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Giorgio Caproni (1912-1990) – Poesie  – Antologia – con un Commento di Rossana Levati

bello il vuoto

Ad portam Inferi (da Versi Livornesi ne Il seme del piangere, 1952-1958)

Chi avrebbe mai pensato, allora,
di doverla incontrare
un’alba (così sola
e debole, e senza
l’appoggio di una parola)
seduta in quella stazione,
la mano sul tavolino
freddo, ad aspettare
l’ultima coincidenza
per l’ultima destinazione?

Posato il fagottino
in terra, con una cocca
del fazzoletto (di nebbia
e di vapori è piena
la sala, e vi si sfanno
i treni che vengono e vanno
senza fermarsi) asciuga
di soppiatto – in fretta
come fa la servetta
scacciata, che del servizio
nuovo ignora il padrone
e il vizio – la sola
lacrima che le sgorga
calda, e le brucia la gola.

Davanti al cappuccino
che si raffredda, Annina
di nuovo senza anello, pensa
di scrivere al suo bambino
almeno una cartolina:
“Caro, son qui: ti scrivo
per dirti…” Ma invano tenta
di ricordare: non sa
nemmeno lei, non rammenta
se è morto o se è ancora vivo,
e si confonde (la testa
le gira vuota) e intanto,
mentre le cresce il pianto
in petto, cerca
confusa nella borsetta
la matita, scordata
(s’accorge con una stretta
al cuore) con le chiavi di casa.

Vorrebbe anche al suo marito
scrivere due righe, in fretta.
Dirgli, come faceva
quando in giorni più netti
andava a Colle Salvetti,
“Attilio caro, ho lasciato
il caffè sul gas e il burro
nella credenza: compra
solo un po’ di spaghetti,
e vedi di non lavorare
troppo (non ti stancare
come al solito) e fuma
un poco meno, senza,
ti prego, approfittare
ancora della mia partenza,
chiudendo il contatore,
se esci, anche per poche ore”

Ma poi s’accorge che al dito
non ha più anello, e il cervello
di nuovo le si confonde
smarrito; e mentre
cerca invano di bere
freddo ormai il cappuccino
(la mano le trema: non riesce
con tanta gente che esce
ed entra, ad alzare il bicchiere)
ritorna col suo pensiero
(guardando il cameriere
che intanto sparecchia, serio
lasciando sul tavolino
il resto)
al suo bambino.

Almeno le venisse in mente
che quel bambino è sparito!

E’ cresciuto, ha tradito,
fugge ora rincorso
pel mondo dall’errore
e dal peccato, e morso
dal cane del suo rimorso
inutile, solo
è rimasto a nutrire,
smilzo come un usignolo,
la sua magra famiglia
(il maschio, Rina, la figlia)
con colpe da non finire.

Ma lei, anche se le si strappa
il cuore, come può ricordare,
con tutti quei cacciatori
intorno, tutta quella grappa,
i cani che a muso chino
fiutano il suo fagottino
misero, e poi da un angolo
scodinzolano e la stanno a guardare
con occhi che subito piangono?
Nemmeno sa distinguere bene,
ormai, tra marito e figliolo.
Vorrebbe piangere, cerca
sul marmo il tovagliolo
già tolto, e in terra
(vagamente la guerra
le torna in mente, e fischiare
a lungo nell’alba sente
un treno militare)
guarda fra tanto fumo
e tante bucce d’arancio
(fra tanto odore di rancio
e di pioggia) il solo
ed unico tesoro che ha potuto salvare
e che (lei non può capire)
fra i piedi di tanta gente
i cani stanno ad annusare.
“Signore, cosa devo fare”
quasi vorrebbe urlare,
come il giorno che il letto
pieno di lei, stretto
sentì il cuore svanire
in un così lungo morire.

Guarda l’orologio: è fermo.
Vorrebbe domandare
al capotreno. Vorrebbe
sapere se deve aspettare
ancora molto. Ma come

come può, lei, sentire,
mentre le resta in gola
(c’è un fumo) la parola,
ch’è proprio negli occhi dei cani
la nebbia del suo domani?

