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Salvatore Martino (1940) AUTOANTOLOGIA DI POESIA E RACCONTO DEL PROPRIO PERCORSO DI POESIA DAGLI ANNI SESSANTA AD OGGI – POESIE SCELTE – Relazione tenuta al Laboratorio di poesia de L’Ombra delle Parole del 30 marzo 2017

Laboratorio 30 marzo Platea_2

Laboratorio di poesia del 30 marzo 2017 Libreria L’Altracittà, Roma

 

Salvatore Martino è nato a Cammarata, nel cuore più segreto della Sicilia, il 16 gennaio del 1940. Attore e regista, vive in campagna nei pressi di Roma. Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra(1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009), La metamorfosi del buio (2012). Ha ottenuto i premi Ragusa, Pisa, Città di Arsita, Gaetano Salveti, Città di Adelfia, il premio della Giuria al Città di Penne e all’Alfonso Gatto, i premi Montale e Sikania per la poesia inedita. Nel 1980 gli è stato conferito il Davide di Michelangelo, nel 2000 il premio internazionale Ultimo Novecento- Pisa nel Mondo per la sezione Teatro e Poesia, nel 2005 il Premio della Presidenza del Consiglio. Nel 2014 esce con Progetto Cultura di Roma, in un unico libro, la sua produzione poetica, Cinquantanni di poesia. È direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura Belmondo. Dal 2002 al 2010  con la direzione di Sergio Campailla , insieme a Fabio Pierangeli ha tenuto un laboratorio di scrittura  creativa poetica presso l’Università Roma Tre, e nel 2008, un Master presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Testata politticoSalvatore Martino

Eros e il Mito, i viaggi i labirinti

Quando alcuni giorni fa Linguaglossa mi ha raggiunto telefonicamente invitandomi a parlare nel Laboratorio di poesia de l’Ombra delle Parole intorno alla mia poesia sono stato preso da una sorta di smarrimento.
In quasi sessanta anni di dedizione al discorso poetico mai mi sono trovato a parlare in prima persona del mio mondo raccontato in versi.
Ma non ho avuto scampo ed eccomi qua a camminare con voi questo lungo viadotto, intriso di scorie e trabocchetti, abissi e cancellazioni a volte persino di felicità.
Sono nato nel cuore più segreto della Sicilia, la terra degli avi di mio padre, a mezza strada tra Palermo e Agrigento. Adolescente ho vissuto in Toscana la terra degli avi di mia madre, e credo che queste coordinate abbiano contribuito a plasmare il mio carattere,a dare una dimensione alla mia creatività. Due avvenimenti hanno avuto una influenza decisiva nella costruzione dell’edificio dove sono andato ad abitare: lo studio della medicina all’Università per cinque anni, e il suo abbandono letteralmente rapito dal teatro.
Nel 1963 a Palermo per il servizio militare di leva. E qui un’altra svolta importante. Avevo già prodotto un certo numero di testi poetici, ma in questo lembo del mio sud compresi e per sempre che una cosa è scrivere versi, altra cosa essere poeta, voler essere poeta, vivere da poeta.

Adolescente sono stato un lettore disperatamente onnivoro, sotto la guida di Luciano Bianciardi allora direttore della Biblioteca Chelliana ubicata al piano terra del mio liceo classico a Grosseto.
Più che i poeti erano i romanzieri ad affascinarmi: i grandi russi, gli inglesi Conrad e Wilde su tutti, i francesi dell”800 e Proust, e naturalmente gli adorati Melville e Poe. Buzzati, Gadda, Berto e Pavese fra gli italiani. Quando la poesia mi invase totalmente i miei innamoramenti andarono ai poeti di lingua spagnola, anche perché potevo leggerli nel testo originale, come del resto i francesi.
Jimenez e Machado, Lorca, Guillen, Aleixandre, Darìo, e naturalmente Baudelaire e Rimbaud, per citare solo quelli più volte visitati. Degli italiani del novecento non molto, qualche cosa di Ungaretti, il primo Montale, Cattafi, Dino Campana. Naturalmente i maestri dei maestri Cavalcanti, Dante, Petrarca, Leopardi.
Sono di quel periodo Venti pezzi facili e Ricordi da Palermo dove tentavo di trasfigurare in musica esperienze di vita, il colloquio con la mia terra, l’eros che avrebbe accompagnato tutta la stesura del viaggio poetico.

Nei primi anni sessanta feci parte dell’Avanguardia storica romana che in teatro tentava di dare un nuovo indirizzo alle vicende del palcoscenico. Fu Giordano Falzoni che mi fece conoscere i poeti del Gruppo 63. Devo confessare che non mi interessarono affatto, solo Sanguineti in qualche modo, al quale riconoscevo una straordinaria intelligenza, e una ricchezza linguistica assoluta.
In quegli anni conobbi Bianca Garufi, da poco tempo psicanalista junghiana. Era stata la donna di Cesare Pavese col quale aveva scritto a quattro mani il romanzo Fuoco Grande. Con lei mi addentrai nello studio della psicologia analitica, cardine fondamentale per la mia scrittura, e conobbi il grande Bernard, che mi iniziò ai misteri del profondo.
Nel 1966 conobbi Corrado Cagli che mi introdusse nel pantheon della scena romana: Afro, Mirko, Guttuso, De Chirico, Vespignani, ma anche letterati come Emilio Villa e Pier Paolo Pasolini. Frequentazioni intense di amicizia che segnarono spiritualmente e intellellualmente la mia formazione. E poi due grandi personaggi Giorgio Amendola e Antonello Trombadori, che rafforzarono la mia fede nel comunismo, e mi introdussero alla vita pratica del partito. Sul palcoscenico ho dato più volte il mio contributo nelle Feste dell’Unità. 
A metà degli anni sessanta come in un prezioso ritrovamento altri due incontri decisivi: Ezra Pound e T.S.Eliot. Cambiò totalmente il mio modo di fare poesia. Si materializzarono due poemi: Attraverso l’Assiria e La fondazione di Ninive. Il primo nasceva di getto in un’estate di delirio, nella quale non facevo che ascoltare ossessivamente Tristan und Isolde. Ninive ebbe invece una lunghissima gestazione, undici ani, dilatandosi ed essiccandosi alternativamente. Sottoponevo molto spesso i miei risultati di revisione a Ruggero Jacobbi e a Libero de Libero, ricevendone stroncature o incoraggiamenti. Lo stesso Jacobbi nella introduzione al volume avrebbe scritto: …..Martino ha percorso questo itinerario rischioso, talora spaventoso, per giungere a un riscatto che egli stesso ha propiziato in anni e anni di adulta e coscientissima ricerca di linguaggio, in modi di verso e di prosa che non somigliano a niente di oggi……

