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Francesca Lo Bue Tre poesie da L’emozione nella parola (Por la palabra, la emocion), Progetto Cultura Roma, 2010 – Una poesia di Lucio Mayoor Tosi, Letizia Leone, Tadeusz Różewicz

 

selfie Raymond Queneau

[Francesca Lo Bue, nasce a Lercara Friddi (PA). In Argentina compie tutti i suoi studi fino alla laurea in Lettere e Filosofia presso l’Università Nazionale di Cuyo di Mendoza. Vince una borsa di studio del Ministero degli Affari Esteri italiano, con il saggio Lirismo y Metafisica en Giacomo Leopardi. Sotto la guida del Professor Aurelio Roncaglia si specializza in Filologia Romanza presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha curato diversi studi letterari sia in italiano che in lingua spagnola. Ha pubblicato la raccolta di poesie in lingua spagnola Por la Palabra, la Emoción, Edizione Belgeuse Grupo Editorial, Madrid 2009; in Argentina il romanzo di viaggio Pedro Marciano, Ex Libris Editorial, Mendoza; in Italia la raccolta bilingue italiano – spagnolo Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido), Edizioni Progetto Cultura 2003 s.r.l., Roma 2009; L’Emozione nella Parola (Por la palabra, la emoción), Edizioni Progetto Cultura 2003 s.r.l., Roma 2010; Moiras, Edizione Scienze e Lettere, Bardi editore, Roma 2012; Il Libro Errante, Edizioni Nuova Cultura, Roma 2013; El libro errante, Edizioni Progetto Cultura, Roma 2013; Itinerari (Itinerarios), Società Editrice Dante Alighieri, Roma 2017].

Caro Giorgio,

ti mando tre mie poesie in spagnolo e in italiano a proposito del tema della Metafora Silenziosa, da te sviluppato qualche tempo fa. La Metafora Silenziosa è il lessico del pre-linguaggio: il grido, il singhiozzo, i cenni di preghiera spezzata, voci tronche, grugniti e balbuzie. Espressioni deformate che escono spontaneamente, e anche inavvertitamente, dall’interiorità (enigmatico e umile abisso). È il lessico disarticolato da cui furoriescono i nodi o grumi interiori, spesse volte irrisolti.

Cari saluti e grazie.

(Francesca Lo Bue)

Strilli Gabriele Ora siamo in due a sognare una gitaStrilli LeoneFrancesca Lo Bue

Llamada

Toc, toc,
Gotea zumbón, un sonido.
Toc, toc, un sonido radiante,
Un dejo de rima que llama.
Indolente, quiere venir,
temerario quiere salir.
La palabra se vislumbra.
Trae resuello de inmensidades solitarias,
aliento espeso de horas olvidadas,
de aventuras desveladas, de pasiones subterráneas.
Quiere palabras, aquellas.
Tiene apuro de versos y cadencias,
trae lumbre de silencios insondables y secretos palpitantes.
Gotea el paraíso y un jacinto rojo.

Cifras blancas.
Signos huecos
Espejo que ciego multiplicas.
anhelante biografía anónima.
Palabra que te entregas desmigajada,
tú sola dás máscaras a mi rostro desconocido.

.
Chiamata

Toc, toc.
Gocciola ronzante, un suono,
un suono radiante,
uno strascico di rima chiama.
Indolente vuole venire,
temerario vuole uscire.
Si ravvisa una parola.
Porta respiri d’immensità solitarie,
aneliti densi di ore dimenticate,
di venture svelate, di passioni sotterranee.
Vuole parole, quelle.
Ha fretta di versi, di ritmi, di cadenze.
Porta luce di silenzi insondabili, di segreti palpitanti.
Gocciola il paradiso e un giacinto rosso.

Cifre bianche.
Segni vuoti.
Specchio che cieco moltiplichi.
anelante biografia anonima.
Parola che ti doni spezzettata,
tu sola dai maschere al mio viso sconosciuto

.
El terror de Tántalo

La voz no brotaba, no salía.
Estaba guardada, distraída en su cerrazón.
¡Flor de piedra y oro, alejada de su carne-tierra!
No había voces, en el bosque calcinado del estío.
Irrumpía la zozobra de las ninfas negras,
crujía el gozo de las voces ciegas en la noche hueca.
El hado venturoso,
cansado del frío cautivo de la flor de oro,
¡Cansado!
Desenlaza en la tibieza del sol melancólico,
avisos soñantes de lumbre sutil.
aletean!
Perduran,
vuelven!
Inalcanzables se alejan, se acercan.
allende, allende se empañan.
Golpea el hechizo del mediodía de bronce.

Y el grito se alzó en el derrumbe de los torreones obscuros
Grande es el olvido en las aras apagadas.
Vida que vuelves,
recorrido fantástico de chimeras
con sangre de pasión y cenizas.

.
Il terrore di Tantalo

La voce non sbocciava, non usciva.
Era riposta, distratta nella sua chiusura.
Fiore di pietra oro, lontana dalla sua carne-terra!
Non c’erano voci, nel bosco calcinato dell’estate.
Irrompeva l’afflizione delle ninfe nere,
crepitavano le voci cieche nella notte vuota.
Il destino venturoso, stanco del freddo imprigionato nel fior d’oro.
Stanco!
Srotola, nel tepore del sole melanconico,
avvisi sognati di luce sottile,
aleggiano!
Perdurano,
tornano,
irraggiungibili s’allontanano, s’avvicinano.
Là, là s’appannano.
Colpisce l’incantesimo del mezzodì di bronzo.

E il grido s’alzò, dall’oscurità delle torri infrante.
Grande è l’oblio delle are spente.
Vita che ritorni,
percorso fantastico di chimere
con sangue, di passione e cenere

.
El grito

Hombre anónimo,
olvidado en la historia infinita,
en los recuerdos señalados en humo.
abierta herida, líquida alquimia
en los perdidos huecos de niebla.
rozagante podredumbre.
Un arácnido bermejo.
Blandura palpitante.
raspa y llama
Cruje y golpea
Tiembla y adelante.
Para la representación en los convites de piedra
Vuela, amarillo, el engaño de todos, para todos,
los muertos vivientes,
los engañadores de hoy, del ensueño de hoy,
para el espejismo final, la distancia gris del ensueño ciego,
de la ilusión infinita del horizonte lejano borroso
del mañana de piedra, de la noche silenciosa,
con el grito solo…
aéreo y exiliado en el aire del dolor.
La obscuridad se adueña del espejo,
y Dios se escapa por entre las palabras de siempre.

Il grido

Uomo anonimo,
dimenticato nella storia infinita,
nei ricordi che sfilano in fumo.
aperta ferita, liquida alchimia
nei perduti vuoti di nebbia.
Vivace putredine,
aracnide vermiglio.
Leggiadria palpitante.
raspa e chiama, scricchiola e bussa
Trema e avanti,
per la rappresentazione nei conviti di pietra.
Vola, giallo, l’inganno di tutti e per tutti,
i morti viventi,
gli ingannatori dell’oggi, del sogno d’oggi,
per il miraggio finale, la distanza grigia del sogno cieco,
per l’illusione infinita del lontano orizzonte scancellato,
del mattino di pietra, della notte silenziosa.
Col grido solo…
aereo ed esiliato, nell’aria della sofferenza.
Il buio s’impadronisce dello specchio
e Dio scappa nelle parole di sempre.

Selfie Raymond Queneau, 1929

E adesso una poesia chiassosa e ultronea di un poeta molto diverso da Francesca Lo Bue, è Lucio Mayoor Tosi, la cui cetra ha delle corde accordate con il rumore, il non-sense, il gioco futile e il gioco serio, l’ultroneo e il funambolico… Eppure, entrambi potrebbero essere ascritti alla nuova ontologia della parola poetica, la ricerca di nuovi stili può e deve essere condotta nelle direzioni le più diverse, ultronee appunto, ed anche erranee, frutto di errori e di miscomprensioni, di improvvisazione e di studio accanitissimo, di stile forbito e di stile anarchico. L’anarchia delle immagini di questa poesia può essere il correlativo corrispondente oggettivo delle poesie sofferte e pensate lungamente di Francesca Lo Bue, in entrambi questi autori risuona un qualcosa di familiare e di autentico, un tinnire di stoviglie di casa…

(Giorgio Linguaglossa)

Una poesia di Lucio Mayoor Tosi (mi sono preso la licenza di distribuire il testo in distici)

Mare

Gira su se stesso l’angolo
di una palazzina. Nelle pause dei telefoni

scorrono cifre interminabili.
Case ferme nel vicolo all’approdo

delle quattordici e trenta. Facce si rialzano.
Altre scendono in ascensore.

I volti reclusi negli oblò.
Nel silenzio dei soffitti

una mano misteriosa sta sistemando
l’intonaco con piastrelline di luce.

La goccia cristallina scende nella flebo.
All’ospedale dove nei vialetti

si cade facilmente. Foglie di primavera
e autunno.

Lei si sdraia accanto.
Lo guarda come stesse parlando.

Suggerisce un braccialetto.
Ogni tanto con le braccia conserte.

Ogni tanto non c’è.
il suono di una lampadina accesa.

Due note ripetute.
La strada va da una finestra all’altra:

con la sposa a braccetto,
la prima volta che ci addormentammo,

il tempo dimenticato all’abat-jour.
Il fiore gambo e sottana. Ombre attente

hanno volto e rugiada. Labbra.
Le ville in terra e gli appartamenti in cielo.

Il mare laggiù. È blu, nuvola rosa.

.