bello Ferdinando Scianna 6

Ferdinando Scianna, fotografia

Commento di Rossana Levati

Il primo Caproni propone spesso al lettore testi di dimensioni inusuali per l’epoca: testi lunghi, con un impianto colloquiale-narrativo, in anni in cui la poesia italiana è attraversata dalle prove di una lirica condensata, di stampo ermetico, che predilige le folgorazioni, le illuminazioni, la proposta di un linguaggio criptico e alto.
Tuttavia, sia ad una impressione visiva che alla prova di una lettura ad alta voce, qualcosa nel ritmo non è così apertamente esplicito, così apertamente narrativo come l’impianto apparentemente colloquiale  può far sembrare a prima vista.
Colpiscono infatti le parentesi, che spezzano il verso, che inseriscono un contro-canto a voce bassa, la rifrazione interiore del pensiero del poeta, come se la poesia scorresse su due tempi, uno esterno, dichiarato al lettore, e uno interno che scorre sui suoi binari (le parentesi appunto) nella mente dell’autore. Uguale funzione hanno i continui enjambement che prolungano il verso nel successivo ma impongono per ciò un ritmo diverso, inaspettato, quasi claudicante, con il verso che va spesso a spezzarsi e concludersi là dove non ci si aspetta. In questo ritmo così frantumato tuttavia la musicalità, quella di Caproni, di cui vale la pena ricordare gli studi di violino e di armonia musicale e la grande passione  per le opere liriche (da Mascagni a Weber), è continuamente ricercata in un gioco di rime e assonanze che prosegue regolarmente, da un verso all’altro.
“Ad portam Inferi”  fa parte della raccolta Il seme del piangere,  composta per la morte della madre Anna Picchi, e presenta i nuclei principali della poesia di Caproni; quello che Omero, agli inizi della letteratura occidentale, immagina come luogo dell’ultimo incontro tra Odisseo e la madre Anticlea, l’oscuro paese dei Cimmeri avvolto dalle nebbie, dove i morti non hanno più memoria di sé è una stazione piena di fumo e nebbia, in cui la madre è passeggera provvisoria; il tavolino freddo su cui poggia la mano, il cappuccino freddo che cerca di bere sono i segni di questo luogo di attesa; siamo fuori dal tempo, l’orologio è fermo, e nessuno può dare indicazioni sulla meta del viaggio, il capotreno non c’è o non può dare notizie, i treni “vengono e vanno senza fermarsi” e aprono e chiudono le porte vuote da cui nessuno sale o scende. I segni della non-vita  ci sono tutti: le chiavi di casa sono state scordate, l’anello del matrimonio di Anna non è più al dito, lei stessa vorrebbe ricordare ma non ricorda e nella sua mente marito e figlio si sovrappongono, né sa concludere le frasi appena iniziate sulla cartolina di saluti… Nell’inquietante e angosciosa sala d’aspetto si aggirano solo cacciatori e cani, che annusano il fagottino di Anna e riflettono nel loro sguardo liquido e triste “la nebbia del domani” che la attende: forse ultima allusione alla caccia infernale, non più violenta come quella dantesca ma mesta e dimessa, dove la preda – Anna si è già arresa da tempo. Il “cane del rimorso” ancora invece insegue il poeta che, come dice in un altro testo della raccolta, “Ultima preghiera”, vorrebbe pregare la sua anima di consegnare ad Anna-Annina un ultimo saluto, che la farebbe arrossire perché è una parola d’amore mandatale da “suo figlio, il suo fidanzato”.

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Giorgio Caproni (1912-1990), dal “suicidio di Dio” all’“antistoria”. Lettura di Marco Onofrio e un Appunto di Giorgio Linguaglossa “Il problema dello stile in Giorgio Caproni”

Roma trinità dei monti anni Sessanta

Roma trinità dei monti anni Sessanta

Commento di Marco Onofrio

Il mondo poetico di Giorgio Caproni sviluppa la capacità di tenere insieme liquidità melodica ed esattezza visiva, pathos e intellettualismo, sentimento e ragione; ed è coerente con il suo modo generale di guardare alle cose, giacché egli «è dall’inizio e resterà fino alla fine un decostruttore, sia o meno questo carattere in rapporto con una percezione del mondo come giustapposizione di fenomeni che il soggetto non sa né vuole sintetizzare, e via via frantumi, schegge» (Mengaldo). In lui convivono spinte centrifughe e centripete, e da questa dialettica emerge il tracciato vettoriale di una poetica capace di “astrazioni” assolute così come, per via agglutinante, di «appercezioni esattissime di frammenti della realtà». L’astrazione porta all’“ontologia negativa”, per comprendere la quale si ricorra – più che alle acrobazie da “Dio che gioca”, in Res amissa – alla semplice pregnanza di “Squarcio” (da Il Conte di Kevenüller):

Viltà d’ogni teorema.
Sapere cos’è il bicchiere.
Disperatamente sapere
che cosa non è il bicchiere,
(…)

