in filigrana la loro vera identità, cronologia e storia, un puntiglioso e volutamente incredibile “viraggio” praghese, Pasolini fu colpito, leggendo l’”Almanacco dello specchio”, non solo dai testi di Holan, ma anche dalla condizione di Holan, la quale veniva descritta nell’introduzione, premessa ai testi delle traduttrice – premessa in cui si poteva leggere, e Pasolini certamente lesse, del «leggendario, volontario isolamento» del poeta, ossia di come egli, »rinchiuso nella sua casa praghese sull’isola di Kampa» rifiutasse «con drammatica, ormai irreversibile ostinazione, ogni sortita, materiale o metaforica, nel tempo e nello spazio presenti». Non occorre essere un detective per capire come l’immaginazione di Pasolini si sia potuta fulmineamente impadronire di questa notizia e, sull’onda della sua suggestione, trasformare Holan in un personaggio aggiunto di Bestia da stile, in una sorta di antagonista a posteriori di Pasolini-Palach. Al «poeta da teatro» che, recluso volontariamente nella sua torre d’avorio, fa «il gesto di scrivere poesia» e coltiva la propria «santità» sotto la protezione della migliore borghesia, Pasolini-Palach (non dimentichiamo che è Jan, nel Frammento a pronunciare la requisitoria) contrappone la diversissima condizione da lui scelta: «io che mi spendo», «la possibilità che ho depennato», «il fatto/ di sé esempio, come tu hai fatto, non era affar mio» (…). Non credo occorra aggiungere altro (…). Se non temessi di apparire troppo malizioso (…), insisterei (mentre mi limito ad accennarvi) sulla mia impressione che il poeta vezzeggiato, decrepito e tremante, ritrovato nei versi di Pasolini assomigli infinitamente di più al vecchio Montale che a Holan, di cui chi andò a trovarlo in quegli anni (cosa che Pasolini, a quanto mi risulta, non fece, né allora né mai) ricorda la sanguigna robustezza contadina e l’apparentemente incrollabile salute, a dispetto delle micidiali sigarette che fumava di continuo e del fiasco di vino rosso che teneva accanto a sé sul tavolo del suo studio-fortezza.

di Fabio Pedone

https://ilmanifesto.it – 5 luglio 2015

Poco prima di morire, Jaroslav Seifert disse a un amico: «Io probabilmente rimango nella poesia ceca. Ma con me finisce un’epoca … Una nuova epoca ebbe inizio con Holan, il più grande tra noi, poiché aprì alla poesia ceca nuovi orizzonti, non ancora mappati, che neanch’io comprendo ancora». Non solo nella poesia ceca, ma in quella europea e mondiale, Vladimír Holan ha aperto un territorio ignoto, i cui punti cardinali sono abissalmente diversi da quelli conosciuti.

Si deve alla genialità di Angelo Maria Ripellino, suo ammiratore e amico, se il nome di questo solitario praghese ha fatto emigrare la sua fama dall’Italia in tutto il mondo. Quando nel 1966 uscì Una notte con Amleto nella «bianca» Einaudi, tradotto da Ripellino, il mondo letterario italiano si accorse di trovarsi di fronte a un poeta al quale avrebbe poi sempre guardato con enorme rispetto se non con venerazione. Recensendo l’Almanacco dello «Specchio» 1974, che ospitava traduzioni di Serena Vitale dalla raccolta In progresso, dedicata da Holan a Ripellino, Pasolini parlò del compiersi di un miracolo: «Holan è entrato nel novero dei poeti letti».

