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“Interverrà l’autore”, Poesie di Eva Tagher, Ermeneutica di Giuseppe Gallo, Erwin Blumenfeld, Collage, Marquis de Sade,

foto Marquis de Sade 1921 collage di Erwin Blumenfeld 24, 5 × 25

Erwin Blumenfeld, Collage, Marquis de Sade, 1921 24,5×25 cm

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Poesie di Ewa Tagher
TALENT SHOW

“Karl Marx… sei stato eliminato”!
La classe operaia ha deciso:
preferisce bere sangue e fango.

Ἰώ μοί μοι

Ieri per un guizzo, l’étoile de L’Opera
ha aperto il Palazzo della Borsa
e, sulle punte, ha giocato a dadi

-Sono stata promossa?-
-m a g n i f i c ! –

ἰώ μοί μοι

Le comparse di Cinecittà
prendono a calci i cestini,
rilanciano battute scritte per altri,
bluffano in coro.

ἰώ μοί μοι

Chi lascia sola Medea,
ha perso a poker
il coraggio del tragico.

ἰώ μοί μοι

La musica è così assordante
che la pioggia ha perso volume.

La neve ha perso due toni di bianco.
Siddharta Gautama ha perso il filo:
non ritornerà più.

HIC ET NUNC

Alla Porta di Magda
non bussa più nessuno.

Solo il vento,
con un calcio,
si fa carico dell’attesa.

In fondo alla strada
i ciottoli masticano
l’ultima luce del giorno.

Gli uccelli. Hanno freddo.
-Alzati o farai tardi!

Il tempo, materiale di risulta,
annerisce i denti.

Questo istante,
un rintocco osceno.

Perfino le orecchie urlano
che è troppo.

UMAMI

Il conforto della casa
una ciotola vuota.

Dove sono finiti
gli ultimi abbracci?

Polimeri,
nelle porcellane della nonna.

Ho schegge di ricordi
nelle orecchie
lo senti, almeno tu,
il tintinnio delle posate?

Al pasto mancano gli attori.
Il dramma della tavola
è stanco di ripetersi:

ha preferito l’India
e una ciotola di riso al tramonto.

VUOTO 1

Suona il corno.

Mentre contorci la bocca,
solo parole marce.

Cosa hai detto?

Hai parlato un dialetto
che non è la mia infanzia,
sibili,
una sabba di fricative.

Banditore!
Lo sai che la parola è sacra?

Un accento, un accenno,
combatti per la resa.

Un cane ti fa eco.

“Udite!Udite!”

Proclami,
un mucchio
di lenticchie.

“Sole a tratti”.

Un nuovo ordine
sull’Olimpo.

VUOTO 2

Torniamo sul ring.

Il marciapiede gocciola
gli umori di una notte fa.

“Vorrei che mi dicessi queste cose
Con un filo di voce”.

Parte un destro.

La tua faccia,
un cuscino di lava.

Ti rialzi.

“Ho solo un desiderio: tornare a dieci anni fa
E non riattaccare la cornetta del tel…”.

Gancio.

Impara a parare,
altrimenti finisci
nell’angolo dell’usato.

“… ho due biglietti
per Berlino, ci riproviamo?”

Su un tappeto di ortiche
inizia la conta:
10,9,8,7….alzati!

Su di te non una scommessa.

Piuttosto a piedi
fino a Capo Nord.

ADDIO ROUTINE

Stamattina gli abitanti di Roma Nord
sono scesi in strada.

I letti, nella notte, hanno ingoiato
chiavi, bancomat e forbicine.

Non sono più possibili
i ritagli di tempo.

Per le strade si discute
se scendere nelle catacombe
o lasciare la città ai nuovi venuti.

Qualcuno, per disperazione,
si accovaccia sui rami della tangenziale
e batte i denti a tempo.

La Pasqua non sarà trionfo di trombe.
Cristo si rifiuta di morire.

Gli piace pensare che
gli uomini siano inutili.

Per cinque minuti.

Poi piega con cura il sudario
e lo abbandona
sui binari del tram Casaletto.

[Ewa Tagher, trapezista presso il circo di Lubiana (occasionalmente si occupa anche di riassettare le gabbie dei leoni e dei dromedari). Spesso viene inviata dalla famiglia Dzjwiek, proprietaria del circo, alla ricerca di curiosità esotiche e fenomeni da baraccone.]