Mare (versione originale)

Gira su se stesso l’angolo
di una palazzina. Nelle pause dei telefoni
scorrono cifre interminabili.
Case ferme nel vicolo all’approdo
delle quattordici e trenta. Facce si rialzano.
Altre scendono in ascensore.
I volti reclusi negli oblò.

Nel silenzio dei soffitti
una mano misteriosa sta sistemando
l’intonaco con piastrelline di luce.
La goccia cristallina scende nella flebo.
All’ospedale dove nei vialetti
si cade facilmente. Foglie di primavera
e autunno.

Lei si sdraia accanto.
Lo guarda come stesse parlando.
Suggerisce un braccialetto.
Ogni tanto con le braccia conserte.
Ogni tanto non c’è.
il suono di una lampadina accesa.
Due note ripetute.

La strada va da una finestra all’altra:
con la sposa a braccetto,
la prima volta che ci addormentammo,
il tempo dimenticato all’abat-jour.
Il fiore gambo e sottana. Ombre attente
hanno volto e rugiada. Labbra.

Le ville in terra e gli appartamenti in cielo.
Il mare laggiù. È blu, nuvola rosa.

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Poesie di Charles Simic, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Letizia Leone, Lidia Popa, Lucio Mayoor Tosi, Mauro Pierno – La scrittura poetica in distici – Commenti e critiche

Foto Vivian mayer in ascensore metallico

Foto di Vivian Mayer – Mi sono svegliato nel cuore della notte e ho trovato/ un cavallo silenzioso accanto al letto

Charles Simic

Nella Biblioteca
                                       per Octavio

C’è un libro dal titolo
Un dizionario degli Angeli.
Nessuno in cinquant’anni l’ha più aperto,
Lo so, perché quando lo feci,
La copertina si spaccò, le pagine
Si sbriciolarono. Lì ho scoperto

Che un tempo gli angeli erano fitti
Come mosche. Il cielo al tramonto
Era sempre pieno di loro.
Dovevi agitare entrambe le braccia
Per tenerteli lontani.

Ora il sole splende
Attraverso le alte finestre.
La biblioteca è un posto tranquillo.
Angeli e divinità rannicchiati
Negli scuri libri non aperti.
Il grande segreto giace
Su qualche scaffale di Miss Jones
L’oltrepassa ogni giorno nei suoi giri.

È davvero alta, così tiene
La testa inclinata, come in ascolto.
I libri stanno sussurrando.
Io non sento nulla, ma lei sì.

  1. In the Library

There’s a book called
A Dictionary of Angels.
No one had opened it in fifty years,
I know, because when I did,
The covers creaked, the pages
Crumbled. There I discovered

The angels were once as plentiful
As species of flies.
The sky at dusk
Used to be thick with them.
You had to wave both arms
Just to keep them away.

Now the sun is shining
Through the tall windows.
The library is a quiet place.
Angels and gods huddled
In dark unopened books.
The great secret lies
On some shelf Miss Jones
Passes every day on her rounds.

She’s very tall, so she keeps
Her head tipped as if listening.
The books are whispering.
I hear nothing, but she does.

[Charles Simic]

“Le parole fanno l’amore sulla pagina come mosche nel caldo dell’estate e il poeta è solo lo spettatore divertito.”

Letti disfatti

“Amano le stanze ombreggiate,
le carte da parati consunte,
le crepe nel soffitto,
le mosche sul cuscino.

Se ti viene la tentazione di allungarti,
non essere sorpreso,
non farai caso alle lenzuola sporche,
al raschio delle molle arrugginite
mentre ti metti comodo.

La stanza è un cinema buio
dove si proietta
una pellicola sgranata in bianco e nero.

Un’immagine sfuocata di corpi svestiti
nel momento della dolce indolenza
che segue all’amore,
quando il più malvagio dei cuori
arriva a credere
che la felicità può durare per sempre.”

Charles Simic

Il Cavallo

Mi sono svegliato nel cuore della notte e ho trovato
un cavallo silenzioso accanto al letto
amico mio, sono felice che tu sia qui, gli dico,
nevica e dovevi avere freddo
solo in quella stalla in fondo alla strada
il contadino e la moglie, tutti e due morti.

Ti metto addosso una coperta e vado a vedere
se c’è una zolletta di zucchero in cucina
come quella che in un circo ho visto mettere
in bocca a una cavalla
da un uomo col cilindro, ma ho paura di non trovarti
al mio ritorno, allora è meglio che resti
a farti compagnia qui al buio.

[“The Horse”, “Il Cavallo”, una poesia di Charles Simic, tratta dalla sua ultima raccolta “The Lunatic”,Harper Collins Publisher, 2015].

Charles Simic

 [Sull’incendio della Biblioteca Nazionale di Sarajevo del 25 agosto 1992]

“La Biblioteca Nazionale bruciò gli ultimi tre giorni di agosto e la città soffocò nella neve nera.

Liberati, i personaggi vagarono per le vie, mescolandosi con i passanti e con le anime dei morti.

Vidi Werther seduto accanto ai muri sbrecciati del cimitero; vidi Quasimodo che si dondolava con una sola mano in un minareto.

Raskolnikov e Mersault chiacchierarono per giorni nella cantina di casa mia; Gavroche sfoggiò uno stanco travestimento.

Yossarian vendeva già provviste al nemico; per pochi dinari il giovane Tom Sawyer si tuffava dal Ponte del Principe.

Ogni giorno più fantasmi ed esseri viventi; e il terribile sospetto si confermò quando gli scheletri mi caddero addosso.

Mi chiusi in casa. Sfogliai la guida turistica.
E non uscii finché la radio non mi spiegò come avessero potuto tirar fuori tonnellate di carbone dal sotterraneo più profondo della Biblioteca Nazionale bruciata”

Nota
L’incendio della Vijecnica, la Biblioteca Nazionale di Sarajevo, 25 agosto 1992

“[…]Vijećnica è il simbolo della distruzione di Sarajevo e della Bosnia Erzegovina. Custodiva, prima della guerra, un milione e mezzo di libri, tra i quali 155 000 esemplari rari e preziosi, 478 manoscritti. Era l’unico archivio nazionale di tutti i periodici pubblicati in, o sulla Bosnia Erzegovina.
Dopo tre giorni di rogo, della biblioteca bruciata rimanevano lo scheletro di mattoni e dieci tonnellate di cenere.

“Una grande catastrofe culturale”, cosi il Consiglio di Europa ha definito la distruzione della Biblioteca Nazionale di Sarajevo. “La pazzia visibile”, intitolava l’articolo sulla devastazione della Vijećnica, il quotidiano inglese “The Times”.

Il 25 agosto 1992, poco dopo la mezzanotte, dalle colline che circondano la città i serbi spararono le prime bombe incendiarie su Vijećnica.

La Biblioteca Nazionale fu bersagliata dai cannoni per tre intere giornate. L’accuratezza dei lanci non lasciava dubbi sul fatto che il bersaglio fosse proprio la Vijećnica.

Sui vigili del fuoco, sui coraggiosi bibliotecari e sui volontari che, formavano una catena umana nel tentativo di salvare i libri, sparavano i cecchini o le antiaeree. La giovane bibliotecaria, Aida Buturović, perse la vita in quella occasione.

“Salvavano solo i libri degli autori musulmani”, affermò un tale Miroslav Toholj, scrittore di Sarajevo, scappato a Belgrado…” Continua a leggere

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Laboratorio Pubblico di poesia del 1 febbraio 2017 presso la Libreria L’Altracittà, Roma, via Pavia, 106 – Riassunto degli interventi di Steven Grieco Rathgeb, Letizia Leone, Giorgio Linguaglossa, Donatella Costantina Giancaspero, Gino Rago e Salvatore Martino

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Intervento di Steven Grieco Rathgeb

Il poeta ha avuto un’idea per una poesia. Ha annotato delle immagini, ha formulato dei concetti. Insieme questi, chiamiamoli “segmenti”, allo stato iniziale racchiudono il grumo poetico primordiale, la ‘ispirazione’, che il poeta intende elaborare e far diventare una poesia, un’opera.

Secondo Andreij Tarkovskij, nel cinema l’inquadratura è un “segmento colmo di tempo”. E dice anche: “la consistenza del tempo che scorre nella inquadratura, si può chiamare pressione del tempo nell’inquadratura.”

Quando rifletto su queste parole, immagino di tenere in mano un recipiente pieno d’acqua. Bisogna fare attenzione che l’acqua non trabocchi. Ecco, pensiamo ad un’immagine nello stesso modo: come se  questa fosse una cosa reale, vivente. E diciamo che sull’acqua, dentro l’acqua, stanno succedendo cose: c’è movimento: qualcuno sta camminando, le fronde di un albero si muovono nel vento.  “Nel puro cerchio un’immagine ride.” (Perdonate la citazione montaliana).

Segmento di tempo, dunque: come nel cinema, così nella poesia. Le immagini di noi poeti sono virtuali, cerebrali, proprio per questo probabilmente le più universali e potenti! (E le più deboli.) E da lì, da quel punto di avvio dell’immagine, così semplice e originario, già inizia anche il senso che l’immagine può avere. E’ inutile “dare” il significato: L’immagine è già in sé significante. Infatti, l’uomo non può non dare un senso alle cose. L’opera poi diventa opera, la poesia diventa poesia, in quanto il poeta-artista segue un criterio di scelta dei segmenti-immagine e segmenti-concetto. Ciascuno con una propria vibrazione interna.