In anni più vicini ai nostri, venne inaugurato un provvidenziale progetto di traduzione dall’ultimo tempo della poesia di Holan, quello che fa riferimento grosso modo alle quattro raccolte finali. Si deve a Marco Ceriani, con la guida attenta di Giovanni Raboni, l’insistenza su questo percorso scandito da diverse pubblicazioni in rivista e in volumi importanti, tra cui Il poeta murato (uscito nel 1991 per le edizioni del Fondo Pier Paolo Pasolini) e A tutto silenzio, apparso nel 2005 negli Oscar Mondadori.
L’approdo più recente, che negli auspici migliori dovrebbe reimmettere un gigante della statura di Holan nel circolo dei poeti letti in Italia, è un’antologia autenticamente corposa, che comprende più di trecento poesie di Holan con traduzione dal ceco di Vlasta Fesslová riportata in versi italiani da Marco Ceriani, pubblicata dalle edizioni Arcipelago con il titolo Addio?  (prefazione di Giovanni Raboni).

Vladimir Holan Sono stufo ormai della vostra sfrontatezza

Sono stufo ormai della vostra sfronatezza…

Poesie di Vladimir Holan

Morte

Da tempo ci troviamo faccia a faccia,
tu come tu e io come paura.
Di te non so nulla. E tu, sai cos’è la vita?
E cosa i tuoi occhi? Può darsi
che tu veda tutto mentre io non vedo che te.
Ma quello che giù nella femmina è
aperto mi sgomenta come la tua bocca da baciare,
che si rifiuta cocciuta da muta,
e attende ed è attesa … Continua a leggere

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POESIE SCELTE di František  Halas (1901-1949),  IL BAROCCO AUTUNNALE DELLA POESIA CECA, Traduzione di Angelo Maria Ripellino e Presentazione critica di Antonio Sagredo

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Presentazione critica di Antonio Sagredo

  Addensatore di tortili metafore, talvolta putrefatte e purulente, che brillano come armille… e se vuoi mettile dove vuoi… e il poeta  le preferisce intorno ai polsi, così che mani e dita siano preservate dalla consunzione, o intorno alle caviglie, così che i malleoli siano pronti a spiccare la danza! Taluni  sul capo, così che il cerebro risulti vivificante per chi lo mira; o sul cuore, così che il battito mai non cessi di brillare e di risonare come un fatuo fuoco!

Le parole che formano poesie di “lagnanze” e di doglianze stanno lì come i quattro angeli attaccaticci (che in Holan sono “quadricefali”) intorno al capezzale rabescato d’ombre e di specchi viola, e sottostanno a questo martirio metaforico e  settecentesco pazienti, poi che credono – nonostante una continua e sconfortante disillusione – alla loro risurrezione che è la colpa degli angeli adulti: “le tue ali nere quando perdi le bianche con l’infanzia” ….e le parole allora fanno da sfondo teatrale così che “la funebrità si apprende anche ai paesaggi” (A. M. Ripellino)*. Questa dilatazione spazial-teatrale oltre la quinta cartonesca, non segna, ma graffia una  geografia anche secentesca, come negli arazzi di nero-oro granito di certo gongorismo, che noi sappiamo tinto da metafisici presagi oscuri.

[* Segnati con asterisco sono i  commenti critici di A. M. Ripellino,  in František  Halas, Imagena, Einaudi 1971].

Non è tutto qui il mondo di cui si nutrono le parole halasiane, poi che se dovessimo pensare a rigogliosi giardini primaverili, non abbiamo scampo alcuno! (vedi i titoli di due poesie più in avanti)… noi saremo allora circuiti da fiori cimiteriali che anelano alla luce, e non sappiamo se invano, poi che ancora una volta ricadiamo nei meravigliosi labirinti acherontei. Il nero, il buio è ossessione halasiana.

È davvero uno strazio per il lettore non respirare aria diversa e salubre pure c’è “il benefico ossigeno del buio” (un palliativo o uno scherzo del poeta?!), ma questi, il lettore, è così attratto dalle immagini di strabiliante barocco, che non gli danno requie, ma gli donano regalie visionarie di rarissima bellezza (“cisterna di gemiti” ; “la tenebra tende le orecchie” o ossimori rivoltati come un guanto  quando si tratta di “ travolgere con una parola la valanga” ; o quando “il buio scartoccia granturco” ; e ancora riflessioni mnemoniche  come lo stupendo “Sono memoria dell’acqua / gelo” e la condanna con cui ogni poeta deve fare i conti: il fardello eterno è che  “Porti il tuo lutto manoscritto non finito” .