La concretezza plastica in Caproni si connota spesso in senso fortemente sensuale: vuole tradurre la “quiddità” delle cose tangibili e, soprattutto, la tenera flagranza creaturale dei corpi, e dunque il calore fisico delle donne. Ma è l’olfatto il senso che prevale: Caproni è il poeta degli odori. Odori, per esempio, di rancio, rifresco, pioggia, cipria, aria, barche, pesce, notte, erbe, mare, acqua, orina, capelli, alito, sudore e, somma sintetica di ogni altro, l’«odor di vita viva» (“L’ascensore”, da Il passaggio d’Enea). Caproni ricorda, durante una conversazione in radio del 1988, l’odore di sudore – ferino e conturbante – che emanavano le ragazze di un tempo, un sudore non coperto da ipocriti profumi, segnaletico della loro calda e corporea realtà, legato alla presenza naturale del corpo.

Ma tra parole e cose si insinua una progressiva, irraggiungibile distanza. Le metropoli moderne sono scenari alienanti dove l’uomo è sacrificato sull’altare dell’individuo-massa. L’ottusità amorfa e burocratica della società consumistica spegne lo spirito man mano che acceca il potere dei nomi, ovvero la capacità di afferrare e comprendere le cose. Lo smarrimento del soggetto si esprime per delega attraverso elementi e luoghi «insieme reali e irreali» (Mengaldo). Allo stesso modo il linguaggio poetico dimagrisce vistosamente, penetrando nella musica mentale del pensiero e asciugandosi fino ai bordi dell’afasia.  Da qui emerge la radice del dialogo sui “massimi sistemi” che conduce Caproni alle contorsioni filosofiche con l’Altro, l’Infinito, la Morte, Dio, il Nulla. La “delusione” che vivere a Roma ha nel complesso rappresentato per Caproni, rispetto agli entusiasmi del primo impatto con la Città, gli fa capire che, come nota Italo Calvino, «ciò a cui il nulla si contrappone non è il tutto: è il poco», che dunque «ciò che è, è poca cosa, mentre il resto (il tutto, o quasi) è ciò che non è, che non è stato, che non sarà mai». L’assottigliarsi progressivo del segno e del senso delle cose contribuisce ad aprire lo scenario del silenzio di Dio (l’afasia delle parole che nominano il mondo), e dunque agevola l’emersione della “teologia negativa” con cui culmina il percorso umano e poetico di Caproni. La ricerca, metafisica e insieme a-teologica, si manifesta nelle istanze delle ultime opere, dove lo stile di Caproni si affila in senso lapidario e ilarotragico: Il franco cacciatore (1982), Il Conte di Kevenhüller (1986), Res amissa (postumo, 1991).

Anita Ekberg La Grande Bellezza della Poesia anni Sessanta

Anita Ekberg La Grande Bellezza della Poesia anni Sessanta

Probabilmente il disgusto per la realtà prodotto dalla deriva consumistica della società italiana risulta infine decisivo nel percorso che porta lo sguardo di Caproni ad abbracciare l’oltranza di quelli che lui chiama «luoghi non giurisdizionali» (“L’ultimo borgo”, da Il franco cacciatore), abbandonandosi ai “campi” sconfinati che proseguono lo spazio della vita, dopo i “territori” statuiti dal consorzio.

I CAMPI

«Avanti! Ancòra avanti!»
urlai.
Il vetturale
Si voltò.
«Signore,»
mi fece. «Più avanti
non ci sono che i campi.»

La verità del mondo non si esaurisce con le realtà antropizzate (di cui una metropoli rappresenta il non plus ultra), irte di regole e convenzioni riduzioniste; è anzi – nella sua parte più autentica – qualcosa di molto più complesso, che travalica ogni tentativo di semplificazione. Occorre dunque uno sguardo “aperto” e spregiudicato, capace di sbordare dai limiti assegnati, dagli schemi razionali, dalle croste dell’abitudine, trovando zone di contatto con l’ignoto invisibile attraverso prospettive inusuali. Anche quando si trova nel pieno dei «lidi cementizi», tra il grigiore degli squallidi casamenti, l’occhio di Caproni cattura allo sguardo le aperture improvvise nell’agro, cioè i luoghi estremi della forzata urbanizzazione, laddove finiscono le strade e cominciano i prati incolti.