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Intenti poetici: ho raccolto residui di cuoio, di cui si è sbarazzato il mastro calzolaio dopo aver sapientemente realizzato un paio di mocassini. I pezzetti di pellame sono bizzarri da rielaborare, sfuggono a qualsivoglia volontà di dar loro una nuova forma: ognuno ha già caratteristiche proprie. Nessuno è simile o uguale all’altro. Perciò mi sono limitata a collezionarli e a provare a dar loro un’identità. Di certo vi è che nessuno di loro ha dignità di diventare calzatura: qualcuno è uno scarto di lavorazione, un altro è un tentativo venuto male, un altro ancora semplicemente un errore. Le mie poesie sono errori di manifattura. (E.Tagher)

Ermeneutica di Giuseppe Gallo

Bastano sei componimenti a delineare il campo e i confini entro cui si aggirano i pensieri e le inquietudini della pseudo curatrice di gabbie Eva Tagher?
Penso proprio di sì. Le parole abitano un luogo che è fatto di spazio-tempo e di memoria. Le parole sono entità temporali. Nel senso che hanno un senso in quanto devastate dalla nostra presenza in esse, cioè (kantianamente parlando) sono il risultato dell’esperienza dell’Io soggettivo calato nel tempo. Non possono esistere parole se non frutto della nostra esperienza che si attua in questo tempo e in questo spazio, ovvero sono state caricate di quel senso che la nostra soggettività ha sperimentato. E che si esprime, però, rappresentando, ora e qui, le parole stesse. Le parole oggetto delle parole. La scrittura, ripete continuamente Giorgio Linguaglossa, non è un vestito o “un peplo” da indossare per ogni travestimento possibile e per illudere scenicamente i lettori o noi stessi. Il linguaggio ci abita e noi abitiamo il linguaggio. E d’altronde, “Il linguaggio- ci ricorda Agamben- deve necessariamente presupporre se stesso”. Non c’è scampo! Noi siamo intessuti delle parole delle nostre esperienze. Viviamo il linguaggio che ci fa respirare la vita e la morte.
Recitava Montale in Diario del ’72: “Non si è mai saputo se la vita/sia ciò che si vive o ciò che si muore”. Però sappiamo che senza linguaggio non possiamo accedere a nessun messaggio. Il linguaggio è lo specchio di fronte al quale “non possiamo essere o crederci altri.”
Allora, queste poesie o “errori di manifattura”, viaggiano tra due estremi. Tra la certezza iniziale della prima poesia:

“Karl Marx…sei stato eliminato”!
La classe operaia ha deciso:
preferisce bere sangue e fango.

e quella finale dell’ultimo componimento:

Poi piega con cura il sudario
e lo abbandona
sui binari del tram Casaletto.

Ewa Tagher

Questi due momenti delineano ciò che io chiamerei la “Storia di tutti i giorni”, altro titolo di una poesia del Montale del ’75. Una storia individuale e sociale. Soggettiva e oggettiva. Tra metafore e richiami della tradizione classica: il lamento “ἰώ μοί μοι”, “Chi lascia sola Medea”, “Un nuovo ordine/ sull’Olimpo”;
della cultura laica e borghese: “Karl Marx”, “la classe operaia”, “L’Opera”, “il Palazzo della Borsa”, “le comparse di Cinecittà”,“La Porta di Magda”, romanzo della Szabò;
di quella cristiana: “bere sangue e fango”, che evoca il vino e il pane dell’ultima cena, “…un mucchio di lenticchie”, quelle dell’ Esaù biblico, “La Pasqua non sarà un trionfo di trombe” o resurrezione, “Cristo si rifiuta di morire”, “Poi piega il sudario”;
e infine anche gli inserti simbolici, o simulacri, del mondo moderno: “…ho due biglietti/per Berlino”, “fino a Capo Nord”, “ha preferito l’India”, “Siddharta Guatama” e “Umami”.
Se questi sono gli elementi con i quali si è impastata questa “storia” di ordinaria follia quotidiana, da Cinecittà a Casaletto, da Roma Nord ai rami della Tangenziale, cosa si agita nelle nervature esistenziali degli abitanti della città e dei suoi quartieri, all’interno delle sue case e delle sue “catacombe”?

Il conforto della casa
una ciotola vuota.

Dove sono finiti
gli ultimi abbracci?

Polimeri,
nelle porcellane della nonna.

Ecco, pure a volerlo, non possiamo travisare, imbellettare o nascondere “le nostre piaghe”!

Torniamo sul ring.

Il marciapiede gocciola
gli umori di una notte fa.
……………………………
Parte un destro.

La tua faccia,
un cuscino di lava.

Ti rialzi.
………………………………
Gancio.

Impara a parare,
altrimenti finisci
nell’angolo dell’usato.

Il ring su cui si combattono continuamente questi round di “cinque minuti” ha un “tappeto di ortiche”.
Anche i luoghi della città sono un ring.

……………………………………….
Solo il vento,
con un calcio,
si fa carico dell’attesa.

In fondo alla strada
i ciottoli masticano
l’ultima luce del giorno.

Gli uccelli. Hanno freddo.
-Alzati o farai tardi!

Il tempo, materiale di risulta,
annerisce i denti.

Questo istante,
un rintocco osceno.

Perfino le orecchie urlano
che è troppo.

Ma tutto è un urlo! L’urlo del vento e del vuoto, l’urlo del corno, delle bocche contorte, delle parole marce; anzi l’urlo di quel “supervuoto” montaliano “duro come un sasso” o come un sampietrino di città.

