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Stefanie Golisch QUATTRO POESIE INEDITE da: Blessings con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Invito Laboratorio 24 maggio 2017Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014. Nove sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016)

Il garante di tutta l’operazione stilistica della Golisch
è caratterizzato dalla consapevolezza della «mancanza» ontologica.
La rappresentazione linguistica del cosiddetto «reale» cela malamente questa «mancanza».
Il linguaggio tradizionale della metafisica poetica risulta inabile alla rappresentazione delle nuove condizioni del nichilismo. Ovvero, Non c’è più un garante.

(G. Linguaglossa)

Onto Giorgio Linguaglossa.verde

Giorgio Linguaglossa

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Il soggetto dell’enunciato, è sì legato al soggetto dell’enunciazione ma solo nella designazione, per il resto tra soggetto dell’enunciato e soggetto dell’enunciazione si apre un abisso. Come è noto dalla linguistica di Benveniste, questo processo è dipendente dalla funzione degli schifter nel linguaggio articolato. «Le forme pronominali non rimandano né alla ‘realtà’ né a posizioni oggettive nello spazio e nel tempo, ma all’enunciazione, ogni volta unica, che le contiene», così si esprime Benveniste. 1]

Questo per dire che la poesia di Blessings è tutta poggiata sull’impiego dei pronomi, sul discorso pronominale, su personaggi ridotti alla designazione pronominale: maschere, gettoni segnaletici, personaggi ipotetici trattati al pari di icone, di segni che rimandano ad altri segni:

«Camminava tra di noi, forse era già morto»

Nel modo di indicare i suoi personaggi la Golisch usa l’argomento a-contrario, parte da ciò che essi non sono o non sono più; ma non solo, paradossalmente impiega di frequente anche una aggettivazione univoca, elementare, denotativa (mai decorativa o illustrativa). Ad esempio scrive: «Vestiva di bianco», locuzione tendente per lo più a sviare l’attenzione del lettore dal centro della rappresentazione in quanto quest’ultima è stata derubricata e declassata dal suo ruolo centrale. Gli elementi importanti di questo tipo di poesia si rinvengono negli angoli nascosti, nei dettagli insignificanti colti in modo sporadico, quasi casuale. La Golisch privilegia uno sguardo laterale, incidentale, trasversale, adotta spessissimo gli incipit indiretti riferiti ad uno shifter: («e se dovessi dire di lui, userei il passato remoto»). Abbondano quindi le perifrasi indirette, dove il soggetto enunciatore sembra voler contraddire l’enunciato:

…Lo racconterei come
un uomo di mondi antichi che parlava con
gli uccelli, danzatore in mezzo ai nostri
passi pesanti. Diceva che nessuno gli
doveva nulla e che lui, nel sonno, aveva
già visto come tutto sarebbe finito

Ma è una contraddizione in «vitro», protetta da una perifrasi che solo apparentemente vuole negare in quanto nega per ribadire più fortemente quanto appena negato o asserito. Così, la funzione della memoria ne viene stravolta, il ricordare si appunta sulle smagliature, sui frammenti, sugli stracci del «reale»:

Tra le cose andate storte che capitano nella
vita di tutti, lei ricordava un paio di calze di
nylon color carne che si era rotto prima della
festa, all’andata per essere precisi, mentre
attraversava il bosco saltellando su una
gamba sola…

L’io dunque è ridotto alla istantaneità della presenza, all’istantaneità della sua voce, impalcatura di quello che un tempo lontano è stato il «soggetto», ombra ormai non più desiderante del «soggetto» antico, quello rammemorante della perduta elegia che ha abitato con lustro il Novecento (da Pascoli a Bertolucci fino a Bacchini e odierni epigoni). Quell’io che aveva assunto con Cartesio quella dimensione inaugurale della modernità in cui pensiero ed essere si congiungevano sotto il regime della rappresentazione, come già aveva ravvisato Heidegger nel saggio Moira, quell’io è definitivamente tramontato, è subentrato al suo posto un io dimezzato, declassato, infermo, parziale, in frammenti.

La questione la solleverà Lacan, non tanto nel negare l’era della rappresentazione dell’essere, quanto nel ribadire che è proprio con l’avvento «storico» di questa era che il soggetto si configura come quel momento di divisione, di scissione tra pensiero ed essere, tra essere e rappresentazione e di occultamento che Freud e la psicoanalisi erediteranno. L’istantaneità, l’abitare il presente assoluto del soggetto post-lacaniano della Golisch altro non è che la prefigurazione della necessità di sottrarre il soggetto stesso a quella condizione definita da Lacan la «beanza», ovvero, in termini heideggeriani, la piena identificazione del soggetto con l’essere. 2]

In fin dei conti, sia l’io che i non-io, i personaggi pronominali della Golisch acquistano rilievo linguistico dalla divaricazione che si è aperta tra linguaggio ed essere.
È caratteristico che in questo tipo di scrittura poetica i «soggetti» della poesia di Stefanie Golisch acquistino senso all’interno dell’organizzazione frastica da una sintassi fortemente condizionata dall’attrito tra il discorso indiretto (prevalente) e quello diretto (episodico), con tanto di ironico distacco dell’io che enuncia dall’enunciato.
Per concludere, direi che il garante di tutta l’operazione stilistica della Golisch è caratterizzato dalla consapevolezza della mancanza ontologica di ogni rappresentazione linguistica del cosiddetto «reale», che non c’è più un garante, che lo stile non può più fungere da garante di qualsivoglia operazione scrittoria. È questa, credo, l’origine e il telos della scrittura poetica della Golisch. Continua a leggere

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