Per continuare la citazione di Tarkovskij: se l’inquadratura è ‘segmento colmo di tempo”,  “Ne consegue che il montaggio  è un metodo di collegamento dei pezzi tenendo conto della pressione di tempo all’interno di essi.”  In poesia, questa pressione vorrei forse chiamarla “densità d’immagine”.

E proprio per questo che il montaggio diventa operazione fondamentale. Per montaggio non intendo la costruzione di un sistema concettuale fatto a tavolino. Essa è l’opera di un esecutore quasi cieco, che svolge questo lavoro seguendo un solo criterio: la visione della poesia che lo ispirò all’inizio.

Montare, smontare, rimontare. Operazione imprescindibile – soprattutto per il poeta contemporaneo, che ha scordato l’antica tradizione orale, e deve “scrivere” la sua poesia. Be’, si dirà, questa operazione la fanno tutti i poeti, da sempre: che c’è di strano? Ma un conto è privilegiare il raggiungimento del  prodotto finito, un altro usare questa operazione di composizione-scomposizione-ricomposizione per far emergere la pregnanza di quel tempo interno cui allude il nostro regista. Quella densità poetica. Che poi è la viva, reale rappresentazione della visione iniziale del poeta. Che differenza c’è fra questi due modi di procedere?

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laboratorio-steven grieco rathgeb

Dice Tarkovskij: “E dunque come avvertiamo il tempo nell’inquadratura? Questa sensazione particolare sorge laddove, al di là di quello che accade, viene avvertito qualcosa di particolarmente grande e importante, equivalente alla presenza della ‘verità’ nel film. Quando ti rendi conto in modo perfettamente chiaro, che quello che vedi nell’inquadratura non si esaurisce nella successione visuale, ma allude appena a qualcosa che si propaga oltre l’inquadratura, A QUALCOSA CHE CI PERMETTE DI FUORIUSCIRE DAL FILM PER ENTRARE NELLA VITA.”

Io questa la chiamo la visione del poeta. Che sia cineasta, pittore, musicista, è sempre poeta. In questo momento sono tutti poeti: nella loro mente trema la visione, s’increspa l’acqua nel recipiente, emerge il senso potente della verità artistica – solo artistica, nient’altro.

Facendo qualcosa di simile a tutto ciò anche in poesia, determiniamo un vero e proprio spostamento del baricentro interno della poesia. Uno spostamento, se posso dire, ontologico. Non è più questione, del connubio “senso-eufonia” come fine ultimo del poetare, ma cercare le radici del poetare, il punto incredibile che per un attimo collega interiorità interiorità ed esterno, microcosmo e macrocosmo, generando una rappresentazione del mondo.

Dunque, invito il poeta anche a vedere la materia grezza della sua poesia, e il suo stesso senso di autorialità, come una unica seppure molto complessa creatura vivente ( tra l’altro non interamente sua). La poesia in fase compositiva, e la poesia finita, non sono più, come dice un altro regista, Mani Kaul, uno “spazio sacro”, mentre tutto il resto è “spazio profano”. Ora la poesia è minuscolo spazio dicibile, il mondo intorno spazio indicibile. Ma anche: come organismo vivente, essa è un tutto insieme, dicibile e indicibile. LA POESIA È FUORIUSCITA NELLA VITA.

Questo processo segna la fine della lunga strada della decostruzione della poesia del XX secolo. E’ l’apertura dell’opera artistica al mondo. Si arriva, come la musica contemporanea 60 anni fa con Stockhausen, a dire che c’è una assoluta equivalenza tra suono e rumore.

E aggiungo un’altra cosa: la poesia che vuole darsi una valenza sociale, politica, religiosa, filosofica non convince più. La poesia trasmette una sua propria verità artistica, non un’altra. E lì la cosa deve rimanere. Il lettore, in seguito, darà il significato che vuole lui. Può sembrare gratuito, perché poi questi significati, queste suggestioni comunque affiorano nella poesia.

E’ vero. La poesia stessa si aprirà ad un ventaglio infinito di interpretazioni. Indubbiamente. Ma intanto il poeta deve pensare soltanto a rappresentare quella verità artistica, quella specifica persuasione.  In questo modo la poesia, e la disciplina necessaria per rappresentarla, trovando se stesse, si innalzano sopra tutto il resto, sopra tutto quello che nella fase compositiva “sporca” la visione del poeta: e ridonano pienamente la dignità all’opera, quella dignità che i poeti stessi hanno negato alla poesia in questi ultimi 50 anni.

In questo modo si spezza anche il laccio che lega il lettore ad una lettura obbligata della poesia. Il poeta ha trovato la sua piena libertà artistica, così la poesia rende al lettore la sua libertà, che poi non è nient’altro che il semplicissimo ma sfuggente senso dell’opera artistica compiuta. La poesia compiuta.

Completo con una mia poesia del 1976:

Senza Titolo

sorge il sole degli addormentati
inonda di rosso i visi

dalla botola di luce dilaga
un cielo basso incendiandosi

i visi sono serrati in solitudine
le fronti riflettono fiammate di luce
dietro, navigano in sogni illimitati

laboratorio-1-febbraio-gruppo

Laboratorio, backstage

Letizia Leone

Lettura e interpretazione di una poesia di Gottfried Benn, REQUIEM, dal ciclo “Morgue”, 1912. Una bibliografia.

Requiem

Auf jedem Tisch zwei. Männer und Weiber
kreuzweis. Nah, nackt, und dennoch ohne Qual.
Den Schädel auf. Die Brust entzwei. Die Leiber
gebären nun ihr allerletztes Mal.

Jeder drei Näpfe voll: von Hirn bis Hoden.
Und Gottes Tempel und des Teufels Stall
nun Brust an Brust auf eines Kübels Boden
begrinsen Golgatha und Sündenfall.

Der Rest in Särge. Lauter Neugeburten:
Mannsbeine, Kinderbrust und Haar vom Weib.
Ich sah, von zweien, die dereinst sich hurten,
lag es da, wie aus einem Mutterleib.

*

Due su ogni tavolo. Di traverso tra loro uomini
e donne. Vicini, nudi, eppur senza strazio.
Il cranio aperto. Il petto squarciato. Ora
figliano i corpi un’ultima volta.

Tre catini ricolmi ciascuno: dal cervello ai testicoli.
E il tempio d’Iddio e la stalla del demonio
Ora petto a petto in fondo a un secchio
Ghignano a Golgota e peccato originale.

Il resto giù nelle bare. Tutte nuove nascite:
gambe di uomini, petto di fanciulli e capelli di donna.
Vidi, di due che fornicavano un tempo,
là se ne stava l’avanzo, come sortito da un utero. Continua a leggere

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Requiem per un libro che non ci sarà: Vieni, parliamo, chi parla non è morto Lettere di Cristina Campo (1936-1972) a Alejandra Pizarnik (1936/1970) a cura di Stefanie Golisch

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Cristina Campo (1923-1977), scrittrice, poeta e traduttrice italiana. Unica figlia del compositore Guido Guerini. È vissuta a Bologna, Firenze e Roma. Compagna del filosofo Elémire Zolla. Nel 1977 muore a Roma in seguito ad un una congenita malformazione cardiaca all’età di 53 anni.

Disse di sé: «Ha scritto poco e le piacerebbe aver scritto meno».

Alejandra Pizarnik (1936-1972), poeta argentina. Figlia di immigrati ebrei russi. Dal 1960 al 1964 vive, studia e lavora a Parigi. Nel 1972 muore suicida a Buenos Aires all’età di 36 anni.

Disse di sé: «Scrivi poesie perché hai bisogno di un posto, dove essere quello che non sei».

cristina-campo-portraits-for-the-sunday-supplement-of-il-sole-24-ore

cristina-campo-portraits-for-the-sunday-supplement-of-il-sole-24-ore

Presentazione a cura di Stefanie Golisch

Circa otto anni fa scoprii negli archivi della Princeton University (New Jersey) una raccolta di lettere di Cristina Campo alla poeta argentina Alejandra Pizarnik (1936-1972). Decisi quasi subito di tradurre queste lettere – scritte in francese, a mano – in italiano. Convinta di sfondare porte aperte cominciai la mia ricerca di una casa editrice e, naturalmente, degli eredi del lascito della Campo per chiedere il consenso per la pubblicazione.

Ma quell’impresa, avviata con entusiasmo e sicuramente una buona dose di ingenuità, ben presto si trasformò in una vera e propria odissea.

Non avevo messo in conto che, evidentemente, mi stavo per espormi in un campo – quello della Campo – in cui non c’è posto per chi viene da fuori un circolo ristretto di persone che si arroga di diffondere una immagine canonizzata della poeta.

Proprio in questi giorni ho ricevuto il definitivissimo NO alla pubblicazione presso la casa editrice Mimesis di Milano da parte della portavoce degli eredi.

Ringrazio Giorgio Linguaglossa per la possibilità di pubblicare sul suo blog la mia prefazione e due lettere che lasciano intravedere i tratti di una amicizia epistolare intensa e tormentata che aggiungono nuove sfumature alla personalità di Cristina Campo.

Tentata vicinanza

Cristina Campo e Alejandra Pizarnik

Io non esisto se non nella massima angoscia. Sembra che la vita mi si comunichi soltanto a bastonate e in alcun altro modo. Se non ci fosse il dolore il mio mondo interiore non sarebbe diverso da quello di una qualsiasi ragazza che la mattina sbadiglia in autobus, vestita per una giornata in ufficio. Io posso parlare a pieno titolo del “dolore di essere viva”.