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  Soltanto quando dice di bambini il volto del poeta si irradia come quello di Hölderlin… “ Solo sulla testa dei bambini cade il rispetto delle luci/nella gorgiera della propria innocenza dormono quieti…””,  “Sono andato dai bimbi ad imparare/molte cose del cielo ancora sanno…”.

Non gli è secondo Holan quando scrive “ Ci sono i bambini… in verità solo loro…/Purezza di cuore, evidenza del miracolo/negato a noi adulti…

La gioia quindi non  è del tutto esclusa dal mondo annerito di Halas: ha lampi di luce che sono rari, ma brillano per questo ancora di più: tu li vedi da lontano, proprio tu che sei immerso in questa catacomba terrestre dove regna il tenebrore!, ma  l’orrore o il terrifico non regnano fine a se stessi, soltanto le parole-immagini rimandano ad essi, sono le fonti che poi si fanno reali consistenze; infatti a scorrere i titoli delle raccolte o quelli delle poesie già t’accorgi che genere di passaporto possiedi per entrare in quel mondo malubre che dell’Acheronte ha tutti gli splendori e i cantucci più sinistri.

P.e. nella raccolta Sepie (Seppia, 1927) i titoli delle poesie sono chiari: Non voglio la primavera, Quiete, Presso una tomba, Il silenzio, L’ombra, e così via; e nella raccolta: Kohout plaší smrt (Il gallo spaventa la morte, 1930) la musica non cambia: De profundis, Paesaggio velenoso, Autunno in primavera; nelle raccolte Tvař  (Il volto, 1931); Hořec (Genziana, 1933); Dokořán (Spalancato, 1936), lo studioso annota “una tenerezza ferita, una sensitiva mestizia l’angoscia per la fuggevolezza del tempo e per lo sfiorire”*;  Certo è che non di dileguano i termini che hanno a che fare con le atmosfere cimiteriali, che sono appannaggio di un neo-barocco egemone e recidivo che vede coinvolti i maggiori poeti cechi, come Vladimir Holan e Vitězslav Nezval (specie col suo poema surrealistico Il becchino assoluto, da me tradotto tantissimi anni fa e lo stesso cantore di Praga Jaroslav Seifert, e tant’altri).

Halas “è il più barocco tra i lirici boemi”* di quel periodo… è poeta autunnale… e comprendete allora perché alla fine della sua vita Ripellino intitolò la sua raccolta Autunnale barocco; questi conobbe e frequentò il poeta, e così ce lo descrive:”  Lo ricordo negli ultimi mesi, quando ormai andava da stregoni e da semplicisti in cerca di guarigione: ricordo i suoi trasognati occhi cerulei. L’alta fronte con un organetto di rughe. Dopo il colpo di stato del febbraio del 1948, mentre lo stalinismo già volpeggiava negli arcani casamenti di Kafka, Halas deluso e spaurito del baratro in cui il comunismo veniva precipitando, ripeteva agli amici < Ho ingannato la gente >. Si spense il 27 ottobre 1949 a Praga ”.*

Quell’ “alta fronte con un organetto di rughe” veniva sempre messa in risalto dal disegnatore caricaturista Adolf Hoffmeister, quando ritraeva il poeta. Il poeta era nato a Brno nel 1901, da una famiglia operaia molto indigente. Lavorò come commesso in una libreria di Brno. Questo lavorò gli permise di conoscere alcuni poeti importanti, come Jiří Mahen, caposcuola dei poeti di Brno.