Laboratorio 30 marzo Rago Sagredo Martino

Laboratorio di poesia del 30 marzo 2017 Libreria L’Altracittà, Roma da sx Salvatore Martino, Antonio Sagredo e Gino Rago

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Ispirazione e immaginazione sentimento e magma, filo rosso col mondo più sotterraneo, una scrittura talvolta quasi automatica alla aniera dei surrealisti, queste credo furono le vie che intrapresi. Al vers libre preferii la cadenza non ritmata. Cercavo sempre anche in un ipermetro una certa musica , che verificavo con la lettura ad alta voce. Devo ammettere che già allora non avevo interesse per la poesia che si andava materializzando in Italia. Leggevo, conoscevo, ma nella totale indifferenza. In questi due libri cominciarono a delinearsi le tematiche,che mi avrebbero accompagnato nell’arco di oltre cinquanta anni : il rapporto dell’Io con se stesso, la maschera (persona) , l’archetipo dello specchio, il colloquio con l’Altro, il viaggio reale e quello sognato, l’ambiguità dell’essere e delle parole, Eros nella sua duplice natura, principio di relazione proprio alla vita, o progenie della notte, fratello della morte, incapace di salvarci da essa, e i sogni (oneiroi), che sia Omero che la mitologia orfica collocano nel regno di Ade. Tutto sotto la freccia apollinea, l’ebbrezza dionisiaca, il fuoco della conoscenza, il freddo del bisturi nell’indagine razionale. 

E nel guscio più ripido il dissidio mai sanato di essere a un tempo viandante e cavaliere e contadino legato al mio segno di terra, dentro una sorta di misticismo non trascendente , che anela al superamento dell’effimero, della fragilità. Certamente mi hanno aiutato, forse condizionato le mie frequentazioni: Bianca garufi, Bernard, J. Hilmann, le letture appasionate di Jung e di Kerenji.
Ricordo una sera a casa di Bianca appunto…c’erano alcuni mebri dell’AIPA Aldo Carotenuto e Paola Donfrancesco tra gli altri, ospite d’eccezione James Hilmann. Si parlò ovviamente di anima, di sogni, di mito, ma soprattutto di arte e della sua importanza nella psicologia del profondo. A un certo punto Hilmann quasi concludendo apoditticamente : ma a che serve l’arte, la poesia se non dà emozione.

Fu a metà degli anni ’80 che incontrai più volte Ghiannis Ritsos nella sua casa al 39 di Michail Koraca ad Atene. Avevo portato sulla scena per la prima volta in Europa il suo Oreste, anni dopo avrei recitato all’Eliseo un testo da me composto sulle sue poesie: Uomini e paesaggi. Furono davvero incontri incancellabili, forse i più emozionanti della mia vita. Parlavamo di tutto, in francese, del suo confino e dei colonnelli, degli antichi eroi e filosofi, della sua poesia, che mai lo aveva abbandonato. Potrei restare qui a discorrere con voi in un tempo dilatato tanti erano gli avvenimenti, i pensieri che scorrevano nei lunghi pomeriggi e talvolta anche al mattino. Mi mostrò alcune foto che lo ritraevano a bordo di una automobile scoperta, mentre attraversava le strade di Atene in mezzo ad una folla entusiasta che cercava di toccarlo mentre passava: erano i festeggiamenti del suo settantacinquesimo compleanno.Nel nostro ultimo incontro salutandomi mi consegnò tre sassi levigati dal mare sopra ai quali egli stesso aveva disegnato con inchiostro di china facce di antichi dei ed eroi. Li ho conservati quasi religiose reliquie. Lasciandoci sull’uscio faticavo a trattenere le lacrime, e mi accorsi che anche lui piangeva, e ci trovammo stretti in un indimenticabile abbraccio.

Nel ventennio dall’80 alla fine del secolo scorso si delinea nella mia scrittura una pentalogia miticometafisica, come la definisce Donato di Stasi, la terza fase del mio cammino.

Commemorazione dei vivi- Avanzare di ritorno- La tredicesima fatica- Il guardiano dei cobra- Le città possedute dalla luna.
Qui il mito diventa decisamente più ctonio, infarcito di Ybris: Odisseo e i suoi viaggi nel mondo supero e in quello infero, Eracle e Deianira, Giobbe e ol suo confronto con Jahvé , Ermes e le sue molteplici facce, il Minotauro nel suo labirinto metropolitano, Edipo cieco ad Eleusi come nelle nostre città. Il reperto mitologico come modello del quotidiano , del dettato storico. A proposito della storia in questi cinque volumi compaiono personaggi che la storia stessa hanno segnato. E la vicenda personale tende, almeno nelle mie intenzioni, a divenire cammino anche per gli altri.
Così l’individuo mitico-metafisico sceglie il salto nel vuoto, il rischio esistenziale, il dèmone della poesia. Viaggi verso culture lontane alimentano non solo paesaggi sconvolgenti, ma anche il contatto con civiltà in apparenza lontane, chiamate a descrivere le loro mitologie, le loro vicende di lotta e di sopravvivenza.
Dopo i primi moduli espressionistici, dal delirio linguistico poundiano , iperletterario e
intellettualistico, dagli accenti epici e dagli erratici momenti in versi e in prosa, si entra nell’ultima fase del mio cammino poetico: la trilogia del Nichilismo Libro della cancellazione- Nella prigione azzurra del sonetto- La metamorfosi del buio. Non so quanto abbia influito la lettura di Nietzche, segnatamente Il crepuscolo degli idoli de Al di là del bene e del male.

In Libro della cancellazione l’incontro con Ade , colui che è presente ma non c’è perché polvere, diventa pressante. Fino ad allora avevo in qualche modo pensato che la memoria fosse il solo esercizio da seguire, qui invece diventa chiaro che l’unica operazione consentita è l’oblio.
Paradosssalmente, lo stile è sempre più scivolato verso la chiarezza, le azioni, le persone, i paesaggi, gli stessi sentimenti più limpidamente oscuri. C’è un ritorno più concreto verso l’autoritratto alla maniera dei pittori del quattro-cinquecento, e c’è a partire da questa stagione un coraggio abissale di guardare in faccia il Nulla con una violenta volontà iconoclastica, contro le strutture di una società, che mi appare estranea. La corporeità diventa protagonista in questi tre libri, volutamente narrativi, dove ho cercato di trasferire tutto il mio pathos, che in parte mi deriva dalla poiesis greca corale e monodica.