 Alejandra Pizarnik

Non Le accade di attendere pallido, col cuore in gola il suo passato, di piangere rabbiosamente il suo futuro? Non La prende l’impulso di dare tutto il suo sangue a ciò che ama e insieme quello di fuggire nel più lontano chissà dove, solo come il primo uomo, in un’aria di schiuma e di buona ventura? È una voglia di vivere tale da desiderare d’esser già morto.

cristina-campo

cristina-campo

Cristina Campo a Remo Fasani

Fu tramite l’edizione tedesca dei diari di Alejandra Pizarnik che scoprii il legame tra la poetessa argentina di origine ebrea e Cristina Campo.

Mi feci spedire il carteggio dagli archivi della Princeton University, dove viene custodito il lascito letterario della Pizarnik, Immediatamente intuii i tratti di una relazione molto intensa, ma altrettanto complessa e non priva di una forte tensione di fondo, la quale per un certo periodo doveva avere occupato uno spazio non indifferente nella vita di entrambe le poetesse. Anche se a causa della perdita delle lettere di Alejandra l’immagine della loro amicizia rimane univoca, nei suoi diari si trovano tuttavia alcuni commenti che permettono di intuire come lei vivesse l’incontro con quella donna che, sebbene in modo opposto, è alla sua stessa ricerca di una intensificazione massima della vita: l’una, buttandovisi senza riserve, l’altra ritirandosi successivamente in una sfera di pura spiritualità. Nella diversità si riconoscono: Cristina scopre in Alejandra la sua fisicità repressa, Alejandra in Cristina la sua spiritualità sommersa.

Due modi di essere nel mondo che si attraggono e si respingono, che si avvicinano e si distanziano di nuovo secondo le proprie leggi interiori.

Campo, la raffinata scrittrice e studiosa, che vive volutamente al margine dell’ambiente letterario della sua epoca e Alejandra Pizarnik, l’eterna ragazza dai tratti geniali, psichicamente labile che si compiace nel ruolo di uno sfrenato Rimbaud al femminile e che vuole fare del suo corpo il corpo della poesia.

Due donne

 Cristina Campo.

Nata a Bologna nel 1923. Figlia unica. Famiglia borghese. Il padre, il compositore Guido Guerrini, è prima direttore del Conservatorio di Firenze, poi di Roma, la madre discende da una delle più importanti famiglie della città.

Un’esistenza privilegiata, segnata però da quella malattia – un difetto cardiaco, all’epoca inoperabile ‒ che le causerà la morte all’età di soli 54 anni. Non essendo in grado, per via della fragile salute, di frequentare le scuole pubbliche, la sua formazione avviene esclusivamente sotto la guida di insegnanti privati e tramite le più svariate letture.

Cristina è una divoratrice di libri, un’appassionata di lingue e letterature straniere: francese, tedesca, inglese e spagnola. Presto sviluppa un raffinatissimo gusto letterario che trova al margine della cultura ufficiale l’esclusivo e il bizzarro, ossia quell’altra verità, il cuore della sua produzione poetica e saggistica

Cristina Campo non ha alcuna intenzione di sfruttare la sua cultura ai fini pratici, non ha bisogno di essere amata dal grande pubblico, ed è intransigente per quanto riguarda la pubblicazione dei suoi testi. Possiede una innata libertà interiore che la protegge davanti alle tentazioni del pensiero comune.

Ipersensibile, fragilissima di salute, ma forte di animo e dotata di un carattere determinato ‒ così si potrebbe caratterizzare quella donna che Alejandra conosce nel 1962, tramite comuni amici, a Parigi. Lei, 26 anni, Cristina 39.

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Alejandra Pizarnik

 Il mito di Parigi, l’eldorado degli scrittori sudamericani dell’epoca: un sogno collettivo che rapisce intellettuali tra loro così diversi, come Julio Cortázar, Ottavio Paz, Hector Murena e molti altri.

Senza aver terminato gli studi letterari e artistici a Buenos Aires, nel marzo del 1960 Alejandra si era imbarcata per l’Europa. Sa che i cambiamenti geografici non modificano il paesaggio dell’anima, ma sente la necessità di prendere le distanze dai genitori, ebrei ucraini, emigrati in Argentina due anni prima della sua nascita, nel 1934.

A differenza della Campo che, per quanto lucida nell’analizzare i rapporti umani in generale, tende a idealizzare i suoi rapporti familiari, Alejandra è spietata.

Nel disastro della propria infanzia ‒ in che cosa esattamente consista è poco chiaro ‒ vede la principale causa del suo squilibrio psichico, del suo malessere nel mondo.

Non diversamente dalla Campo, anche lei cresce in circostanze assai privilegiate. Il padre, un commerciante di gioielli, permette alla famiglia una vita senza preoccupazioni economiche. Eppure Alejandra non si sente compresa, né dalla madre, che disapprova apertamente le sue ambizioni letterarie, né dal padre che nei suoi ricordi sembra una figura piuttosto sfuggente.

Nonostante le tensioni incessanti che, a quanto emerge dai diari, rendevano la convivenza in famiglia un inferno quotidiano, vivrà insieme a loro fino al 1968, quattro anni prima della sua morte: l’eterna figlia che attribuisce ai propri genitori la colpa per una vita che, nonostante il crescente riconoscimento letterario, non riesce a gestire e che la porterà al suicidio nel 1972.

Sono colei che mi cerca dove non sono.

Con queste parole Alejandra descrive nel diario l’angoscia del proprio vivere. Un’infelicità di fondo la separa dal mondo e le impedisce di costruire rapporti durevoli. Dall’altra parte tale radicalità nella sofferenza diviene la fonte della sua arte.  La contraddizione rimane.

L’8 febbraio 1958 annota nel diario: E’ come se mi avesse divorato un morto. Come se avessi nutrito il mio sangue con cenere. Come se la peste si fosse innamorata del mio destino. Come se la parola non fosse mai scappata dal mondo per trovare dimora in me.

Sostiene George Bataille che quando due persone s’innamorano, sono le loro ferite che si riconoscono. Il compimento dell’amore sarebbe dunque il momento del massimo dolore: quando le due ferite si posano una sopra l’altra.

Probabilmente ciò che Alejandra e Cristina avvertono reciprocamente è la radicalità del vivere negli estremi.

Sempre in altissimo.

Sotto la soglia della massima intensità di ogni attimo di vita nulla vale.

Bisogna essere pronti a bruciare vivi.

Cristina Campo sublimerà i pericoli della sua natura intransigente nell’ideale della perfezione etica ed estetica mentre Alejandra cerca di resistere giorno dopo giorno nella spietata battaglia tra l’io e il mondo. Poiché soltanto a chi non diserta e non si risparmia sarà concesso di formulare – per dirlo con un’espressione di Ingeborg Bachmann ‒ wahre Sätze, frasi vere.

 Vieni, parliamo, chi parla non è morto

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Mia cara piccola Alejandra,

la Sua lettera  mi ha profondamente sconvolta. Mi ha raggiunto in un momento di tenebra totale (i medici lo chiamano nervous breakdown) che è ancora e sempre frutto di troppo lutto. La comprendo pressoché troppo dolorosamente.

Cosa Le posso dire? Creda nell’anima, nella Sua, se non può più credere in quella di Suo padre, impegni la Sua anima, se può, a ricomporre con amore la sua figura, la sua eredità, la sua più segreta perfezione. La impieghi a creare un legame più forte – o forse più flessibile, in ogni modo più sicuro – con Sua madre.  Queste perdite orribili, queste mutilazioni senza nome, sono delle occasioni di rinnovamento per tutto ciò che resta. Non bisogna perderle.

Non mi aveva mai parlato di Suo padre. Vedo dal tono, dalla descrizione, che Le assomigliava molto. Ed è una grande fortuna. Rispetti profondamente questa rassomiglianza, preghi per Suo padre, se non può altrimenti, assomigliandogli nel modo più puro. La totale dignità dei morti è la più grande lezione spirituale che essi possano dare ai viventi!

La penso incessantemente e vorrei esserLe accanto per aiutarLa ad affrontare i mille piccoli orrori momentanei che rendono così dure queste eterne sofferenze. Mi scriva, se può. Il mio silenzio di tutti questi mesi significava, in parte, la paura di parlarle in un linguaggio che l’avrebbe disorientata. Oramai, ahimè, credo però che Le sia diventato familiare. L’abbraccio insieme a Elémire, pregando per voi, tutti e tre.

Cristina

 Questa breve lettera è caratteristica dello stile e del tono che Cristina assume quando si rivolge all’amica. Siccome ne avverte l’estrema instabilità psichica, cerca di condividerne il percorso di vita, trasmettendole tutto ciò che a lei stessa è stato di conforto.

La relazione dell’individuo con la propria tradizione non solo è centrale in questo contesto, ma è un tema ricorrente nelle lettere e costitutivo del pensiero di Cristina Campo, che proprio in quegli anni si avviava alla conversione al cattolicesimo.

Nella religione trova una via d’uscita dalle aporie della modernità, che proprio a causa della perdita di tradizioni millenarie non è più in grado di trasmettere all’uomo un orientamento spirituale, un senso del suo esistere.

In Alejandra avverte il prototipo dell’individuo moderno che, abbandonato a sé in un vuoto di significato, non può che reagire manifestando dei disturbi psichici. In aperto confronto con il pensiero corrente, lei difende l’idea che un solido radicamento dell’uomo nelle proprie tradizioni culturali e religiose sia garanzia della salute mentale individuale e collettiva.