Halas occupa nella poesia ceca del secolo scorso un posto di primaria importanza, e per “il culto della parola” tra i primissimi in Europa. Per questo lo accosto a Mallarmè, Hugo Hofmansthal, Paul Valéry.

Quasi sicuramente la prima notizia in Italia che abbiamo di Halas si deve a Wolf Giusti che sulla Rivista di letterature slave pubblicò in italiano due poesie del poeta; la prima dal titolo Seppia (che da il titolo alla raccolta Sepie, 1927); e la seconda dal titolo Le paludi masuriane. – Nel 1942 invece Luigi Salvini traduce una poesia dal titolo Il Riconoscimento nell’antologia Il “Corallo” di San Venceslao.  Poi nel 1949 A. M. Ripellino sulla rivista Europa Nuova pubblica in italiano due poesie tratte dalla raccolta Il gallo spaventa la morte (1930), (per queste tre informazioni, di cui avevo perso memoria, ringrazio l’amico boemista Giuseppe Dierna)…..

František Halas con Vladimir Holan

František Halas con Vladimir Holan

…e finalmente nel 1950 viene da A. M. R. pubblicata a Roma una Storia della poesia ceca contemporanea, Le edizioni D’Argo, in 400 esemplari; possiedo gli esemplari nn. 310 e 311; all’interno di questo testo si trova “Halas e il culto della parola” che è il titolo del paragrafo alle pp. 58-65. Dedica questa sua opera  A Ela [sua consorte]  e agli amici del Gruppo 42, poi ringrazia critici, pittori, poeti… in tutto quindici autori (fra cui lo stesso Halas) e studiosi tra i più notevoli del panorama internazionale di allora; cito soltanto alcuni di rinomanza mondiale: Roman Jakobson, Vladimír Holan, František Hrubin, Jiří Kolař, Ludvík Kundera, Jaroslav Seifert, Karel Teige.

 Halas non disdegnò di far parte di movimenti artistici e correnti poetiche che animarono i primi anni del ‘900, a cominciare col Devětisil (è il nome di un fiore: il farfaraccio; che Majakovskij riferisce come “nove forze”, ma poi gli fu spiegato) e il Poetismo frequentato dai poeti, scrittori e artisti più importanti; alcuni di essi assursero a fama europea perché operarono con saggi e  traduzioni in lingua ceca dei maggiori poeti e artisti europei come Apollinaire e Cocteau, Breton, Max Ernst, ecc.; Karel Teige, p.e., il teorico del surrealismo ceco, fu uno dei primi a parlare di Majakovskij in  Europa!

Il Poetismo che inneggiava alla gioia della creazione e del progresso, “in realtà era d’una cupezza che sprofonda nella più nera disperazione”.*. Ne è testimonianza il poema Edison di V. Nezval.

Per chi voglia approfondire i rapporti tra i poeti-artisti-scrittori cechi e quelli del resto d’Europa rimando agli studi più recenti, esaurienti e puntigliosi, del boemista Giuseppe Dierna, oltre alla già citata Storia della poesia ceca contemporanea.

Halas, poi, a differenza di tanti altri poeti e artisti cechi non obbedì ai dettami dei poeti, p.e. in specie dei surrealisti francesi e da questi si distanziò, perché nello spirito ceco è nello stesso presente altamente la proprietà della ricezione per eventi culturali stranieri, come quella di una spiccatissima autonomia. Perciò tenne presente più l’eredità di un “antesignano dei poeti surrealisti cechi”  il maggior  poeta ceco, il romantico Karel Hynek Macha. E anche per questo fu anche un surrealista a modo suo “con una tecnica opposta a quella di Nezval ” * , (che non sto qui a spiegare); e pure fu un espressionista che si dedicò ai trionfi di figurazioni mortali in disfacimento, come con più competenza clinica operò il dottor  Gottfried Benn; ma è da George Trakl che trae linfa per quel lasciarsi andare, quasi alla deriva, intristito e illanguidito nello sfiorire dell’autunno.

