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 Gëzim Hajdari, Poemetto inedito in albanese e italiano, Alzati Gesù, prendi la frusta!, con un Appunto di Giorgio Linguaglossa

 

Gezim Hajdari nel suo studio

Gezim Hajdari nel suo studio

Appunto di Giorgio Linguaglossa

Gëzim Hajdari è nato nei Balcani di lingua albanese nel 1957. È il maggior poeta vivente albanese e uno dei maggiori poeti presenti in europa, bilingue, scrive in albanese e in italiano. Nell’inverno del 1991 è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. Nello stesso anno è cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës (Il momento della parola), nel quale svolge la funzione di vicedirettore. Nelle elezioni politiche del 1992 si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA. Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione in Albania, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, la corruzione, gli abusi e le speculazioni della vecchia nomenclatura comunista di Enver Hoxha e dei recenti regimi mascherati post-comunisti. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia. Ha scritto anche libri di viaggio e saggi e ha tradotto in albanese e in italiano vari autori. È vincitore di numerosi premi letterari. Dal ’92 è esule in Italia.

In una recente intervista così si esprime il poeta albanese:

«Scrivere in due lingue è uno stimolo in più, è la liberazione definitiva. Significa misurarsi con il mondo, senza però dimenticare la lingua materna, “il parlare materno” come diceva Dante. Per me è stato uno sforzo sovrumano, trovandomi costretto ad abbandonare il mio paese, dovendo affrontare lavori massacranti, per poi seguire gli studi universitari, scrivere sia in albanese che in italiano, e fare tutto questo con il peso della pessima immagine dell’Albania, senza il minimo sostegno dello Stato albanese… Ma c’era anche una ragione pragmatica. In Italia vivono 500 mila albanesi ma nessuno legge i miei libri, tutti i miei lettori sono europei e di diversi paesi del mondo, ma non sono albanesi. Quindi avendo bisogno di lettori, ho dovuto iniziare a scrivere in italiano. La seconda e la terza generazione degli albanesi inizierà sicuramente ad occuparsi di cultura e di identità, i loro genitori sono troppo occupati a dispensare alla sopravvivenza materiale. Non poca responsabilità è da attribuire allo stato albanese, che non è stato in grado di costituire un istituto di cultura in Italia. In Albania il mio scrivere in italiano in molti mi hanno chiamato traditore e nemico della cultura albanese. Bisogna educare la gente alla tolleranza. Nei Balcani sono nati gli dei, i miti, è un luogo fatalista, patria dei despoti e dei misteri, e si continua tuttora a soffrire di malattie puerili come il nazionalismo. Ma l’Albania c’è anche nel mio stile, in cui tra l’altro cerco di seguire i principi dell’epica albanese, in alternativa alla poesia minimalista occidentale. Spesso gli scrittori albanesi in Italia scrivono come gli italiani, quelli in Francia come i francesi. Invece sarebbe molto meglio se un poeta albanese scrivesse come un balcanico, intrecciando le culture, ma apportando il suo carattere».

Ha scritto il filologo Ferdinando Milone:

«Ciò che agli occhi nostri  di più di ogni altra cosa qualifica il popolo albanese è la lingua che essi parlano. Questa è che, conservandosi mirabilmente, ad onta delle cause forti e molteplici che si opponevano alla sua esistenza, ha impedito che quel popolo si perdesse, come di molti avvenne, andando a confondersi nel seno di altri popoli prevalenti su di lui.

È l’albanese un altro esempio della lingua considerata come potente elemento conservatore di nazionalità, anche allora quando le nazioni, politicamente considerate, abbiano perduto la loro nazionalità e la loro indipendenza».

I linguisti non sono tutti d’accordo circa l’origine e l’autonomia della lingua albanese. Secondo i più deriverebbe dall’antico illirico; secondo altri sarebbe continuazione del trace e non dell’illirico. Certo è una lingua che ha subito forti influssi esterni e tra questi il maggiore è stato quello derivatole dal latino. Né mancano parole derivate dal greco antico, ma assai più frequenti sono quelle derivate dal medio greco, limitate però al dialetto tosco. Notevole pure è l’influenza slava e quella turca, mentre non è trascurabile l’influsso delle altre lingue balcaniche.

Così conclude Milone: «La lingua albanese, pur così arricchita e modificata, conserva la sua forza e costituisce oggi il più saldo vincolo nazionale».