Suona il corno.

Mentre contorci la bocca,
solo parole marce.

Cosa hai detto?

Eh, sì! Ecco, finalmente, l’interrogazione! Ecco la questione!
La richiesta è lecita. Leggevo in questi giorni un post di Lucio Mayoor Tosi su “L’Ombra delle parole” che metteva in evidenza la questione delle domande in poesia.

“Il punto di domanda è piuttosto raro in poesia. In poesia le domande sono sempre assertive, e non vi è dubbio che si preferisca la grazia delle risposte. Ma è altrettanto vero che gran parte del mistero – e il fascino – di tante poesie sta nell’apertura che si crea con la domanda; è in quella inguaribile sospensione che si affaccia il vuoto, quindi l’attesa…” ( L.M.Tosi, L’Ombra delle parole, 17 dic. 2019)

Eva Tagher, trapezista, volteggiando nell’aria, ha cominciato ad assaporare l’attrazione “inguaribile” della sospensione sull’orlo del vuoto…
La domanda “Cosa hai detto?” è rivolta a tutti. In primo luogo a lei stessa. Ecco dove sta il quid di ciò che chiamiamo poesia! È in questa pausa che interroga le inquietudini degli umani e l’impassibilità degli oggetti. Pausa che si scosta dagli sguardi degli spettatori del circo e attende…
Cosa? Un’immagine! Un’immagine che riporti sulla scena dell’esistenza quello altrove indicibile, imago di un deserto punteggiato da oasi noumeniche. E ciò che colpisce è che nell’attesa di questa immagine Eva Tagher non si straccia le vesti, non lacrima, non grida alla paralisi del dolore, all’innocenza perduta, all’io defraudato da se stesso. No! La sua è una pausa deprivata di suggestione lirica, di qualsiasi compiacimento eufonico e retorico. Tra le 489 parole di questi suoi componimenti ho riscontrato solo un aggettivo espressionista: “Il rintocco osceno del tempo” e poi altri tre o quattro aggettivi, ma tutti senza un cedimento al colore e alla descrizione, tipo: “ciotola vuota”, “parole marce”, “ultimi abbracci, “Un nuovo ordine…”

Ma si può fare poesia con gli scarti, con i residui del cuoio, già trinciato, del mastro calzolaio, come vorrebbe Eva Tagher?
E forse abbiamo altro? Grandi ideali? Teorie conclusive? Soluzioni finali? No! Abbiamo solo ideologie già disfatte e una comunicazione mediatica che pullula di schiume e di rifiuti. Abbiamo solo rimasugli, spazzatura e stracci, direbbe Gino Rago, ed è con questi brandelli, tarlati, urticanti e tossici, che dobbiamo confrontarci. Eva Tagher lo ha capito così bene che ne ha fatto un intento programmatico:

“ho raccolto residui di cuoio, di cui si è sbarazzato il mastro calzolaio”, “ I pezzetti di pellame sono bizzarri da rielaborare, sfuggono a qualsivoglia volontà di dar loro una nuova forma: ognuno ha già caratteristiche proprie. Nessuno è simile o uguale all’altro. Perciò mi sono limitata a collezionarli e a provare a dar loro un’identità.”

Tentativo riuscito? Non riuscito? Purtroppo lo sappiamo bene ormai tutti: quelli che tentano un balzo e un controbalzo negli spazi enfiati dei nostri tempi non possono che concludere i propri volteggi atterrando, sempre e comunque, su un “tappeto di ortiche”!

Metrica
Tutte le poesie di questa raccolta sono componimenti polistrofici. Variano da un minimo di 6 strofe ad un massimo di 13. Moltissimi sono i versi isolati e a sé stanti. Si segnalano solo 3 strofe costituite da quattro versi. Le restanti sono o di tre versi o distici. Cosa significa tutto ciò? Che Eva Tagher ha lavorato di bulino, eliminando il superfluo, liberando la propria versificazione dalle strutture omogenee e unilineari della tradizione. E non solo… ha abbandonato anche il concetto di metro quale unità di misura fissa e statica. Gli endecasillabi e i settenari sono rarissimi e quando compaiono sono senza la ritualità degli accenti, ma appaiono come sequenza prosodica rompendo la fluidità determinata dall’endecasillabo della tradizione.
Ecco qualche esempio:

“La neve ha perso due toni di bianco”
“Il tempo, materiale di risulta,”

Anche i settenari hanno lo stesso andamento:

“-Sono stata promossa?-”
“dove sono finiti…”
“Ho schegge di ricordi…”

Il metro e “la mensura” utilizzati da Eva Tagher, quindi, non fanno altro che rompere il ritmo e la rappresentazione fonosimbolica confezionando una struttura versificatoria “segmentata” e frammentaria, a immagine e somiglianza di quei residui verbali, o di cuoio, scartati dal suo calzolaio. Non vi sembra che “il pentagramma acustico e sonoro” della lirica nazionale sia definitivamente evaporato?

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