Avevo scritto alcuni sonetti alla fine del secolo scorso e successivamente in Cancellazione, e nei primi anni Duemila sono caduto in una folle impresa alla don Chisciotte, folle e apparentemente senza uscita. 122 sonetti rimati tutti alla stessa maniera ABBA ABBA CDE EDC. Declinavo all’inizio de La prigione azzurra i nomi dei maestri ai quali ero debitore : Cavalcanti e Petrarca, Shakespeare e Borges. Non so io stesso come mi sia avventurato in questo labirinto di perfetta geometria. Certo il labirinto è stata una costante nella mia scrittura, anche se spesso ho pensato che abbiamo smarrito filo e Arianna e vittime e spada, forse abbiamo smarrito il labirinto stesso. Lungo tutti gli anni di gestazione, soprattutto passeggiando col mio Totò nel locus amoenus dove ancora vivo, ho pensato, parlato a voce alta in endecasillabi rimati, come sorgessero già confezionati nel mio mondo infero, in un colloquio con quegli dei che conoscevo quasi che essi trasmettessero in forma non cifrata , messaggi al mio dàimon. Certo il labor limae poi era spietato, perché in una simile struttura chiusa si corre il rischio di usare terminologie desuete, o di cadere nel ciarpame passatistico. Fu come raccontare ad uno sconosciuto la mia vita in versi, ma anche una feroce scommessa contro tutto quello che viene prodotto in Italia, cercando di mostrare come si possa scrivere in una forma vecchia di sette secoli con parole di oggi, con tematiche di sempre, da una Meditatio mortis a una Meditatio erotiké.

Dopo la reclusione azzurra maturata nell’endecasillabo discesi ancora di più nell’abisso, condotto per mano dagli oscuri disegni delle malattie, che mi trascinarono lungo il filo che delimitava il baratro. Ma sono risalito anche da quelle voragini.
Forse il segno più vibrante de “ La metamorfosi del buio”si avvolge intorno alla solitudine, alla ricerca di custodirla e di sconfiggerla. Ma non volli risparmiare niente, tutti i movimenti tematici ritornano con una luce ancora più ctonia, perché la discesa agli inferi non è soltanto quella individuale, ma quella nell’inconsco collettivo. Ma forse dietro al suo scenario di solitudine, c’è qualcosa di più angosciante dell’angoscia stessa. Anche stilisticamente si passa da una forma liricheggiante, a quella epica, a quella narrativa, il viaggio e i viaggi hanno una connotazione più grigia, l’eros è soltanto ricordo ma non rimpianto, il pensiero filosofico si insinua nella disputa scacchistica tra il Nulla e il suo Doppio.

Ai Maestri , ai compagni di teatro, agli amici ho dedicato l’ultimo mio libro edito: Incontri Ricordi Confessioni. Voci, volti, corpi, pensieri incontrati sul mio cammino e che hanno profondamente inciso nella mia vita.
Dopo la pubblicazione di Cinquantanni di poesia (2014) pensavo di aver esaurito il mio compito, di non dover scrivere più: il dàimon è stato di avviso diverso e mi ha imposto di continuare la mia avventura poetica.
Come work in progress sta vivendo tra le mie mani Manoscritto trovato nella sabbia un viaggio sempre più nell’Ade, nascosto nella sua invisibile pienezza, con Eros e Thanatos, al mio fianco, sulla barca del fiume azzurro che avanza verso Anubi.

Salvatore Martino

Autoantologia

Da La fondazione di Ninive 1965-1976

Questa notte mi hanno visitato le formiche
Hanno preso le mani
imbavagliati i piedi
stretto d’assedio il letto
Che sia solo la stanza a respirare?
Il resto giace Inerte
tenuto insieme da robusti negri
il lago infame e la memoria
Estraneo alla vicenda
il viaggiatore ride
acquattato nell’angolo
E aspetta
Che tutto si cancelli?!
Divorato nel sangue
Una brezza invadente increspa l’aria
Ci sono stati morbidi passi nella scala
parole sussurrate incantamenti e riti
una musica dolce sulla soglia
Il viaggiatore infìdo arriva dritto dall’Ade
Ma non ci paralizza l’ignoto grido
o l’avvicinarsi del branco
né il richiamo ingannevole col nome
L’occhio dentro l’occhio
avvitato dalla morsa che sai e non conosci
e decifri il mandante l’involucro lo scopo
Mi hanno visitato questa notte
gente partita da lontano emersa in superficie
attraverso i rigori dell’inverno
e navigando cristalline montagne
prati innevati e case crocefissi e paludi
adesso è qui
Olio sopra la fronte l’orecchio e il labbro

Da Il guardiano dei Cobra 1986-1992

Mi trovavo nel sogno in una barca con il mio fratello
e Guardiano C’erano anche dei compagni e un marinaio
Doveva essere un braccio di mare grigio e calmissimo del
nord simile a un lago senza sponde Io chiedevo notizie
sulla rotta ai compagni e al giovane nocchiero e il motivo
della fuga perché di fuga si trattava Ma non ottenevo
risposta Erano tutti morti E non provavo angoscia né
dolore solo un acuto senso di vertigine e vergogna per
loro che non avevano avuto la disperazione di resistere
Il mare cominciava a farsi denso Al posto dell’acqua mi
sembrava ci fosse un liquido vischioso una specie di olio
In preda a una violenta eccitazione presi a scuotere il
Guardiano sdraiato al mio fianco perché temevo che
quest’altro incidente potesse rallentare il precario avanzare
della barca Una caligine lattescente era caduta senza
bussola sarebbe stato impossibile orientarsi Ma quello
non rispose girò mostruosamente sul fianco rotolandomi
addosso all’infinito La sua faccia penentrava la mia
le braccia le cosce il suo sorriso m’invadevano il corpo in
una indescrivibile euforia e incominciai a cantare a voce
altissima a ridere a sognare e non ci fu più fuga né barca
né compagni soltanto e sconfinata una distesa bianca

Da Le città possedute dalla luna 1992-1998

El mundo perdido La foresta le pietre
nell’orizzonte fermo di Tikál

I
La morte interamente ti possiede
incantata dalle tue parole
dal fiore bianchissimo dei corpi
Si sono rintanati nella selva i miei serpenti
indistinto brusio la loro voce
le scimmie urlatrici invocano la pioggia
a lavare la febbre i desideri
Nel perimetro verde
in dolce precipizio a primavera
nel dominio uniforme delle piante
e per timone una barra di velluto
un colloquio strisciante di formiche
per vela un sentiero diroccato
un possibile agguato
da te dagli altri teso
dai minuscoli eventi che c’illudono
e inseguire dovunque
l’introvabile volo del quetzάl
l’uccello incredibile di piume
promesse ai sacerdoti
e accetta la morte non la cattività