In una lettera non datata, probabilmente del 1964, scrive a proposito:

Lei mi diceva, quasi un anno fa – quanto tempo è trascorso dalla Sua prima lettera – che parole come religione, patria, famiglia “naturalmente” non avessero alcun senso per Lei. Può benissimo essere vero, ma non è affatto naturale. E’ solo tragico – e se il poeta accetta tutto ciò come naturale, questa è la fine, lontana o vicina, della sua stessa arte, perché il poeta, cioè l’aristocratico, ha la sua patria, la sua religione, la sua famiglia: ce l’ha, in ogni caso: la religione della parola, la patria della lingua, la famiglia dei morti meravigliosi e severi. E’ sorvegliato ovunque, controllato da un seguito implacabile, da un cerimoniale più duro e più puro di quello degli imperatori di Bisanzio. Se si sottomette da asceta a questa corte invisibile più tardi avrà, oltretutto, perfino la patria reale, la religione reale, la famiglia reale: è, in ogni caso, il passato, la tradizione ritrovata, l’infanzia trasfigurata nella rivelazione della morte. L’esperienza, infine, così com’è: “un’altra vita, irriconoscibile, solenne e perfetta”.

Per salvare Alejandra dalle devastazioni del Zeitgeist le consiglia i libri di Simone Weil, il Lord Chandos di Hofmannsthal, e la mette in contatto con persone che ritiene possano esercitare un’influenza positiva su di lei. In particolare in Simone Weil, la Campo vede la figura guida sui generis. Ma Alejandra si sente respinta dal rigorismo morale della Weil, anzi, la spietatezza del suo pensiero le fa paura. Il 28 aprile 1963 scrive: La paura che mi fa S. Weil è una paura come se si aspettasse per un tempo incerto in una stanza vuota (bianca). Forse perché ha abolito la fantasia, ossia l’arte, per instaurare al suo posto la morale (la giustizia, la virtù, la filantropia. (…) Questo significa che per me S.W. è la tentazione del salto dall’estetica all’etica. E, anche se sono cosciente di essere caotica, di venire dalle menzogne e dall’immaginazione (…) devo dire che la giustizia e la virtù non m’interessano affatto. In me c’è qualcuno che accetta il male e il disordine se essi sono le premesse di una bella poesia.

Infatti, le sue osservazioni riguardano direttamente un conflitto, forse irrisolto della Campo stessa, cioè quello tra la ricerca spirituale e quella letteraria.

A causa della perdita delle lettere di Alejandra, purtroppo non possiamo sapere se le due donne abbiano mai affrontato apertamente questo argomento. E’ comunque probabile che, come spesso avviene per le amicizie femminili, abbiano preferito evitare i dissensi, sottolineando invece le somiglianze reciproche. Tuttavia, nel suo diario Alejandra parla chiaramente del rapporto con Cristina. Soprattutto nel periodo tra il 1964 e il 1967 numerose annotazioni riguardanti il loro scambio epistolare provano che Alejandra viveva questa relazione in modo molto intenso, ma altrettanto conflittuale: Strana relazione con C.C.. Non è strana, ma semplicemente una ripetizione in più. Desidero che non mi scriva più, affinché io possa soffrire. Ossia: perché lei sappia che io soffro a causa del suo silenzio.

Con il passare del tempo sempre più spesso deplora una lontananza di fondo, che, dall’altra parte, Cristina pare non avvertire:

Lettera di C.C. La comprendo?

Devo e non devo scrivere a C.C.? Tanto, non comprenderebbe mai ciò che mi duole.

Lettera di Cristina. Mi fa paura. Come se mi avesse scritto un angelo.

Terribile dolore a causa della lettera di C.C. a I. e, al contempo, gioia, perché in verità sono io che,

nonostante tutto, sono fedele. (…) Ossessionata dalla lettera di C.C. (…) C.C. fu la mia interlocutrice interiore.

Nelle lettere di Cristina, sempre gentili e misurate, Alejandra ravvisa la natura sfuggente, intoccabile della sua interlocutrice: Ora non sono più arrabbiata con C.. Ciò che assolutamente non posso capire: perché non ho letto le sue lettere con uno sguardo più critico? Ma queste lettere non m’interessano. C. non esiste, se non soltanto nella fantasia, è un personaggio inventato che mi scambia per qualcun altro quando parla, perché dice delle cose che non mi aspettavo. Soprattutto non ho notato la sua freddezza. Comprende che Cristina, nonostante gli apprezzamenti rivolti alla sua scrittura, la considera comunque una scrittrice non ancora matura, bisognosa di una guida spirituale. Ma Alejandra pretende che il caos della sua vita venga preso sul serio.

Due mondi

Da una parte la ricerca dell’armonia, dall’altra la resa al caos.

Tra questi due modi di percepire l’arte e la vita non c’è corda che leghi. Non si può arrivare a un compromesso, ma solo all’accettazione di un’altra necessità, imparagonabile alla propria.

Il 19.9.1967 Alejandra scrive nel diario: Ieri sera ho raccontato a Silvina del mio scambio epistolare con Vittoria. Avevo la sensazione che le interessasse; e ancora di più: credo che abbia visto in esso qualcosa di straordinario. Indubbiamente lo è o lo era (non so come andrà avanti, non so se voglio o posso continuare). E’ strano, ma soltanto quando ne parlavo con lei, ho capito che la grandezza e l’intensità dell’incontro tra me e V. non è “scontato”. (…) Perché l’entrata di V. nella mia vita non mi ha mai sorpreso? Non solo non mi ha sorpreso, ma ho dimentico la sorpresa (o la non-sorpresa). Qualche giorno dopo aggiunge: Davvero, che libro si è dissolto in tutte quelle lettere che ho spedito o non spedito a C.C.? E nel dicembre del 1968 conclude: Credo che la mia corrispondenza con C.C. mi abbia dato molto, perché mi ha costretto di rivolgermi a lei in modo chiaro. E’, la chiarezza, una virtù? Non so quali siano le virtù. Io conosco soltanto desideri.

L’ultima lettera di Cristina a Alejandra invece è del febbraio 1970.

Comincia in modo leggero con dei pettegolezzi su comuni conoscenti per poi passare, come di consueto, ai consigli di lettura: Ma salviamoci da questi antri orribili, dalla paura che un rospo ci possa saltare sulla spalla. Ho qualcosa di molto urgente da dirLe: è necessario, è un imperativo, che legga i libri del Rabbi Abraham Joshua Heschel, un mistico di pura tradizione chassidica che ho conosciuto in circostanze straordinarie (era qui un anno fa). Credo che una grande ricchezza e una grande gioia L’attendano in queste pagine. (…) Credo che Rabbi H. sia uno dei 10 giusti sopravvissuti al disastro di Sodoma: quelli che, un giorno, si dovranno riunire dai quattro punti cardinali per salvare le tradizioni minacciate, poiché “tutte lo sono”. Fu lui a dirmi quest’ultima parola. (…) Ed è molto bello che parole molto simili io le abbia ricevute tante volte da Alejandra.

Parole concilianti, il tentativo di aiutare l’amica di uscire dal circolo vizioso dell’autodistruzione che però non la raggiungono più.

L’amicizia amorosa tra Cristina Campo e Alejandra Pizarnik non si rompe clamorosamente, ma sfocia nel silenzio. Come succede in casi di questo genere, l’attrazione irrefrenabile del proprio opposto è troppo seducente per essere respinta e troppo pesante per essere vissuta fino in fondo. Il breve periodo del loro contatto epistolare non ha cambiato il corso della vita né dell’una, né dell’altra. Entrambe indomabili, si sfiorano soltanto; poi, come delle comete smarrite, tornano nella propria orbita, per andare laddove devono andare.

Prima lettera di Cristina Campo a Alejandra Pizarnik

Martedì [gennaio/febbraio?] 1963

Mia carissima amica,

non so come chiederLe perdono per non aver ancora risposto da settimane alla lettera dove Lei mi parlava della sua angoscia e che mi aveva molto colpito. Raramente il cielo ci permette di realizzare in tempo il gesto che vorrebbe scaturire da noi come la voce stessa e che, nella sua perfetta gratuità, potrebbe? dare, talvolta, a coloro che si ama ciò che Simone Weil chiamava “un poco di energia supplementare”. Ci sono dei casi in cui la distanza è crudele. La mia mano che prende la Sua in questo momento direbbe quanto dolorosamente io senta il Suo stato d’animo, che la mia imperdonabile mancanza d’attenzione, all’inizio, mi aveva fatto credere meno drammatico. E saprebbe anche, senza altre parole, a che punto sono certa di Lei, a che punto credo nella Sua vittoria. Non ci sono tracce in Lei di questo polo interiore di sofferenza, o del male che risponde alla sofferenza o al male esteriore e senza il quale niente di increscioso per lo spirito possa verificarsi. Le sembrerà strano, ma attendo impazientemente che Lei parta per questo viaggio che La sgomenta.

Ci sono grandi mostri che attendono di diventare principi. Bisogna proseguire dritto, come la Bella, e sedersi alla loro tavola. Lei appartiene, più che ogni altra persona al mondo, alla razza della Belle. Possiede il grande coraggio, la grande pietà, “il sacro dono del ridere” ed è proprio la donna che vuole la rosa in inverno. Inoltre, se ora scrive poesie più lunghe, vuol dire che è diventata più forte (è una meravigliosa notizia che mi ha dato). Inoltre ‒ e so che ciò non Le è indifferente ‒ ora Lei si trova in un cerchio – o meglio in un quadrato – magico: 4 amici La circondano (ne avrà degli altri, credo, molti altri, ma mi piace pensare che questi 4 Le sono più vicini degli altri). Hector è mercuriale, Lei lo sa, psychopompe, se possibile, e la sua presenza, mentre stavate partendo da B[uenos]. A[aires] ci dà molta gioia.