Ora tu porta all’Agro
sgominato di maggio
questo Caffè – l’acquario
tanto tremulo, il fresco
che negli specchi ha un miraggio
inutile ai belletti
sul volto in maschera, vario
d’improntitudini. A morte
eterna, nel sanguinario
forno dei fiori, al sole
arroventato dall’erba
tu sperdilo, nel semenzario
torrido d’aria e di spazio
che urla impalato, acceso
dai papaveri. Il laccio
allora tu avrai compreso
del mio sgomento – la piena
enorme della paura
che sale, così impietrita
sale, e quanto aliena
da me atterra la vita!

[poesia del 1942, rimasta inedita]

Elsa Martinelli film di Elio Petri La decima vittima 1965

Ursula Andress film di Elio Petri La decima vittima 1965

    

È lì che riaffiora l’erba, altrove soffocata dall’asfalto. Poiché la Vita è invincibile e irriducibile, ed è comunque più forte della Storia (con le sue “maschere” infinite); anche se talvolta è la Storia che sembra momentaneamente prevalere. La Storia, infatti, è determinata dagli uomini, e gli uomini sono ospiti del pianeta e dunque, in quanto tali, soggetti alle leggi di natura. Caproni conosce bene questa verità, e la fa sua al punto di porsi come poeta dell’antistoria. Basta l’odore conturbante che emana dai vestiti di una «calorosa ragazza» a far andare in tilt la Storia, ovvero le strutture razionali che presiedono alla logificatio del mondo in “realtà”.

ODOR VESTIMENTORUM

Calorosa ragazza
che avanzi tra la verzura:
i tuoi acri rossori
son tenebra, non paura.

Sono acuta ignoranza
viva e provocatoria:
son la veemente baldanza
del sangue. L’antistoria.

Colpito in pieno dal vento
fondo del tuo vestiario,
oh il ciclista che a stento
ha attraversato il binario.

Sul tema del caldo, languido, sdilinquente «odore» che emana dalla donna, si leggano anche i primi versi de “I ricordi” (Congedo del viaggiatore cerimonioso):

Te la ricordi, di’, la Gina,
la rossona, quella
sempre in caldo, col neo
sul petto bianco, che quando
veniva ogni mattina
a portar l’acqua (eh! Il Corallo
allora non aveva ancora
tubazione) lasciava
tutto quello stordito
odore?…

film fotogramma Elio Petri Ursula Andress e Elsa Martinelli

film fotogramma Elio Petri Ursula Andress e Elsa Martinelli

La ragione non basta più, e allora spetta alla poesia il compito di allargare lo spettro delle percezioni, infilando l’acume dello sguardo negli interstizi, nell’invisibile del vuoto, nelle fessure oniriche, nell’irrealtà. La materia ha dentro di sé la scintilla di una sconosciuta intelligenza creatrice, e la natura stessa trabocca di mistero, manifesta l’«Altro che cerchiamo / con affanno» (“Il delfino”). Tutto questo produce sgomento, ma chiama la conoscenza alla sfida di una nuova, meravigliosa avventura. La condizione dell’uomo contemporaneo è quella dell’esule, ma è una condizione che, invece di prostrarlo, deve farlo più forte di questo vivere «senza centro»: «L’uomo» ‒ così dichiara Caproni nell’intervista concessa ad Aurelio Andreoli per «Il Secolo XIX» poco prima di morire ‒ è ormai «privo delle speranze trascendenti» e «richiamato alle proprie responsabilità in terra»; ma proprio per questo «è soprattutto un uomo libero». Nell’“Inserto” in prosa posto dopo le prime sedici poesie de Il franco cacciatore, Caproni mette a fuoco con precisione chirurgica l’esito di questa sua sofferta ricerca sui limiti metafisici della realtà che compete all’uomo:

«Vi sono casi in cui accettare la solitudine può significare attingere Dio. Ma v’è una stoica accettazione più nobile ancora: la solitudine senza Dio. Irrespirabile per i più. Dura e incolore come un quarzo. Nera e trasparente (e tagliente) come l’ossidiana. L’allegria ch’essa può dare è indicibile. È l’adito – troncata netta ogni speranza – a tutte le libertà possibili. Compresa quella (la serpe che si morde la coda) di credere in Dio, pur sapendo – definitivamente – che Dio non c’è e non esiste».

L’esito della dispersione a-centrica non è una cupa disperazione ma, paradossalmente, l’ebbrezza illimitata della libertà, il potere del possibile creativo.

giorgio caproni, foto di Dino Ignani

giorgio caproni, foto di Dino Ignani

Poesie di Giorgio Caproni

L’OCCASIONE

L’occasione era bella.
Volli sparare anch’io.
Puntai in alto. Una stella
o l’occhio (il gelo) di Dio?