II
Orfani senza voce
messaggeri del verbo
che lacera la morte
indagatori traditi dell’Oscuro
sopra la piattaforma
del Gran Tempio Piramide
di nuvole forse diviniamo
del domestico rito
costruzione perfetta dell’inutile
Guidarono i Poeti questa terra
testimoniando gli inferi e la luce
la freccia scoccata nel delirio
verso l’addome e il cuore
centro del movimento verso il labbro
perché immortali fossero i responsi
iniziatico dono nella veglia
Verde ancora la selva
gli alberi spalancano le braccia
tessono fili di saliva dove gli insetti
annegano e i rettili possono tremare
Un sacro terrore
su queste grigie pietre si respira
tracce visibili
quegli uomini stamparono
un ispirato codice di astri
I poeti osservano la morte
ne contano i sussurri gli abbandoni
i rami incoerenti della vita
le vertebre corrose dal nemico
testardo passeggero
antico testimone di battaglie
che ci dorme accanto
vigilando nel cavo del torace
lo sgomento la pena
I corpi bruceranno
interamente i fiati nell’attesa
tutte le formiche della terra
diventeranno un vuoto agglomerato
l’equilibrio invocato
tra il Nonessere e il Tempo
coinvolgerà fuggitivi e soldati
saremo
tutti
sacerdoti votati allo sterminio
Avranno occhi perforati
il coyote e l’iguana
gli uccelli tutti e sono migratori
e invadono gli stagni
prima di soggiacere all’acqua
lasceranno un sospetto
del loro transitare?
Avremo occhi perforati
un ghigno per sorriso
costretti ad inseguire
come insonne Giaguaro la sua preda
scivolato Serpente tra le dita
lasceremo un sospetto
del nostro transitare?
Presagi ingannevoli
in questo autunno della vita
si concretizza limpido il bersaglio
fiore bianchissimo sul corpo
invocata carezza
interamente tutti ci possiede

Da Libro della cancellazione 1996-2004

Il giardino dei sentieri che si biforcano

Mi ritirai nel giardino
a scrivere poesia
per consegnare agli altri un labirinto
una mappa divorata dal tempo
che conducesse in un secondo altrove
Un giardino pensato all’italiana
un gioco di armonia
immagine speculare della vita
Mi ritirai a scrivere a poesia
ritornando bambino
in un sogno da un altro già sognato
Perché la fine del viaggio è ritornare
al punto esatto da dove sei partito
e saranno le rughe del tuo volto
la carta del disegno iniziale
a segnalare il punto dell’arrivo
la fanciulla che attende sulla porta

E tu sai come incidere la sabbia

Tornato da una riva
più desolata di un colloquio
che a nulla rassomiglia
non al sesso spietato
né all’amore
una felicità c’invade
dolente come il mare
quell’abissale liquido materno
dove tutti invochiamo di restare

La memoria e l’oblio

Aveva sempre pensato
che fosse la memoria
il solo esercizio da seguire
ma svegliandosi una mattina
quasi prima dell’alba
comprese
e per sempre
che l’unico esercizio consentito
era l’oblio

Inno a Hermes

Non si apriranno strade
non correremo verso la paura
non ci saranno vele per l’approdo
Incontreremo Hermes
aggrappato ad una finta stele
nella mano una coppa avvelenata
per transitare il fiume
Signore degli inganni
ladro al banchetto degli dei
fanciullo tessitore di astuti giochi
infantili nequizie
reggitore di fiaccole
che accendono il cammino
delle anime in fuga
spiana le rughe dalla fronte
scendi ad evocare
la gioia mai dimenticata
pronuncialo il nome
che non mi corrisponde
aiutami ad accettare la mia sorte
in attesa di averti come guida
nel viaggio che faremo
quello senza ritorno
ma non per questo freddo
ostile
forse più temuto

Le candele della notte si sono consumate

Sopra le balze di tufo
Machu Picchu domestico
che forse mi appartiene
il verde dilaga a primavera
il raffinato canto degli uccelli
Qui persino il vento
assume un andamento circolare
In questo paradiso ricercato
come un lontano appuntamento
dovrebbe sorridermi la vita
l’ansia distendersi sul volto
Incubi invece i miei pensieri
s’insinuano tra i muri
come morti giganti
Si fermano talvolta sulle soglie
sugli stipiti sbattono la fronte
agitando le chiavi
Dormono al mio fianco
affondano la testa sui cuscini
respirando a bocca spalancata
Usano il bagno schiuma
le mie saponette profumate
si radono la barba nello specchio
sussurrano parole
alitano vendette sulle spalle
s’infilano persino le mie scarpe
Attraccati alla sedia
guardano con sospetto
la macchina da scrivere
e questa d’improvviso
incomincia a battere da sola
Frugano la dispensa
negli armadi
senza testa né piedi
i vestiti passeggiano da soli
come svuotati di pensieri
Invece sono là questi nemici
spiaccicati negli angoli
aspettano pazienti
un passo falso
un alibi una resa
come tentacoli di seta
protendono le braccia
e la domanda accesa
dentro l’occhio cavo
mi arriva dentro l’occhio
sempre la stessa
e non avrà risposta
Sono divenuti familiari
complici di scalate nell’abisso
L’orologio commenta questo imbuto
dove qualche volta c’infiliamo
per addestrarci a non sentire
il rumore ostinato del silenzio
Li vedo sparire nella doccia
ma l’acqua non bagna i loro corpi
non raggiunge la bocca
non diviene fontana
sembra che trascini i loro piedi
come un fiume infernale senza uscita
simile a quelli nella piana di Olimpia
un’estate lontana
nel clamore di un’assurda vittoria
purificammo il corpo nell’Alfeo
prima di naufragare nel profondo

Libro della cancellazione

Mi chiedo a volte
quando dal fiume salgono i vapori
e il paesaggio assume
i colori tonali del risveglio
mi chiedo a volte
dove si disperde il sentiero fissato
se il carcere ossessivo
del piacere dell’armonia del bello
possa esorcizzare
quest’aggrumo di segni
quest’abitare dentro la ferita
Chi siamo mi domando?
Quale fato ci guida?
Diventano risposte le domande
senza mai esserlo
che importa?
Forse siamo quel fuoco immaginario
la montagna coperta di ghiacciai
la scala dimenticata contro l’albero
la tormenta e la luna
Siamo i depositari dell’assurdo
il viandante emerso dalle crete
il vuoto di un addio
la sabbia che purifica i peccati
il faro intravisto di lontano
Siamo l’acqua del fiume dei dannati
la cronaca infinita delle lotte
l’arbitrio e la dimenticanza
siamo l’isola ormai disabitata
siamo la strada alata
la cancellazione

Da Nella prigione azzurra del sonetto (2002-2009)

VI
Scivola inerte il piombo nella sera
sopra la carta incisa dalla voce
se la sentenza è solamente atroce
il colloquio di un uomo che dispera
se sfuggire non è che una chimera
la condanna diventa più feroce
l’inganno fu scoperta assai precoce
apparsa sullo schermo veritiera
Quest’inverno incantato che declina
e una scala sull’albero appoggiata
un tradimento intriso di carezze
vanamente una strada d’incertezze
è corenice dal tempo scardinata
nel mare di papaveri in rovina