Ma perché, cara Alejandra, non inviarmi le Sue poesie? È crudele sollecitare un poeta, ma è ancora un poco più crudele, annunciarmi la mia poesia, altre lunghe poesie, senza inviarmi un solo verso…. Ci sono dei Suoi versi che mi ossessionano. Uno: “Cuando yo muera, quien me lo va a decir?” Aquì Alejandra, todos son muertos y no toleran que se lo digan. Roma è una città dove, per non morire, anche senza vocazione, anche senza religione, bisogna vivere come i santi. ”Y pasar la noche con una espada en la mano”.

Non ho mai conosciuto un posto dove l’odio per tutto ciò che vive è talmente feroce, di una ferocia da scimmia e da pollo. Per esempio: ho appena ricevuto la nuova edizione italiana dei meravigliosi saggi di Gottfried Benn (un libro che Le appartiene, credo). L’editore si scusa nella copertina, per questa pubblicazione, parla del grande poeta, l’ultimo: “certamente né un maestro, né un modello”; eccetera. Vorrebbe essere perdonato per aver aperto a un vivente la porta del grande cimitero. (Lo stesso odio cieco circonda Zolla che vive come un monaco e non ha alcuno in patria).

Non dimentichi, Alejandra di mandarci al più presto il suo saggio su Macedonio Fernandez. Se dovessi dare un giudizio soltanto considerando alcuni passaggi della Sua lettera su “Cecilia”

(che Zolla mi ha letto al telefono la mattina stessa), infinite altre gioie ci attendono nei Suoi saggi. Non so nulla di M. Fernandez. Se non ricordo male, si tratta dell’ammirabile assente al quale Borges dedica il suo Hacedor (“quel libro che non gli sarebbe piaciuto”)?

Quanto a Borges, è accaduta una piccola magia. Avevo preparato per Lei questo pesante e noioso ritratto (Prix Formentor), tagliandogli la testa ed i piedi, stilizzandolo fino all’emaciazione. Stavo per spedirglielo quando, molto disgustata, trovo tra i miei vecchi quaderni un foglietto battuto a macchina (il che faccio raramente) e che non ricordavo di aver scritto. Questo foglietto s’intitola

“Omaggio a Borges”, ma non ha nessun rapporto con Borges che non sia analogico, perché non si tratta di lui, non parla di lui, ma di un bellissimo piccolo monumento alchemico, la porta magica, nascosta nel mezzo di uno squallido mercato romano che vicino alla stazione. È una porta cieca (che, del resto, non introduce in alcun luogo) ma sulla quale si trovano misteriose incisioni latine ed ebraiche, quali: “Quando i vostri neri corvi genereranno bianche colombe, potrete chiamarvi saggi.” ecc. (Ecco, di nuovo, la metamorfosi dei mostri!)

È questa paginetta che Le invierò (se non preferisce l’altra versione, quella accademica, per questa occasione così poco ufficiale). Io sarò occupata per 2 giorni alla correzione della Venice sauvée di S[imone] W[eil] che ho tradotto in italiano; poi copierò quel foglietto e lo riceverà, spero, al più tardi entro circa una settimana.

Come vede, Alejandra, la Sua presenza è causa di ogni sorta di fenomeni inquietanti.

L’atto stesso di scriverLe produce delle specie di cortocircuiti e questo non è una metafora, perché avevo appena cominciato a scrivere questa lettera quando un fulmine è caduto a due passi dalla casa (con mia grande gioia, perché attendevamo il temporale da ieri) e dopo qualche minuto un campanello ha cominciato a suonare da solo nel corridoio – nessuno alla porta, soltanto questo tintinnio allegro come un riso che mi ha donato una grande gioia. È durato circa 10 minuti, a tre riprese. Cosa ne dice?

Mia cara Alejandra, La stringo tra le mie braccia. Attendo le poesie. Grazie.

La Sua Cristina

Grazie per Commerce. Tutto ciò che fa è ben fatto. Hector [Murena] (che è molto arrabbiato perché, tutta occupata di Lei, non gli ho più scritto negli ultimi tempi, e altamente incoerente come tutti i maschi, perchè aggiunge: “che felicità sapere che Lei ha una corrispondenza con Alejandra”) mi ha consigliato di inviare un saggio a Papeles de Son Armadans.

Avrei così qualcosa che potrebbe leggere senza un orrendo dizionario. (Cosa pensa di Papeles? Ha già avuto una collaborazione? Crede che accetteranno questo saggio di una sconosciuta?) María Zambrano scriverà loro. Vedremo.

Penultima lettera di Cristina Campo a Alejandra Pizarnik

 Roma, febbraio 1970

Mia carissima,

la Sua deliziosa lettera su S[ilvina] O[campo] mi diverte infinitamente. Ho assistito a una specie di (molto strana) resurrezione dei morti, perchè conoscevo già questa storia a memoria: è, alla lettera, la storia della mia relazione (se si può dirlo) con Elsa Morante, la scrittrice (moglie di Moravia). Secondo la logica inflessibile dell’irrazionale, Wilcock, dopo aver lasciato S[ilvina].O[campo] a Buenos Aires dodici o quindici anni fa, è immediatamente passato al servizio di E[lsa].M.[orante] a Roma. Sia dall’una, sia dall’altra, ha scrupolosamente svolto il ruolo del gatto della strega, mirabilmente adatto a un certo tipo di omosessuale subdolo e sentimentale e fondamentalmente masochista (perfino se, come Wilcock, di estrema intelligenza).

Alla fine della storia il gatto è stato divorato dalla strega, della quale pensava di servirsi per raggiungere) i suoi fini occulti – non essendo abbastanza donna per esercitare lui stesso la vera stregoneria…

Quelli, come Lei e me, che si rifiutano ostinatamente di lasciarsi divorare, sono destinati all’amorevole odio, teneramente criminale della strega. Mi ha colpito la Sua giusta osservazione sulla causa ultima del furore di S.[ilvina] O.[campo]: la scoperta della tradizione giudaica. Ogni forma, anche relativa, di certezza – amore, poesia, solitudine ‒ che rendono una creatura inafferrabile, è intollerabile per i vampiri; cosa dire quindi della certezza delle certezze, delle sue radici spirituali? Mi ricordo lo sguardo di vera disperazione di questo tipo di gente quando, per esempio, rispondevo alle loro descrizioni tragiche e mistiche dell’“esperienza allucinogena” con una risata o con un “Povero mio…. oh, è una disgrazia troppo grande”, costernata e piena di dolce compassione. O quando, evocando (loro) delle fascinazioni irresistibili, indicavo come unica e sovrana (il che è verissimo) quella di una vecchia badessa benedettina di clausura… L’unica differenza notevole è che E[lsa] M[orante] non è più né charmant, né squisita ‒ se mai lo è stata.

S[ilvina] O[campo], fondamentalmente identica, ha comunque molta più classe. (Leggevo circa un mese fa in “Razòn y Fabula” una sua impeccabile e purulenta poesia “Anamnesis”, credo. Mi domandavo se qualche cosa potesse esprimere più profondamente la decadenza, perfino intellettuale di un epoca; ma, tutto sommato, E. M. non sarebbe riuscita a scrivere nulla di simile).

Ma salviamoci da questi antri orribili, dalla paura che un rospo ci possa saltare sulla spalla. Ho qualcosa di molto urgente da dirLe: è necessario, è un imperativo, che legga i libri del Rabbi Abraham Joshua Heschel, un mistico di pura tradizione chassidica che ho conosciuto in circostanze straordinarie (era qui un anno fa). Credo che una grande ricchezza e una grande gioia L’attendano in queste pagine. Qualche titolo (scrive in un inglese ammirevole: “Man is not alone”, “God in search of Man” e soprattutto un libricino “Sabbath”. Credo che l’editore sia sempre Farrar & Strauss di New York. La cosa straordinaria in Rabbi Heschel, così come dei racconti del Baal Schem, è che ognuno vi trova ciò che è destinato a lui. (Personalmente non trovo alcuna difficoltà a leggere Verbo laddove egli usa Torah, ma questo ha poca importanza. Ho appena scritto, tra parentesi, la prefazione all’edizione italiana di “Man is not alone”). Credo che Rabbi H. sia uno dei 10 giusti sopravvissuti al disastro di Sodoma: quelli che, un giorno, si dovranno riunire dai quattro punti cardinali per salvare le tradizioni minacciate, poiché “tutte lo sono”. Fu lui a dirmi quest’ultima parola, supplicandomi di scrivere sulla mia. Ed è molto bello che parole molto simili io le abbia ricevute tante volte da Alejandra.

L’abbraccio molto teneramente, mia cara, augurandoLe tutte le grazie

Sua Cristina

Sono incantata che Tentori abbia trovato spunti di riflessione nei Suoi piccoli libri: tra i quali lui preferisce, come me, con veemenza “Los trabajos y las noches”. Penso che nella sua antologia, che conterrà un numero molto ristretto di poeti, ci saranno almeno 10 o 12 poesie di Alejandra e questo mi incanta più di quanto Le possa dire.

(E il Suo lungo poema di 360 pagine? Era una promessa…)

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stefanie-golisch

Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014.

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NOVE POESIE di Stefanie Golisch: “Summerguests”, “Fly and fall” con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa – Origine (Ursprung) e spaesatezza (Heimatlosigkeit) si danno la mano – E all’approssimarsi dell’Estraneo (Unheimlich) le nottole del tramonto singhiozzano.