Ma senza andare troppo fuori dalla Boemia (da questo fuori noi ricaviamo che ebbe rapporti simpatici con autori di un passato boemo – oltre che dai suoi contemporanei – che cantarono gli sfinimenti e gli sfasci mortali della vita… che se ne va sconfortata nei regni dell’ombra… questa anch’essa toccata dallo squallore di un corpo in disfacimento)… nel territorio boemo noi troviamo dunque l’humus ideale (in comune con altre figure boeme) per i suoi sollazzi ombrosi, tenebrosi, spazio dove il regna il silenziario indisturbato, dove la parola stessa sua incrina il culto che ha per essa… e il poeta è davvero negato allora al verticale, al sollevamento, a quell’elevarsi in alto, e mostra a tutto spiano la sua tendenza ad essere una creatura “orizzontale” *, come proprio dei defunti, e la poesia dal titolo Il cimitero ne è una conferma senza rimedio alcuno! “Solo in Naše Paní Božena Némcová [Nostra Signora Božena Némcová – celeberrima scrittrice dell’800] e in Ladění [Accordo] le parole… hanno un alone di luce non sfrangiata dal lutto, un lievito di fede” *.

František Halas

František Halas

Ma non pensate che il poeta si crogioli in questo nichilismo, in visioni funeree, in varie malubrità… egli sa bene che per vivificare la sua poesia deve in essa cambiare qualcosa (forse eliminare – almeno temporaneamente dal suo stile solito quegli inceppamenti, sconnessioni, antiche parole che fratturano il verso scomponendolo – retaggio cubistico -, per promuovere l’approccio a diverse tematiche) e difatti con la raccolta Staré ženy (Vecchie donne, 1935) si apre al mondo, come dire al prossimo sofferente e quindi canterà quelle donne: spose e madri che vivono il pesantissimo quotidiano e usa la tecnica della letania, che tra l’altro si avvale dell’anafora, così cara a Otokar Březina, poi a Nezval e altri; e mentre scrivo questa raccolta è qui davanti a me: è una edizione del 1947, che comprai a Praga nel 1973; è illustrata e fu pubblicata in 15 mila esemplari. Halas dedicò questa raccolta a un poeta e artista, Antonin Procházka e consorte; ed è una grande emozione toccare queste pagine. Ma non si può dire tutto, qui. Ma dirò della sua alta denuncia civile, del 1938, per alto tradimento dell’Europa occidentale, in specie della Francia (con cui in un passato prossimo c’era stata una specialissima intesa culturale!), nei confronti della sua terra nei versi de il Canto dell’angoscia… denuncia fu la svendita della sua patria al potere nazistico.

Halas compose altre raccolte di cui cito soltanto i titoli: Torso naděje (Torso di speranza, 1938), la prosa Já se tam vrátím (Io vi tornerò, 1939), Naše Paní Božena Némcová (Nostra Signora Božena Némcová, 1940), Ladění (Accordo, 1942), Znameni potopy (Il segnale dell’inizio, 1945),V řadě (In fila, 1948), la raccolta postuma A co? (Ebbene?, 1957).

(Antonio Sagredo)

Termino con alcuni suoi versi tratti da Znamení potopy (Il segnale del diluvio, 1945) :

È vero Voi vorreste
un granaio di grandi parole
e innanzi ad esso mucchi di corone

Vi piacerebbe meglio non vedere
il ripieno di morti che trabocca dalla trincea
e i gravitelli degli annegati

È vero Tutto si riduce a un giuoco
Col grembo Con le banconote
Buffoni Buffoni

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Poesie di František Halas
(le traduzioni dei versi di F. Halas sono di Angelo Maria Ripellino – in František Halas, Imagena, Einaudi 1971)
(dalla raccolta Sepie – Seppia, 1927)