LIV
Un gabbiano trovai sopra il suo mare
poche miglia distante dalla riva
un ferro l’incagliava e lui soffriva
a un pontile per farsi medicare
I marinai lo sentono tremare
dalla sua bocca il sangue fuoriusciva
nella febbre violenta che saliva
sulla pietra si lascia abbandonare
Ma tornò d’improvviso nel suo cielo
l’oceano era approdo senza fine
nell’illusione d’essere immortale
Non sa che niente al mondo può restare
soltano l’acqua è terra al suo confine
che tramontiamo liberi davvero

XCI
Il tempo che a noi due fu destinato
di viverla morendo una passione
è stato solamente una finzione
un attimo di pietra immortalato
Incontro al tuo delirio ho respirato
ricercando nel nome un’iscrizione
che fermasse un istante l’emozione
la musica fuggita dal tuo fiato
E’ stato così lieve il nostro andare
e così atroce la dimenticanza
la stagione crudele del ricordo
Nella musica suona un solo accordo
l’incanto ha demolito la speranza
nel letto che ha paura di tremare

Da La metamorfosi del buio 2006-2012

L’ospedale non chiude a mezzanotte

Se arrivo a dominare il mio pensiero
da questo letto di monitor e di tubi
mentre numeri verdi segnalano
la pressione arteriosa i battiti del cuore
Dal braccio e dalla mano
ti nutrono e dissanguano
il pentagramma delle medicine
normalizza il ritmo impazzito
fibrillazione atriale coronarie ostruite
Percorreva stanotte l’ambulanza
il Grande Raccordo che assedia la città
la sirena barattava la corsa per un arrivo
quasi era l’alba sopra l’ospedale
circondato dal vuoto
e dalla invincibile speranza
nel criminale giogo dell’attesa
Le macchine indagano
la tua sopravvivenza
stillano responsi
che non puoi contraddire
pronunciano sentenze
la rivincita dell’inorganico
e azzurra e accecante
non abbandona la stanza
persino nella notte
sorveglia il sonno che non viene
a trascinare il corpo dentro i sogni
Ti affascina il contagio col margine
da dove contemplare l’abisso
e ti vedi aggrappato
e dita e braccia e piedi e cervello
a chiodi e rampini fissati alle pareti
magari nel ghiaccio piuttosto che la pietra
È un descensus oppure una scalata?
E disperi sia un liquido
un vortice che affascina e sconvolge
Voce del mio dominio disegnami
nel famelico antro della porta
il casale in collina di querce e di roseti
e gli olmi che s’attardano di uccelli
e il giallo e il rosso il bianco
il violetto dei fiori
e da questo balcone circolare
l’occhio si contamina dei colori del bosco
e in cerchio descrive l’orizzonte
Voce del mio dominio lasciami
volver a mi perro a mi casa a mi jardin
al ragazzo di Tangeri che aspetta
quasi tu potessi più facilmente
decifrare la mia preghiera
nell’idioma spagnolo
che a volte più mi corrisponde

Notturno dell’inquietudine

Questa sera
che l’abbandono corrisponde al tempo
si consultano i segni di un cammino
bruciato tra sospetti e finzione
questa sera
disceso al ventre dell’inutile
nel giogo effimero della rinuncia
in questo sogno di nonesistenza
un’ambigua follia
affascina il giardino
intonano gli uccelli
un mistico richiamo
le creature del giorno
hanno ceduto al soffio della notte
agli artigli dell’oscurità
Perché non divulgare le tenebre
e cancellare dalla mente il sole?
………………………… e la vita?

Nella lucidità intollerabile dell’insonnia

Il grido inconsolabile di un uccello
lo riportò nel fango dell’irrealtà
era un’alba livida e sorridente
in quella sospensione che precede la luce
Comprese di essersi addormentato
in un cerchio senza rispondenze
un labirinto ottagonale
di sabbia e di parole
una metafora della coscienza
comprese e per la prima volta
che sarebbe stato uno dei tanti
segnalato da un numero
accecato dall’indifferenza
e il sogno non avrebbe avuto fine
Fu allora che in un accesso d’ansia
decise di porre fine a questo sogno
perché non ci fosse alcuno
che potesse sognarlo
perché non restasse traccia
d’ogni suo sguardo d’ogni sua paura
sicuro di essere non soltanto per gli altri
un simulacro
uno spietato ossimoro del nulla
Credo che tutto questo accadde
nella intollerabile lucidità dell’insonnia

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Gianna Paola Cuneo POESIE – Appunto biografico a cura di Steven Grieco-Rathgeb con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa “Rigore, icasticità delle immagini, ripetizioni cicliche delle medesime figure, lentezza di rappresentazione, concentrazione degli sfondi, paesaggi metafisici”; “Il senso di endlessness”; “Arpocrate, Dio del silenzio, insito nelle cose, nelle piante” – Quadri di Gianna Paola Cuneo

Gianna Cuneo ricordo

Città Ricordo

Appunto biografico a cura di Steven Grieco-Rathgeb

Gianna Paola Cuneo nasce a Roma, e dopo pochi mesi già si trova a Bruxelles dove si trasferisce il padre diplomatico. Nella casa di Avenue de la Folle Chanson la sua prima lingua sarà il francese. Negli anni ’30 vive in Jugoslavia e di nuovo in Belgio dove da bambina scopre l’arte dei primitivi fiamminghi e di Rubens. Gli anni di guerra e di occupazione tedesca le fanno vivere, presto, drammatiche esperienze, che annota nel suo diario d’infanzia.
Di ritorno in Italia nel ’43, l’intera famiglia si rifugia in Abruzzo dove di fronte alla casa di famiglia, a Francavilla al Mare, esisteva ancora lo studio-museo del pittore Francesco Paolo Michetti, e dove Gabriele D’Annunzio scrisse Il Piacere. Il portamento delle contadine dipinte dal Michetti imprimeranno in lei una forte influenza formale. Anche dopo la guerra, Francavilla sarà per molti anni un importante punto fermo per l’arte di G. P. Cuneo. La casa, ricostruita, con il suo studio osservatorio sul mare, sono la sua prima visione dell’orizzonte.