Foto Edward Honacker

Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014.

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Origine (Ursprung) e spaesatezza (Heimatlosigkeit) si danno la mano amichevolmente. Se manca l’Origine, c’è la spaesatezza. E siamo tutti deiettati nel mondo senza più una patria (Heimat).  Ed ecco l’Estraneo che si avvicina. E all’approssimarsi dell’Estraneo (Unheimlich) le nottole del tramonto singhiozzano.
L’espressione è il volto codificato del dolore.
Ad un lettore italiano la poesia di Stefanie Golisch suona come un oboe sommerso, con un tono cupo, monocorde, attutito. Del resto, i titoli di queste poesie e della raccolta inedita sono esplicativi: Summerguests (Ospiti d’estate) e Fly and fall (Volo e caduta), sono eloquenti. Si tratta della tematica dell’estraneo e della tematica del volo e della successiva caduta. Tematiche ad un tempo della metafisica e della vita quotidiana, tanto per smentire le tesi di coloro i quali intendono la metafisica come cosa diversa e a parte dalla vita quotidiana. E invece per Stefanie Golisch è il medesimo tema che ritorna in tutte le sue poesie, come anche nella sua narrativa fatta di brevi prose fulminanti, prose legate ai luoghi e alla loro storia. Ma da come viene posizionato il verso italiano, dalle atmosfere plumbee, dagli improvvisi incisi e dai susseguenti strappi, si capisce subito che abbiamo a che fare con un poeta di madrelingua allotria. Ed è un arricchimento questo per la lingua poetica italiana di insospettabile valore. Il fatto è che il linguaggio poetico italiano ne viene come strattonato, reso plumbeo, ammaestrato alla scuola dell’espressionismo tedesco; e ne sortisce fuori come fortificato, solidificato, preciso, tagliente. Un solo esempio: «Corvi che gridano al cielo vuoto l’insensatezza del rimorso», verso che sembrerebbe uscito dalla penna di un autore che sta tra Georg Trakl e Gottfried Benn. Certo, in Italia non abbiamo avuto un equivalente del movimento poetico dell’espressionismo tedesco, e questa lacuna stilistica non è stata indolore; la poesia italiana del Novecento è stata così costretta dentro la asfittica forbice: lirica – antilirica, con il prosieguo di post-lirica e di anti-lirica di marca tardo novecentesca e sperimentale, con tutta una serie di equivoci che si sono moltiplicati a dismisura. Da noi i pochissimi poeti a tendenza espressionista non hanno goduto il favore della critica. Tipico è il caso dei Canti orfici (1914) di Dino Campana, opera etichettata da Pier Vincenzo Mengaldo sotto l’egida dell’inno, da porre come contraltare all’elegia di Montale. Ma le questioni non sono così semplici e non si possono ridurre a formule antogonistiche e, dunque, riduttive.  Ma ecco qui che viene la Stefanie Golisch ad immettere linfa espressionistica nel nostro armamentario stilistico e nel lessico poetico italiano. Ed è un dono di non poco significato.
Quello che colpisce nelle poesie della Golisch è la sua capacità di inserire la molteplicità del mondo nella struttura monologante della sua lirica, cosa non facile né scontata, non si giunge a questo grado di rappresentazione senza una profonda meditazione su ciò che è la «cosa» chiamata poesia e su ciò che essa deve contenere; e soprattutto, la poesia qui non è un mero contenitore di «cose» ma una «cornice» dove ci sta di tutto: l’infanzia, la vita erotica, le passioni, la conoscenza, l’oblio, la percezione del limite, il mistero che dà alla poesia un significato omogeneo e unitario. Il significato di una poesia è sempre fuori di essa, mai dentro, come credono gli ermeneuti ingenui, la poesia non si risolve in un amalgama di significanti e di significati, come purtroppo una vulgata durata decenni ci ha voluto dare ad intendere. La poesia è, al pari del romanzo, molteplicità, totalità finita che allude all’infinito delle possibilità inespresse.
Quello che colpisce in queste poesie è l’impiego sapiente delle immagini, certe poesie sono costruite con i mattoni delle immagini alternate:

.

Il matto, lo chiamano lupo mannaro.
Corvi che gridano al cielo vuoto l’insensatezza del rimorso.
La copia della copia del santo bevitore.
Uomo in canottiera gialla alla finestra della cucina, fumando.
La vecchia che attende il suo giorno, ripetendo tra sé e sé
una storia della sua vita…

.

Le immagini chiudono e aprono, sono una serratura che permette al lettore di entrare all’interno della poesia. E il lettore entra come un ladro che ruba le sensazioni, gli attimi di cui sono fatte le parole. Il lettore diventa un ladro di parole. Come del resto lo è anche l’autore: un ladro di parole. Nei suoi momenti di punta l’espressionismo della Golisch ci apre delle porte verso l’aldilà, un luogo ultroneo, verso il mistero dell’esistenza di questo ente chiamato uomo.

Foto Robert Mapplethorpe donna entra nei veliSummerguests

Una donna con la barba bianca, gonna a grandi fiori
impressionisti, mi ferma per strada. Chiede del pane,
ma non ha fame. Dice che non è di qui e con un cenno
di mano appena, si congeda da me casuale. Passeggia
lungo questa giornata d’estate lenta e senza scopo
preciso come una nuvola indecisa, una etimologia poco
chiara, un amore moribondo per colpa di nessuno

*

Dice che non riesce più a baciarla dopo averla intravista
per sbaglio in camicia da notte a fiorellini azzurri, una
vecchia che pure un tempo è stata la sua amante
d’occasione. Lei chiude gli occhi mentre lui serra le
labbra. Ecco, il bacio più goffo del mondo, sbrigato
in un rifugio di montagna, raggiunto faticosamente in
una domenica di giugno generoso

*

Lo vede il cane dalla finestra della cucina, il ragazzo che
passeggia per le vie del centro deserto in una camicia da
vecchio, collo chiuso, cappello contro il sole sul capo. Un
giorno sì, uno no, con un cono di gelato alla crema, sempre
guardando avanti diritto come se avesse in mente una meta
precisa. Appare alle tre del pomeriggio e si dissolve verso
le cinque in una nuvola di magliette colorate e hot pants.
L’estate è ugualmente per e contro tutti

stefanie-golisch-190

Stefanie Golisch

Stefanie Golisch Fly and fall – Inedito
Poesie tratte dalla raccolta inedita Fly and fall

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Un io e la sua bestia

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Copri con il tuo grigio pelo
il pallore della mia pelle,
il mio tremolante desiderio.
Dentro le mie calde viscere
sento il tuo ansimare secolare
mischiarsi alla mia linfa.
I tuoi morsi mi risvegliano reale,
custode del mio segreto animale.
Nel nostro silenzio
gorgoglia vita indistinta

Proteggi questo troppo lieve io
dalla tristezza degli uomini

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Corpo di madre sulla terra

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When will we three meet again?
In thunder, lightning or in rain?
When the hurlyburly’s done,
When the battle’s lost and won.

(Shakespeare, Macbeth)

Stesa sull’asfalto,
avvolta nella mia pelle pallida,
il corpo di mia madre
è una ferita

Sulla breve via verso il freddo,
la sua carne avara
prega la mia,
calda per coprire la nostra sconfitta

La battaglia è finita.
Tra cavalli e guerrieri morti
con bocche spalancate,
ti canto, madre, la ninnananna
alla rovescia

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Kartoffelfeuer

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Nella quiete di primo autunno,
un improvviso grido di corvo,
il profumo di mele mature
e di involtini primavera dal ristorante cinese
al pian terreno

C’è in questa natura morta
una ansia di risposte a fine estate,
un cupo giorno di settembre
in cui la mia infanzia bruciò
in un Kartoffelfeuer.
Dopo quel giorno, non c’era più

Nello specchio una ragazza sorride seducente
al mondo appena nato, come per dire,
eccomi,
prendimi,
sono tua

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* Il Kartoffelfeuer è il fuoco con il quale, nelle campagne, i contadini bruciano le piante di
patate dopo il raccolto.

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La mia inviolabilità

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Luz è il nome dell’osso
dalla cui improbabilità risorgerò
dopo che la grande onda mi avrà trascinato via,
mia madre mi avrà chiamato a casa

Non dimenticare
la mia gobba antica,
non dimenticare
il vuoto nell’ora degli uccelli morti,
quando le domande,
una a una, svaniscono
senza risposta,

Raccogli quell’io pietra
nel mistero della sua
imperfezione

*Nella religione ebraica luz è il nome di un osso minuscolo che non può essere distrutto e dal quale, alla fine dei tempi, l’uomo sarà ricreato.

Foto donna tra i veli

Quando una vecchia suora si prepara per la notte

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Quando una vecchia suora si prepara per la notte, innanzitutto si toglie
le pesanti scarpe marroni,
poi il velo, chiuso dietro la nuca con una striscia di velcro.
Aprendo la lunga cerniera sulla schiena, lascia cadere la tonaca
a terra.
Nella sua veste ingiallita sta davanti a nessuno specchio.
Invece della propria immagine, le sorride seducente
un giovane uomo dai lunghi riccioli biondi che dice:
non aver paura, sei o non sei la mia sposa diletta?
Fiduciosa, sfila i collant color pelle,
il reggiseno color pelle e le mutande color pelle.
Nella luce diffusa di una fredda notte d’autunno,
eccola, nuda davanti al suo Signore.
Tremando, indossa una camicia da notte rosa,
e si fa scivolare sotto le coperte.
Persa come una goccia di pioggia in un cielo senza nuvole,
fa sparire le dita stanche
nell’antro sacro tra le gambe,
dove si nasconde la vita
umida, oscura, muta

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Il motel più economico

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Questa è la stanza dei vecchi amanti,
così disperatamente devoti all’idea dell’amore
che potrebbero uccidere,
diciamo un cane,
se questo fosse il prezzo da pagare
per una prima volta nuova di zecca.
Ma non c’è alcun cane intorno,
soltanto due paia di scarpe consunte
sotto un unico letto
per tutti gli amanti.
Venite, uccidetemi, direbbe
il cane, se ci fosse un cane,
ma, ahimè, non c’è.