Gëzim Hajdari è forse l’ultimo bardo di un popolo antico che è entrato dall’età della pastorizia a quella del moderno mondo postindustriale; per tanti anni fiero oppositore del regime postcomunista di stanza a Tirana, Gëzim è stato ricambiato dal regime da un odio e da una campagna intimidatoria volte a circondare di silenzio l’opera e le azioni del poeta albanese. Alla prosaica Europa dei nostri giorni, un poeta come l’erraneo Hajdari è davvero indigesto, e certo l’Italia non è stata munifica né riconoscente verso il poeta della resistenza civile albanese che si è scagliato ripetutamente in tutti questi venticinque anni contro il corrotto governo di Tirana; così ad Hajdari non è rimasto altro che andare ramengo alla ricerca di una riscossa che provenisse dal suo paese, o dall’Italia, paese fratello. Sono ormai venticinque anni che la sua erranza in Italia non ha requie, la sua voce si è alzata, solitaria, contro l’oppressione del suo paese ad opera di una ristretta cerchia di oligarchi politicanti, senza che mai venisse accolta dal governo italiano. Ma, ancora una volta e sempre di nuovo, la voce di Gëzim Hajdari si alza per indicare la sua contrada maltrattata, Arbëri, quel «paese oltre l’Adriatico» abitata dalla «antica stirpe shqiptar/ erede legittima dei Pelasgi». Il canto fiero, appassionato e potente risuona come un epinicio e una invettiva, il poeta albanese si rivolge a Gesù affinché prenda la frusta e fustighi i tiranni e i parassiti che governano la sua amata patria vicina ma lontana alla quale il poeta si rifiuta di tornare se non quando cesserà il dominio di una stirpe di demagoghi e di nemici del suo popolo.

Per tanto tempo ho atteso che anche in Italia ci fosse un poeta italiano che alzasse la sua voce contro gli oligarchi e i demagoghi della politica e dei costumi italiani, l’ho atteso in tutti questi ultimi cinquanta anni… adesso ho smesso di attenderlo… forse è stata una mia illusione, una mia piccola sciocca illusione.

Gëzim Hajdari in croce

ALZATI GESÙ, PRENDI LA FRUSTA!

C’era una volta un paese oltre l’Adriatico
si chiamava Arbëri,
l’antica stirpe shqiptar,
erede legittima dei Pelasgi,
benedetta dalle Ore
protetta dalle Zana
nutrita di leggende,
baciata dalla gloria.
Guerrieri valorosi
uomini di besa,
del Kanun delle Montagne,
gente generosa,
fiera fino al sangue.
Onoravano l’ospite,
usanze e il loro dio,
pane e giuramento,
sale e cuore.
Cinquecento anni,
al suon della lahuta,
guidati dai prodi,
Gjeto Basho Mujo
Gjergj Elez Alìa.

Custodi di frontiera
delle Bjeshkëve të Nëmuna,
rispettosi sposi,
teneri padri di famiglia,
mai al nemico temibile
mostrarono le spalle,
in difesa della patria,
delle loro donne,
Belli, gagliardi
di nobili virtù,
che Lord Bayron esaltò
nel Peregrinaggio di Childe-Harold.

C’era una volta un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
il valore degli uomini
non era nella ricchezza
ma nell’onestà.
Un ottimo contadino
valeva quanto un principe,
per chi era servo
e per chi era Re.
Principi gloriosi
e semplici montanari
rifiutavano la schiavitù,
i loro vero capi erano
gli uomini saggi.
I shqiptar si alzavano
persino dalla tomba
per mantenere la besa,
la parola data.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
con il saluto più bello al mondo:
“T’u ngjat jeta!”
Terra di Scanderbeg,
seminata di drammi,
ossa e sangue,
durante la storia albanese.
Patria dei rapsodi
senza pari nella regione,
lahuta e çifteli,
accompagnava l’arco della vita,
dalla nascita alla morte.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
onorata come una sposa
dai padri fondatori,
cantata dai bardi,
illuminata dai mistici.
Poeti, sacerdoti, bektashi,
uomini d’onore,
spesero la loro vita,
con la penna e il fucile,
in difesa dei suoi lidi.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
paese di burrnija
popolo epico, sovrano
come nessuno nei Balcani,
parlava la lingua
più antica del globo,
con donne splendenti
come i raggi del sole,
che l’occhio umano
mai vide sulla terra del Signore.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
paese delle aquile,
cantato nei secoli
da Virgilio, Catullo e Orazio.
Conviveva da millenni
con i popoli vicini,
di tutte le etnie,
in tempo di guerra
in tempo di pace
nella gioia,
e nel dolore.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
mai un pentimento
per i crimini del comunismo.
Governano insieme,
da ventisei anni,
‘i democratici’
e i boia della lotta di classe;
rubano insieme,
distruggono insieme,
si drogano insieme,
stuprano insieme,
uccidono insieme,
festeggiano insieme,
amoreggiano insieme,
si ubriacano insieme,
vomitano insieme,
le loro ubriacature
porci e topi di fogna.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
paese castrato,
misero e dannato,
con le donne sgualdrine,
gli uomini codardi,
perfidi e malvagi,
figli trafficanti,
assassini spietati,
killer a pagamento.
Un paese sorto
sui crimini, droga,
corruzione, ruberie,
denaro sporco,
traffici umani,
contrabbando di armi.
Coloro che alzano la voce,
vengono costretti all’esilio,
condannati al silenzio,
sepolti vivi. Continua a leggere

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