Quando nel ’45 la famiglia riparte di nuovo, questa volta per Chicago, per G. P. Cuneo diario e disegno diventano sempre più importanti, un’ancora per affrontare, in piena adolescenza, il distacco dalla vecchia Europa. L’Art Institute di Chicago le appare subito il ‘suo’ mondo: museo, accademia di belle arti, teatro sperimentale, biblioteca. Ammessa ai corsi a soli 15 anni divampa la passione pittorica e la indomabile necessità di espressione. I suoi quaderni post-cubisti nascono assieme a pensieri e brani di prosa, racconti, di cui alcuni descrivono l’alienazione provata nella metropoli americana. L’ambiente culturale di Chicago è importante in quegli anni. Con il padre Gibbì frequenta professori, artisti e letterati italiani, tra i quali Fermi e Borgese, allora alla Chicago University, Benedetti Michelangeli e Carlo Levi. Quest’ultimo, apprezzando i suoi primi lavori, la incoraggia.
Le estati passate a Positano la riportano in contatto con il Mediterraneo e quel mondo magico, inventato, teatrale, dove luci e sensazioni erano portate all’estrema potenza, dove tutto poteva avvenire. L’attrazione per quella città verticale, dai profumi inebrianti, dai colori in perfetta armonia con l’infinito del cielo, libera il suo tratto e la affida alle dimensioni minuscole del luogo e al contempo infinitamente grandi del cuore e delle emozioni che solo quella terra sa offrire.

gianna cuneo donna

La ragazza di Positano

Tornata a Roma nel ’49, G. P. Cuneo conosce Benedetta Marinetti che si interessa ai suoi lavori e le porta a studio Christian Zervos, critico famoso, fondatore dei Cahiers d’Art, l’importante rivista d’arte moderna francese, autorità su Picasso, Leger, Giacometti, e sull’arte greca. Zervos vuole presentarla in catalogo nella sua prima mostra personale alla Galleria del Pincio, in Piazza del Popolo (…). Lì espongono Guttuso, Pizzinato, Zigaina e il Fronte Nazionale delle Arti. La prima personale, del marzo 1952, le porta un ottimo successo, anche di critica.
G. P. Cuneo parte di nuovo per gli Stati Uniti nel 1953, adesso con il marito Umberto, anche lui in missione diplomatica a New York. Lì subito dopo nasce la figlia Valentina. Nel giro di pochi anni la sua vita si sposta a Londra dove la pittrice rimarrà sei anni. Con uno studio sul Tamigi, riprende la sua attività nell’acceso clima culturale della città dei primi anni sessanta. In questa città può dedicarsi di più alla pittura e alla poesia. Riprende contatto con Zervos, incontra Armitage e Henry Moore. Arrivano dall’Italia registi come Zeffirelli e compositori come Petrassi, la Callas con Medea. (…) Nasce a Londra Fabrizio.
Dalla metà degli anni Sessanta si susseguono anni più difficili: è l’epoca del ritorno a Roma nel disorientamento. Il sole e la luce del Mediterraneo la aiuteranno a superare la crisi. In questa atmosfera G. P. Cuneo vive un periodo di forte produzione poetica: sublimazione indispensabile.
La vita romana è intensa fra arte e vita familiare. Organizza mostre d’arte contemporanea e si introduce negli ambienti della vecchia Roma dove apre le Bateleur in un antico spazio, che ristrutturato farà da sfondo a innumerevoli mostre d’arte, come in un improbabile teatro.

Gianna Cuneo miporto

mi porto una strada

Gli anni ’70 sono l’epoca del ritorno alla Francavilla della sua gioventù, e soprattutto a Capraia. Dopo tanto esodo, tanta vita all’estero, Gianna Paola Cuneo ha modo di riscoprire antiche origini familiari e antenati che vissero qui quando l’isola faceva parte dei possedimenti della Repubblica marinara genovese. E’ un mondo che la affascina e la porta a vivere una nuova percezione della natura e della storia.
E’ anche un periodo marcato dalla casa di via Teatro Valle a Roma, punto di ritrovo di artisti e amici, e dei primi viaggi in Grecia, grazie alla quale si risveglia in lei una forte affinità con la storia e il mito di quel paese. L’incontro con il giornalista Spyros Metaxas la porta a organizzare Viaggio nella tradizione ellenica, una serie di mostre sull’arte popolare greca. Il rapporto con la Grecia si approfondirà nel tempo. Nei suoi viaggi nel Peloponneso ritrova forme e miti arcaici studiati in gioventù: profonde ispirazioni spirituali che trasformano queste visioni in arte.
Con il quadro Vento alla stazione ferroviaria, inizia alla fine degli anni ’80 il nuovo periodo pittorico. Queste ricerche cominciano a rivelare aspetti inattesi dell’attività delle forme, tralasciando schemi formali. Dall’alto del suo studio sul mare assimila una nuova visione, un nuovo ritmo delle cose. Una profonda linea dell’orizzonte si insinua nelle sue composizioni. Emergono tutti gli arpeggi, gli elementi del ricordo, che rivive in un clima “panteistico”, più penetrante e vicino alla poesia. Le ragioni della pittura e della parola, a volte si intrecciano nel comune linguaggio delle sfumate trasparenze, filtri di bagliori sommersi, rarefatti, contenuti nella memoria.
Questo periodo di forte produzione artistica è anche marcato dal suo addio alla casa di Teatro Valle e l’approdo a Trastevere, nuovo epicentro della sua vita culturale e creativa.
Con il susseguirsi di estati elleniche, nonché letture e osservazioni sul mito e sugli eroi, G. P. Cuneo rivisita in maniera nuova soggetti a lei già noti: questi anni a cavallo del secolo sono da lei chiamati il “periodo elegiaco” della sua arte. Sotto i cieli delle isole del Saronico e nel suo studio di Trastevere scrive e dipinge ispirata da fauni e argonauti, e misteriosi orizzonti marini.
Nel 2003 esce la sua prima raccolta di poesie, La Musa del Transatlantico, edita da Il Gabbiano, e vincitrice del Premio Elio Vittorini, edizione 2010; un libro di prose La danza dell’orizzonte Ed. Campanotto (2010)

Gianna Cuneo notturno

pesca notturna

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa. “Arpocrate, Dio del silenzio, insito nelle cose, nelle piante”

Non c’è alcun dubbio sulla cittadinanza ideale di queste poesie di Gianna Paola Cuneo nella sua versione trilingue, e sul piacere poetico-pittorico di esperire l’astratto-concreto delle sue visioni come se fossero i suoi quadri rovesciati, i quadri della stagione romana degli anni Cinquanta e Sessanta, con quelle figure bronzee che si stagliano in primo piano o sullo sfondo di angoli di una città fantasma, su vie e incroci di vie deserte con i palazzi dai colori caldi e asciutti come se una immane siccità fosse intervenuta a colorare quei palazzi romani; tutta la difficoltà risiede nella corposità delle immagini carpite dal vuoto e campite con tenacia e concentrazione per consegnare agli utenti un tessuto compatto di parole-immagini, una musica quasi pittorica, una poesia quasi pittura di incredibile fascino e, addirittura, come diceva Cage, “talvolta troppo bella” parlando della musica di Morton Feldman. Tutta la icastica precisione delle immagini della poesia di Gianna Cuneo vuole semplicemente dare un equivalente visivo al senso di “endlessness”; dove la massima delimitazione e concentrazione delle immagini dà vita al senso dell’infinito e del vuoto.