Non voglio la primavera

Primavera agghindata stagione smeralda
spocchiosa primavera lunatica
tutti si affannano invano a cercare viole màmmole
non inghiottirò questa lusinga

Non voglio nemmeno sentire il chiacchierìo delle foglie
e non voglio bere ciò di cui nutri le gemme
solo questo mio autunno solo esso può cogliere
come sia rattrappito il lucignolo dello struggimento

.
La poesia

Migliaia di raggiri e imposture
trappola tesa nel buio
arte dello spionaggio
a cui ti abbandono da solo

seguendo le tue tracce e condannandoti
per i segreti svelati
punito soprattutto da te stesso
le tue liriche libro di lagnanze

Hai visto agonizzare la poesia per una parola andata a traverso
non morirà mai tuttavia
un giorno troverai le tue parole come il terno di una lotteria
e l’avrai vinta

Stretta è la rosa centifoglia dei poeti
ami soltanto quelli con lingua serpentina
di cui metà è querimonia di angeli
e metà assalto

Ultima Tule dove ti allontani
con dolcezza infinita per le cose che hai conosciuto
con voce tutta falsa congedandoti
dalla soave malsanía che ti ha perduto
(dalla raccolta Kohout plaší smrt – Il gallo spaventa la morte, 1930)

Il paesaggio da noi

Berlina è il cielo di questo paese
nel sonno irrompe un lémure impaziente
sui calvari senza croci il corallo dei sorbi si posa

Solo sulla testa dei bambini cade il rispetto delle luci
nella gorgiera della propria innocenza dormono quieti
vaga un viandante stringendo al cuore un àspide

Superbo un nero cavallo cammina per il firmamento
dalla criniera gli pendono colori morti
nere rose fatte di fulíggine

Una piccina rannicchiata tra le viole
le ali spiumate delle brutte spallucce si vergogna
spaventata dall’ombra del fumo

Principesse mutate in raganelle mangiano qui miosòtidi
Ombra di tigri le agghermiglia tra le canne
I bambini al tenue collo appendono velenosa ergotina di frumento

.
Versi

Malgrado la fortuna della vista
così cieco
malgrado il dono dell’udito
così sordo

Nel vento foglia nell’amore solo
nelle ragne uccello nella pioggia canto
nella rosa verme nella speranza dolo
nelle parole sangue nell’ugola pianto

Malgrado la fortuna della vista
così cieco
malgrado il dono dell’udito
così sordo

(dalla raccolta Tvař – Il volto, 1931)

.
Autunno

Cielo d’autunno da mille ali di uccelli vezzeggiato
con guazza di speranza inumidisci le nostre gole tese
gli occhi rivolti all’alto allarga con l’afflato
per nuove ahimè quanto apprensive attese

Osserva le oche spezzano contro la siepe le ali
quando grigie volano a mezzogiorno
immagine dell’anima che ha scorto per un attimo
la nota solo ai morti bellezza del ritorno

Scoppiate membrane di nebbie per albe immature
per la beltà che si aggira in sempre nuovi stupori
per gli alberi selvatici che non conobbero cure
e ancora acerbi serrarono le tenerezza dei fiori

(dalla raccolta Staré ženy –Vecchie donne, 1935)

*

Vecchie signore piene di buio e di trapasso
mani cadute nel grembo due morte cose incrociate
nel grembo nell’annoso palazzo della vita
o casa natía della vita casa natía fatiscente
il soppalco delle ginocchia è crollato soltanto lo squallore vi si annida
mie vecchie donne sonnecchianti sotto il mondo
grembi di vecchie donne
cisterna di gemiti e di lacrime infantili
sordine di singhiozzi maschili
voi grembi di vecchie donne
culle vuote
giacigli raggelati
sepolcri di attimi d’amore
incantesimi disincantati
custodie di misere ossa
nascondigli di gesti dimenticati
padiglioni schiantati
luoghi di roghi spulati
ospizi del rosario
acconti abbandonati dei futuri

voi grembi di vecchie donne
nessuna testa li allevia
strati di afflizioni vi si ammucchiano
delizia mutata in niente dagli anni
solo il palmo degli sfaceli vi sémina
voi grembi di vecchie donne
non reggerebbero più il peso dell’amore
un morente non vi esalerebbe l’ultimo fiato
e un lattante scoppierebbe in pianto
perché l’ossuta li assídera
voi grembi di vecchie donne
gèmina felicità delle gambe a malapena saldata
e la gloriosa incubatrice della vita è raggelata
voi grembi di vecchie donne