BENEVOLA CONGETTURA

Non mi ha risposto.
Gli ho scritto tante volte.
Non mi ha mai risposto.
Io credo che sia morto. Non penso
che si tenga nascosto.

BIGLIETTO
LASCIATO PRIMA DI NON ANDAR VIA

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.

Il mio viaggiare
È stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

COROLLARIO

Leone o Drago che sia,
il fatto poco importa.
La Storia è testimonianza morta.
E vale quanto una fantasia.

.
SAGGIA APOSTROFE
A TUTTI I CACCIANTI

Fermi! Tanto
non farete mai centro.

La Bestia che cercate voi,
voi ci siete dentro.

.
ALL’OMBRA DI FREUD

1.

Verità inconcussa.
La riva vulvare: la porta
cui, chi n’è uscito una volta,
poi in perpetuo bussa.

.

ALZANDO GLI OCCHI

In aria tutto un brulichio
di punti neri…
Uccelli?
Lettere stracciate?

O – forse –
soltanto dispersi brandelli
(gli ultimi) di Dio?…
*

Non c’è il Tutto.
Non c’è il Nulla. C’è
soltanto il non c’è.

CONFIDENZA

Ecco a cosa penso.
Al senso della ragione.
Al senso della dissoluzione.
Al senso del non senso.

SENZA TITOLO

Pensiero triste:
la Storia non esiste? …

Alberto Moravia scrittore dell'esistenzialismo

Alberto Moravia scrittore dell’esistenzialismo

Giorgio Linguaglossa: Il problema dello stile in Giorgio Caproni

Il problema dello stile del tardo Caproni di Il franco cacciatore (1982), Il Conte di Kevenhüller (1986) e Res amissa (1991), va inquadrato nella problematica via di uscita dalle secche degli stili del tardo Novecento. Giorgio Caproni, della generazione degli anni Venti, si trova improvvisamente, nel breve giro di due decenni, gli anni Settanta e Ottanta, impaniato nella necessità di rinnovare il suo stile e nella difficoltà di uscire dallo schema stilistico  che aveva maturato nel corso di una intera vita di poesia. Nell’ultimo Caproni è vivissimo il segnale di una «maniera» che tende a sostituirsi allo stile maturo per tentare di decostruirlo, quella «maniera [che] registra un inverso processo di disappropriazione e di inappartenenza. È come se il poeta vecchio, che ha trovato il suo stile e, in esso, ha raggiunto la perfezione, ora lo dimettesse per accampare la singolare pretesa di caratterizzarsi unicamente attraverso un’improprietà. […] Così, in storia dell’arte, il manierismo “presuppone la conoscenza di uno stile cui si crede di aderire e che invece si cerca inconsciamente di evitare” (Pinder)1

La speciale secondarietà dello stile del tardo Caproni rivela qui il suo carattere non transitivo perché tende a bloccare l’elemento prosodico prosastico entro la chiusura di uno schema metrico fisso facendo con ciò scoccare sì scintille ed attriti ma anche rilevare l’impossibilità dell’elemento frastico a rompere gli schemi rigidi dei rondò e delle canzonette cantarellanti che vorrebbero sminuire e dimidiare lo stile maturo acquisito. Si tratta di un blocco dello stile entro uno schema chiuso. È qui, a mio avviso, il momento di stallo della poesia del tardo Caproni, la sua non completa emancipazione dal suo precedente stile e il suo mancato approdo ad una poesia compiutamente post-modernistica che verrà, quando verrà alla luce una nuova generazione di poeti libera dal pondus della tradizione metrica neoermetica e metterà in bacheca nuove tematiche e nuovi oggetti, penso a quei poeti che nasceranno negli anni Quaranta che avranno davanti un mondo che si era già liberato della tradizione neoermetica e guardavano allo sperimentalismo come ad un fatto del passato remoto, ad un fenomeno che faceva ormai parte della storia letteraria.

 1 Giorgio Agamben in Giorgio Caproni Tutte le poesie Garzanti 1999 pag. 1023

Marco Onofrio legge emporium 2012

Marco Onofrio legge emporium 2012

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Ha pubblicato 21 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (Sovera, 2002), Autologia (Sovera, 2005), D’istruzioni (Sovera, 2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (Lepisma, 2013) Ai bordi di un quadrato senza lati (Marco Saya, 2015). La sua produzione letteraria è stata oggetto di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). Nel 1995 si è laureato, con lode, in Lettere moderne all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

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