Gianna Cuneo orizzonte

danza dell’orizzonte

Rigore, icasticità delle immagini, ripetizioni cicliche delle medesime figure, lentezza di rappresentazione, concentrazione degli sfondi, paesaggi metafisici… Ci si può chiedere come da pochissime immagini alternate con pochi intervalli, a tanto ammonta il materiale di base della sua poesia, Gianna Cuneo riesca a tenere il lettore in ascolto attento con la sua versificazione essenziale, intenta soltanto alla esecuzione delle immagini e ai silenzi intorno agli oggetti.  Ecco, il silenzio intorno agli oggetti, questo è un aspetto  decisivo nella sua pittura, ma anche nella sua poesia entra il «qui e ora» degli Stoici, punto di intersezione dell’individuale e dell’universale, dove l’unità dei colori sfuma nell’unità di uno spazio virtuoso che si allarga e si espande. Analogo modo di sentire è presente nella sua poesia dove le campiture descrittive sono sempre individuate nel punto nel quale c’è l’accadimento umano. Molto limitata è la gamma di visioni e di paesaggi, armonie e figure, su tutto gioca un dio omerico con le sue bizze infantili e le sfumature dei suoi umori. Il mare è una di queste ossessioni visive di Gianna Cuneo, e gli dèi dell’antica Grecia vi compaiono di frequente, come le sfumature cangianti della sua tavolozza lirica basata sulla ripetizione, il colore e il silenzio. È una questione di concentrazione e di massima essenzialità nella gerarchia delle parole; Per la Cuneo scrivere con l’inchiostro o con il colore è la stessa cosa, cioé in sostanza, come il tessitore di tappeti, non poter tornare indietro a correggere – lo stesso faceva Cage con un afflato appena più vaticinante. Una stessa immagine ripetuta e detta in maniera diversa. Il tempo, questa deità dispotica e bizzosa, nelle sue poesie scorre pianamente e lentamente, in unità plastiche aggregate in maniera desultoria, apparentemente senza conflittualità residua fra un decorso musicalmente necessario e l’intenzione espressiva come di affresco, di campiture visuali da cui non emerga nulla di simile a un attacco di colore o un accento di immagine. È una implacabile ossessione per l’ordine e il disegno che Gianna Cuneo deriva dalla sua pittura – un procedere logico ed emotivamente neutro concepito grazie a tecniche visuali, che formula il tempo modulare del suo discorso poetico.

Gianna Cuneo emersione

Emersione alla Cala rossa

Senza alcun ricorso a pratiche linguistiche desunte dal post-ermetismo o dallo sperimentalismo, mai condivise grazie alla sua formazione intellettuale cosmopolita, Gianna Cuneo riesce a produrre in parole la bellezza dolcemente disumana e stranamente appassionata di un mondo che vive nell’immateriale delle immagini (tale in poesia e tale nella sua pittura), che sembra respirare nella natura ma è come irreparabilmente abitato dalla presenza umana, un mondo contemporaneo segnato dalla fine della dialettica storica e dell’utopia. Su tutto domina la figura di «Arpocrate, Dio del silenzio», un enigmatico non-dire che è il segreto del silenzio della sua pittura e della sua poesia.

Arpocrate, Dio del silenzio,
insito nelle cose, nelle piante,
lo perseguita, come un’erinni
Il mare è grigio e fermo. Sopra,
Vi si pongono i gabbiani, come
Su un lago triste e opaco. Poche
Barche, rivoltate, in abbandono.

Gianna Cuneo musa

Musa del transatlantico

Poesie di Gianna Paola Cuneo

Novembre – sera

Dalla finestra guardo
L’amplesso grigio del cielo
Di novembre con la terra
E le cose.
Da un fumaiolo solo
Usciva un po’ di fumo
Che s’è spento.
Scendono dalle nubi, isolate,
Le rondini, e volano a sud
Stridendo.
Sul tetto, contro l’orizzonte,
Sagoma nera di metallo,
Gira su stesso,
Un finto gallo.

12 novembre 1962

Ti ho visto in sogno

Ti ho visto
In sogno
All’improvviso
Fra le case
Brune, di Londra,
Hai detto
Resterò un momento
Eri tornato
Adolescente
Sereno, possente
Come un dio.
Ho tolto
Nel sogno
Dal tuo volto
I solchi, i segni
Il veleno del dubbio
Del vuoto.
Nella notte
D’ambra bruciata
Cercavamo la mia casa
Inabitata da anni.
Ti ho detto
Vieni a vedere
Senza sapere
Cosa.

16 gennaio 1963

Capraia

Emersa dall’azzurro
Da anni mi chiamavi
Da secoli
Colla tua forte voce
Pietrosa,
Irta di rupi e arsa.
Ci sono,
Ci sei
E vi ho incontrato
Occhi come i miei.
E vedo
Le case degli Avi
Sgretolarsi, grigie
Inverosimili
Sopravvissute all’oblio.

Il giorno del mio arrivo, gennaio 1964

Gianna Cuneo ferroviaria

Vento a una stazione ferroviaria

Arrivo

Ho visto da lontano
La Civitata fendere il mare
Il verde delle forre,
Sulla tua groppa irsuta,
Avvicinarsi.
Questo volta mi attendi vuota
Più sola,
E il vento ti tormenta le rovine.
Non posso rinunciare
Al caldo delle pietre consumate
A un solo brandello di vita:
Mi manca la tua estate,
E la mia.

Capraia, settembre 1965

Saluto

Dai varchi vuoti
Del sogno
Affioro alla luce.
Ho lasciato tra le rupi
Azzurre
Le cupole grigie
Di garitte antiche
Di case diroccate,
Le grandi immobili foglie
Dei fichi
E sono scesa al mare
Per l’addio.

Capraia, settembre 1965

Foschia sul mare

Mi viene di parlare
Senza sapere che dire, oggi,
La voce raggelata
In questo caldo settembre
Da inutili agonie.
Il mare tace, calmissimo,
La ventola, soltanto, del comignolo,
Arrugginita, stride sul tetto,
Girandosi: un rumor di carrucola,
Duro, che ricomincia impietoso
Come un sguardo freddo,
Come un veleno di parole amare.
La calda foschia di settembre
Coprirà tutto: le nitide visioni,
Capraia, il mio anelito puro
Fino all’orlo lontano dei monti,
L’amore.
E non si può farne il bilancio:
Un occhio di luce nella nebbia
Non rischiara, a pochi passi,
Si ferma e si raggruma, ingigantendo
Come una lente, smisurati pulviscoli.
Devo uscire dal cerchio degli sguardi
E di nuovo sbagliare sola.
Suddenly she seems to change the subject

settembre 1996

Gianna Cuneo eclissi (1)

eclissi di luna

Wondering

Coves of Riverhead,
Unseen landscapes
Of trees and dunes,
Bushes and leaves
Self-ignoring perfections
Of added loneliness.
In blithe winter sun
Cold wind, wild, blowing
Carves those rare faces
And crimps courageous eyes,
Staring away at sea.
Distant winds, daring,
Sweep gray granite monuments
Of men and tears.
Why is memory lost of them?
I wonder, while the winds
Torment tree trunks.,
In decaying, forgotten forests.
I wonder who wonders.