Tutto qui: non c’è

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Fly and Fall

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Piano il giorno apre gli occhi
per salutare la mattina di fine agosto.
Ecco ciò che sta per accadere oggi:

Un uomo troverà l’amore e un altro lo perderà.
Qualcuno arriverà alla stazione giusto in tempo,
mentre un altro attenderà invano.
Un merlo sussurra nell’orecchio di un altro, che bello volare e cadere.
Qualcuno inaugurerà il giorno con una bottiglia di birra,
e un altro ascolterà a lungo l’eco dei sogni complessi.
Qualcuno scriverà una lettera scarlatta,
mentre nel cuore ferito del suo vicino non è rimasta una sola parola.
Una bambina si sveglierà dai suoi sogni notturni
stringendo il suo orsacchiotto, e una donna si sveglierà
soltanto per morire a metà mattina poiché il giorno
richiede tutto questo. Lottando scivolerà via davanti agli occhi
dei vivi nello stesso momento in cui
un pittore finalmente trova il suo blu.
Oggi sarà il mio giorno pensa il giovane,
mentre si allena, impaziente di gettarsi nella mischia.
Nella cantina di una casa abbandonata,
una gatta tigre gioca con un topo soltanto
per intrattenere la piccola cosa

Quel che il pittore non sa
è che quel blu non esiste,
ma soltanto una voce lontana,
quasi non udibile nel brusio di tutto questo fare all’amore,
morire, chiacchierare con gli amici, mangiare, bere,
spaventarsi e gioire,
impaziente di placare l’insaziabile
oggi

.
La vita è tutto questo

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You are marvellous. The gods want to delight in you.

Charles Bukowski

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Il matto, lo chiamano lupo mannaro.
Corvi che gridano al cielo vuoto l’insensatezza del rimorso.
La copia della copia del santo bevitore.
Uomo in canottiera gialla alla finestra della cucina, fumando.
La vecchia che attende il suo giorno, ripetendo tra sé e sé
una storia della sua vita.
La ragazza finta bionda con i jeans economici,
la maglietta economica e i suoi sogni inimmaginabili.
La coppia di nani al loro primo bacio, ansiosi
di fare bella figura.
Sole di Novembre, tempo di resa,
tempo di rinascita, perdono e oblio.
Un verso di Hölderlin che recita:
più l’uomo è felice, più alto è il rischio che si rovini.
Il mistero di ogni nuovo giorno
e i sette significati nascosti di una antica fiaba.
Oscure selve germaniche e luminosa bellezza mediterranea.
La speranza che una calza rotta può essere rammendata,
che le ferite possono guarire,
e che la nostra voce può migliorare con il tempo,
perdendosi
in tutte le voci

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UNA POESIA DI GOTTFRIED BENN (1886-1956) “La bocca di una ragazza” – Commento di Walter Siti  

gotfried benn 2

L Edwin Kirchner autoritratto

L Edwin Kirchner autoritratto

da la Repubblica del 13 aprile 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Schőne Jugend
Der Mund eines Mädchens, das lange im Schilf gelegen hatte,
sah so angeknabbert aus.
Als man die Brust aufbrach, war die Speiserő hre so lő cherig.
Schließlich in einer Laube unter dem Zwerchfell
fand man ein Nest von jungen Ratten.
Ein kleines Schwesterchen lag tot.
Die andern lebten von Leber und Niere,
tranken das kalte Blut und hatten
hier eine schő ne Jugend verlebt.
Und schő n und schnell kam auch ihr Tod:
man warf sie allesamt ins Wasser.
Ach, wie die kleinen Schnauzen quietschten !

1912

 

Bella gioventù

 

La bocca di una ragazza, che era rimasta a lungo nel canneto,
appariva tutta rosicchiata.
Quando le venne aperto il petto, l’esofago era crivellato di buchi.
Si trovò infine in una pergola sotto il diaframma
un nido di giovani topi.
Una piccola sorellina era morta.
Gli altri vivevano di fegato e reni
bevevano il freddo sangue ed era
quella passata qui una bella gioventù.
E bella e rapida venne anche la loro morte:
furono gettati tutti insieme nell’acqua.
Ah, quei musini come squittivano !

(traduzione di Ferruccio Masini)

gottfried benn van goghgottfried benn quadro

La descrizione è di una crudezza quasi insopportabile: la bocca rosicchiata della ragazza stesa sul tavolo dell’obitorio, il petto squarciato e l’esofago fitto di lacerazioni. Poi, fonte di massima provocazione, cuore terroristico del testo, la nidiata di topi scoperta sotto il diaframma. Ribrezzo e sorpresa, anche se quel “rosicchiata” poteva servire da indizio. I topolini si nutrono di fegato e reni, e bevono il sangue che si è fissato nelle ipostasi del cadavere. Contrariamente a quel che si può pensare, la coagulazione del sangue è un processo attivo e quindi nei morti il sangue resta liquido; la descrizione è tecnica, fatta da qualcuno che se ne intende. Una femmina della nidiata è già morta. Il gioco tra morto e vivo è la struttura portante della poesia: c’è un corpo morto, quello della ragazza, che si fa contenitore di vita  –  i topolini trascorrono, in quel ricovero accogliente, una bella gioventù. In un testo così terribilmente letterale l’unica metafora forte (la “pergola” per indicare l’aggetto del diaframma che fa da riparo) suggerisce il rigoglio naturale del fogliame. Ma la morte, incarnata nella sorellina, giace accanto alla vita; e la bella gioventù finisce con una bella morte  –  il “shon und schnell” (coppia allitterante) tuffo nell’acqua; la ragazza nel canneto c’era rimasta a lungo, i topolini muoiono subito. Se per sottrarci all’orrore c’eravamo rifugiati nell’ottica dei topi, incuranti di ciò che li nutre e innocenti di ogni beffarda proiezione umana, è proprio da quell’innocuo punto di vista che arriva l’ultima stilettata: noi stessi siamo quei poveri musini squittenti, condannati a morte mentre escono da un cadavere.

Gottfried Benn 1918

Gottfried Benn 1918

Sono loro che vengono puniti per la profanazione, o è l’autore che si punisce (sadomasochisticamente) per la propria sarcastica crudeltà ? Quando Benn scrisse questa poesia aveva ventisei anni, e non era stato un poeta precoce; le poesie di Morgue (parola francese che indica l’obitorio) sono praticamente le sue prime. “Si avventarono tutte nello stesso momento”, così Benn in una pagina autobiografica, “prima di esse non esisteva nulla… alla fine restai vuoto, affamato, barcollante e me ne uscii in silenzio dal grande sfacelo”. A quel tempo era ufficiale medico a Berlin-Spandau; l’esperienza della dissezione anatomica diventa l’ordigno che fa esplodere una visione del mondo. Queste poesie sono uno sfogo, una liberazione dallo shock. Il “man” impersonale (“le si aprì il petto…si trovò”) racchiude un “ich”: in un’altra poesia della raccolta parla di un autista di birreria a cui qualcuno (forse per scherno) ha messo in bocca un fiorellino  –  “io”, scrive Benn, “devo averlo urtato asportando palato e lingua” e “io, ricucendo, glielo sistemai nell’addome”. Anche lì la vita, fragile, a contrasto col ripugnante ingombro del cadavere. E lo sberleffo, la stridula allegria.

gottfried benn

gottfried benn

Gottfried Benn nel suo studio

Gottfried Benn nel suo studio

Siamo agli inizi dell’espressionismo tedesco, di quella cattiveria splatter che intende smascherare l’ipocrita barbarie borghese e il putrido opportunismo socialdemocratico; esasperando la freddezza chirurgica dei veristi (in fondo pietosa e solidale), Benn arriva a un nichilismo che riduce l’uomo alla propria carne: “la corona della creazione, il maiale, l’uomo”. Da bravo figlio ribelle di un pastore protestante, i suoi cadaveri tagliati scientificamente sono una mostruosa e irridente palinodia della resurrezione dei corpi. Della ragazza, nel nostro testo, si mettono in evidenza la bocca e il petto, cioè i luoghi canonici dell’erotismo; il tavolo dell’obitorio come alcova e altare, da cui si origina la vita. Per una di quelle scelte che illuminano un destino, Benn deciderà di lavorare, per trent’anni, come specialista in malattie veneree; costretto a visitare ogni giorno “Dio rovesciato sui genitali come un copriformaggio”. Faccio fatica a considerare questa un’atroce poesia realistica: mi pare piuttosto un atto di misticismo rovesciato, una meditazione sui novissimi (cioè sulle realtà ultime della religione su cui affaticarsi laicamente). Un nero mistero con sacrificio finale. Non c’è regolarità metrica e l’unica rima (Ratten  –  hatten) è casuale; i tagli metrici sono determinati dall’oltranza stessa della visione, come se fosse necessario riprendere fiato dopo ogni sequenza. Continua a leggere

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