(dalla raccolta Dokoran – Spalancato, 1936)

František Halas

František Halas

Nella pioggia

La tibia di un ramo dalla tomba della notte sporge
la pioggia risuona quest’arpa di Mácha
mia amara lunare misericorde
mia corda di sangue purpurea
Ora in pesanti pezzi cade il buio
l’albero trema deserto di foglie
caduta è la rocca dei sogni e si erge un nudo muro
schiccherato dalla compassione

(dalla raccolta Naše Paní Božena Némcová – Nostra Signora Božena Némcová 1940)

.
Morte di nostra Signora

Sono spalancate le finestre e si sente la morte sbadigliare
L’anima è fuggita più leggera della luce su un foglietto
La guardia dei ceri raddrizza le lance vibratili

La favella nel cuore languisce. Silenti piangenti
Se ne vanno le lavatrici dei morti

Dorme defunta è gialla crivellata
E la stella Diana sul suo capo
Seminare vorrebbe un ovario di collera

(dalla raccolta postuma A co? – Ebbene, 1957)

.
Quando la bomba esploderà

Striscerà più lontano
solcando la melma
Si aprirà
Una conchiglia
Pallido sesso delle acque
Tutto comincerà di nuovo
tra l’apatía dei primi pesci
e le stelle
plàncton dei poeti antichi
si scrolleranno dal tedio
nel tempio delle galassie

(dalla raccolta Znameni potopy – Il segnale del diluvio, 1945)

*

Umide macchie crescono sui muri
nei buchi della fame nei rifugi della fame
si approssima il Diluvio

Con muffa di broccato
con ghiacciato lezzo dei cadaveri
con purulenza vaiolosa

la mia ingordigia disegno sui muri
sul volto dei poveri pongo una granfia

Ormai si approssima il Diluvio

Antonio Sagredo

Antonio Sagredo

Antonio Sagredo è nato a Brindisi il 29 novembre 1945 (pseudonimo Antonio Di Paola) e ha vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove  risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: «Malvis» (n.1) e «Turia» (n.17), 1995, Zaragoza.

La Prima Legione (da Legioni, 1989) in Gradiva, ed.Yale Italia Poetry, USA, 2002; e in Il Teatro delle idee, Roma, 2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile. Come articoli o saggi in La Zagaglia:  Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in Rivista di Psicologia Analitica, 1984,(pseud. Baio della Porta):  Leone Tolstoj – le memorie di un folle. (una provocazione ai benpensanti di allora, russi e non); in «Il caffè illustrato», n. 11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74. (A.   Di Paola) (una carrellata di quella stupenda stagione teatrale).

Ho curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema :Tumuli di  Josef Kostohryz , pubblicato in «L’ozio», ed. Amadeus, 1990; trad. A. Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi:  Edison (in L’ozio,…., 1987, trad. A. Di Paola), e Il becchino assoluto (in «L’ozio», 1988) di Vitězlav Nezval;  (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová).

Traduzioni di poesie scelte di Katerina Rudčenkova, di Zbyněk Hejda, Ladislav Novák, di Jiří Kolař, e altri in varie riviste italiane e ceche. Recentemente nella rivista «Poesia» (settembre 2013, n. 285), per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar Březina- La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Ot. Brezina a Antonio Sagredo),  trad. A. Di Paola e K. Zoufalová.

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