Riverhead, 15 gennaio 1987

Cale di Riverhead, paesaggi inosservati di alberi e dune, arbusti e foglie, perfezioni che ignorano se stesse, di più forte solitudine. Nell’allegro sole invernale un vento freddo, impetuoso, gonfio, scolpisce quei rari volti e raggrinza occhi coraggiosi, che fissano il mare là fuori. Venti lontani, impavidi, spazzano monumenti di uomini e di lacrime, in granito grigio. Perché di loro è perso il ricordo? Me lo chiedo, mentre i venti frustano i tronchi di alberi in foreste che marciscono, obliate. Mi chiedo chi chiede.

(trad. Steven G.-R.)

Achilles’ Bay

We arrived together at Achilles’ Bay
Not knowing, attracted by a strange stillness
Of deep turquoise sea, as imagined
In dreams or seen through distant glass.
Getting there, to half-moon shore
We walked through high vegetation
With no cicada sound piercing the sun
No whisper of running stream,
As heard before, near the discovered waters.
There, at Achilles’ Bay, remember, the wind
Changed, unpredictable, powerful
Disarming our hypnotized minds,
Confused by heat and silence
And visions of time before, painfully emerging.
So far from us, distant visions could reappear
Being recalled only by your whispered name,
Achilles, that ends in a whisper of wind.
No city, no grave, no tower
No Hermit, no sheep or goat,
Not even ruins emerge there
But empty horizons, closed
By rocks as amphitheatre,
To embrace your name, Achilles.

Skiros, 1987

Arrivammo insieme alla Baia di Achille, ignari, attratti da una strana quiete di mare profondo turchese, come immaginato in sogni o visto attraverso un vetro lontano. Giungendo lì, alla riva a mezzaluna, camminando attraverso il verde folto senza un suono di cicala a trafiggere il sole, nessuno scorrere di torrente, come sentimmo prima, vicino alle acque scoperte rivelate. Lì, alla Baia di Achille, ricorda, il vento cambiò, imprevedibile, potente, ci disarmò il pensiero ipnotizzato, confuso dal caldo e dal silenzio, e visioni di un tempo prima che affioravano dolorose. Così, lontano da noi, visioni distanti potevano riemergere richiamate dal solo tuo nome sussurrato, Achilles, che finisce in un sussurro di vento. Non città, non tomba, non torre, nessun Eremita, non pecora né capra, nemmeno rovine emergono lì, ma vuoti orizzonti, chiusi da rocce come anfiteatro, ad abbracciare il tuo nome, Achille.

(trad. Steven G.-R.)

Gianna Cuneo atlantide

In vista di Atlantide

Genius loci

La bianca carcassa della mia casa
Appare nella nebbia invernale,
Spazzata dall’aria fredda.
La facciata è una faccia,
E mi guarda triste, interrogandomi.
Le persiane verdi sbiadite sono
Tutte chiuse. Immagino, da fuori,
Come se vi entrassi, le poltrone
Coperte da pezze, come le ho
Lasciate. I mobili amici, fermi
Al loro posto a guardarsi, in
Attesa. E i quadri, densi di
Solitudini, presenza-assenze, che
Narrano al vuoto le loro storie.
Le piante, le grandi piante, vive,
Sono state distrutte, frusciando
Al vento, mi avrebbero salutato
All’arrivo. L’essere sub-umano,
L’assassino degli alberi, forse
È già all’inferno, incatenato
Alla televisione (sub rosa dictum)
Arpocrate, Dio del silenzio,
insito nelle cose, nelle piante,
lo perseguita, come un’erinni
Il mare è grigio e fermo. Sopra,
Vi si pongono i gabbiani, come
Su un lago triste e opaco. Poche
Barche, rivoltate, in abbandono,
in un fossato di silenzio.

Francavilla, dicembre 1989

Frammenti d’agosto

Ammutoliti dal silenzio
Massi lavorati sugli spalti
Dolmen dell’uomo e castelli
Simili, ormai, consumati
Aneliti di pietra, arcaici
Gesti umani isolati nell’oblio
Ove l’erica ricopre e s’arrovella
E la vita dell’uomo non matura:
Le sue pupille verdi scrutano il finito.

Capraia, luglio 1995

Peinture

Songe, rêve, réalité
Réalité d’un rêve ; ombre,
Forme des formes,
Physiognomie de l’ombre
Paysage du temps –
Peinture : coup de poignard
De l’âme historique !
Conscience historique – siècles
Enfermés de la naissance à la mort.
Image vivante, mystèrieuse, de l’homme.

Rome, Décembre 2005

Pittura

Sogno, visione, realtà
Realtà di un sogno, ombra
Forma di forme,
Fisionomia dell’ombra
Paesaggio del tempo –
Pittura: colpo di pugnale
Dell’anima storica!
Coscienza storica – secoli
Rinchiusi dalla nascita alla morte.
Immagine vivente, misteriosa, dell’uomo.

(trad. Gianna Paola Cuneo)

Gianna Cuneo legge

Gianna Cuneo

Egeo

All’ombra di una petroliera nera
L’attesa
Vento dal mare, sole catrame
Attesa
Gioco di bandiere, gioco di luci
Riflessi
Sapore di porto in gola
Lontane, le montagne viola
Sbiadite
Planata di uccelli bianchi
La mia nave, lenta
Arriva.

agosto 2010

Ombres

Quelque chose d’ancien dans l’air
Dans la force brune des oliviers
Et la parole, de loin ecoutée,
Perdue dans le vent.
Les robes, le draps flottent dans l’ombre
Des jardins. Un être humain passe
Au bord de la mer : ombre.
Loin, les voiles blanches, en fuite
Folles amies de l’espoir…

Poros, agosto 2013

Ombre

Qualcosa di antico nell’aria
Nella forza bruna degli ulivi
E la parola, ascoltata da lontano,
perduta nel vento.
Le vesti, i drappi volano
Nell’ombra dei giardini.
Un uomo passa sul mare – ombra.
Lontano, vele bianche in fuga
Folli amiche della speranza…

(trad. Gianna Paola Cuneo)

Steven Grieco 2

Steven Grieco

Steven J. Grieco Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi. È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka.

In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni. Èin corso di stampa un libro di poesie presso Mimesis editore. indirizzo email:protokavi@gmail.com

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